giovedì 21 novembre 2019

World Day for the Rights of the Child 20/11/1989 - 2019


Today, World Day for the Rights of the Child. 30 years after the New York Convention, what do we celebrate? With what courage we can say that they have rights recognized by the international community to refugee children, refugees, migrants who are forced to survive in total degradation and degrading for their dignity as human beings, in Libyan camps, in refugee camps in Greece, in palaces crumbling in Italy, in makeshift tents in France and in many countries of East Europe, not to mention the Syrian, Afghan, Palestinian, Kurd, Iraqi, Somali, Eritrean, South Sudanese, Congolese, Burundian, Haitian, Venezuelan, Chilean children , Bolivia, Rohingya ect .... Where are the rights of all these children? exploited, enslaved, abused, up to slaughtered to sell vital organs. Children kept in detention in so-called large democracies such as the United States of America, where today hundreds of children are detainees separated from their parents, where these children suffer abuse and violence, this happens today !!! In the country where the convention to protect the rights of all the world's children was formed 30 years ago. But it seems that today this convention is worth nothing in the country where it was signed. What the UN has to celebrate today in the face of the violations perpetrated by the "democracies" let alone the others what they will do.

Giornata Mondiale del Infanzia 20/11/1989 - 2019

Oggi giornata mondiale per i diritti dell'Infanzia. 30 anni dopo la Convenzione di New York, cosa celebriamo ? Con quale coraggio possiamo dire che hanno dei diritti riconosciuti dalla comunità internazionale ai bambini rifugiati, profughi, migranti che sono costretti a sopravvivere in totale degrado e degradante per la loro dignità di esseri Umani, nei lager libici, nei campi profughi in Grecia, nei palazzi fatiscenti in Italia, nelle tende di fortuna in Francia e in molti paesi dell'East Europa, per non parlare dei bambini Siriani, Afgani, Palestinesi, Curdi, Iracheni, Somali, Eritrei, Yemeniti, Sud Sudanesi, Congolesi, Burundesi, Haiti, Venezuela, Cileni, Bolivia, Rohingya ect .... Dove sono i diritti di tutti questi bambini? sfruttati, schiavizzati, maltrattati, per fino macellati per vendere gli organi vitali. Bambini tenuti in detenzione nelle cosi dette grandi democrazie come gli stati uniti d'America, dove oggi centinaia di bambini sono detenuti separati dai loro genitori, dove questi bambini subiscono maltrattamenti e violenze, questo succede oggi !!! Nel paese dove 30 anni fa è stata formata la convenzione per tutelare i diritti di tutti bambini del mondo. Ma pare che oggi questa convenzione non valga nulla nel paese dove è stata firmata. L'ONU cosa ha da celebrare oggi di fronte a le violazioni perpetrate dalle "democrazie" figuriamoci gli altri cosa faranno.


giovedì 31 ottobre 2019

Libia: Appello Urgente dal Centro di detenzione Zawiya


Circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi, viviamo costantemente nella paura, perché sentiamo continuamente spari nelle vicinanze, noi chiusi qui, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiamo la vita. 
dal punto di vista interno a questo lager, si può dire che viviamo in un porcile. sono mesi che non riceviamo nulla per l'igiene personale,  siamo costretti a bere acqua salata, di cui non sappiamo la provenienza, problemi di salute è all'ordine del giorno, i più gravi sono le persone colpite dal TBC, che sono circa 40 persone, di cui 10 non hanno mai avuto nessuna assistenza, 3 sono in condizione gravissime, che nessuno si sta prendendo cura, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia. Si erano affacciati per un attimo quelli di MSF  circa un mese fa, poi non gli abbiamo più visti. Noi abbiamo bisogno urgente di un controllo medico tutti, sopratutto che si prendano cura delle persone già in evidente stato di necessità, che gli vediamo davanti a noi consumarsi, come se fossero delle candele arse dalla malattia, che gli sta consumando da dentro. L'UNHCR sono passati 4 giorni fa, si sono limitati a prelevare le impronte digitali di 34 persone, ignorando le persone malate da tempo, cosi come le persone che sono in attesa di reinsediamento dal febbraio del 2018, che prima erano nel lager di Bin Qisher, già la erano stati intervistati dai operatori di UNHCR, prima della loro evacuazione verso dove ci troviamo oggi a Zawiya. Ora si sentono abbandonati, molti sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendersi la via del mare, tutto questo dalla disperazione in cui siamo lasciati a sopravvivere. Abbiamo 7 casi di tentato suicidio, tra coloro che sono da un anno e più, costretti a spostarsi da un lager ad un altro, senza vedere uno spiraglio per il loro futuro. Poche settimane fa una donna Nigeriana malata che non ha trovato le cure è morta qui, anche una bambina 3 anni, ha perso la vita dopo una caduta, per il mancato di un tempestivo soccorso è morta. Ecco da ogni punto di vista viviamo in pericolo costante, per non parlare delle privazioni, e il degrado e le condizioni degradanti per la nostra dignità umana in cui siamo costretti a sopravvivere.
Chiediamo l'aiuto di tutte le istituzioni europee e alle agenzie per i diritti umani di mobilitarsi per trovare e mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di questi fratelli e sorelle che oggi si trovano nelle condizioni descritte dalle testimonianze che abbiamo raccolto. Ogni tentennamento e rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite Umane. 

don Mussie Zerai

Libya: Urgent Appeal from the Zawiya Detention Center


About 650 people, women and men of different nationalities of which 400 Eritreans and Ethiopians, live constantly in fear, because we continuously hear shots nearby, we shut here, without protection, without escape routes in case of attack, we risk our lives.
from the internal point of view of this camp, we can say that we live in a pigsty. For months we have received nothing for personal hygiene, we are forced to drink salt water, of which we do not know the origin, health problems is the order of the day, the most serious are the people affected by TB, which are about 40 people, of whom 10 have never had any assistance, 3 are in very serious condition, that nobody is taking care, with the serious risk of transmitting the illness to all of us. Those of MSF had looked out for a moment about a month ago, then we didn't see them again. We urgently need a medical check on everyone, especially that we take care of people already in a clear state of need, that we see them in front of us being consumed, as if they were burning candles from the disease, which is consuming them from within. UNHCR passed four days ago, they simply took the fingerprints of 34 people, ignoring people who had been sick for some time, as well as people who are awaiting resettlement since February 2018, who were previously in the concentration camp of Bin Qisher, they had already been interviewed by UNHCR staff, before their evacuation to where we are today in Zawiya. Now they feel abandoned, many have fallen into depression, others try to escape to take the path of the sea, all this from the desperation in which we are left to survive. We have 7 cases of attempted suicide, among those who have been for a year and more, forced to move from one camp to another, without seeing a glimpse of their future. A few weeks ago, a sick Nigerian woman who did not find treatment died here, even a 3-year-old girl, who lost her life after a fall, died due to a lack of timely help. Here from every point of view we live in constant danger, not to mention deprivation, and the degradation and degrading conditions for our human dignity in which we are forced to survive. 
We ask the help of all European institutions and human rights agencies to mobilize themselves to find and implement an extraordinary plan for the evacuation of these brothers and sisters who are today in the conditions described by the testimonies we have gathered. Every hesitation and postponement endangers the lives of hundreds of human lives.

Fr. Mussie Zerai

mercoledì 11 settembre 2019

Re: La recente nazionalizzazione delle scuole cattoliche

  Council of Catholic Hierarchs - Eritrea


A Sua Eccellenza Signor Semere Re'esom
Ministro dell'istruzione pubblica.
Asmara - Eritrea

                                                                               Asmara, 04 Settembre 2019


I contributi della Chiesa cattiica in campo educativo e le recenti statalizzazioni
1. E' da sempre nei desideri e nell'agenda di noi Vescovi della Chiesa Cattolica incontrarci con le autoritd governative per dialogare su tutto cid che attiene alla situazione della nostra Chiesa e della nostra Nazione. Purtroppo, a questo desiderio non d stato mai accordata una qualsiasi considerazione da parte delle autoritd statali. Cid, tuttavia, non ci induce a rinunciare ad elevare, ancora una volta, la nostra voce di protesta contro l'arbitrario e unilaterale provvedimento assunto di recente dal governo della Nazione con la statalizzazione delle nostre cliniche e delle nostre scuole, strutture attraverso cui la Chiesa adempie la sua missione.
2. Sono trascorsi quasi due anni da quando, per ordine del governo, d stata chiusa la "Scuola Secondaria Santissimo Redentore" del nostro Seminario di Asmara. Si tratta di un'istituzione che, dal lontano 1860, per pin di un secolo, spostandosi in varie localitd, ha svolto un'elevata funzione culturale e spirituale, coltivando numerosi giovani per il servizio della Chiesa e del Paese. La decisione di chiudere un'istituzione con all'attivo un contributo di tale portata ha lasciato interdetti tutti: chiunque abbia cercato di scorgervi una seppur minimamente plausibile spiegazione d rimasto privo di una risposta.

3. Successivamente si d proceduto alla requisizione di ben 8 nostre strutture sanitarie, con l'assurdo e irricevibile pretesto di essere dei doppioni (l). Nei mesi scorsi d seguita la nazionalizzazione di altre 2l cliniche. E ultimamente, lo scorso 3 settembre, eccoci con la nazionalizzazione di tre nostre scuole secondarie, una delle quali comprensiva anche delle classi elementari. Erano:
l) la scuola elementare e media inferiore e superiore "S. Giuseppe", dei Fratelli Lassalliani, Cheren;
2) la scuola media superiore dei Frati Cappuccini, Addi-Ugri;
3) la scuola media inferiore e superiore "S. Francesco", dei Frati Cappuccini, Massawa.
Su tutti questi provvedimenti formuliamo ora la nostra doverosa e legittima protesta.
4. Come abbiamo gid spiegato nelle piir svariate occasioni, la Chiesa, nel prendere una posizione su temi e problemi di rilievo, inizia con la dichiarazione della propria identitd e missione. Lo fa per l'ovvia ragione che quanto dice e fa, cosi come le istituzioni che fonda e coordina, scaturiscono dal slo essere e dalla missione di cui d stata investita dal suo Signore. Cristo suo fondatore, che ha
gli uomini durante la sua esistenza terrena, ha inviato la sua Chiesa a proseguire la sua stessa missione nel tempo e nello spazio. Anche se il compito primario della Chiesa di sanato e istruito annunciare la parola di salvezza, intrinseca a tale mandato d la "promozione integrale" della persona Di qui il suo impegno non secondario nei campi dell'istruzione, della sanitd e dello sviluppo sociale in generale. Svolge tali compiti non solo nell'interno dei suoi sacri recinti, bensi nei campi aperti delle scuole, delle cliniche e degli ospedali, dovunque ciod gli uomini e le donne reclamano il diritto e il bisogno di essere curati e istruiti e la Chiesa si sente in grado di contribuire al loro benessere globale, umana, la cura ciod dell'essere umano nell'anima e nel corpo.

5. Come nei due mila anni de] suo cammino attraverso la storia, anche oggi la Chiesa rivendica per sd un insieme di diritti e doveri strettamente derivanti dalla sua natura e dalla sua missione, come: insegnare i principi della fede cristiana, istituire e gestire centri e strutture per agevolare ai giovani l'accesso alle scienze umane e contribuire al progresso della societd, e quindi, proprio per questo, possedere proprietd mobili e immobili congrue allo svolgirnento della sua multiforme missione. Poichd si tratta di diritti naturali ad essa accordati da Dio stesso, permetterne o negarne l'esercizio non speffa, per nessun titolo, alla volontd o al capriccio di chicchessia.
6. Se, come si d detto, d diritto e dovere della Chiesa, da sempre e dappertutto, possedere e gestire strutture atte a promuovere la conoscenza \mana e spirituale, dagli asili alle pii elevate istituzioni universitarie, quali le finalitd specifiche della sua azione in tali ambiti?
a) Anzitutto si tratta di farne dei luoghi dove si formano le coscienze e si preparano uomini e donne pienamente maturi e qualificati ad occupare un proprio posto nella societd e ad offrirvi un proprio contributo; luoghi dove imparare a discernere i propri diritti e doveri e a far prevalere [e ragioni della giustizia e della pace;
b) le istituzioni educative della Chiesa offrono ai genitori la possibilitd di esercitare l'inalienabile diritto di scelta dei contesti e degli indirizzi forrnativi per i loro ligli;
c) d in tali istituzioni che la Chiesa offre la sua millenaria esperienza pedagogica e il suo plurisecolare patrimonio culturale al cittadino desideroso di adeguate conoscenze intellettuali e di un'autentica crescita umano-morale.
d) Nessun altro scopo, apefto o coperto, si propone la Chiesa nella gestione delle sue istituzioni educative, se non l'onesto, corretto e appassionato contributo alla promozione integrale dell'uomo, oggi come ieri. Lo possono testimoniare senza tema di smentita, quanti, uomini e donne di qualsiasi religione e corso di vita, sono passati per le nostre aule, vi hanno assaporato gli insegnarnenti di vita, e oggi sono sparsi per il rnondo intero. Le istituzioni religiose e lo sviluppo delle scuole nella nostra storia

7. Un rapido sguardo alla storia dell'istituzione seolastica e dei suoi sviluppi rivela un'innegabile veritd: fin dall'antichitd, anche nella nostra terra, i centri religiosi sono i luoghi della fioritura degli studi, della letteratura e dell'arte, insomffra della civiltd nel suo insieme; cid e particolarmente vero delle chiese Cristiane, cosi come delle moschee, che in tale modo si sono ritagliate nella storia un ruolo di preminenza. Tutti conosciamo il oontributo, nella riostra terra, degli antichi monasteri e chiese ortodosse, delle moschee e scuole coraniche, nella storia della scrittura e della letteratura. In sintesi, la formazione, la costituzione e la definizione identitaria e culturale del nostro paese sono fondamentalmente tributarie alle istituzioni religiose.
8. E' altrettanto noto l'apporto della Chiesa Cattolica nell'avvio e negli sviluppi dell'educazione moderna. Introducendo per prima l'arte tipografica nel Corno d'Africa, essa ha aperto la strada alla carta stampata e quindi all'evoluzione della cultura contemporanea.
In epoca coloniale, istituite dal governo per i nativi, e gestite dal Vicariato Apostolico nei limiti del livello di istruzione imposto a quest'ultimo dal governo stesso, ci furono delle rinomate scuole, come quelle di Addi Ugri (S. Giorgio), Segheneyti (S. Michele), Addi Keih (Salvago Raggi), Asmara (V. Emanuele). Dopo la seconda guerra mondiale, per limitarci alla sola cittd di Asmara, fiorirono il Comboni College, l'Universitd di Asmara, il Collegio La Salle, il Collegio S. Anna, la Scuola diurna e serale S. Bernardo, la Scuola primaria e secondaria di S. Antonio Godaif ... ed altre ancora. Dal1965, per iniziative di Sua Beatitudine Mons. Abraha Frangcois, di venerata memoria, furono attive a lungo circa 70 scuole;.annesse alle parrocchie rurali sparse in tutto il territorio.
A iniziare dai tempi del colonialismo italiano, isistemi amministrativi moderni, l'evoluzione della coscienza politica e della cultura letteraria, il progresso delle lingue, hanno trovato i loro migliori cultori negli eritrei usciti dalle scuole gestite dalla Chiesa cattolica e da altre denominazioni religiose. I loro contributi nei processi politici e nella lotta per l'indipendenza occupano un posto di eminenza nella storia di questo paese.
9. E dunque, in quale categoria di possibili e immaginabili spiegazioni inquadrare questo espropriare la Chiesa delle sue istituzioni educative, strumenti attraverso cui ha profondamente inciso nella crescita, nel progresso e nella civiltd di un intero popolo? Con quali fondamenti si di osato dichiararla, con i fatti piuttosto che con le parole, priva di ogni titolo e di ogni diritto di
rivendicazione nei riguardi di tali istituzioni? Se questo non d odio contro la fede e contro la religione, cos'altro pud essere? Togliendo i ragazzi e i giovani da strutture capaci di formarli ai supremi valori del timore di Dio e della legge morale, quali nuove generazioni si vuole preparare per il futuro di questo paese?
10. Con stretto riferimento alle scuole recentemente nazionalizzate, giustificazione del provvedimento non sono state citate dalle autorith, nd d'altronde potrebbero esserlo, nessuna trasgressione delle norme amministrative scolastiche, nessuna infrazione delle regole, nessuna inadeguatezza pedagogica o didattica, nessuna colpa per commissione o per omissione. Da sempre le nostre scuole si sono distinte per qualitd e livello, come d evidenziato dallo svolgimento delle loro quotidiane affivith, e soprattutto dal conseguimento dei migliori risultati negli esami nazionali.
In considerazione di tutto cid, ben lungi dal subire le recenti ingiustificabili alienazioni, esse i pii alti riconoscimenti e incoraggiamenti. Queste cose lo Stato le sa, e, se del caso, se ne pud sincerare riprendendo in mano i rapporti regolarmente inviati al ministero avrebbero dovuto meritare della pubblica istruzione nel corso degli anni.
11. Nella comprensione della Chiesa, d responsabilitd delle autoritd statali assicurare che tutti i cittadini trovino scuole e centri educativi all'altezza della loro missione, garantire ai ragazzi e ai giovani un insegnamento adeguato alla loro eti e alle varie fasi della loro crescita, verificare se le scuole svolgono fedelmente la loro funzione e se seguono le direttive nazionali in materia. Le stesse direttive nazionali devono essere concepite e applicate in maniera tale da essere di valido aiuto a chi ha un ruolo nello svolgimento della missione educativa, incoraggiando chi ha bisogno di incentivi, correggendo chi necessita di correzione, promuovendo la crescita delle istituzioni scolastiche statali e incentivando un'ulteriore qualificazione delf insegnamento e dei processi di ricerca e non statali in tale campo.
I diritti dei genitori e della Chiesa
12. Lo stato ha il dovere di riconoscere e rispettare i diritti universali dei genitori in materia, e questi ultimi hanno il diritto di scegliere i programmi e gli indirizzi scolastici che ritengono preferibili per i loro figli. La Chiesa stessa rivendica la libertd di offrire l'insegnamento scolastico a quanti scelgono di avvalersene. Questo diritto deve essere debitamente riconosciuto e rispettato.
13. Al di le di tutto cid, prendere risoluzioni e intraprendere azioni in qualsiasi modo lesive di questo ed altri diritti, non d accettabile, ed d soprattutto dannoso per tutti. Separando i ragazzi e i giovani dai loro genitori e dalla Chiesa, ignorando i suddetti diritti naturali e universali per "appropriarsi" di tutta la gioventi, impedendo di fatto alla societd civile e alla Chiesa di svolgere la loro missione a vantaggio degli uomini e delle donne di questo tempo e di questo paese, si finisce per restringere o rimuovere lo spazio dell'esercizio della legittima liberti e del diritto fondamentale ed universale delle persone. Quando tutto viene monopolizzato dallo Stato, allora viene negata la liberta del singolo e se ne paralizzano le attivitd. E dove la liberta e il diritto sono negati, non c'e piu spazio ne per la pace, ne per la liberta, ne per il diritto.
base a questi principi, noi, corne persone, come eritrei e come cattolici, formalmente respingiamo tutti i passi che, di tempo in tempo, vengono assunti dallo Stato contro le nostre istituzioni sociali. Ci dichiariamo non disposti a scendere a compromessosi con la violazione dei diritti e dei doveri che ci spettano come cittadini e come credenti. Non si dimentichi che, quando veniamo privati di tali diritti, il primo a divenirne vittirna sono gli uomini e le donne di questo paese, in fondo questo stessa nazione. Per le finalitd per le quali esistono, e per come hanno sempre operato e servito, le nostre istituzioni sono interamente a servizio del popolo e della nazione. Deve essere chiaro nella consapevolezza di tutti che, quando tali istituzioni vengono statalizzate e i diritti della Chiesa conculcati, i conseguenti gravissimi danni ricadranno sulle spalle dell'intero popolo e dell'intera nazione.
ln Conclusione
14. Dopo aver esplorato, seppure in minima parte, il passato e il presente della missione della Chiesa in campo educativo nel nostro paese, possiamo concludere che il consuntivo che ne emerge di segno altamente positivo e non presta il fianco a giudizi negativi.
Pertanto:
a) considerato che le azioni che si stanno assumendo ai danni delle nostre istituzioni educative e sanitarie sono contrarie ai diritti e alla legittima libertd della Chiesa, e pesantemente limitano l'esercizio dei postulati della sua fede, della sua missione e dei suoi servizi sociali, chiediamo che le recenti risoluzioni vengano rivedute e il conseguente corso d'azione tempestivamente fermato.
b) chiediamo inoltre che a tutte le istituzioni educative e sanitarie della Chiesa, in quanto legittimatemene appartenenti a noi cittadini eritrei, venga concesso di poter continuare i loro preziosie altamente apprezzati servizi al popolo.
c) In caso ci si trovasse di fronte a situazioni bisognose di correzioni o di aggiustamenti, non solo d bene, ma addirittura l'unica via praticabile, che cid awenga nel contesto di un aperto e costruttivo dialogo.
frutto la sua lunga tradizione, la sua plurisecolare esperienza, le sue energie e risorse, dare continuitd al suo servizio in campo educativo, a qualsiasi livello e di qualsivoglia genere, nel rispetto delle relative normative statali. Riteniamo lesiva della sua libertd e dei suoi diritti qualsiasi azione contraria a una tale
missione. Fintanto che non le saranno restituiti tali diritti, essa, insieme con i suoi fedeli, continuera ad elevare la sua implorante voce al Signore, cosi come non cesserir di chiedere giustizia a chi detiene il potere di amministrarla.
15. Dichiaramo altresi che d nei piani e nei propositi della Chiesa mettendo a
Che il Signore renda questa nazione un paese dove regnano la pace, la giustizia e la verita.
Gli Eparchi Cattolici
Mons. Menghisteab Tesfamariam, arcivescovo metropolita,
Mons. Thomas Osman, Eparca, Barentu.
Mons. Kidane Yebio, Eparca, Cheren.
Mons Fikremariam Hagos, Eparca, Segheneyti.

lunedì 9 settembre 2019

Eritrea: Lettera Appello al Governo Italiano


Al prof. Giusepep Conte,
presidente del Consiglio
p.c. on. Luigi Di Maio,
Ministro degli Esteri


Gentile presidente,
torniamo a scriverle, a nome dell’agenzia Habeshia, dopo la lettera-appello che le abbiamo inviato alla vigilia del suo viaggio ad Asmara, un anno fa. Un altro anno di gravi sofferenze e soprusi subiti dal popolo eritreo. E di grande delusione – l’ennesima delusione – per chi sperava che la firma del trattato di pace con l’Etiopia, dopo vent’anni di guerra, avviasse finalmente il nostro Paese sulla strada della libertà e della democrazia.
Vogliamo partire da un episodio accaduto proprio in questi giorni. Come certamente sa, il regime ha chiuso e preso possesso di sette scuola gestite da organizzazioni religiose, in maggioranza cattoliche ma anche cristiane protestanti e islamiche. Scuole completamente gratuite, frequentate dai ragazzi delle famiglie più povere ed emarginate e che operavano in diverse città, scelte con il criterio di intervenire lì dove la necessità è maggiore. Il Governo ha giustificato il provvedimento con la legge del 1995 che assegna alla esclusiva competenza dello Stato ogni forma di attività sociale e di assistenza. Ma che questa legge sia soltanto un pretesto emerge dal fatto che in realtà quegli istituti hanno operato per anni, senza che lo Stato si sia mai intromesso. C’è da credere, allora, che si tratti di una ritorsione contro la Chiesa Cattolica eritrea la quale, attraverso i suoi vescovi, ha sollecitato una concreta politica di riforme, l’attuazione della Costituzione approvata nel 1997 ma mai entrata in vigore, la convocazione di libere elezioni. 

E’ – questo delle scuole – solo l’ultimo anello di una lunga catena di vicende che dimostrano come dalla firma della pace in poi, nel luglio del 2018, in Eritrea in realtà non sia cambiato nulla. Prima ancora delle scuole, nel mese di luglio, sono stati progressivamente chiusi ben 21 ospedali o centri medici, anche questi gestiti da organizzazioni religiose, anche questi completamente gratuiti, anche questi unico, essenziale punto di riferimento per migliaia di persone delle classi più svantaggiate. Anche questi dislocati nelle zone dove sono più evidenti il bisogno, il disagio, la povertà. E queste prepotenze, pur colpendo di fatto, in primo luogo, proprio il popolo in nome del quale la dittatura dice di governare, per certi versi sono ancora il meno, perché non sono mai cessate persecuzioni molto più dirette, fatte di soppressione di ogni forma di dissenso, arresti, sparizioni forzate, carcerazioni senza alcuna accusa, galera, angherie e minacce anche nei confronti dei dissidenti della diaspora che cercano di combattere o comunque non esitano a denunciare il regime dall’esilio.
La realtà, in Eritrea, è cristallizzata a un anno e più fa: non è stato liberato uno solo delle migliaia di prigionieri politici (detenuti in condizioni inumane e quasi sempre in località segrete e inaccessibili) ma anzi altri se ne sono aggiunti; la Costituzione del 1997, “congelata” prima ancora che entrasse in vigore con il pretesto della guerra contro l’Etiopia, resta lettera morta; continua, nonostante non ci sia più neanche il pretesto del “nemico alle porte”, la militarizzazione totale della popolazione, attraverso quel servizio di leva a tempo indefinito che ha trasformato il paese una enorme caserma/prigione, fornendo al regime sia soldati in armi che manodopera a bassissimo costo per un lavoro che rasenta la schiavitù.

Che nulla sia cambiato lo dimostrano non solo le voci delle migliaia di ragazzi che continuano a scappare, svuotando l’Eritrea delle sue energie migliori, ma anche la recente relazione di Human Rights Watch e soprattutto il rapporto dell’Onu che nel luglio scorso (a un anno esatto dalla “pace”) ha confermato il mandato alla Commissione d’inchiesta sulla violazione dei diritti umani. O, peggio, se qualcosa c’è di nuovo, questo “nuovo” è solo un incredibile rafforzamento della dittatura, grazie all’apertura di credito “al buio” concessa al regime da parte della comunità internazionale e, in particolare, proprio dall’Italia, all’indomani della riconciliazione con l’Etiopia. Un rafforzamento, cioè, di quello che è il nodo cruciale: l’Eritrea è quello che è stata in tutti questi anni ed è tuttora – spingendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonarla – non perché ci fosse la guerra con l’Etiopia, ma perché ad Asmara è al potere una delle più feroci dittature del mondo.
Un anno fa, partendo per Asmara, lei tenne più volte a sottolineare il fatto che l’Italia era il primo Stato occidentale a recarsi in visita ufficiale in Eritrea dopo la firma della pace. Una visita che – si disse – avrebbe inaugurato una sorta di “nuovo corso”. A quel suo viaggio hanno fatto seguito diverse altre importanti “aperture”, come la missione ad Asmara dell’allora viceministro degli esteri Emanuela Del Re, con al seguito decine di imprenditori italiani, o l’impego a finanziare una serie di opere e infrastrutture nel paese. Ecco, a un anno di distanza, ribadiamo con ancora più forza l’appello che le abbiamo lanciato allora. Comprendiamo bene che un Governo, uno Stato, deve avere rapporti anche con dittature come quella di Asmara. E’ nell’ordine logico della politica internazionale. Il punto, però, è “come” vengono impostati questi rapporti. Si può fare finta di nulla, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, in nome di interessi geostrategici ed economici. Oppure si può partire proprio da quella realtà, per impostare ed aprire i rapporti ponendo precise condizioni preliminari: tenendo ben ferma, cioè, la questione del rispetto dei diritti umani come requisito irrinunciabile e invalicabile, anteposto ad ogni altro genere di interessi.

La cosiddetta “realpolitik” liquida o addirittura bolla il tipo di scelta che suggeriamo come del tutto teorica e non percorribile. In una parola, “roba da sognatori idealisti”. Noi ci limitiamo a ricordare che le innumerevoli situazioni di crisi che stanno sconvolgendo in questi anni l’Africa e più in generale il Sud del mondo, sono quasi sempre frutto proprio della “realpolitik”. E che la vera sfida, se si vuole trovare una soluzione a queste “crisi” disastrose che alimentano la fuga di milioni di persone, è avere il coraggio di adottare una politica diversa, più vicina agli interessi veri delle popolazioni e più attenta alle realtà in cui ci si trova ad operare.
Questo discorso vale anche per l’Eritrea, dove è la “realpolitik”, appunto, a contribuire a tenere in piedi la dittatura che è al potere ormai da vent’anni, contro il suo stesso popolo. Costituendo il nuovo esecutivo, lei ha voluto precisare che sarà “un governo di svolta”. Ecco, alla luce di quello che anche in quest’ultimo anno si è rivelata l’Eritrea, chiediamo a lei e al nuovo ministro degli esteri, Luigi Di Maio, di segnare una immediata, decisa discontinuità nei rapporti stabiliti dall’Italia nei confronti di Asmara. Un cambiamento netto, anzi, l’abbandono, in buona sostanza, di quella politica di progressivo riavvicinamento e “recupero” o addirittura di rivalutazione della dittatura di Isaias Afewerki, che è iniziata sul finire del 2013 ma che ha progressivamente segnato una accelerazione negli ultimi anni, fino a raggiungere il culmine nei mesi del suo precedente Governo.

Si tratta di scegliere tra l’attuale sistema di potere e la stragrande maggioranza della popolo eritreo che ne è schiavizzato. E i popoli non dimenticano mai chi si schiera al loro fianco. Di più: con questa scelta l’Italia può lanciare un segnale importante all’Unione Europea, inaugurando e guidando un modo diverso di porsi da parte del Nord nei confronti del Sud del mondo.
Confidiamo che vorrà tener conto di queste nostre considerazioni e nel ringraziarla comunque per l’attenzione che vorrà dedicarci, le inviamo i nostri più cordiali saluti,


don Mussie Zerai
presidente dell’agenzia Habeshia

martedì 30 luglio 2019

Precisazioni e chiarificazioni in margine alla nazionalizzazione delle cliniche cattoliche in Eritrea.



La Chiesa, nel continuare il suo servizio al suo Signore, non può non interessarsi anche dei problemi e delle necessità dell’uomo (salute, istruzione, etc.), perché vi è un preciso comandamento di Gesù Cristo, secondo il quale non basta amare e onorare Dio: è altrettanto doveroso amare il prossimo, tutti gli uomini, e fare loro del bene. Il servizio che la Chiesa offre agli uomini e alle donne per mezzo dei suoi figli e figlie non ha finalità di proselitismo religioso: molto semplicemente esse vanno incontro alle necessità degli uomini e delle donne di ogni tempo perché  ciò fa parte integrale della sua fede. Infatti “la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26).
Con riferimento alla recente nazionalizzazione delle cliniche cattoliche da parte del governo eritreo, in queste settimane abbiamo registrato alcuni commenti e dichiarazioni palesemente erronei e fuorvianti, a cui riteniamo di dover offrire essenziali chiarificazioni per chi ha interesse di conoscere la verità dei fatti.  
1.- Le recenti misure adottate dal governo eritreo, si dice, sarebbero un’applicazione del proclama del 1995!
Quando fu emanato quel Proclama, la Chiesa Cattolica in Eritrea consegnò alle più alte autorità statali una chiara ed articolata riflessione/risposta sui punti centrali del documento, con lo scopo di facilitare una reciproca comprensione e suggerire modifiche e correzioni al medesimo testo. Si partiva dalla premessa che non era possibile tacere quando ci si trovasse di fronte a problemi ed approcci che toccavano la propria identità, i propri diritti e doveri. Per questo si proponeva al Governo un dialogo, in quanto ciò costituiva parte della sostanza della libertà, la quale a sua volta avrebbe permesso alla Chiesa di autodefinirsi e di illustrare la propria identità, i propri diritti, missione e servizi. Più specificatamente, nella sua riposta, la Chiesa chiarì, puntualizzò e corresse gli errori e le imprecisioni contenute nel Proclama relativamente a quelle specifiche tematiche.
Tutto ciò premesso, la nostra risposta ribadì che ogni servizio che la Chiesa svolge a favore dell’uomo e della donna non solo non ha nulla di incompatibile con le leggi e con la legalità, ma si propone di sostenere i principi che lo stato, qualsiasi stato, afferma di volere promuovere per la vera e autentica crescita e maturità della società umana. In termini di tempo è di spazio, la Chiesa ha perseguito tali finalità per duemila anni e in tutti le latitudini del mondo. Ad essa non bastano chiese e cappelle per esplicitare la sua identità religiosa e celebrare la sua fede. Le occorrono luoghi e strutture anche per attuare quella componente integrale del suo credo religioso che è l’amore per il prossimo. La Chiesa non obbliga nessuno ad avvalersi delle sue attività socio-caritative; è semmai essa stessa obbligata, e ne ha il diritto, di adempiere tutti i suoi doveri verso chi sceglie di ricorrere ai suoi ministeri di carità: poiché, lo ribadiamo ancora una volta, ciò fa parte essenziale della sua fede, e senza di esso questa perde il suo significato. Perciò guai, se per inerzia o pigrizia della Chiesa, tali opere venissero a mancare fra i suoi ministeri! D’altra parte, se per intervento di forze esterne le venisse impedito di svolgere le opere di carità, verrebbe violato il suo diritto al libero esercizio della fede.
2.- Le istituzioni caritative gestite dalla Chiesa, si afferma, non apparterrebbero né ad essa, né agli istituti religiosi ivi impegnati, e nemmeno li riguardano, in quanto sono donazioni di enti di beneficenza.
a. Gli aiuti erogati ai bisognosi che ricorrono alle nostre strutture non sono donazioni di un non meglio specificato e definito, sedicente benefattore, bensì l’espressione di un’organica e programmata cooperazione inter-ecclesiale, cioè fra le comunità cattoliche sparse nel mondo da una parte, e le chiese viventi ed operanti in mezzo alle popolazioni in via di progresso, dall’altra. Gli enti di beneficenza che, in tale contesto, ci offrono i loro aiuti, lo fanno con la deliberata e dichiarata intenzione che siano a nostra completa disposizione, affinché tramite noi raggiungano i bisognosi. A tale fine, gli aiuti ci vengono consegnati in base ad una comprovata e consolidata fiducia nei nostri confronti. Altrimenti, perché mai i nostri partner non li avrebbero consegnati alle istituzioni statali? D’altro canto forse che gli stessi governi non ricevono aiuti destinati al popolo e alla nazione da parte di enti e istituzioni che anch’essi chiamano “sostenitori” o “partner”?
b. Le istituzioni di beneficenza sono libere, nel rispetto della legge, di fare gestire i loro aiuti da chi vogliono. In tale contesto esse scelgono di avvalersi delle congregazioni religiose cattoliche e consegnano ad esse i loro contributi, in quanto le ritengono competenti e dirette conoscitrici delle necessità e dei problemi delle nostre popolazioni.
c. In quanto persona giuridica, anche la Chiesa ha il diritto nativo di acquisire e di possedere: tale diritto afferisce alla sua identità, alla sua fede e ai suoi servizi.
d. Non vediamo nessun ragionevole motivo perché l’esercizio di un simile diritto possa essere vietato, fintantoché rimane immune da reati o da azioni a questi riconducibili. Anzi, tale esercizio è reso inderogabile dai bisogni e dalle necessità delle persone. Con coscienza tranquilla possiamo riaffermare l’integrità morale e la trasparenza deli nostri servizi, ieri come oggi, così come la loro utilità per gli uomini e le donne del nostro paese. E’ quanto può essere attestato da tutti, amici e meno amici, nella stessa misura.
e. In considerazione dei punti di cui sopra, le competenti autorità ministeriali e governative stesse hanno sempre riconosciuto quanto veniva in nostro possesso, attraverso un processo di ricognizione e registrazione legale, con relativa documentazione e sotto il nostro nome.
3. Le cliniche e le scuole gestite dalla chiesa, secondo qualche isolata voce, opererebbero solo in aree cattoliche!
a. Se non fosse che c’è sempre qualche incurabile ingenuo in giro pronto ad abboccare all’amo, e che non sarebbe giusto lasciare che gli ingannatori per hobby o per professione scorrazzino liberamente nei media, la falsità dell’addebito è talmente evidente, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di soffermarvisi.  L’lato numero e la diffusione nel mondo di eritrei, istruiti e curati nella scuole e nelle cliniche cattoliche senza distinzione  di razza, di religione, di cultura, sono una vivente testimonianza dell’universalismo delle nostre opere. Siccome tali opere, lungi dall’essere come dei segni sulla sabbia, sono riccamente documentate, archiviate, e riportate nei più svariati curricula e certificati, sarebbe estremamente agevole, per chi se ne curasse, conoscere chi ha studiato dove, e chi si è curato dove! Basterebbe una scorsa ai registri conservati nelle nostre strutture e nei competenti ministeri governativi.
b. Un altro punto che non richiede né studi approfonditi, né analisi, è la distribuzione delle nostre attività caritative e di promozione sociale nell’intero territorio nazionale: basterebbe aprire bene gli occhi e dare uno sguardo alla collocazione geografica delle nostri strutture da una parte, e le aree di insediamento delle comunità cattoliche dall’altra: così la grossolana falsità dell’addebito salterebbe da sola agli occhi!
c. L’accusa che la selezione dei destinatari delle nostre opere obbedirebbe a criteri etnici, religiosi, ecc… è platealmente smentita da un altro dato di fatto: non solo le persone che beneficiano dei nostri servizi, ma perfino quelle che erogano tali servizi – dal portinaio, agli insegnanti, agli, infermieri e ai medici  - appartengono alle più diversificate provenienze religiose, culturali, etniche!
5. Le strutture caritative, così l’ennesima bufala, sarebbero strumenti di proselitismo religioso!
a. I propagatori di questa falsità in genere si ricollegano a quella riportata al n.3 e, inevitabilmente, l’accusa gli si sfarina in mano: se queste strutture servono solo quanti appartengono già alla Chiesa cattolica, come è possibile che le medesime siano strumenti di proselitismo cattolico?
b. Possiamo lanciare una sfida? Se c’è qualcuno o qualcuna - fra le centinaia di migliaia di persone passate per le nostre strutture - a cui è stato chiesto di accettare il Cattolicesimo come precondizione per essere curati o istruiti,  può per favore farsi avanti e alzare la mano a conferma di tale illazione?  Siamo certi che i propagandisti si sarebbero trovati davanti a una smentita senza appello! Più semplicemente è nel modus operandi e nella missione della Chiesa non sfruttare la povertà degli individui per ingrossare le file dei suoi membri e, ugualmente, non accogliere chiunque, spinto o ingannato da interessi materiali, chiedesse di fare parte delle sue comunità di fedeli. Infatti la parola di Gesù è esplicita a tal proposito: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi  siete saziati” (Gv 6,26).
c. Ben diverso è invece il discorso di chi liberamente e spontaneamente chiede di unirsi alla Chiesa cattolica, perché edificato dalla testimonianza di vita e dalla totale dedizione a Dio e ai fratelli di quanti e quante operano nelle nostre strutture. Ma ciò, lungi  dal privare di un diritto il richiedente, è semmai motivo di onore per tutte la parti in gioco: per coloro che con la loro vita e il loro disinteressato servizio incarnano una testimonianza viva e credibile, come per quelli che con piena cognizione di causa, maturo discernimento e libera scelta, lasciandosi ispirare dalla testimonianza delle persone con cui vengono a contatto, decidono di unirsi alla Chiesa cattolica. Tale scelta è frutto della libertà e della lucida riflessione personale;[1] contestualmente, ogni persona ha il diritto inalienabile, radicato nella legge naturale e riconosciuto dalla leggi internazionali, di fare le  proprie scelte religiose, senza condizionamenti e senza coercizioni.



[1]