mercoledì 22 aprile 2009
Un viaggio nel Mar Rosso, con la paura dei pirati
Prosegue il reportage di Laura Guglielmi. Una cena nel bel mezzo di un summit di capi di Stato africani. Sulla costa in attesa di imbarcarsi per l'arcipelago delle Dalak
di Laura Guglielmi
22 APRILE 2009
Siamo qui in Eritrea, a Massawa, sulla costa, dopo una notte insonne, ieri eravamo in Italia e ora siamo qui, i cellulari non funzionano, non c’è rete, isolati dal mondo. L’esercito ha requisito il nostro albergo per un improvvisato summit internazionale di capi di stato africani. Siamo scesi dall’altipiano di Asmara su un tremolante trenino a trazione elettrica degli anni Trenta, costruito a Genova dall’Ansaldo. L'Eritrea è stata la prima colonia italiana in Africa, e la presenza degli italiani si nota un po' ovunque. Alla guida del treno un uomo di 83 anni, un pensionato, l’unico in grado di guidare questo treno, fermo da decine di anni e messo in funzione solo per i rarissimi turisti. Tra un dirupo e l’altro siamo giunti sulla costa, ecco il mitico Mar Rosso, domani ci imbarcheremo su un vecchio sambuco alla volta dell’arcipelago corallino delle isole Dalak, dove in passato i pirati hanno preso interi equipaggi in ostaggio.
È di questi giorni la notizia che il denaro dei riscatti pagati ai pirati somali viene riciclato a Dubai: 80 milioni di dollari solo nel 2008, un bottino diviso con organizzazioni criminali che hanno conti correnti negli Emirati Arabi Uniti e in altri Paesi del Medio Oriente. Certo con il mio conto corrente non è che ci potranno fare granché, ma che ne sanno? Intanto mi rapiscono!
Al momento dobbiamo capire dove dormiremo, dato che le nostre stanze se le sono accaparrate il presidente dell’Eritrea, rappresentanti del governo dello Zimbawe, dell'Uganda, e di tanti altri stati africani dell’area con il loro seguito e senza nessun preavviso. Tema dell’incontro: la situazione somala. Bel primo aprile, ci hanno preparato proprio un bello scherzo. Ah, mi dimenticavo, sono qui in vacanza e non per lavoro. Qualcuno prima di partire mi ha detto: «ma chi te lo fa fare?». Sono preoccupata per i pirati che potremmo incontrare da domani al largo, ma ora ancor di più per questo summit, sta per scoppiare un altro conflitto, magari di nuovo con l’Etiopia?
Solomon, la nostra guida riesce a risolvere la situazione, se l’Hotel Dead See è tutto occupato da lor signorie, lui ci ha trovato un bungalow in riva la mare. C’è anche il ristorante, forse si riuscirà pure a mangiare.
Ci affidano le stanze - io sono un po’ isolata dal gruppo di amici con i quali viaggio - e nella stanza vicino a me arriva un africano robusto e grande come una casa con tante stellette sulla giacca della divisa. Sarà un pilota dell’Egyptian Air in divisa, penso.
Finalmente è ora di cena. Ci vietano di entrare al ristorante perché è prenotato per una cerimonia. Ci tocca mangiare all’aperto, prede di insetti di ogni tipo. Ora siamo finalmente tutti a tavola, abbiamo ordinato il cibo, ma non arriva. Siamo alla terza birra.
Sta facendosi buio, ancora niente cibo in tavola. Siamo gli unici seduti ai tavolini qui all’aperto. Tutt’a un tratto, tra le palme e la sabbia, intravediamo una limousine, circondata da uomini armati fino ai denti, mitra spianati, una folla che avanza, un'auto dietro l’altra che sforna le alte cariche dei governi africani.
Lo capiamo subito, non solo ci hanno requisito l’albergo, ma anche occupato interamente l’unico ristorante aperto di tutta la zona. Che occasione ghiotta per una giornalista. Ma che fare? Per ottenere il visto, il tour operator mi ha chiesto di scrivere che sono un’impiegata, mi ha fatto spergiurare di non dire mai il mestiere che faccio, che quelli come me in Eritrea non sono graditi per niente. E poi l’Africa interessa poco ai media italiani main stream. E sbagliano perché la prima puntata di questo reportage che sto scrivendo su mentelocale.it è stata molto letta, e di questo vi ringrazio. Perché internet è micidiale, puoi sapere in quanti ti hanno letto, quanto tempo sono rimasti sulla pagina, e tante altre diavolerie del genere.
E allora me ne sto lì, a confabulare con i miei nuovi amici: conosco solo Nilla e Guido – è lei che mi ha coinvolto in questa avventura - ma anche gli altri compagni di viaggio non sono niente male. Insomma la compagnia è quella giusta, tutti prendono la situazione con leggerezza. E intanto il mangiare non arriva. «Perché il nostro presidente non si occupa dell’Eritrea – sbotta con rammarico Solomon – invece che fare inutili chiacchiere sulla Somalia?». Gli eritrei hanno combattuto una feroce guerra di indipendenza contro l’Etiopia, un conflitto che ha stremato entrambi i Paesi. Il presidente, un ex combattente, ora che ha conquistato il potere lo tiene con i denti stretti. Come purtroppo succede spesso, dopo le rivoluzioni o le guerre di liberazione, le libere elezioni diventano una chimera. E dire che è forse l'unico Paese al mondo dove l'otto marzo è festa nazionale. Un omaggio alle donne che hanno combattuto nella guerra d'indipendenza, ben il trenta per cento.
Ora il cibo è arrivato, niente male, siamo qui quasi al buio con una lampadina sulla testa, divorati dalle zanzare, a chiacchierare tra noi, ad ascoltare Solomon che ci parla del suo Paese, e a osservare i capi di stato che si ingozzano al di là della vetrata ben illuminata. Non sono serviti ai tavoli, si devono alzare e andare a fornirsi di cibo al buffet: «trangugiano di tutto e non risolvono niente», si sfoga Solomon. Però non si fanno servire, rifletto io, cercando di immaginarmi una cena dei capi di governo europei. E questa è una bella cosa. Per andare al bagno, devo entrare dentro al ristorante, mi lasciano. Non c’è acqua corrente, neanche per il WC, ma solo una grande tanica dalla quale rifornirsi. Ripenso ai capi di Stato europei, un summit senza l’acqua nel cesso. E allora questi loro colleghi africani mi fanno tenerezza, anche se ci han requisito albergo e ristorante.
Ritorno al tavolo. Solomon sta raccontando che tutti gli uomini armati che abbiamo intorno sono solo un piccolo avamposto, che tutte le colline sopra Massawa sono zeppe di soldati, tutto l’esercito eritreo schierato in difesa del presidente lì a pochi metri da noi. Dormiremo un sonno tranquillo.
È ora di andare a letto. Mi avvio da sola verso la stanza, un lungo tratto di spiaggia puntellato di palme. Un kalashnikov mi guarda incuriosito. Mi spavento ma neanche tanto, ci sto facendo l’abitudine. Dal ristorante al mio bungalow, altri uomini armati mimetizzati nel buio. Entro velocemente nella mia stanza, mi chiudo a chiave e scoppio a ridere, altro che pilota dell’Egyptian Air: quell’omone che alloggia nella stanza vicino a me deve essere un capo di Stato africano che preferisce dormire sul mare.
Precipito all’istante in un sonno agitato. Domani mattina presto ci imbarcheremo alla volta dell’arcipelago, i pirati ci aspettano, ma forse li abbiamo già incontrati. E non ci hanno neanche notato. O almeno così pare.
Il reportage di Laura Guglielmi prosegue mercoledì prossimo
Rifugiati in marcia: «Vogliamo diritti»
In corteo nel centro di Milano gli africani che alloggiavano del residence di Bruzzano
MILANO - Ripetendo in coro il motto di Obama «Yes, we can», circa cento rifugiati provenienti da Eritrea, Etiopia, Sudan e Somalia, fino a martedì alloggiati nel residence abbandonato di Bruzzano, hanno sfilato mercoledì nel centro di Milano, dai giardini di Porta Venezia a piazza San Babila, diretti a Palazzo delle Stelline, in corso Magenta. Il corteo, composto da circa 200 persone, comprendeva anche militanti dei centri sociali e alcuni consiglieri locali di partiti di sinistra. Tra i cartelli e gli striscioni le scritte «No alle stragi del mare, accoglienza per tutti», «Vogliamo le nostre libertà» e «Chiediamo al governo italiano di rispettare i nostri diritti». La maggior parte di loro è arrivata in Italia partendo dalla Libia e raggiungendo dopo la traversata la Sicilia.
DENUNCIA DELLE VIOLENZE - Dopo essersi riposati e aver passato la notte nella struttura dell'ex Paolo Pini, assistiti dai medici volontari del Naga e dall'associazione Olinda. Punto d'arrivo del corteo corso Magenta, dove c'è una sede di rappresentanza della Comunità europea. Una marcia per rivendicare il diritto di restare in Italia e per denunciare la violenza subita martedì dalle forze dell'ordine. «Noi non vogliamo usare la forza - scrivono in un comunicato - ma se loro continuano le stesse azioni noi siamo pronti a fare la stessa cosa». Martedì, dopo lo sgombero dell'ex residence in disuso, erano stati diversi i tafferugli tra immigrati e forze dell'ordine, con alcuni feriti da entrambe le parti. Gli stranieri sono pronti a raggiungere il loro obiettivo e chiedere che i diritti di rifugiati e richiedenti asilo politico vengano rispettati. «Vogliamo solo un tetto stabile sotto cui dormire», è la loro richiesta. Gli stranieri interpellano l'Unione Europea chiedendo dove siano finiti «i milioni di euro che ha dato all'Italia destinati ai rifugiati politici».
Noi esprimiamo piena solidarietà ai Rifugiati! Mercoledì 22 Aprile 2009
Residence di Bruzzano, tafferugli
tra i rifugiati e la polizia: sette feriti
L' interventodegli agenti ha fatto scattare la protesta. Marcia al grido di «Yes, we can» fino al Paolo Pini
Siamo fortemente preoccupati di questa situazione, il come viene gestita la protesta legittima dei rifugiati provenienti dal Corno d' Africa La carica della polizia veramente inopportuna, e fortemente violenta nei confronti di persone disarmate, che chiedono un diritto legittimo come quello di una accoglienza dignitosa che non sia il solito teatrino dei centri di accoglienza per sei mesi come se i problemi si risolvono dopo sei mesi. Noi da anni chiediamo allo stato di dotarsi di un sistema di accoglienza nazionale rispettoso della dignità umana, della privacy dei beneficiari.
I vari governi che si sono succeduti in questo paese hanno fatto finta di non vedere questo problema. Stiamo parlando di richiedenti asilo, rifugiati, protezione sussidiaria dietro a queste parole ci sono degli esseri umani con bisogni di essere accolti e sistema in vere case non usati o trattati come fossero dei mobili sballottati da un posto all'altro, da una città all'altra. Noi chiediamo che si finisca con la gestione del sistema di accoglienza con carattere emergenziale. Bisogna spendere i soldi per l'integrazione dei rifugiati e protezione umanitaria o sussidiaria per trovare case, appartamenti dove accogliere queste persone, chiudere i vari centri di accoglienza i vari CPT, CDA, CARA ect... che succhiano risorse enormi per la loro gestione questi fondi destinarli per costruire delle case popolari per accogliere rifugiati politici come fanno tantissimi paesi civilissimi dell'Europa.
Quello che stiamo assistendo che centinaia di rifugiati costretti a fare atti eclatanti come l'occupazione dei palazzi o manifestazioni come questa di oggi, perché sono ignorati dallo stato che sulla carta gli ha accolti, ma di fatto sono abbandonati sulla strada. La soluzione proposta dall'Assessore per le politiche sociali la solita sistemazione provvisoria che non rispetta la persona dei suoi bisogni e della sua dignità. Basta con la speculazione sulla pelle dei rifugiati politici. L'Italia si decida se accogliere le persone rifugiate politiche o li lasci andare in altri paesi europei dove sono accolti dignitosamente. Rifugiati in Italia sono discriminati nel momento che lo stato non fa il suo dovere verso queste persone costringendoli di vivere nel totale indigenza, costretti a mendicare nelle messe della caritas o di altri organizzazione di beneficenza. Questo un atto discriminatorio di questi cittadini che restano fuori dal sistema di accoglinza incapace di dare accoglienza a tutti.
Invitiamo tutte le organizzazioni che si occupano di rifugiati chiedano con forza l'intervento della comunità Europea, perché Italia non rispetta i diritti dei rifugiati politici, non garantisce una accoglienza adeguata a degli esseri umani se non ad una minoranza residua di rifugiati. Non basta rilasciare un documento che attesta il riconoscimento dello status di rifugiato, bisogna che lo stato come fanno già gli altri paesi Europei anche l'Italia offra a queste persone una casa, un sussidio con cui vivere in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro.
Mosè
mercoledì 15 aprile 2009
MOSTRA LABORATORIO DISEGNO/PITTURA BINARIO95
Pensieri senza dimora presenta
Il giornale di strada di Roma
SEGRETERIA DI REDAZIONE
Stazione di Roma Termini Binario 1
Tel. 0647826360 fax. 0648907864
redazione@shaker.roma.it
www.shaker.roma.it
Coordinamento Editoriale
www.europeconsulting.it
Registrazione al Tribunale di Roma n. 36/2008 del 31/01/2008
Senz’arte né parte mostra collettiva di collage, acquerelli e pastelli Con il patrocinio del Municipio Roma III, parte la prima mostra itinerante di opere realizzate dalle persone senza dimora ospiti del centro diurno Binario 95 - adiacente la stazione di Roma Termini. Le pitture esposte rappresentano il prodotto di uno dei numerosi laboratori del centro, che da 3 anni è gestito dalla cooperativa sociale integrata Europe Consulting grazie ad un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Vodafone Italia, del Comune di Roma e delle Ferrovie dello Stato. La mostra sarà inaugurata il 17 aprile 2009 alle 18.30 al Simposio (via dei latini 11, San Lorenzo), il primo dei locali romani partner del progetto. Nei 3 mesi successivi si sposterà in diversi altri locali della capitale: 17 aprile - 24 aprile - SIMPOSIO, via dei Latini 11 ( San Lorenzo - RM) 8 maggio - 15 maggio - 360 GRADI, via degli Equi 57 (San Lorenzo - RM) 18 maggio - 24 maggio - Ristorante "LA REGOLA", via dei Volsci, 51 (San Lorenzo - RM) 29 maggio - 5 giugno – GARABOMBO, via dei Quattro Cantoni, 41 (Esquilino - RM) 26 giugno - 3 luglio - FLEXI, via Clementina 9 (Roma) 1 giugno - 29 giugno - IL BALLO DELLA TERRA, via dei Volsci 51 (San Lorenzo - RM) 3 luglio – 7 luglio – CITTA’ DELL’ALTRA ECONOMIA, Largo Dino Frisullo, all'interno del Campo Boario dell'ex mattatoio (RM) A giugno, la mostra sarà ospite di un evento speciale realizzato dal giornale di strada Shaker in collaborazione con lo scrittore Stefano Benni, che sosterrà il giornale con una performance gratuita. Il ricavato delle offerte permetterà al giornale di continuare a dar voce a chi vive ai margini della società. Maggiori informazioni su
www.shaker.roma.it
www.binario95.it
redazione@shaker.roma.it 06.47.82.63.60
Roma, nuova aggressione razzista. Un senegalese perde un occhio
Bisogna dire basta a questa violenza razzista che sta dilagando in Italia. Chiediamo a tutta la città di Roma di condannare questo episodio e che la giustizia faccia il suo dovere di punire questi criminali. La politica si assuma le sue responsabilità, chi semina vento raccoglie tempesta. In questi anni si è seminato odio verso il diverso, l' immigrato criminalizzandolo. Queste aggressioni sono figlie di una visone politica che usato il lato oscuro della società, una politica basata su luoghi comuni, paure della gente, spingendo le parti più emarginati ad entrare in competizione, cioè la guerra tra i poveri.
Dove la società civile di questa città di Roma? Bisogna che ci sia una indignazione totale di tutti gli strati della società per isolare questi criminali. Le istituzioni dove sono? dove la sicurezza? dove sono i soldati, polizia, carabinieri?
Non doveva essere garantita la sicurezza a tutti i cittadini di questa città di Roma?
Come e stato possibile questa aggressione di questo Uomo? Dove lo stato?
Mosè
Roma, nuova aggressione razzista. Un senegalese perde un occhio
di Massimiliano di Dio
«Mi piace l’Italia, Roma poi è sempre stata il mio sogno fin da bambino. Vorrei trovare un lavoro e rimanere qui». La tv è accesa nella stanza numero 80 al terzo piano del Policlinico Tor Vergata ma Samba Sow fatica a stare sveglio. Un amico va e viene. «È sfortunato – racconta – Samba non ha neppure una casa sua, lo ospitano alcuni connazionali. Tra di noi ci aiutiamo sempre».
Solo quando è nel corridoio sussurra: «I medici dicono che non riacquisterà più la vista ad un occhio». Poi rientra nella stanza e torna il sorriso anche se la benda che copre l’occhio sinistro di questo trentenne di Dakar lascia poco spazio all’immaginazione. L’aggressione razzista e il colpo inferto con una bottiglia di vetro rotta da Mirko Blasi, vent’anni di Tor Bella Monaca con precedenti per droga e reati contro la persona, sono entrambi dietro quelle garze bianche per le quali è davvero impossibile trovare un perché. Ci proverà la magistratura: lesioni personali gravissime aggravate dall’odio razziale, l’accusa per il giovane arrestato dai cararabinieri. Era tornato a casa a dormire, come se nulla fosse accaduto. Addosso aveva ancora la maglietta sporca di sangue.
Samba, torniamo a quella maledetta notte tra Pasqua e Pasquetta.
«Era poco dopo la mezzanotte. Sono uscito di casa per andare a comprare una ricarica telefonica. Volevo chiamare mio zio in Senegal e così sono andato in un bar di via Mussomeli con la macchina di un amico».
Poi cos’è accaduto?
«Fuori dal locale c’era un gruppetto di ragazzi. Bevevano, fumavano ma non li conoscevo. La macchina si è fermata proprio lì davanti, la batteria era scarica e loro hanno iniziato a insultarmi. ‘Negro di merda, che schifo di auto che hai, noi abbiamo quella buona’. Mi è venuto da sorridere e loro hanno continuato: ‘Vedi sto negro di merda, ride pure, morto di fame’».
È lì che hai deciso di chiuderti dentro la vettura?
«Sì, ho avuto paura. Sono sceso poco dopo, solo quando ho visto che era arrivato Salvatore, un mio conoscente».
Il gruppo però non si è fermato.
«Ho sentito uno urlare ‘Mirko’ mentre il ragazzo che chiamavano si dirigeva verso di me. Mi ha spintonato, continuando a insultarmi. In mano aveva una bottiglia, l’ha rotta sbattendola a terra e mi ha colpito all’occhio. ‘Sei un negro di merda, morto di fame’ continuava a gridare».
I carabinieri lo hanno arrestato per lesioni personali gravissime aggravate dall’odio razziale. Era la prima volta che subivi
un’aggressione xenofoba?
«Parole di quel tipo le senti sempre ma non ci fai caso. Quel tizio però voleva massacrarmi, per fortuna sono arrivate una persona che mi ha fatto salire sulla sua auto e subito dopo la pattuglia di Tor Bella Monaca. I carabinieri sono venuti anche ieri. ‘Stiamo lavorando per te’ mi hanno detto».
Da quanto tempo sei in Italia?
«Dal 2003, sono stato prima sei mesi a Firenze, poi sono venuto nella capitale. Roma è il mio sogno fin da bambino, vorrei restare a vivere qui».
14 aprile 2009
http://www.unita.it/news/83940/roma_nuova_aggressione_razzista_un_senegalese_perde_un_occhio
Roma, nuova aggressione razzista. Un senegalese perde un occhio
di Massimiliano di Dio
«Mi piace l’Italia, Roma poi è sempre stata il mio sogno fin da bambino. Vorrei trovare un lavoro e rimanere qui». La tv è accesa nella stanza numero 80 al terzo piano del Policlinico Tor Vergata ma Samba Sow fatica a stare sveglio. Un amico va e viene. «È sfortunato – racconta – Samba non ha neppure una casa sua, lo ospitano alcuni connazionali. Tra di noi ci aiutiamo sempre».
Solo quando è nel corridoio sussurra: «I medici dicono che non riacquisterà più la vista ad un occhio». Poi rientra nella stanza e torna il sorriso anche se la benda che copre l’occhio sinistro di questo trentenne di Dakar lascia poco spazio all’immaginazione. L’aggressione razzista e il colpo inferto con una bottiglia di vetro rotta da Mirko Blasi, vent’anni di Tor Bella Monaca con precedenti per droga e reati contro la persona, sono entrambi dietro quelle garze bianche per le quali è davvero impossibile trovare un perché. Ci proverà la magistratura: lesioni personali gravissime aggravate dall’odio razziale, l’accusa per il giovane arrestato dai cararabinieri. Era tornato a casa a dormire, come se nulla fosse accaduto. Addosso aveva ancora la maglietta sporca di sangue.
Samba, torniamo a quella maledetta notte tra Pasqua e Pasquetta.
«Era poco dopo la mezzanotte. Sono uscito di casa per andare a comprare una ricarica telefonica. Volevo chiamare mio zio in Senegal e così sono andato in un bar di via Mussomeli con la macchina di un amico».
Poi cos’è accaduto?
«Fuori dal locale c’era un gruppetto di ragazzi. Bevevano, fumavano ma non li conoscevo. La macchina si è fermata proprio lì davanti, la batteria era scarica e loro hanno iniziato a insultarmi. ‘Negro di merda, che schifo di auto che hai, noi abbiamo quella buona’. Mi è venuto da sorridere e loro hanno continuato: ‘Vedi sto negro di merda, ride pure, morto di fame’».
È lì che hai deciso di chiuderti dentro la vettura?
«Sì, ho avuto paura. Sono sceso poco dopo, solo quando ho visto che era arrivato Salvatore, un mio conoscente».
Il gruppo però non si è fermato.
«Ho sentito uno urlare ‘Mirko’ mentre il ragazzo che chiamavano si dirigeva verso di me. Mi ha spintonato, continuando a insultarmi. In mano aveva una bottiglia, l’ha rotta sbattendola a terra e mi ha colpito all’occhio. ‘Sei un negro di merda, morto di fame’ continuava a gridare».
I carabinieri lo hanno arrestato per lesioni personali gravissime aggravate dall’odio razziale. Era la prima volta che subivi
un’aggressione xenofoba?
«Parole di quel tipo le senti sempre ma non ci fai caso. Quel tizio però voleva massacrarmi, per fortuna sono arrivate una persona che mi ha fatto salire sulla sua auto e subito dopo la pattuglia di Tor Bella Monaca. I carabinieri sono venuti anche ieri. ‘Stiamo lavorando per te’ mi hanno detto».
Da quanto tempo sei in Italia?
«Dal 2003, sono stato prima sei mesi a Firenze, poi sono venuto nella capitale. Roma è il mio sogno fin da bambino, vorrei restare a vivere qui».
14 aprile 2009
http://www.unita.it/news/83940/roma_nuova_aggressione_razzista_un_senegalese_perde_un_occhio
martedì 14 aprile 2009
CINEMAFRICA - Haile Gerima: Ricordo quindi sono
Appunti di getto sul cinema del regista etiope, in occasione dell’uscita del film Teza, nelle sale italiane dal 27 marzo grazie alla Ripley’s Film. Articolo a cura di www.cinemafrica.org
di Leonardo De Franceschi
TezaDinknesh, la madre più vecchia che abbiamo, con il suo mezzo milione di anni, ci rinnegherà se ce ne stiamo con le mani in mano e lasciamo i moderni missionari chiamarla Lucy e fare un film intitolato Lucy. Lancerebbe una maledizione così forte che la terra si riaprirebbe per una seconda fase della Rift Valley, seppellendoci senza lasciare traccia. Se fossimo ancora vivi, nel cuore della terra, saremmo inseguiti dai più vecchi scheletri dell’umanità per il crimine di aver trascurato e tradito la nostra storia. [1]
L’uscita di Teza, primo film di Haile Gerima distribuito commercialmente in Italia, mi spinge a scrivere alcune riflessioni, e insieme a raccogliere, confusamente e di getto, ricordi e informazioni accumulate nel corso degli anni, su quello che rimane uno dei massimi autori del cinema africano. Il primo invito che mi viene da fare è ad ignorare gli accostamenti di comodo che la stampa italiana ha inteso fare, già ai tempi dell’anteprima veneziana, tanto a Novecento quanto a La meglio gioventù, in attesa che chi li ha proposti trovi un corrispettivo italiano a capolavori africani come Touki bouki, Xala, Yeelen. Ma, come ha affermato nella conferenza stampa romana del 17 marzo, visto che fare cinema serve a Gerima anzitutto per capire chi è e da dove viene, cerchiamo di mettere insieme qualche dato.
Haile Gerima nasce a Gondar, in Etiopia, il 4 marzo 1946, quarto fratello di dieci, con un padre scrittore e commediografo, di confessione copta, e una madre insegnante, cattolica. Da ragazzo recita in allestimenti diretti dal padre, drammi storici immersi nella tradizione profonda del Paese. Nel 1967 si trasferisce negli Stati Uniti, dapprima a Chicago, dove si forma da attore alla Goodman School of Drama, e dal 1972 a Los Angeles, dove si laurea in cinema alla UCLA e diventa uno dei motori della Scuola di Los Angeles, insieme a Charles Burnett (regista del recente Namibia: The Struggle for Liberation, presentato al Festival di Roma) e a Julie Dash. I suoi primi corti si intitolano Hour Glass (1971) e Child of Resistance (1972). L’affermazione internazionale arriva a Locarno con il primo lungo, Mirt Sost Shi Amit (Harvest 3000 Years, 1975), girato in Etiopia e in amarico, un rapsodico e lucido grido sulla sofferenza di un popolo contadino oppresso da millenni di sfruttamento feudale.
SankofaAlternando fiction e non fiction, Gerima lavora spesso in formule produttive cooperative, aperte al contributo degli studenti della Howard University, dove insegna dal 1976. Dello stesso anno è Bush Mama, co-fotografato in bianco e nero da Burnett, duro ritratto di una madre-coraggio afroamericana che cerca vanamente di assicurare un avvenire alla figlia, avuta con un ergastolano. Del 1977 è Wilmington 10-USA 10.000, documentario che affronta un clamoroso caso di razzismo giudiziario. Nel 1982, completa Ashes and Embers, sui veterani afroamericani del Vietnam, e tre anni dopo After Winter: Sterling Brown (1985), ritratto di un raffinato poeta, scrittore e critico. Nel 1993, porta a termine il film più sofferto e conosciuto, Sankofa, in concorso a Berlino: primo film di un autore indipendente afroamericano ad affrontare la tragedia della tratta atlantica, Sankofa è un doloroso viaggio di iniziazione indietro nel tempo, compiuto suo malgrado da una modella afroamericana, di passaggio in Ghana, nella fortezza da cui i suoi antenati erano stati portati via dai mercanti di schiavi europei secoli prima. Boicottato dalla stampa americana, adottato dalla comunità nera di Los Angeles e non solo, Sankofa conferma la carica antagonistica e l’energia poetica di Gerima.
Segue nell’anno successivo Imperfect Journey, prodotto dalla BBC e oggi visibile a spezzoni su Youtube, con cui ritorna in Etiopia per documentare insieme al fotografo e scrittore polacco Richard Kapuscinski gli orrori e le devastazioni lasciate nel Paese dal terrore rosso, intervistando i parenti degli studenti e oppositori politici sterminati dagli squadroni della morte di Menghistu Haile Mariam, come Takelech Beyene che interpreta in Teza Tadfe, la madre di Anberber. Non meno importante Adwa: An African Victory, in cui, nel 1999, ricostruisce, a partire da miti e racconti popolari, la memoria della lotta anticoloniale condotta alla fine dell’Ottocento dall’imperatore Menelik II con sua moglie Taitu alla testa di un esercito moderno e multiculturale, fino alla storica vittoria di Adua nel 1896. Presentato alla Mostra di Venezia, il film fa parte un dittico, il cui secondo capitolo (The Children of Adwa), dedicato alla resistenza condotta negli anni Trenta Adwa: An African Victorycontro l’esercito fascista, rimane bloccato da anni, a causa anche dell’ostilità opposta in Italia dall’Istituto Luce, detentore dei diritti su buona parte dei materiali di repertorio disponibili.
Come ha raccontato, ci sono voluti quattordici anni per veder realizzato Teza, il suo ultimo gioiello, presentato in anteprima mondiale il 2 settembre alla Mostra di Venezia (dove ha avuto il Gran Premio della Giuria, l’Osella per la Sceneggiatura e il Premio UNICEF), e poi via via a Toronto, Tunisi (dove ha vinto il Tanit d’Oro e altri quattro riconoscimenti), Amiens (Licorne d’Or), San Paolo, Londra, Salonicco, Dubai, Rotterdam (Dioraphte Award), fino alla recente affermazione al FESPACO di Ouagadougou. Una messe di premi impressionante, per un film (in)comprensibilmente ignorato dalla giuria degli Academy Awards ma che, grazie a Ripley’s Film, a parziale risarcimento delle tante sberle rifilate dai partner italiani a Gerima (che dal 1982 si produce e distribuisce in piena indipendenza), esce dal 27 marzo in Italia, prima ancora che in Germania e in Francia, paesi coproduttori, ma dopo l’Etiopia, dov’è stato presentato il 3 gennaio di quest’anno.
A colpire, in Teza, è anzitutto l’efficacia della libera struttura narrativa. Verrebbe da recuperare l’accezione pasoliniana di cinema di poesia, per una scrittura filmica, come quella di Gerima, che integra a un livello indiscernibile screenwriting, filming ed editing, affidando alla musica anche la funzione di partitura emotiva profonda. Teza rappresenta uno degli ormai rari casi, in cui la tradizione di un cinema africano, condannato per ragioni storiche ad essere portato avanti da figure di cineasti-totali – produttori, sceneggiatori, registi e talvolta, come in questo caso, persino montatori – trova ancora una sua miracolosa ragione d’essere. Evidentemente, come emerge dalla conferenza stampa, e da numerose interviste, questa necessità e forza poetica del discorso delle immagini è il risultato di un work-in-progress senza soluzioni di continuità, che le difficoltà produttive – imponendo un tour de force necessario a suturare una tempistica di lavorazione estremamente dilatata e due serie di location agli antipodi, sul piano scenografico, luministico e cromatico – e le possibilità del montaggio in AVID hanno moltiplicato all’ennesima potenza.
Scrivo anzitutto questo perché, contrariamente a larga parte dei film diretti dagli autori della sua generazione, Teza è un film sostanzialmente irraccontabile, che si sottrae felicemente a ogni tentativo di riduzione sinottica. Meglio immaginarselo, per chi non l’ha ancora visto, come un pattern strutturato di emozioni visive, in cui una coscienza, quella di Anberber, un biologo etiope formatosi in Germania Orientale negli anni Settanta, rivive catarticamente gli ultimi vent’anni vissuti, a cavallo fra Germania ed Etiopia. Questo viaggio a ritroso nella memoria è indotto dallo shock di vedere il proprio paese, in seguito al suo secondo ritorno nel 1990, Tezadevastato da una delirante guerra tra fazioni comuniste (filo-cinesi contro filo-albanesi) che combattono bambini-soldato rapiti nei villaggi (come la piccola protagonista di Feuerherz) e sbattuti in prima linea anche contro le forze indipendentiste eritree. La prostrazione di Anberber è anche fisica, perché, come si scoprirà fra un andirivieni temporale e l’altro, il biologo è scampato alla furia sanguinaria delle bande di Menghistu ma ha rischiato di morire per le conseguenze di una feroce aggressione razzista in Germania negli anni del dopo-muro, che l’ha lasciato mutilato.
La catarsi di Anberber è quella di un’intera generazione, che ha creduto di trovare nell’istruzione tecnica ottenuta in Occidente e nell’ideologia marxista la doppia chiave di volta per risollevare il proprio paese da millenni di sfruttamento feudale, trovandosi ostaggio di una banda di terroristi pronti a farsi scudo del loro sapere, per sterminare studenti, oppositori, uomini e donne che avevano scritto col proprio sangue la storia della resistenza anticoloniale contro l’aggressore italiano. Come e più di Harvest 3000 Years e Sankofa, Gerima costruisce Teza come una vera e propria macchina della memoria, nella quale lo spettatore, quali che siano, per così dire, i suoi saperi enciclopedici, si trova imbrigliato e sollecitato, a livello percettivo e razionale, a ricomporre i pezzi di un mosaico, la cui posta in gioco è la comprensione stessa del film come racconto, ma in cui la mano del cineasta-poeta ha sapientemente ricoperto le tracce della sinopia stesa dallo storico.
In Harvest 3000 Years, la macchina del tempo gestisce un curva ciclica millenaria, scandendola con una trama lineare di traumi (la morte accidentale della sorella, l’omicidio del padrone, il suicidio di Kebebe) che la fanno saltare, innescando la fuga verso il futuro del giovane Berihun, suggerito ellitticamente come narratore Haile Gerima premiato a Tunisinel prologo. In Sankofa, il viaggio nel tempo diventa un vero e proprio displacement spazio-temporale in cui la modella protagonista Mona, traumatizzata dal trovarsi in un luogo incrostato di memorie tragiche per le diaspore africane, si ritrova a vivere l’esperienza atroce del middle passage e del lavoro da schiava in una piantagione della costa sudoccidentale. Ma se l’indugiare analitico in diversi passaggi dialogici appesantisce nel primo caso il racconto, e un certo didascalismo dimostrativo stempera la forza espressiva del secondo caso, in Teza l’incastro temporale è servito da una retorica filmica talmente sorvegliata da rasentare l’aborrita perfezione.
Al termine di questo nuovo, straordinario, imperfetto viaggio nella memoria di una nazione, filtrato dalla coscienza, riconoscibile, di un personaggio-alterego, Gerima consegna allo spettatore, oltre a un prezioso bagaglio di esperienze percettivo-sensoriali e simboliche difficilmente dimenticabili, la fiammella fragile e preziosa di un non-sapere socratico, condiviso da custodi coraggiosi e non-riconciliati, come i ragazzi della grotta che graffiano sulle pareti la propria resistenza a ogni guerra, angry young men come Teodross, regalo di un incosciente studente etiope in terra di Germania a un futuro meticcio. Sapere di non sapere o, come il Montale di Ossi di seppia, sapere ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, significa anche per Gerima cominciare a guarire dal male di vivere.
[1] Haile Gerima, Triangular Cinema, Breaking Toys, and Dinknesh vs Lucy in Jim Pines, Paul Willemen (a cura di), Questions of Third Cinema, London, British Film Institute, 1989, p. 89.
Articolo a cura di www.cinemafrica.org
Liguria: immigrazione, al via i corsi di italiano gratuiti
Trentadue corsi di italiano gratuiti di 30 ore ciascuno, per circa 400 cittadini stranieri residenti in Liguria e finalizzati a conseguire la certificazione europea di lingue, verranno organizzati dalla Regione Liguria su proposta del vicepresidente e assessore alla Formazione, Massimiliano Costa e dell'assessore regionale al lavoro e all'immigrazione, Enrico Vesco.
Ogni corso prevede 20 ore di italiano e 10 ore di presentazione di argomenti e servizi utili per orientarsi nelle citta' e per aumentare le conoscenze sull'Italia. 'L'obiettivo dei primi corsi di Italiano per stranieri organizzati a livello regionale - spiegano il vicepresidente Costa e l'assessore Vesco - e' quello di garantire l'accoglienza e l'effettiva integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati regolarmente presenti sul territorio ligure, con particolare attenzione ai processi di inserimento sociale e alle forme di tutela rivolte alle donne'.
Oltre ai corsi sono infatti previsti ulteriori aiuti per favorire al massimo la partecipazione: da azioni di baby sitting, di accompagnamento, ai buoni pasto al supporto familiare attraverso piccole azioni a domicilio effettuate dalle associazioni di promozione sociale come Arci e Auser. I finanziamenti dei corsi ammontano a 358.000 euro di cui 170.000 provenienti dal FSE, il Fondo sociale europeo e 188.000 dal Ministero del Welfare. I corsi saranno realizzati da un insieme di Enti di formazione e associazioni tradizionalmente impegnate con i cittadini stranieri: dall'Arci regionale, all' Auser, dall'Isforcoop, all'Afet Aquilone, dal Circolo Parasio al centro territoriale permanente della scuola statale Biancheri, a Former e Lavagna sviluppo, accanto a una rete associativa presente su tutto il territorio ligure. 'Si tratta - spiegano Costa e Vesco - di una misura sperimentale di particolare rilievo che, in base ai risultati potra' essere riproposta e opportunamente migliorata'. Le iscrizioni ai corsi sono gia' aperte e i cittadini stranieri interessati avranno tempo fino al 20 aprile per presentare la domanda che potra' essere ritirata presso i circoli Arci presenti a livello regionale, le sedi Auser, le Camere del Lavoro della CGIL e le sedi degli enti di formazione. Tutte le informazioni sui corsi sono disponibili sui siti: www.arciliguria.it e www. auserliguria.it.
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