lunedì 26 novembre 2018

La dittatura eritrea: da che parte sta Jovanotti?



di Emilio Drudi

Jovanotti ha fatto uscire in questi giorni “Chiaro di luna”, un video che prende il titolo da una delle sue canzoni più ascoltate e più cantate nei 67 concerti Live tenuti quest’anno. Per ambientarlo ha scelto Asmara, in Eritrea. La città scorre veloce nelle immagini: le strade, le piazze, le “architetture italiane”, la sala del bar del cinema Roma, un salone di parrucchiere, piccole scene di vita quotidiana. Perché proprio Asmara? Un po’ per una specie di “ritorno alle radici”: il nonno di Jovanotti ha fatto per anni il camionista in Eritrea. Il resto lo ha spiegato lo stesso cantante: “Sapevo poco dell’Eritrea. Avevo solo sentito o letto qualche racconto sull’Africa OPrientale dei tempi che fu colonia. E poi le notizie che moltissimi dei ragazzi che arrivano in Italia attraverso il Mediterraneo sono eritrei. Da tanto volevo andarci… Lo avevo già programmato, in solitaria, zaino e via. Poi ho sentito che quello era il posto giusto per questa canzone e non c’era nessuna alternativa che mi convincesse. Volevo raccontare l’Africa senza stereotipi, perché non esiste luogo al mondo più complesso e più legato al nostro destino e gli stereotipi e le generalizzazioni fanno sempre e solo male. I ragazzi non scappano se trovano opportunità e maggiori spazi di lavoro. Sono orgoglioso di starci e di tornarci in Eritrea. Proprio come Yonas, un giovane eritreo esperto di video che ci ha fatto il backstage e che ha deciso di recente di tornare dall’Italia ad Asmara con sua moglie e sua figlia”.
Ma ci sono tanti, tantissimi, la maggioranza tra i giovani della diaspora, che non la pensano come Yonas. E che non vogliono né possono tornare in Eritrea, perché dall’Eritrea sono stati costretti a scappare per non finire schiavi della dittatura. Perché la loro, in una parola, è una “fuga per la vita”. Dei loro sentimenti si è reso interprete il Coordinamento Eritrea Democratica: “Il punto – dice - è uno solo: in occasione della promozione del video si può stare al gioco della dittatura, che sta cercando di fare della pace appena firmata con l’Etiopia l’ennesimo pretesto propagandistico per rafforzarsi; oppure si può fare della pace uno strumento per il ritorno della libertà e della democrazia. Tutto qui: basta scegliere. Anzi, mai come adesso bisogna scegliere: o con la dittatura o con chi si batte per una nuova Eritrea”.
Poche, chiare parole. Accompagnate però da una lunga lettera a Jovanotti. La riportiamo di seguito integralmente.

Caro Jovanotti,
le scriviamo a nome del Coordinamento Eritrea Democratica, una organizzazione che riunisce le principali forze di opposizione e resistenza presenti in Italia contro il regime di Asmara. Abbiamo visto il video che accompagna le sue ultime musiche. Sarebbe stato difficile, del resto, non vederlo: l’Ansa lo ha messo in rete, lo hanno rilanciato numerose testate giornalistiche, il Tg-1 gli ha dato un grande rilievo….
Bello. Tutto bello. Non nascondiamo che ha suscitato in noi una certa emozione. E ci ha riempito il cuore di nostalgia per la nostra terra. I ragazzi che ha scelto come “protagonisti”: la giovane coppia, in particolare. E la gente. La partita a dama. Due chiacchiere davanti a un caffè, in un magnifico bar d’epoca come qui in Italia non se ne trovano più. La corsa ciclistica con i tifosi assiepati lungo le strade. E poi gli scorci e gli edifici di Asmara, questa città magnifica, che ci riempie d’orgoglio, non a caso dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Però…
Però, c’è un però. Anzi, più di uno. Da quelle immagini emerge un’Eritrea che non c’è. Forse lei non se ne è accorto, ma non c’è. Non c’è quella serenità o anche solo quella “normalità” che suggerisce il filmato. Se è vero, come è vero, che una città è il “luogo dello stare insieme”, allora Asmara non è più una città, perché ad Asmara non si vive più “insieme”: basta grattare un po’ ed emergono diffidenza, sospetto, paura. E i ragazzi eritrei, purtroppo, sono lontanissimi dal quadro suggerito da quella descrizione a tinte rosa della sua storia. La storia, la vita vera dei giovani eritrei, la racconta, ad esempio, la terribile vicenda di Ciham Ali Ahmed.
Ciham è una ragazza di 21 anni, con cittadinanza eritrea e statunitense, figlia dell’ex ministro dell’informazione, accusato di “cospirare” contro il Governo e fuggito in esilio. E’ stata arrestata nel 2012, quando di anni ne aveva appena 15, l’età di molti dei suoi fans, quella in cui ci si affaccia alla vita pieni di sogni e speranze. Ma i sogni e le speranze di Cihan sono stati bruscamente troncati quel giorno in cui la polizia di frontiera la ha bloccata e gettata nel buio di una galera, mentre stava cercando di entrare in Sudan insieme allo zio, fatto sparire a sua volta, così come è sparito anche il nonno, arrestato arbitrariamente, senza accuse da cui potersi difendere, e morto in carcere. C’è da pensare a una rappresaglia contro una famiglia di dissidenti, invisi al regime. Non solo: in questi sei lunghissimi anni di carcere i suoi genitori, i suoi fratelli, Ciham non hanno mai potuto vederla né sentirla. Perché Ciham è una detenuta incommunicando, cioè totalmente segregata dall’esterno. Proprio in queste settimane, mentre lei si accingeva a partire per l’Eritrea, Amnesty ha lanciato una mobilitazione internazionale per chiedere al Governo dove sia finita Cihan, per liberarla e riunirla ai suoi cari…
Ma lei non si è accorto di Cihan.
Si vedono, nel filmato, strade tranquille e gente spensierata. Ma nessuno è tranquillo davvero in Eritrea, perché per passarsela male basta un niente: basta appena appena che il regime sospetti che non sei allineato. Basta la soffiata di un delatore. E, infatti, il paese è stato trasformato in uno stato-prigione. Pensi, che ci sono oltre 300 carceri, nelle quali sono rinchiusi, perseguitati, torturati, talvolta uccisi, 10 mila prigionieri politici. Badi, 300 carceri con una popolazione di 5 milioni di abitanti: nel Lazio, con lo stesso numero di abitanti dell’Eritrea, di carceri ce ne sono 12. Ma in Eritrea gli arresti degli oppositori sembrano non finire mai. L’ultimo caso è quello di Berhane Abrehe, ex ministro delle finanze ed ex delegato alle Nazioni Unite. Anche lui è stato fatto sparire: arrestato per strada ad Asmara, non si sa nemmeno in quale galera sia finito. E’ “colpevole” di aver scritto un saggio in cui spiega il suo progressivo distacco dal regine e di aver poi invitato il presidente Isaias Afewerki a un confronto alla Tv di Stato sulla politica condotta in questi anni.
Ma lei non se ne è accorto.
Ed è strano che, sempre nel filmato, non compaia un solo giovane in divisa militare. Neanche di sfuggita. Strano perché in Eritrea tutti sono soggetti a una leva, in armi o come soldati-lavoratori, che dura un numero indefinito di anni, dall’adolescenza alle soglie della vecchiaia. Questa è la vita vera degli eritrei: la militarizzazione totale che ti ruba metà dell’esistenza. E che, finora, non si è attenuata nemmeno dopo la firma della pace a cui il regime è stato trascinato dall’Etiopia con la sua politica di riforme e distensione che sta trasformando il Corno d’Africa. Anzi, il conflitto ventennale contro Addis Abeba si è appena concluso, ma non è da escludere che venti di guerra tornino già a soffiare: dopo aver messo a disposizione le basi da cui partono gli aerei della coalizione saudita che ogni giorno vanno a bombardare indiscriminatamente lo Yemen (colpendo anche scuole, ospedali, mercati, moschee, ogni genere di obiettivi civili), ora Asmara sembrerebbe intenzionata ad offrire propri contingenti militari da inviare a combattere contro i ribelli Houti, al di là del Mar Rosso. Così avrà l’ennesimo alibi per non smobilitare. Fa così dal 1994, l’anno della guerra contro il Sudan, la prima di una lunghissima serie.
Ma lei non se ne è accorto.
Tutto questo orrore è stato ampiamente provato ed evidenziato da ben due inchieste dell’Onu, pubblicate nel 2015 e nel 2016. Nella prima si afferma che in Eritrea è stato eletto il terrore a sistema di potere, violando sistematicamente i diritti umani. Nella seconda, si rileva che ci sono  elementi più che sufficienti per deferire i principali responsabili del regime alla Corte internazionale dell’Aia.
Ma lei non se ne è accorto.
Allora, bello, bellissimo il suo filmato. Peccato che descriva o, quanto meno, suggerisca una immagine ingannevole dell’Eritrea. Un’Eritrea che dal 1993, quando ha conquistato l’indipendenza, in realtà non c’è mai stata. O meglio, quell’Eritrea c’è stata per sole 24 ore: è nata ed è morta lo stesso giorno dell’indipendenza. Ci fu, quel giorno, una festa enorme. La gente sembrava impazzita di gioia e di fiducia nel futuro. Tutti erano convinti, quel giorno, quel breve giorno, che fosse iniziato il cammino verso un’Eritrea libera, democratica, aperta. Ma quel sogno è stato subito soffocato. E quella incontenibile gioia dei ragazzi che si abbracciavano e ballavano per strada si è spenta totalmente via via che quegli stessi ragazzi sono diventati adulti e vecchi. Peggio ancora, si è spenta nei loro figli, che infatti sono scappati e continuano a scappare a migliaia anche dopo la firma della pace, perché il problema vero è la dittatura, molto prima e più della guerra. Secondo i dati dell’Unhcr, dalla metà di luglio alla fine di ottobre, sono oltre 15 mila i nuovi esuli, soltanto verso l’Etiopia. Un esodo che sta svuotando il paese delle sue energie migliori. E ne uccide il futuro…
Ma lei non si è accorto neanche di questo.
Se vuole, possiamo discutere insieme di queste cose. Che ci spezzano il cuore, ma di fronte alle quali non ci arrendiamo. Noi saremmo lieti di incontrarla per un confronto franco e senza pregiudizi, ma in pubblico.


Il diritto dei deboli non è un diritto debole!

Meno sgomberi, più accoglienza diffusa
Il diritto dei deboli non è un diritto debole!
Bisogna evitare a tutti livelli, l'affermazione di fatto di un principio molto grave, che "il diritto dei deboli possa essere un diritto debole" questo è inaccettabile in una democrazia sana e matura, perché una vera democrazia fa di tutto per tutelare il diritto dei più vulnerabili, dei più deboli, a maggior ragione di chi è arrivato rischiando la vita convinto di trovare protezione e asilo. I fatti di questi ultimi mesi e l'annunciato decreto sicurezza rischiano di far passare nel opinione pubblica l'idea che il diritto dei più deboli è calpestabile, che non vale nulla, perciò un diritto debole. Tutto ciò è gravissima lesione alla dignità delle persone che si trovano in stato di bisogno e di fragilità. Una dannosa erosione di valori che danno sostanza alla democrazia, la Solidarietà, la Giustizia, la Libertà.
Roma. Parte dei migranti evacuati dal campo “spontaneo” dietro la stazione Tiburtina vagano ancora da una strada all’altra. Dormono all’aperto. Mangiano, dove quando e come possono. Nessuno mette in dubbio la legittimità di questo e di altri, analoghi sgomberi di centri accoglienza improvvisati o di edifici invasi abusivamente. Oltre tutto, strutture di questo genere finiscono, più volte, per creare situazioni molto border line, nelle quali riesce a infiltrarsi di tutto. Solo che spesso queste evacuazioni forzate non prevedono e non offrono soluzioni di accoglienza e alloggio alternative: riportano magari “legalità e sicurezza” – come si dice sempre – negli spazi occupati ma creano gravi condizioni di disagio, emarginazione e, in definitiva altra illegalità e insicurezza.
Mineo. Centinaia di migranti hanno dato vita a una vasta, forte protesta. Denunciano le pesanti condizioni di vita all’interno del centro di accoglienza, il più grande e famoso d’Europa. Qui non si tratta di una struttura abusiva: si tratta di un enorme campo “governativo”, che dipende dal ministero dell’interno e dalla prefettura, ma il tipo di “ospitalità” non è molto dissimile da quello di tanti campi “spontanei”. E l’angoscia per il futuro esattamente la stessa. Anzi, ora, con le restrizioni annunciate dal Governo, ancora più pesante.
Roma e Mineo. Ma si possono citare decine, centinaia di casi analoghi in tutta Italia. Il punto è, infatti, che a non funzionare è il sistema stesso. Tutto il sistema, perché invece di accogliere diventa esso stesso uno strumento di clandestinazione forzata, parcheggiando i migranti come in un limbo, per anni, nell’attesa infinita delle risposte alle domande di asilo e facendo quasi sempre dei “fantasmi” senza diritti persino quelli che ottengono il permesso di soggiorno, perché quasi non esiste un percorso di inclusione sociale che se ne faccia carico. 
Gli ultimi provvedimenti previsti dal Governo, a partire dal capitolo immigrazione del decreto sicurezza, peggioreranno ulteriormente la situazione: per i rifugiati, ma anche per la vita delle città, grandi e piccole, che ospitano una qualche struttura che si occupa dei migranti. Quello che emerge, infatti, è la volontà non di migliorare ma di restringere al massimo l’accoglienza e, di contro, moltiplicare la politica di chiusura e respingimento. Sono diverse le cose che preoccupano nel programma messo in moto. In particolare, però,
– La soppressione di fatto del sistema Sprar, il capitolo gestito dai Comuni, la parte migliore di tutto il sistema, ispirato al principio dell’accoglienza diffusa e l’unico che preveda un itinerario di integrazione sociale, basandosi su piccoli nuclei sparsi nel territorio. In sostanza, il solo settore che funziona. In questo modo si tornerà alle grandi “concentrazioni” senza sbocco, quasi sempre ingestibili e che sono, queste sì, fonte di problemi, frustrazione, difficoltà, sospetto, ostilità, ecc.
– L’abolizione della “tutela umanitari” Ovvero, l’abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari. Aggiunto agli effetti del decreto Minniti-Orlando che ha abolito il diritto di ricorrere in appello contro le sentenze di respingimento delle commissioni incaricate di esaminare le richieste di asilo, questo provvedimento ridurrà drasticamente la concessione dei permessi di soggiorno, trasformando in “clandestini” migliaia di migranti che avrebbero invece tutto il diritto di essere tutelati, in base ai motivi che li hanno costretti a scappare. Una delle giustificazioni è che la “tutela umanitaria” esisterebbe solo in Italia. Non è vero: forme di tutela di questo tipo, magari denominate in modo diverso, esistono nella maggioranza degli Stati Ue e qualcuno che l’aveva abolita la ha poi reintrodotta.
– Il taglio drastico della cosiddetta “retta” assegnata ai Cas e in genere alle strutture di accoglienza per ciascuno degli ospiti. Dagli ormai “famosi” 35 euro giornalieri (di cui solo 2,5 destinati in contanti al migrante) si scende ad appena 19 e probabilmente anche di meno, attraverso aste al ribasso. Una cifra insufficiente anche per la sola sopravvivenza. E i tagli riguardano essenzialmente due voci: l’insegnamento della lingua italiana e la formazione lavoro. Ovvero, paradossalmente, proprio le due voci essenziali per avviare un percorso di inserimento ed evitare quella insicurezza e quella illegalità, in una parola, quello sbando che si dice di voler combattere.
Non a caso numerosi sindaci hanno votato una serie di mozioni in cui chiedono con forza di sospendere il capitolo immigrazione del decreto sicurezza. Lo hanno fatto sindaci di città grandi e importanti come Torino e Bologna, di città medie come Latina, di realtà piccole come Cerveteri. Ogni tipo di Comune, in tutta Italia. Perché i sindaci sanno bene quali sono i problemi dell’accoglienza e come risolverli, visto che li affrontano in concreto tutti i giorni. E i sindaci sono lo Stato in prima linea: lo Stato che vive tra la gente e si trova a fare i conti con le decisioni prese dal Governo.
Quasi in contemporanea con la mobilitazione dei sindaci, esponenti del Governo hanno ostentato il proprio apprezzamento per i corridoi umanitari andando di persona ad accogliere alcune decine di migranti. “Questa – hanno detto – è l’emigrazione che ci piace”. In realtà, in questi “corridoi” il Governo non c’entra granché e non spende un solo euro: li organizza l’Unhcr con la Chiesa cattolica e la Chiesa Valdese. Ma è vero, così dovrebbe essere l’immigrazione: regolare e gestita. “Regolare e gestita” sia nel viaggio di arrivo sia dopo, nell’accoglienza. Serve un programma di reinsediamento europeo per 300mila persone all'anno, per rispondere meglio con efficacia ai bisogni di protezione e di sicurezza di chi viene accolto e di chi accoglie. Per combattere realmente il traffico di esseri umani e traffico di organi, e risparmiare le orribili violenze e vessazioni per i mal capitati in fuga cercando protezione.
Alla luce di tutto questo e, in particolare, proprio di quelle dichiarazioni sui corridoi umanitari, l’Agenzia Habeshia chiede con forza di:
– Cessare immediatamente gli sgomberi forzati senza aver previsto una sistemazione alternativa per tutti gli ospiti evacuati, sul modello di quanto avviene nei sistemi di accoglienza più avanzati dei paesi europei. Un vero processo di inclusione sociale, culturale ed economico.
– Sospendere il capitolo immigrazione del decreto sicurezza e impostare di contro una riforma radicale del sistema, basata sull’accoglienza diffusa propria dello Sprar, che va reso obbligatorio in tutti i comuni italiani, con quote predefinite in base alle singole situazioni e superando il più rapidamente possibile la rete dei Cas, a cui è legata gran parte dei problemi dell’immigrazione
– Garantire la massima autonomia di giudizio delle commissioni esaminatrici delle richieste di asilo, senza ingerenze o pressioni dall’alto, ed accelerare i tempi per le risposte
– Ripristinare il secondo grado di giudizio in caso di respingimento della domanda
– Aprire canali legali di immigrazione gestiti direttamente dallo Stato in Italia e negli altri paesi europei, sotto l’egida della Ue, che consentano di evacuare le migliaia di profughi intrappolati in Libia e in altri paesi di transito e prima sosta. Canali che non si limitino alle poche decine o centinaia di quelli organizzati finora solo da istituzioni come le Chiese, la Comunità di Sant’Egidio, ecc.
Questo appello è rivolto in particolare al Governo italiano, all’Unione Europea, ai parlamentari di tutti i gruppi politici presenti a Roma e a Bruxelles.

Don Mosè Zerai,
presidente dell’Agenzia Habeshia

Roma, 26 novembre 2018  

mercoledì 7 novembre 2018

Grave preoccupazione per approvazione c.d. Decreto Sicurezza – crea irregolarità, insicurezza e lede diritti

Comunicato stampa
CIR: Grave preoccupazione per approvazione c.d. Decreto Sicurezza – crea irregolarità, insicurezza e lede diritti
Roma, 7 novembre 2018 - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) è gravemente preoccupato per l’approvazione al Senato del c.d. Decreto Sicurezza. “È un decreto che non raggiungerà in nessun modo l’obiettivo che il legislatore si è posto: cioè più sicurezza nel nostro Paese. L’abolizione della protezione umanitaria creerà migliaia di irregolari che non potranno essere rimpatriati, se non in modo molto limitato. Lo smantellamento dello SPRAR determinerà nuove forme di marginalità, derive di esclusione sociale che inevitabilmente renderanno più fragili le persone che arriveranno in Italia enfatizzando il rischio di conflitti e rendendoli permeabili a percorsi di radicalizzazione.” dichiara Mario Morcone Direttore del CIR.
Il c.d. Decreto Sicurezza va a modificare molti degli aspetti portanti del sistema d’asilo e accoglienza costruito nel corso degli anni in Italia, peggiorando sia il livello dei diritti per i richiedenti asilo e i rifugiati che l’efficacia del sistema stesso.  Introduce forme estese di detenzione per richiedenti asilo, che potranno essere trattenuti solo per verificare la loro identità e senza aver commesso alcun crimine, sino a 210 giorni. Limita i servizi di accoglienza per i richiedenti asilo che non potranno più avere accesso allo SPRAR, ma che saranno accolti nei centri governativi che, per loro natura e per il preannunciato taglio dei costi, forniranno solo un posto letto e un pasto. Introduce le procedure di frontiera ed estende la cessazione dello status di rifugiato e il diniego per richiedenti asilo anche a quanti hanno commesso reati la cui gravità, come la minaccia a pubblico ufficiale o il furto, non è in alcun modo paragonabile alla lesione che potrebbe derivare loro dal venire meno della protezione.
“Vediamo un altro rischio che ci allarma molto. L’introduzione del trattenimento ai soli fini identificativi e delle procedure di frontiera determinerà sulle coste della Sicilia e delle altre Regioni del Sud la realizzazione, per necessità, di grandi centri chiusi che deterranno migliaia di richiedenti asilo. È sostanzialmente quello che alcuni Paesi Europei ci chiedono da tempo e noi non abbiamo mai voluto fare” continua Morcone.
Colpiscono infine le misure relative alla cittadinanza. I quattro anni richiesti dall’amministrazione per dare una risposta alla richiesta di cittadinanza presentata da una persona che nei precedenti 10 anni aveva già dimostrato di essere nelle condizioni richieste dalla legge, non sembrano compatibile col livello di sviluppo del nostro Paese. Le disfunzioni della pubblica amministrazione non possono essere scaricate su persone che peraltro lavorano e pagano le tasse come tutti gli altri cittadini. “Comprendo e condivido anche le ragioni che spingono verso la revoca della cittadinanza in alcuni casi specifici, che a mio avviso rimarrà una norma bandiera, ma con essa rischiamo di disarticolare un pilastro del nostro ordinamento che è l’Articolo 3 creando le categorie degli italiani e degli italiani fino a un certo punto” conclude Morcone.

Per ulteriori informazioni

Valeria Carlini
Ufficio stampa CIR
06 69 200 114 int 36
320 81 87 167

mercoledì 17 ottobre 2018

Transnational Corporations and Other Business Enterprises with Respect to Human Rights Item 4-General Statement


Statement by His Excellency Archbishop Ivan Jurkovič 
Permanent Observer of the Holy See to the UN and Other International Organizations in Geneva at the Open-ended Intergovernmental Working Group on Transnational Corporations and Other Business Enterprises with Respect to Human Rights Item 4-General Statement 
Geneva, 15 October 2018 

Mr. Chair,
At the outset, the Delegation of the Holy See would like to congratulate you on your appointment as Chair of this Intergovernmental Working group in such a significant moment, as we begin our discussion on the zero draft of the text. Over the last years, we have witnessed a growing interest of States and civil society for shaping an international legally binding instrument, which would be able to address the existing gaps in the global legal framework. As recalled by Pope Francis: “The twenty-first century, while maintaining systems of governance inherited from the past, is witnessing a weakening of the power of nation states, chiefly because the economic and financial sector, being transnational, tend to prevail over the political”1 . The starting point for any discussion surrounding a treaty in this area must be the concern for the protection of fundamental human rights, which “derive from the inherent dignity of the human person” 2 . A binding instrument would raise moral standards, change the way international corporations understand their role and activity and help clarify the extraterritorial obligations of States regarding the acts of their companies in other countries. In this regard, it has been proposed that the synergy between public and private sector corporations could constitute another emerging form of economic enterprise that cares for the common good without surrendering profit. 3 The Delegation of the Holy See is aware that the challenges of business and human rights demand a negotiation with a constructive and positive approach. Our ultimate goal is the achievement of a balanced and effective instrument, which could represent an effective tool for all the parties involved. The focus on the rights of local communities and individuals might be reinforced with clear references to the internationally agreed language of human rights and its primacy over trade and investment policies. Such a provision could represent an instrument for framing a more stable legal environment. Thus, it could address not only the relationship between human rights and trade and investment agreements, but even represent a criterion for an assessment of its impact on human rights. For this reason, the mention of the environmental element in articles 4.1 and 8.1 is essential. Trade agreements usually contain general exception clauses which allow deviations from the obligations of the agreement, particularly if a State party pursues other legitimate public policy objectives and the respective measure is not more trade-restrictive than necessary. Mr. Chair, In the progression of our negotiations, we should never lose sight of the fact that “business is a vocation, and a noble vocation, provided that those engaged in it see themselves challenged by a greater meaning in life”4 . The international business community can count on many men and women of great personal honesty and integrity, whose work is inspired and guided by high ideals of fairness, generosity and concern for the authentic development of the human family. Economy and finance are dimensions of human activity and can be occasions of encounter, of dialogue, of cooperation, of recognized rights and of dignity affirmed in work. Our efforts during this week of negotiation should be oriented in elaborating an instrument that could represent a useful tool. In order for this to happen, however, it is necessary to place the human person, with his or her dignity, at the center of our work and to establish the legal liability for the conduct of business enterprises that result in human rights abuses at home or abroad. Such responsibility should, as appropriate, be criminal, civil or administrative.
Thank you, Mr. Chair.

1. Pope Francis, Encyclical Letter, Laudato si, n. 175.
2. Preamble to the International Covenant on Civil and Political Rights (1966) 999 UNTS 171 and 1057 UNTS 407 available at http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/ccpr.aspx; Preamble to the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (1966) 993 UNTS 3 available at http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/cescr.aspx.
3. Pope Benedict XVI, Encyclical Letter, Caritas in veritate, n. 46.
4. Pope Francis, Apostolic Exhortation, Evangelii Gaudium, 203.

mercoledì 10 ottobre 2018

Lettera Appello al Presidente del Consiglio Italiano Dott. Conte



Gentile presidente Dott. Conte,
le scriviamo, a nome dell’Agenzia Habeshia, in vista della visita che farà alla metà del mese di ottobre in Eritrea.
Quello di Asmara, come certamente sa, è uno dei regimi politici più duri del mondo, una dittatura che ha soppresso ogni forma di libertà, annullato la costituzione del 1997, soppresso di fatto la magistratura, militarizzato l’intera popolazione per quasi tutta la vita. Una dittatura che, in una parola, ha creato uno Stato prigione. Lo denunciano ormai da vent’anni i numerosi, dettagliati rapporti pubblicati da varie istituzioni e organizzazioni internazionali e dalle più prestigiose Ong e associazioni umanitarie. Valgano per tutti le due relazioni finali delle inchieste condotte dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite – rese ufficialmente note a Ginevra rispettivamente nel giugno 2015 e nel giugno 2016 – nelle quali si afferma senza mezzi termini che il regime ha eletto a sistema il terrore, rendendo schiavo il suo stesso popolo. Non a caso, nel rapporto 2016, si arriva alla conclusione che ci sono fondati elementi per deferire i principali responsabili del Governo di fronte alla Corte penale internazionale.
Confermano questo quadro terribile le migliaia di profughi che da anni giungono in Italia dall’Eritrea, a meno che non sia anche lei dell’opinione che gli eritrei sarebbero “profughi vacanzieri”, come hanno più volte dichiarato autorevoli esponenti della maggioranza che sostiene l’attuale Governo, con un cinismo che offende la verità e un disprezzo inaccettabile per le sofferenze che quei giovani patiscono ed hanno patito.
Comprendiamo bene che un Governo, uno Stato, deve avere rapporti anche con dittature come quella di Asmara. E’ nell’ordine logico della politica internazionale. Il punto non è questo. Il punto è “come” vengono impostati questi rapporti. Si può fare finta di nulla, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà – e definire, appunto, “profughi vacanzieri” i giovani eritrei costretti ad abbandonare la propria terra – in nome di interessi geostrategici ed economici magari inconfessabili. Oppure si può dare voce e contenuto con forza ai valori di libertà, democrazia, giustizia, solidarietà sanciti dalla Costituzione Repubblicana. Si tratta, in altre parole, di non aprire, con la dittatura di Asmara, rapporti “al buio”, senza cioè alcuna condizione preliminare, ma di tenere ben ferma, come requisito irrinunciabile e invalicabile, la questione del rispetto dei diritti umani, anteponendola ad ogni altro genere di interessi.
Le chiediamo allora due cose, strettamente connesse ed anzi inscindibili, perché scinderle, o anche appannarne una soltanto, significherebbe svuotarle entrambe di valore. Due richieste che, oltre tutto, potranno misurare la concreta efficacia della pace appena firmata con l’Etiopia, dopo 20 anni di guerra, per un cambiamento della situazione in Eritrea: la reale volontà del regime di lasciare il passo alla democrazia.
La prima è la necessità di sollevare la questione del rispetto dei diritti umani (anche alla luce dei due rapporti dell’Onu), ponendo sul tavolo di discussione alcuni problemi fondamentali, tanto più che è ormai caduto il vecchio alibi della guerra e del “nemico alle porte”: la liberazione dei prigionieri politici, il libero accesso di commissioni internazionali nelle carceri, la garanzia del ritorno immediato di ogni forma di libertà, a cominciare da quella politica e quella religiosa, violate anche di recente con nuovi arresti di oppositori, con la chiusura di scuole cattoliche e islamiche, con la chiusura di otto centri medici e ospedali cattolici, mentre il patriarca della chiesa ortodossa Abune Antonios, fermato nel 2004, si trova ancora confinato dopo ben 14 anni.
La seconda è il consenso ed anzi la possibilità pratica di riportare in Eritrea le salme delle vittime della strage verificatasi il 3 ottobre 2013 a Lampedusa e di tutti gli altri giovani profughi annegati nel Mediterraneo e sepolti in Italia. Finora c’è stato un palleggiamento di responsabilità. Asmara dice che è l’Italia a sollevare difficoltà; Roma sostiene che l’Eritrea non ha mai mostrato una vera disponibilità. E’ tempo di superare queste controversie, in nome di un principio umano di grande significato: dare alle famiglie un luogo dove pregare e deporre un fiore in memoria dei loro cari perduti. L’Italia non ha mai fatto in modo che i resti di numerosissimi ascari e soldati eritrei, caduti combattendo sotto le sue bandiere, su diversi fronti africani, fossero riportati in patria: occorre impedire che la stessa, grave ingiustizia si ripeta con i loro figli e nipoti. Riteniamo però che questa iniziativa di umana pietà non possa prescindere e restare isolata dal contesto più generale del rispetto dei diritti, indicato nella nostra prima richiesta. Perché il modo migliore di onorare i morti è senza dubbio il rispetto della libertà e della vita stessa dei vivi. Dimenticare o trascurare questa stretta connessione rischierebbe di trasformare un doveroso, auspicabile, atteso gesto di carità nell’ennesimo strumento di propaganda in favore del regime.
Confidiamo che vorrà tener conto di queste nostre considerazioni. Grazie per il tempo che ha voluto dedicarci e per quanto potrà fare. 
Cordiali saluti,
 Presidente dell’Agenzia Habeshia

mercoledì 3 ottobre 2018

Lampedusa, 5 anni dopo della tragedia del 03 ottobre 2013

Lampedusa, 5 anni dopo la strage del 03 Ottobre 2013

Cinque anni fa, la tragedia di Lampedusa: 368 giovani vite spezzate a poche centinaia di metri dalla spiaggia, quando la libertà e un futuro migliore sembravano ormai a un passo.
Il quinto anniversario di questa tragedia arriva proprio all’indomani del nulla osta del Consiglio dei Ministri a un decreto che erige l’ennesima barriera di morte in faccia a migliaia di altri rifugiati e migranti come i ragazzi spazzati via in quell’alba grigia del 3 ottobre 2013. Non sappiamo se esponenti di questo governo e questa maggioranza o, più in generale, se altri protagonisti della politica degli ultimi anni, intendano promuovere o anche solo partecipare a cerimonie ed eventi in memoria di quanto è accaduto. Ma se è vero, come è vero, che il modo migliore di onorare i morti è salvare i vivi e rispettarne la libertà e la dignità, allora non avrà senso condividere i momenti di raccoglimento e di riflessione, che la data del 3 ottobre richiama, con chi da anni costruisce muri e distrugge i ponti, ignorando il grido d’aiuto che sale da tutto il Sud del mondo. Se anche loro voglio “ricordare Lampedusa”, che lo facciano da soli. Che restino soli. Perché in questi cinque anni hanno rovesciato, distrutto o snaturato quel grande afflato di solidarietà e umana pietà suscitato dalla strage nelle coscienze di milioni di persone in tutto il mondo.
Che cosa resta, infatti, dello “spirito” e degli impegni di allora? Nulla. Si è regrediti a un cinismo e a una indifferenza anche peggiori del clima antecedente quel terribile 3 ottobre. E, addirittura, nonostante le indagini in corso da parte della magistratura, non si è ancora riusciti a capire come sia stato possibile che 368 persone abbiano trovato la morte ad appena 800 metri da Lampedusa e a meno di due chilometri da un porto zeppo di unità militari veloci e attrezzate, in grado di arrivare sul posto in pochi minuti.
La vastità della tragedia ha richiamato l’attenzione, con la forza enorme di 368 vite perdute, su due punti in particolare: la catastrofe umanitaria di milioni di rifugiati in cerca di salvezza attraverso il Mediterraneo; il dramma dell’Eritrea, schiavizzata dalla dittatura di Isaias Afewerki, perché tutti quei morti erano eritrei.
Al primo “punto” si rispose con Mare Nostrum, il mandato alla Marina italiana di pattugliare il Mediterraneo sino ai margini delle acque territoriali libiche, per prestare aiuto alle barche di migranti in difficoltà e prevenire, evitare altre stragi come quella di Lampedusa. Quell’operazione è stata un vanto per la nostra Marina, con migliaia di vite salvate. A cinque anni di distanza non solo non ne resta nulla, ma sembra quasi che buona parte della politica la consideri uno spreco o addirittura un aiuto dato ai trafficanti. Sta di fatto che esattamente dopo dodici mesi, nel novembre 2014, Mare Nostrum è stato “cancellato”, moltiplicando – proprio come aveva previsto la Marina – i naufragi e le vittime, inclusa l’immane tragedia del 15 aprile 2015, con circa 800 vittime, il più alto bilancio di morte mai registrato nel Mediterraneo in un naufragio. E, al posto di quella operazione salvezza, sono state introdotte via via norme e restrizioni che neanche l’escalation delle vittime è valsa ad arrestare, fino ad arrivare ad esternalizzare sempre più a sud, in Africa e nel Medio Oriente, le frontiere della Fortezza Europa, attraverso tutta una serie di trattati internazionali, per bloccare i rifugiati in pieno Sahara, “lontano dai riflettori”, prima ancora che possano arrivare ad imbarcarsi sulla sponda sud del Mediterraneo. Questo hanno fatto e stanno facendo trattati come il Processo di Khartoum (fotocopia del precedente Processo di Rabat), gli accordi di Malta, il trattato con la Turchia, il patto di respingimento con il Sudan, il ricatto all’Afghanistan (costretto a “riprendersi” 80 mila profughi), il memorandum firmato con la Libia nel febbraio 2017 e gli ultimi provvedimenti di questo Governo. Per non dire della criminalizzazione delle Ong, alle quali si deve circa il 40 per cento delle migliaia di vite salvate, ma che sono state costrette a sospendere la loro attività, giungendo persino a fare pressione su Panama perché revocasse la bandiera di navigazione alla Aquarius, l’ultima nave umanitaria rimasta in tutto il Mediterraneo.
Con i rifugiati eritrei, il secondo “punto”, si è passati dalla solidarietà alla derisione o addirittura al disprezzo, tanto da definirli – nelle parole di autorevoli esponenti dell’attuale maggioranza di governo – “profughi vacanzieri” o “migranti per fare la bella vita”, pur di negare la realtà della dittatura di Asmara. E’ un processo iniziato subito, già all’indomani della tragedia, quando alla cerimonia funebre per le vittime, ad Agrigento, il Governo ha invitato l’ambasciatore eritreo a Roma, l’uomo che in Italia rappresenta ed è la voce proprio di quel regime che ha costretto quei 368 giovani a scappare dal paese. Sarebbe potuta sembrare una “gaffe”. Invece si è rivelata l’inizio di un percorso di progressivo riavvicinamento e rivalutazione di Isaias Afewerki, il dittatore che ha schiavizzato il suo popolo, facendolo uscire dall’isolamento internazionale, associandolo al Processo di Khartoum e ad altri accordi, inviandogli centinaia di milioni di euro di finanziamenti, eleggendolo, di fatto, gendarme anti immigrazione per conto dell’Italia e dell’Europa.
Sia per quanto riguarda i migranti in generale che per l’Eritrea, allora, a cinque anni di distanza dalla tragedia di quel 3 ottobre 2013, resta l’amaro sapore di un tradimento.
– Traditi la memoria e il rispetto per le 368 giovani vittime e tutti i loro familiari e amici.
– Traditi le migliaia di giovani che con la loro stessa fuga denunciano la feroce, terribile realtà del regime di Asmara, che resta una dittatura anche dopo la recente firma della pace con l’Etiopia per la lunghissima guerra di confine iniziata nel 1998.
– Tradito il grido di dolore che sale dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Italia e l’Europa da parte di un intero popolo di migranti costretti ad abbandonare la propria terra: una fuga per la vita che nasce spesso da situazioni create dalla politica e dagli interessi economici e geostrategici proprio di quegli Stati del Nord del mondo che ora alzano barriere. Tradito, questo grido di dolore, nel momento stesso in cui si finge di non vedere una realtà evidente: che cioè
“…lasci la casa solo / quando la casa non ti lascia più stare / Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci / fuoco sotto i piedi / sangue caldo in pancia / qualcosa che non avresti mai pensato di fare / finché la falce non ti ha segnato il collo di minacce…” (da Home, monologo di Giuseppe Cederna.)
Ecco: ovunque si voglia ricordare in questi giorni la tragedia di Lampedusa, sull’isola stessa o da qualsiasi altra parte, non avrà alcun senso farlo se non si vorrà trasformare questa triste ricorrenza in un punto di partenza per cambiare radicalmente la politica condotta in questi cinque anni nei confronti di migranti e rifugiati. Gli “ultimi della terra”.

Agenzia Habeshia

lunedì 24 settembre 2018

Risposta a due anni di fango e letame gettato su don Mosè Zerai

Il nostro presidente di Agenzia Habeshia, don Mussie Zerai, da dieci anni è bersaglio di attecchi, insulti, diffamazione, ingiurie, tentativi di criminalizzazione che sono stati intensificati nei ultimi due anni, da quando è partita la macchina del fango contro le ONG, attivisti per diritti umani, con una strana saldatura tra esponenti del regime eritreo con elementi di estrema destra italiana, tutti uniti a tentare di demolire la credibilità e l'operato di don Zerai in favore di migrati e rifugiati provenienti dal Corno d'Africa. Si tenta di "uccidere mediatamente" la figura scomoda, chi grida dando voce a chi non ha voce, denunciando le violazioni dei diritti umani e civili nel paese di origine, nei paesi di transito e di destinazione finale delle migliaia di profughi e rifugiati. Ha contributo a salvare decine di migliaia di vite umane, ha denunciato le omissioni di soccorso, affermando con forza che il diritto dei deboli non è un diritto debole.
La campagna di odio, di criminalizzare don Zerai che si è vista nei ultimi due anni, noi rispondiamo con questo semplice documento.