mercoledì 11 settembre 2019

Re: La recente nazionalizzazione delle scuole cattoliche

  Council of Catholic Hierarchs - Eritrea


A Sua Eccellenza Signor Semere Re'esom
Ministro dell'istruzione pubblica.
Asmara - Eritrea

                                                                               Asmara, 04 Settembre 2019


I contributi della Chiesa cattiica in campo educativo e le recenti statalizzazioni
1. E' da sempre nei desideri e nell'agenda di noi Vescovi della Chiesa Cattolica incontrarci con le autoritd governative per dialogare su tutto cid che attiene alla situazione della nostra Chiesa e della nostra Nazione. Purtroppo, a questo desiderio non d stato mai accordata una qualsiasi considerazione da parte delle autoritd statali. Cid, tuttavia, non ci induce a rinunciare ad elevare, ancora una volta, la nostra voce di protesta contro l'arbitrario e unilaterale provvedimento assunto di recente dal governo della Nazione con la statalizzazione delle nostre cliniche e delle nostre scuole, strutture attraverso cui la Chiesa adempie la sua missione.
2. Sono trascorsi quasi due anni da quando, per ordine del governo, d stata chiusa la "Scuola Secondaria Santissimo Redentore" del nostro Seminario di Asmara. Si tratta di un'istituzione che, dal lontano 1860, per pin di un secolo, spostandosi in varie localitd, ha svolto un'elevata funzione culturale e spirituale, coltivando numerosi giovani per il servizio della Chiesa e del Paese. La decisione di chiudere un'istituzione con all'attivo un contributo di tale portata ha lasciato interdetti tutti: chiunque abbia cercato di scorgervi una seppur minimamente plausibile spiegazione d rimasto privo di una risposta.

3. Successivamente si d proceduto alla requisizione di ben 8 nostre strutture sanitarie, con l'assurdo e irricevibile pretesto di essere dei doppioni (l). Nei mesi scorsi d seguita la nazionalizzazione di altre 2l cliniche. E ultimamente, lo scorso 3 settembre, eccoci con la nazionalizzazione di tre nostre scuole secondarie, una delle quali comprensiva anche delle classi elementari. Erano:
l) la scuola elementare e media inferiore e superiore "S. Giuseppe", dei Fratelli Lassalliani, Cheren;
2) la scuola media superiore dei Frati Cappuccini, Addi-Ugri;
3) la scuola media inferiore e superiore "S. Francesco", dei Frati Cappuccini, Massawa.
Su tutti questi provvedimenti formuliamo ora la nostra doverosa e legittima protesta.
4. Come abbiamo gid spiegato nelle piir svariate occasioni, la Chiesa, nel prendere una posizione su temi e problemi di rilievo, inizia con la dichiarazione della propria identitd e missione. Lo fa per l'ovvia ragione che quanto dice e fa, cosi come le istituzioni che fonda e coordina, scaturiscono dal slo essere e dalla missione di cui d stata investita dal suo Signore. Cristo suo fondatore, che ha
gli uomini durante la sua esistenza terrena, ha inviato la sua Chiesa a proseguire la sua stessa missione nel tempo e nello spazio. Anche se il compito primario della Chiesa di sanato e istruito annunciare la parola di salvezza, intrinseca a tale mandato d la "promozione integrale" della persona Di qui il suo impegno non secondario nei campi dell'istruzione, della sanitd e dello sviluppo sociale in generale. Svolge tali compiti non solo nell'interno dei suoi sacri recinti, bensi nei campi aperti delle scuole, delle cliniche e degli ospedali, dovunque ciod gli uomini e le donne reclamano il diritto e il bisogno di essere curati e istruiti e la Chiesa si sente in grado di contribuire al loro benessere globale, umana, la cura ciod dell'essere umano nell'anima e nel corpo.

5. Come nei due mila anni de] suo cammino attraverso la storia, anche oggi la Chiesa rivendica per sd un insieme di diritti e doveri strettamente derivanti dalla sua natura e dalla sua missione, come: insegnare i principi della fede cristiana, istituire e gestire centri e strutture per agevolare ai giovani l'accesso alle scienze umane e contribuire al progresso della societd, e quindi, proprio per questo, possedere proprietd mobili e immobili congrue allo svolgirnento della sua multiforme missione. Poichd si tratta di diritti naturali ad essa accordati da Dio stesso, permetterne o negarne l'esercizio non speffa, per nessun titolo, alla volontd o al capriccio di chicchessia.
6. Se, come si d detto, d diritto e dovere della Chiesa, da sempre e dappertutto, possedere e gestire strutture atte a promuovere la conoscenza \mana e spirituale, dagli asili alle pii elevate istituzioni universitarie, quali le finalitd specifiche della sua azione in tali ambiti?
a) Anzitutto si tratta di farne dei luoghi dove si formano le coscienze e si preparano uomini e donne pienamente maturi e qualificati ad occupare un proprio posto nella societd e ad offrirvi un proprio contributo; luoghi dove imparare a discernere i propri diritti e doveri e a far prevalere [e ragioni della giustizia e della pace;
b) le istituzioni educative della Chiesa offrono ai genitori la possibilitd di esercitare l'inalienabile diritto di scelta dei contesti e degli indirizzi forrnativi per i loro ligli;
c) d in tali istituzioni che la Chiesa offre la sua millenaria esperienza pedagogica e il suo plurisecolare patrimonio culturale al cittadino desideroso di adeguate conoscenze intellettuali e di un'autentica crescita umano-morale.
d) Nessun altro scopo, apefto o coperto, si propone la Chiesa nella gestione delle sue istituzioni educative, se non l'onesto, corretto e appassionato contributo alla promozione integrale dell'uomo, oggi come ieri. Lo possono testimoniare senza tema di smentita, quanti, uomini e donne di qualsiasi religione e corso di vita, sono passati per le nostre aule, vi hanno assaporato gli insegnarnenti di vita, e oggi sono sparsi per il rnondo intero. Le istituzioni religiose e lo sviluppo delle scuole nella nostra storia

7. Un rapido sguardo alla storia dell'istituzione seolastica e dei suoi sviluppi rivela un'innegabile veritd: fin dall'antichitd, anche nella nostra terra, i centri religiosi sono i luoghi della fioritura degli studi, della letteratura e dell'arte, insomffra della civiltd nel suo insieme; cid e particolarmente vero delle chiese Cristiane, cosi come delle moschee, che in tale modo si sono ritagliate nella storia un ruolo di preminenza. Tutti conosciamo il oontributo, nella riostra terra, degli antichi monasteri e chiese ortodosse, delle moschee e scuole coraniche, nella storia della scrittura e della letteratura. In sintesi, la formazione, la costituzione e la definizione identitaria e culturale del nostro paese sono fondamentalmente tributarie alle istituzioni religiose.
8. E' altrettanto noto l'apporto della Chiesa Cattolica nell'avvio e negli sviluppi dell'educazione moderna. Introducendo per prima l'arte tipografica nel Corno d'Africa, essa ha aperto la strada alla carta stampata e quindi all'evoluzione della cultura contemporanea.
In epoca coloniale, istituite dal governo per i nativi, e gestite dal Vicariato Apostolico nei limiti del livello di istruzione imposto a quest'ultimo dal governo stesso, ci furono delle rinomate scuole, come quelle di Addi Ugri (S. Giorgio), Segheneyti (S. Michele), Addi Keih (Salvago Raggi), Asmara (V. Emanuele). Dopo la seconda guerra mondiale, per limitarci alla sola cittd di Asmara, fiorirono il Comboni College, l'Universitd di Asmara, il Collegio La Salle, il Collegio S. Anna, la Scuola diurna e serale S. Bernardo, la Scuola primaria e secondaria di S. Antonio Godaif ... ed altre ancora. Dal1965, per iniziative di Sua Beatitudine Mons. Abraha Frangcois, di venerata memoria, furono attive a lungo circa 70 scuole;.annesse alle parrocchie rurali sparse in tutto il territorio.
A iniziare dai tempi del colonialismo italiano, isistemi amministrativi moderni, l'evoluzione della coscienza politica e della cultura letteraria, il progresso delle lingue, hanno trovato i loro migliori cultori negli eritrei usciti dalle scuole gestite dalla Chiesa cattolica e da altre denominazioni religiose. I loro contributi nei processi politici e nella lotta per l'indipendenza occupano un posto di eminenza nella storia di questo paese.
9. E dunque, in quale categoria di possibili e immaginabili spiegazioni inquadrare questo espropriare la Chiesa delle sue istituzioni educative, strumenti attraverso cui ha profondamente inciso nella crescita, nel progresso e nella civiltd di un intero popolo? Con quali fondamenti si di osato dichiararla, con i fatti piuttosto che con le parole, priva di ogni titolo e di ogni diritto di
rivendicazione nei riguardi di tali istituzioni? Se questo non d odio contro la fede e contro la religione, cos'altro pud essere? Togliendo i ragazzi e i giovani da strutture capaci di formarli ai supremi valori del timore di Dio e della legge morale, quali nuove generazioni si vuole preparare per il futuro di questo paese?
10. Con stretto riferimento alle scuole recentemente nazionalizzate, giustificazione del provvedimento non sono state citate dalle autorith, nd d'altronde potrebbero esserlo, nessuna trasgressione delle norme amministrative scolastiche, nessuna infrazione delle regole, nessuna inadeguatezza pedagogica o didattica, nessuna colpa per commissione o per omissione. Da sempre le nostre scuole si sono distinte per qualitd e livello, come d evidenziato dallo svolgimento delle loro quotidiane affivith, e soprattutto dal conseguimento dei migliori risultati negli esami nazionali.
In considerazione di tutto cid, ben lungi dal subire le recenti ingiustificabili alienazioni, esse i pii alti riconoscimenti e incoraggiamenti. Queste cose lo Stato le sa, e, se del caso, se ne pud sincerare riprendendo in mano i rapporti regolarmente inviati al ministero avrebbero dovuto meritare della pubblica istruzione nel corso degli anni.
11. Nella comprensione della Chiesa, d responsabilitd delle autoritd statali assicurare che tutti i cittadini trovino scuole e centri educativi all'altezza della loro missione, garantire ai ragazzi e ai giovani un insegnamento adeguato alla loro eti e alle varie fasi della loro crescita, verificare se le scuole svolgono fedelmente la loro funzione e se seguono le direttive nazionali in materia. Le stesse direttive nazionali devono essere concepite e applicate in maniera tale da essere di valido aiuto a chi ha un ruolo nello svolgimento della missione educativa, incoraggiando chi ha bisogno di incentivi, correggendo chi necessita di correzione, promuovendo la crescita delle istituzioni scolastiche statali e incentivando un'ulteriore qualificazione delf insegnamento e dei processi di ricerca e non statali in tale campo.
I diritti dei genitori e della Chiesa
12. Lo stato ha il dovere di riconoscere e rispettare i diritti universali dei genitori in materia, e questi ultimi hanno il diritto di scegliere i programmi e gli indirizzi scolastici che ritengono preferibili per i loro figli. La Chiesa stessa rivendica la libertd di offrire l'insegnamento scolastico a quanti scelgono di avvalersene. Questo diritto deve essere debitamente riconosciuto e rispettato.
13. Al di le di tutto cid, prendere risoluzioni e intraprendere azioni in qualsiasi modo lesive di questo ed altri diritti, non d accettabile, ed d soprattutto dannoso per tutti. Separando i ragazzi e i giovani dai loro genitori e dalla Chiesa, ignorando i suddetti diritti naturali e universali per "appropriarsi" di tutta la gioventi, impedendo di fatto alla societd civile e alla Chiesa di svolgere la loro missione a vantaggio degli uomini e delle donne di questo tempo e di questo paese, si finisce per restringere o rimuovere lo spazio dell'esercizio della legittima liberti e del diritto fondamentale ed universale delle persone. Quando tutto viene monopolizzato dallo Stato, allora viene negata la liberta del singolo e se ne paralizzano le attivitd. E dove la liberta e il diritto sono negati, non c'e piu spazio ne per la pace, ne per la liberta, ne per il diritto.
base a questi principi, noi, corne persone, come eritrei e come cattolici, formalmente respingiamo tutti i passi che, di tempo in tempo, vengono assunti dallo Stato contro le nostre istituzioni sociali. Ci dichiariamo non disposti a scendere a compromessosi con la violazione dei diritti e dei doveri che ci spettano come cittadini e come credenti. Non si dimentichi che, quando veniamo privati di tali diritti, il primo a divenirne vittirna sono gli uomini e le donne di questo paese, in fondo questo stessa nazione. Per le finalitd per le quali esistono, e per come hanno sempre operato e servito, le nostre istituzioni sono interamente a servizio del popolo e della nazione. Deve essere chiaro nella consapevolezza di tutti che, quando tali istituzioni vengono statalizzate e i diritti della Chiesa conculcati, i conseguenti gravissimi danni ricadranno sulle spalle dell'intero popolo e dell'intera nazione.
ln Conclusione
14. Dopo aver esplorato, seppure in minima parte, il passato e il presente della missione della Chiesa in campo educativo nel nostro paese, possiamo concludere che il consuntivo che ne emerge di segno altamente positivo e non presta il fianco a giudizi negativi.
Pertanto:
a) considerato che le azioni che si stanno assumendo ai danni delle nostre istituzioni educative e sanitarie sono contrarie ai diritti e alla legittima libertd della Chiesa, e pesantemente limitano l'esercizio dei postulati della sua fede, della sua missione e dei suoi servizi sociali, chiediamo che le recenti risoluzioni vengano rivedute e il conseguente corso d'azione tempestivamente fermato.
b) chiediamo inoltre che a tutte le istituzioni educative e sanitarie della Chiesa, in quanto legittimatemene appartenenti a noi cittadini eritrei, venga concesso di poter continuare i loro preziosie altamente apprezzati servizi al popolo.
c) In caso ci si trovasse di fronte a situazioni bisognose di correzioni o di aggiustamenti, non solo d bene, ma addirittura l'unica via praticabile, che cid awenga nel contesto di un aperto e costruttivo dialogo.
frutto la sua lunga tradizione, la sua plurisecolare esperienza, le sue energie e risorse, dare continuitd al suo servizio in campo educativo, a qualsiasi livello e di qualsivoglia genere, nel rispetto delle relative normative statali. Riteniamo lesiva della sua libertd e dei suoi diritti qualsiasi azione contraria a una tale
missione. Fintanto che non le saranno restituiti tali diritti, essa, insieme con i suoi fedeli, continuera ad elevare la sua implorante voce al Signore, cosi come non cesserir di chiedere giustizia a chi detiene il potere di amministrarla.
15. Dichiaramo altresi che d nei piani e nei propositi della Chiesa mettendo a
Che il Signore renda questa nazione un paese dove regnano la pace, la giustizia e la verita.
Gli Eparchi Cattolici
Mons. Menghisteab Tesfamariam, arcivescovo metropolita,
Mons. Thomas Osman, Eparca, Barentu.
Mons. Kidane Yebio, Eparca, Cheren.
Mons Fikremariam Hagos, Eparca, Segheneyti.

lunedì 9 settembre 2019

Eritrea: Lettera Appello al Governo Italiano


Al prof. Giusepep Conte,
presidente del Consiglio
p.c. on. Luigi Di Maio,
Ministro degli Esteri


Gentile presidente,
torniamo a scriverle, a nome dell’agenzia Habeshia, dopo la lettera-appello che le abbiamo inviato alla vigilia del suo viaggio ad Asmara, un anno fa. Un altro anno di gravi sofferenze e soprusi subiti dal popolo eritreo. E di grande delusione – l’ennesima delusione – per chi sperava che la firma del trattato di pace con l’Etiopia, dopo vent’anni di guerra, avviasse finalmente il nostro Paese sulla strada della libertà e della democrazia.
Vogliamo partire da un episodio accaduto proprio in questi giorni. Come certamente sa, il regime ha chiuso e preso possesso di sette scuola gestite da organizzazioni religiose, in maggioranza cattoliche ma anche cristiane protestanti e islamiche. Scuole completamente gratuite, frequentate dai ragazzi delle famiglie più povere ed emarginate e che operavano in diverse città, scelte con il criterio di intervenire lì dove la necessità è maggiore. Il Governo ha giustificato il provvedimento con la legge del 1995 che assegna alla esclusiva competenza dello Stato ogni forma di attività sociale e di assistenza. Ma che questa legge sia soltanto un pretesto emerge dal fatto che in realtà quegli istituti hanno operato per anni, senza che lo Stato si sia mai intromesso. C’è da credere, allora, che si tratti di una ritorsione contro la Chiesa Cattolica eritrea la quale, attraverso i suoi vescovi, ha sollecitato una concreta politica di riforme, l’attuazione della Costituzione approvata nel 1997 ma mai entrata in vigore, la convocazione di libere elezioni. 

E’ – questo delle scuole – solo l’ultimo anello di una lunga catena di vicende che dimostrano come dalla firma della pace in poi, nel luglio del 2018, in Eritrea in realtà non sia cambiato nulla. Prima ancora delle scuole, nel mese di luglio, sono stati progressivamente chiusi ben 21 ospedali o centri medici, anche questi gestiti da organizzazioni religiose, anche questi completamente gratuiti, anche questi unico, essenziale punto di riferimento per migliaia di persone delle classi più svantaggiate. Anche questi dislocati nelle zone dove sono più evidenti il bisogno, il disagio, la povertà. E queste prepotenze, pur colpendo di fatto, in primo luogo, proprio il popolo in nome del quale la dittatura dice di governare, per certi versi sono ancora il meno, perché non sono mai cessate persecuzioni molto più dirette, fatte di soppressione di ogni forma di dissenso, arresti, sparizioni forzate, carcerazioni senza alcuna accusa, galera, angherie e minacce anche nei confronti dei dissidenti della diaspora che cercano di combattere o comunque non esitano a denunciare il regime dall’esilio.
La realtà, in Eritrea, è cristallizzata a un anno e più fa: non è stato liberato uno solo delle migliaia di prigionieri politici (detenuti in condizioni inumane e quasi sempre in località segrete e inaccessibili) ma anzi altri se ne sono aggiunti; la Costituzione del 1997, “congelata” prima ancora che entrasse in vigore con il pretesto della guerra contro l’Etiopia, resta lettera morta; continua, nonostante non ci sia più neanche il pretesto del “nemico alle porte”, la militarizzazione totale della popolazione, attraverso quel servizio di leva a tempo indefinito che ha trasformato il paese una enorme caserma/prigione, fornendo al regime sia soldati in armi che manodopera a bassissimo costo per un lavoro che rasenta la schiavitù.

Che nulla sia cambiato lo dimostrano non solo le voci delle migliaia di ragazzi che continuano a scappare, svuotando l’Eritrea delle sue energie migliori, ma anche la recente relazione di Human Rights Watch e soprattutto il rapporto dell’Onu che nel luglio scorso (a un anno esatto dalla “pace”) ha confermato il mandato alla Commissione d’inchiesta sulla violazione dei diritti umani. O, peggio, se qualcosa c’è di nuovo, questo “nuovo” è solo un incredibile rafforzamento della dittatura, grazie all’apertura di credito “al buio” concessa al regime da parte della comunità internazionale e, in particolare, proprio dall’Italia, all’indomani della riconciliazione con l’Etiopia. Un rafforzamento, cioè, di quello che è il nodo cruciale: l’Eritrea è quello che è stata in tutti questi anni ed è tuttora – spingendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonarla – non perché ci fosse la guerra con l’Etiopia, ma perché ad Asmara è al potere una delle più feroci dittature del mondo.
Un anno fa, partendo per Asmara, lei tenne più volte a sottolineare il fatto che l’Italia era il primo Stato occidentale a recarsi in visita ufficiale in Eritrea dopo la firma della pace. Una visita che – si disse – avrebbe inaugurato una sorta di “nuovo corso”. A quel suo viaggio hanno fatto seguito diverse altre importanti “aperture”, come la missione ad Asmara dell’allora viceministro degli esteri Emanuela Del Re, con al seguito decine di imprenditori italiani, o l’impego a finanziare una serie di opere e infrastrutture nel paese. Ecco, a un anno di distanza, ribadiamo con ancora più forza l’appello che le abbiamo lanciato allora. Comprendiamo bene che un Governo, uno Stato, deve avere rapporti anche con dittature come quella di Asmara. E’ nell’ordine logico della politica internazionale. Il punto, però, è “come” vengono impostati questi rapporti. Si può fare finta di nulla, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, in nome di interessi geostrategici ed economici. Oppure si può partire proprio da quella realtà, per impostare ed aprire i rapporti ponendo precise condizioni preliminari: tenendo ben ferma, cioè, la questione del rispetto dei diritti umani come requisito irrinunciabile e invalicabile, anteposto ad ogni altro genere di interessi.

La cosiddetta “realpolitik” liquida o addirittura bolla il tipo di scelta che suggeriamo come del tutto teorica e non percorribile. In una parola, “roba da sognatori idealisti”. Noi ci limitiamo a ricordare che le innumerevoli situazioni di crisi che stanno sconvolgendo in questi anni l’Africa e più in generale il Sud del mondo, sono quasi sempre frutto proprio della “realpolitik”. E che la vera sfida, se si vuole trovare una soluzione a queste “crisi” disastrose che alimentano la fuga di milioni di persone, è avere il coraggio di adottare una politica diversa, più vicina agli interessi veri delle popolazioni e più attenta alle realtà in cui ci si trova ad operare.
Questo discorso vale anche per l’Eritrea, dove è la “realpolitik”, appunto, a contribuire a tenere in piedi la dittatura che è al potere ormai da vent’anni, contro il suo stesso popolo. Costituendo il nuovo esecutivo, lei ha voluto precisare che sarà “un governo di svolta”. Ecco, alla luce di quello che anche in quest’ultimo anno si è rivelata l’Eritrea, chiediamo a lei e al nuovo ministro degli esteri, Luigi Di Maio, di segnare una immediata, decisa discontinuità nei rapporti stabiliti dall’Italia nei confronti di Asmara. Un cambiamento netto, anzi, l’abbandono, in buona sostanza, di quella politica di progressivo riavvicinamento e “recupero” o addirittura di rivalutazione della dittatura di Isaias Afewerki, che è iniziata sul finire del 2013 ma che ha progressivamente segnato una accelerazione negli ultimi anni, fino a raggiungere il culmine nei mesi del suo precedente Governo.

Si tratta di scegliere tra l’attuale sistema di potere e la stragrande maggioranza della popolo eritreo che ne è schiavizzato. E i popoli non dimenticano mai chi si schiera al loro fianco. Di più: con questa scelta l’Italia può lanciare un segnale importante all’Unione Europea, inaugurando e guidando un modo diverso di porsi da parte del Nord nei confronti del Sud del mondo.
Confidiamo che vorrà tener conto di queste nostre considerazioni e nel ringraziarla comunque per l’attenzione che vorrà dedicarci, le inviamo i nostri più cordiali saluti,


don Mussie Zerai
presidente dell’agenzia Habeshia

martedì 30 luglio 2019

Precisazioni e chiarificazioni in margine alla nazionalizzazione delle cliniche cattoliche in Eritrea.



La Chiesa, nel continuare il suo servizio al suo Signore, non può non interessarsi anche dei problemi e delle necessità dell’uomo (salute, istruzione, etc.), perché vi è un preciso comandamento di Gesù Cristo, secondo il quale non basta amare e onorare Dio: è altrettanto doveroso amare il prossimo, tutti gli uomini, e fare loro del bene. Il servizio che la Chiesa offre agli uomini e alle donne per mezzo dei suoi figli e figlie non ha finalità di proselitismo religioso: molto semplicemente esse vanno incontro alle necessità degli uomini e delle donne di ogni tempo perché  ciò fa parte integrale della sua fede. Infatti “la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26).
Con riferimento alla recente nazionalizzazione delle cliniche cattoliche da parte del governo eritreo, in queste settimane abbiamo registrato alcuni commenti e dichiarazioni palesemente erronei e fuorvianti, a cui riteniamo di dover offrire essenziali chiarificazioni per chi ha interesse di conoscere la verità dei fatti.  
1.- Le recenti misure adottate dal governo eritreo, si dice, sarebbero un’applicazione del proclama del 1995!
Quando fu emanato quel Proclama, la Chiesa Cattolica in Eritrea consegnò alle più alte autorità statali una chiara ed articolata riflessione/risposta sui punti centrali del documento, con lo scopo di facilitare una reciproca comprensione e suggerire modifiche e correzioni al medesimo testo. Si partiva dalla premessa che non era possibile tacere quando ci si trovasse di fronte a problemi ed approcci che toccavano la propria identità, i propri diritti e doveri. Per questo si proponeva al Governo un dialogo, in quanto ciò costituiva parte della sostanza della libertà, la quale a sua volta avrebbe permesso alla Chiesa di autodefinirsi e di illustrare la propria identità, i propri diritti, missione e servizi. Più specificatamente, nella sua riposta, la Chiesa chiarì, puntualizzò e corresse gli errori e le imprecisioni contenute nel Proclama relativamente a quelle specifiche tematiche.
Tutto ciò premesso, la nostra risposta ribadì che ogni servizio che la Chiesa svolge a favore dell’uomo e della donna non solo non ha nulla di incompatibile con le leggi e con la legalità, ma si propone di sostenere i principi che lo stato, qualsiasi stato, afferma di volere promuovere per la vera e autentica crescita e maturità della società umana. In termini di tempo è di spazio, la Chiesa ha perseguito tali finalità per duemila anni e in tutti le latitudini del mondo. Ad essa non bastano chiese e cappelle per esplicitare la sua identità religiosa e celebrare la sua fede. Le occorrono luoghi e strutture anche per attuare quella componente integrale del suo credo religioso che è l’amore per il prossimo. La Chiesa non obbliga nessuno ad avvalersi delle sue attività socio-caritative; è semmai essa stessa obbligata, e ne ha il diritto, di adempiere tutti i suoi doveri verso chi sceglie di ricorrere ai suoi ministeri di carità: poiché, lo ribadiamo ancora una volta, ciò fa parte essenziale della sua fede, e senza di esso questa perde il suo significato. Perciò guai, se per inerzia o pigrizia della Chiesa, tali opere venissero a mancare fra i suoi ministeri! D’altra parte, se per intervento di forze esterne le venisse impedito di svolgere le opere di carità, verrebbe violato il suo diritto al libero esercizio della fede.
2.- Le istituzioni caritative gestite dalla Chiesa, si afferma, non apparterrebbero né ad essa, né agli istituti religiosi ivi impegnati, e nemmeno li riguardano, in quanto sono donazioni di enti di beneficenza.
a. Gli aiuti erogati ai bisognosi che ricorrono alle nostre strutture non sono donazioni di un non meglio specificato e definito, sedicente benefattore, bensì l’espressione di un’organica e programmata cooperazione inter-ecclesiale, cioè fra le comunità cattoliche sparse nel mondo da una parte, e le chiese viventi ed operanti in mezzo alle popolazioni in via di progresso, dall’altra. Gli enti di beneficenza che, in tale contesto, ci offrono i loro aiuti, lo fanno con la deliberata e dichiarata intenzione che siano a nostra completa disposizione, affinché tramite noi raggiungano i bisognosi. A tale fine, gli aiuti ci vengono consegnati in base ad una comprovata e consolidata fiducia nei nostri confronti. Altrimenti, perché mai i nostri partner non li avrebbero consegnati alle istituzioni statali? D’altro canto forse che gli stessi governi non ricevono aiuti destinati al popolo e alla nazione da parte di enti e istituzioni che anch’essi chiamano “sostenitori” o “partner”?
b. Le istituzioni di beneficenza sono libere, nel rispetto della legge, di fare gestire i loro aiuti da chi vogliono. In tale contesto esse scelgono di avvalersi delle congregazioni religiose cattoliche e consegnano ad esse i loro contributi, in quanto le ritengono competenti e dirette conoscitrici delle necessità e dei problemi delle nostre popolazioni.
c. In quanto persona giuridica, anche la Chiesa ha il diritto nativo di acquisire e di possedere: tale diritto afferisce alla sua identità, alla sua fede e ai suoi servizi.
d. Non vediamo nessun ragionevole motivo perché l’esercizio di un simile diritto possa essere vietato, fintantoché rimane immune da reati o da azioni a questi riconducibili. Anzi, tale esercizio è reso inderogabile dai bisogni e dalle necessità delle persone. Con coscienza tranquilla possiamo riaffermare l’integrità morale e la trasparenza deli nostri servizi, ieri come oggi, così come la loro utilità per gli uomini e le donne del nostro paese. E’ quanto può essere attestato da tutti, amici e meno amici, nella stessa misura.
e. In considerazione dei punti di cui sopra, le competenti autorità ministeriali e governative stesse hanno sempre riconosciuto quanto veniva in nostro possesso, attraverso un processo di ricognizione e registrazione legale, con relativa documentazione e sotto il nostro nome.
3. Le cliniche e le scuole gestite dalla chiesa, secondo qualche isolata voce, opererebbero solo in aree cattoliche!
a. Se non fosse che c’è sempre qualche incurabile ingenuo in giro pronto ad abboccare all’amo, e che non sarebbe giusto lasciare che gli ingannatori per hobby o per professione scorrazzino liberamente nei media, la falsità dell’addebito è talmente evidente, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di soffermarvisi.  L’lato numero e la diffusione nel mondo di eritrei, istruiti e curati nella scuole e nelle cliniche cattoliche senza distinzione  di razza, di religione, di cultura, sono una vivente testimonianza dell’universalismo delle nostre opere. Siccome tali opere, lungi dall’essere come dei segni sulla sabbia, sono riccamente documentate, archiviate, e riportate nei più svariati curricula e certificati, sarebbe estremamente agevole, per chi se ne curasse, conoscere chi ha studiato dove, e chi si è curato dove! Basterebbe una scorsa ai registri conservati nelle nostre strutture e nei competenti ministeri governativi.
b. Un altro punto che non richiede né studi approfonditi, né analisi, è la distribuzione delle nostre attività caritative e di promozione sociale nell’intero territorio nazionale: basterebbe aprire bene gli occhi e dare uno sguardo alla collocazione geografica delle nostri strutture da una parte, e le aree di insediamento delle comunità cattoliche dall’altra: così la grossolana falsità dell’addebito salterebbe da sola agli occhi!
c. L’accusa che la selezione dei destinatari delle nostre opere obbedirebbe a criteri etnici, religiosi, ecc… è platealmente smentita da un altro dato di fatto: non solo le persone che beneficiano dei nostri servizi, ma perfino quelle che erogano tali servizi – dal portinaio, agli insegnanti, agli, infermieri e ai medici  - appartengono alle più diversificate provenienze religiose, culturali, etniche!
5. Le strutture caritative, così l’ennesima bufala, sarebbero strumenti di proselitismo religioso!
a. I propagatori di questa falsità in genere si ricollegano a quella riportata al n.3 e, inevitabilmente, l’accusa gli si sfarina in mano: se queste strutture servono solo quanti appartengono già alla Chiesa cattolica, come è possibile che le medesime siano strumenti di proselitismo cattolico?
b. Possiamo lanciare una sfida? Se c’è qualcuno o qualcuna - fra le centinaia di migliaia di persone passate per le nostre strutture - a cui è stato chiesto di accettare il Cattolicesimo come precondizione per essere curati o istruiti,  può per favore farsi avanti e alzare la mano a conferma di tale illazione?  Siamo certi che i propagandisti si sarebbero trovati davanti a una smentita senza appello! Più semplicemente è nel modus operandi e nella missione della Chiesa non sfruttare la povertà degli individui per ingrossare le file dei suoi membri e, ugualmente, non accogliere chiunque, spinto o ingannato da interessi materiali, chiedesse di fare parte delle sue comunità di fedeli. Infatti la parola di Gesù è esplicita a tal proposito: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi  siete saziati” (Gv 6,26).
c. Ben diverso è invece il discorso di chi liberamente e spontaneamente chiede di unirsi alla Chiesa cattolica, perché edificato dalla testimonianza di vita e dalla totale dedizione a Dio e ai fratelli di quanti e quante operano nelle nostre strutture. Ma ciò, lungi  dal privare di un diritto il richiedente, è semmai motivo di onore per tutte la parti in gioco: per coloro che con la loro vita e il loro disinteressato servizio incarnano una testimonianza viva e credibile, come per quelli che con piena cognizione di causa, maturo discernimento e libera scelta, lasciandosi ispirare dalla testimonianza delle persone con cui vengono a contatto, decidono di unirsi alla Chiesa cattolica. Tale scelta è frutto della libertà e della lucida riflessione personale;[1] contestualmente, ogni persona ha il diritto inalienabile, radicato nella legge naturale e riconosciuto dalla leggi internazionali, di fare le  proprie scelte religiose, senza condizionamenti e senza coercizioni.



[1]

Further Clarifications on the Recent Nationalization of the Catholic Clinics in Eritrea



The Church, while carrying on her service to the Lord, cannot forsake the problems and difficulties of man (health, education…). In fact Jesus Christ has left her with an unambiguous commandment: it is not sufficient to love and honor God, it is as much mandatory to love one’s neighbor and to cater to his needs. The services that the Church renders to society through her sons and daughters have no purposes of religious proselytism. She serves man in his diversified needs only and simply because charity is a constitutive part of her faith: in fact, “faith without charity is dead” (Jm 2,26).
With reference to the nationalization of the Catholic Church’s clinics by the Eritrean government, in the last few weeks we have recorded some comments and declarations, which are overtly untrue and misleading. Hence,  the need, on our part, to offer our clarifications and refutations to such allegations for the sake of anyone interested in knowing the truth of the matter.
1.- The recent measures taken by the Government would be, it is said, an application of a 1995 proclamation!
When the Proclamation was issued, the Catholic Church earnestly elaborated a clear and articulate response on the central points of the document, and delivered a finalized text to the highest government authorities. Her aim in doing so was to facilitate a mutual understanding and to suggest modifications and amendments to the Proclamation. The legitimate presupposition from which the Church’s response set out was that it was impossible to keep silent when one is confronted with issues and approaches that, directly or indirectly, infringed on one’s identity, rights and duties. The proposal that was submitted to the Government as a result of the above premise was to be open to dialogue, as this was a substantial part of freedom, which in turn would allow the Church to define herself and to illustrate her duties, rights and mandate. More concretely, in her response, the Church clarified, specified and amended the errors and inaccuracies contained in the Proclamation.
With all of the above in mind, our response restated that whatever service that the Church carries out fort man’s benefit, far from being incompatible with law and legality, purports to buttress the principles that the state itself, every state for that matter, claims to be committed to, for the promotion of society’s veritable growth and maturity. In terms of time and space, the Church has pursued such goals for two thousand years now and in every latitude of the globe. She does not need only churches and chapels to celebrate her faith and to perform her worship. She needs places and structures as well, in order to give concreteness to that other dimension of her faith which is love for neighbor. Obviously the Church would never force anyone to resort to her social and charitable services. Instead, she has the duty, and the right, to fulfill all her responsibilities towards anyone who chooses to benefit from such services, because, let us repeat it once again, this is an irreplaceable part of her religious faith.  If the Church misses such a dimension, it is faith itself that falls into irrelevance. Woe then, if due to inertia or laziness, the Church fails to meet her vocation to the ministry of charity. On the other hand, if and when external forces prevent her from carrying on her works of charity, then they would violate her right to the free exercise of faith.
2. The charitable institutions of the Church - here is another specious allegation - would belong neither to her, nor to the religious institutes in charge of them, and they wouldn’t even concern them, as the said charitable institutions are donations from external benefactor entities.
a. The aid that is delivered out to the needy who come to our structures for help originates not from unspecified, undefined, self-styled benefactors; it is rather the result of an organic and properly planned inter-ecclesial cooperation, i.e. between the Catholic communities throughout the world and the church communities living and ministering in the developing countries. In this context, the donor entities deliver their aid to us with the clear understanding that it is put entirely at our disposal, so that, thorough us, it may  reach out the needy. To that purpose, the aid is delivered to us by the donors on the basis of a proven and consolidated trust towards us. Otherwise one cannot fathom why the donors would not send their donations to the state authorities! On the other hand, who can deny that the governments themselves do receive aid for the population from individuals, groups, and organizations which they call “supporters” or “partners”?
b. The donor institutions are free, always with due respect for the law, to choose or select whomever they see fit to run and administer their aid.  In our specific context, from the very beginning they have chosen to avail themselves of the Catholic religious institutes, and entrusted them with the responsibility of administering their contributions. This they have done on the basis of their high consideration for our personnel’s competence and first-hand knowledge of the needs and problems of our people.
b. Inasmuch as a juridical person, the Church too has the native right to acquire and possess. Such a right is rooted in her very identity, faith and multifarious charitable ministries.
c. This said, we don’t see any reasonable motivation why the exercise of such a right should be outlawed, as long as it remains immune from crime, or whatever action retraceable to crime. To the contrary, the exercise of such a right is made imperative by the urgent needs of the people. In this connection, we have the privilege of stating, with clear conscience, the moral integrity and the transparency of our charitable services to the people, yesterday as much as today, and to reiterate the critical importance of all such services for the people. This can be attest to, anytime, by everybody, friends and not friends alike.
d. In view of the above points, the competent ministerial and government authorities themselves have always recognized whatever aid came into our hands, through a process of recognition, legal recording and related documentation under our own name. 
3. Another gross misrepresentation: the clinics and schools of the Catholic Church would be located only in Catholic areas!
a. Gross misrepresentations such as the above wouldn’t deserve the slightest attention, if it were not for the existence of some  incurably naïve people ready to bite the hook, and for the need to keep track of the fabricators of lie running about the wide spectrum of social media. The sheer  number and the worldwide  spread of Eritrean men and women educated and treated in our catholic institutions irrespective of ethnicity, religion and culture, is an incontrovertible evidence of the universalism of our work.  All such activities are so well documented, properly filed and accurately recorded, that it would be extremely easy, for anyone interested, to verify who has studied or was treated where. Leafing through the registers kept in our centers and at the relevant government ministries would be sufficient to confirm the truth of our statements.  
b.   Another point which does not require particular enquires or deep analyses is the distribution of our charitable activities and  social promotion facilities (clinics and schools) throughout the national territory: it would suffice to give a glance at the map and identify  the location of our social structures on the one hand, and the areas of Catholic settlements on the other: no doubt, the falsehood of the above contention would come to the fore in no uncertain terms!
c. One more solid evidence disproving the claim that the services provided by our centers obey to ethnic, religious or cultural biases, is the fact that not only the beneficiaries of our centers, but the staff and the personnel working in them too, right from the doorman up to the teaching staff, the paramedical and the medical personnel, belong to the most diversified ethnic, religious, and cultural provenances.
4. According to one more hoax, our charitable institutions would be instruments of religious proselytism.
a. The propagandists of such an allegation, generally, reconnect themselves to the one we have already mentioned above (see n.3), and inevitably their accusation is pulverized by its own internal contradiction: if our social structures are supposed to serve only the members of the Catholic community, how on earth is it possible for them to become, at the same time, instruments of Catholic proselytism?   
b. At this point, may we launch a challenge? If, from among the hundreds of thousands of men and woman who have attended our institutions, there is someone to whom conversion to Catholic faith was requested as a precondition for access to our services, can he or she please raise his or her hand? We are definitely certain that the above accusers would be hopelessly belied by all the evidences to the contrary. More simply, it is a normative modus operandi of he Church not to exploit the poverty of people in order to increase the numerical consistency of her membership. By the same token, the Church would never accept anyone who would ask to join her faith community guided by material interests; for the Lord’s word is explicit: “you are looking for me, not because you saw the signs I have performed, but because you ate the loaves and had your fill” (Jn 6,26).
C. Quite different is instead the situation of those who, inspired by the witness of total dedication to God and to the brothers offered by the men and women serving in our structures, freely and spontaneously ask to join the Catholic Church. Here we have an instance in which the applicant cannot be deprived of the right of free choice. Rather, there is sufficient room for a legitimate pride for all the parties involved: for those who, with their life and selfless service, incarnate a living and credible witness, as well as those who, with full knowledge, mature discernment and free deliberation, choose to join the Catholic Church.  The truth in fact is that every person has the inalienable right, rooted in the natural law and recognized by international legislation, to make his religious choice, without coercion, manipulation or conditioning of any type.



mercoledì 10 luglio 2019

Clarifications about the recent nationalization of the Catholic Church’s Health Centers in Eritrea


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ERITREAN CATHOLIC SECRETARIAT (Er.C.S)
2/4 Digsa Street-178
P.O.Box 1990
ASMARA-ERITREA
Tel. 120514/125000
Fax +291-1-120070

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ASMARA
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Ref. No
Clarifications about the recent nationalization
of the Catholic Church’s Health Centers in Eritrea
Asmara, 25 June 2019
(Translation from the Tigrinya original language)
In recent weeks, twenty-one Catholic Church-owned clinics, spread throughout the country, have been confiscated on the orders of the Eritrean government. If we recall the eight closures of last year, again at the order of the government, the health Centers condemned to suffer such a fate amount to twenty-nine units. Though the Catholic Bishops have expressed their opposition to this measure, they have not yet received any response from the State authorities. On the other hand, some information has been passed on to the mass media which, for being decidedly erroneous or deliberately misleading, is confusing those who, far or near, are unable to verify its reliability. It is precisely for the benefit of the latter that we consider it our duty to offer the following clarifications and specifications.
1. Mr. Tajadin Abedel Aziz, Director of the Public Relations Office of the Ministry of Health, in an interview with Asmara’s correspondent of Radio Voice of America on 12 June 2019 said, against the evidence of the facts, that “it was a matter of administrative actions of delivery and not of closure or of nationalization of the Centers, or of intimidation of staff and employees.”
  • Well, we all know what the terms “delivery/passing on of something to someone” mean in the common modus operandi. How then to define behaviors such as: taking unilateral decisions about our structures and personnel without any previous agreement on the matter, without any notice, without a minimum of dialogue with the legitimate superior authorities who own those structures, without any attempt to understand the spirit and purpose of such institutions?
  • If it had been a matter of “delivery”, is it acceptable that those who requested them [the government envoys], indeed imposed them, did so without presenting a letter, a formal written piece of document of accompaniment, signed by the higher sending and ordering authority? In the absence of all this, can anyone politely tell us in which category of actions should we classify what has happened in our Centers in these days?
·         Such being the situation, it is useless to declare that this was not a question of nationalization: the action taken against our Clinics was not only such, but on account of the way it was carried out, it went far beyond mere nationalization! While in some locations actions of force were involved, in other Centers the staff were ordered to “get out of the way”, the premises were sealed, and the staff was placed in a position to be unable to accommodate patients…
·         Words of threat and bullying have been spoken in various Centers. This could be observed by people who, unexpectedly, found themselves involved during the course of these deplorable events. When the staff on duty at our Clinics were required to sign the property transfer of the premises, and legitimately and conscientiously replied that such an act was not of their competence - as they were just mere executors of higher orders, and specified that such an act was of competence of the Church authority - at this stage the reaction of those making the request was more of intimidation and, sometimes, of blandishment.
2. Often, when issues such as the ones we are now talking about are raised, there is a kind of mantra repeated over and over again: “We have not touched religion”, “religious freedom is protected and guaranteed by law”, “Eritrea is a secular state” (in Tigrinya ‘alemawi: secular’), “State and religions, Politics and religions are separate realities”, and so on.
·         It is our firm belief that, with the recent requisitions of our Clinics, a specific right of our religion has been violated, which prescribes “to love others and to do good to them”. Any measure that prevents us from fulfilling - within the law and without harming anyone - the obligations that come to us from the supreme commandment of brotherly love, is and remains a violation of the fundamental right of religious freedom. At the same time, another right is violated: the right of people who choose, or need to, make use of our social services.
·         To freely carry out a just obligation of one’s own religion, without harming others and in full compliance with the law, in no way can be configured as an encroachment on politics. In this case, neither we nor our social institutions can be accused of “political interference”, just as we cannot be accused of having exceeded the limits of our rights or of having committed acts of partisanship, ethnic-religious discrimination or favoritism, in our services among the population. The persons who, in one way or another, attend the contexts in which we operate and serve, will be able to witness to this without fear of denial.
·         Moreover, does the fact that a State pursues a secular political line imply the right to impede, on its part, the works of charity that are carried out on the basis of one’s religious belief? If there is a new definition of secularity, we would be really happy to know about it! Otherwise, what is the point of trumpeting the full respect of religious freedom while, at the same time, the State binds hands and feet (figuratively!) to those who, for a free personal choice, have dedicated their lives to the service of others, especially the neediest?
·      More was said about the clinics in question: it was stated that their closure would not have a significant (negative) impact on the NHS, and even if such an impact existed, it wouldn’t make any difference... There’s no need to discuss the matter! It would suffice that a third and autonomous party goes to the sites and checks the situation personally, or that it inspects the records of the Ministry of Health, which monthly collected reports on the activities carried out by our Clinics: it would have seen firsthand that the patients making daily use of such clinics are in the hundreds, while the annual figures amounted to more than 200.000 patients. These numbers are enough to highlight the total untenability of the aforementioned statements.
3. There are many States in the world, among which some of the countries not far from Eritrea, that follow the so-called “lay” or “secular” political line. Nonetheless, they have not banned the charitable and social works of the Church or confiscated the means and structures that the Church owns and uses to carry on such works. In those countries, the Church has always operated, and it still operates, without problems and without hindrance. Unfortunately, here with us, this pseudo-argument is becoming a pretext or a cover-up for an embezzlement of Church’s assets and for an unjust proscription of its social activities.
4. Finally, it must be taken note of , fortunately isolated, defamation campaign against the staff employed in the health Centers of the Catholic Church: innocent staff, who in this way is struck with impunity in its honorability. The creator of this muck-machine is a certain Edoardo Calcagno, journalist of the “Good Morning News” website . Having compiled information completely bereft of sources and evidence, the journalist carried out an irresponsible act, devoid of the most basic sense of professional ethics. Who’s behind it? What interests are at stake? Whatever the possible answers to these questions, the fact is that the reporter has presented the employees of our clinics in the guise of a corrupt gang, responsible for diverting the money destined for activities of the Centers. The recent government nationalization of the Clinics, always in his opinion, is to be regarded as a response to such misdeeds!
·         The very fact that someone like Calcagno, who has the blessing of living in a free and democratic country, has chosen to make such infamous judgments without having listened to the opinion of both sides involved, is in itself an indication of the non-transparent purpose of his work and of his questionable credibility.
·         Secondly, the charities that finance the activities of our Centers and regularly review the accounts are geographically not far from where he works; and it would not have been a superhuman undertaking for him to scroll through the regular reports that our offices submit to them semi-annually and annually.
·         Finally, the fact that the government officials charged with nationalizing the Clinics or, as they say, with “taking them under their care” have not made the slightest mention of corruption, financial mismanagement, incompetence, discrimination of any kind, doesn’t this say anything to the aforementioned journalist? If anything, the suspicion that comes to us is another: will it not have been the very efficiency and administrative cleanliness of our Centers that made them the victim of the measures that we now have to regret?
It is therefore clear that Mr. Calcagno’s charges do not find confirmation in the same bodies for which he has chosen to spend his generous advocacy!