martedì 12 marzo 2019

Non possiamo più Tacere !

Appello a tutti Uomini e Donne nelle Istituzioni Europee


Ormai da mesi riceviamo segnalazioni e grida di dolore da centinaia di profughi rinchiusi nelle prigioni e lager libici, sono decine di lager disseminati in tutto il territorio sopratutto lungo le coste, ma l'orrore reso invisibile da accordi bilaterali e aiuti di stato a favore di milizie che controllano i territori, miglia di esseri umani sono ridotti in stato di schiavitù e condizioni degradanti per la dignità umana, tutto questo accade oggi nel 2019 anche con la complicità di alcuni governi europei, la grande stampa ha scelto di non raccontare questa tragedia dei giorni nostri. Nessuno può dire che non sapevamo quello che succedeva nel territorio libico sulla pelle dai più vulnerabili. 
Ogni anno celebriamo le giornate mondiali per diritti di migranti e rifugiati, ma contemporaneamente neghiamo a loro ogni accesso legale per ottenere la protezione di cui hanno bisogno. Celebriamo la giornata contro la schiavitù e contro la tratta, ma certi governi finanziano milizie e guardia coste collusi con il traffico di esseri umani, respingiamo le persone che fuggono da quelle realtà consegnandoli ai loro aguzzini. Celebriamo la giornata per l'infanzia protezione dei loro diritti, ma gli lasciamo morire nel deserto e nel mare come anche nei lager libici. Tutto questo sta succedendo oggi non nel secolo scorso.
Chiedo a tutti Uomini e Donne che hanno una coscienza e alta considerazione della dignità UMANA, di attivarsi per rompere ogni muro di omertà, spingere il parlamento europeo e gli stati membri a non essere complici di questo orrore e olocausto dei giorni nostri, di usare ogni strumento utile per liberare e soccorrere le vittime evacuandoli verso territori sicuri e paesi terzi in grado garantire protezione e futuro dignitoso per questi Esseri Umani. 
1. Aprite i canali legali, attivate programmi di reinsediamento, concedete visti umanitari, visti per ricongiungimento famigliare, visti per motivo di studio, cure mediche, attivare il sistema sponsor.
2. Premiare i paesi Africani virtuosi sul sistema di accoglienza che fanno ogni sforzo per l'integrazione e inclusione di rifugiati e migranti.
3. Serve un progetto di piano Marshall per l'Africa, che le sue risorse naturali ed umane si trasformino in Sviluppo e Democrazia per ridare una prospettiva di un futuro dignitoso in Africa a milioni di giovani Africani. 


Tacere difronte a tutto l'orrore che accade a poche miglia dal continente europeo con fondi europei, supporto tecnico e militare vi rende complici delle gravissimi violazioni di diritti fondamentali e per le tante perdita di vita di centinaia di Persone.

don Mussie Zerai

lunedì 18 febbraio 2019

“L’Eritrea è ancora schiava della dittatura”: la diaspora chiede un confronto con Governo e Parlamento



di Emilio Drudi

“L’Europa e in particolare l’Italia stanno accentuando l’apertura di credito ‘al buio’ nei confronti del regime eritreo basandosi su una finzione: la finzione che la fine della guerra con l’Etiopia starebbe aprendo il paese alla democrazia. Ma altroché apertura alla democrazia. Il problema, in Eritrea, non era la guerra. Il problema era e resta la dittatura, che schiavizza il nostro popolo da oltre vent’anni e che ruba la vita ai nostri giovani. E’ assurdo ostinarsi a non vedere questa realtà. Chiediamo, allora, di essere ascoltati. Chiediamo di avere un confronto con il Governo e il Parlamento italiani e con il Parlamento europeo. Vogliamo capire come mai non sembrano avere più alcun valore i rapporti dell’Onu che hanno sempre descritto quella eritrea come una delle più feroci dittature del mondo. O che almeno abbiano il coraggio di dirci perché non intendono ascoltare le nostre ragioni. Perché viene ignorata, soffocata, la voce della popolazione eritrea, che ha continuato a fuggire in massa anche dopo l’accordo di pace con l’Etiopia”.
Il Coordinamento Eritrea Democratica chiede con forza un confronto con il presidente Giuseppe Conte o il ministro Enzo Moavero e con la Commissione Esteri della Camera. Lo fa da mesi, ma ora rinnova l’appello con determinazione ancora maggiore. “Perché – insiste – mai come adesso bisogna scegliere: o stare al gioco della dittatura, che sta cercando di fare della pace con l’Etiopia l’ennesimo pretesto propagandistico per rafforzarsi; o ascoltare chi si batte per una nuova Eritrea, facendo davvero della pace uno strumento per il ritorno della libertà e della democrazia. E ci rivolgiamo innanzi tutto all’Italia perché è l’Italia che più di altri ha accelerato l’apertura di credito senza condizioni al regime, dall’estate scorsa ad oggi, attraverso tutta una serie di iniziative che sembrano essere tappe ben precise di un programma preordinato. D’intesa con la stessa Asmara”.
“Il via a questa escalation di collaborazione con il governo di Afewerki – rileva sempre il Coordinamento – lo ha dato il viaggio del presidente Conte ad Asmara, presentato con grande enfasi sia in Italia che in Eritrea. Lo abbiamo già detto: è logico che l’Italia, come ogni altro Stato, abbia rapporti anche con una dittatura come quella eritrea. Rientra nel normale contesto delle relazioni di politica internazionale. Il punto è il modo in cui vengono impostate queste relazioni: se cioè al centro resta il rispetto dei diritti umani o se vengono fatti prevalere interessi geostrategici, magari inconfessabili e sulla pelle di milioni di persone. Se valgono sempre o no i valori della democrazia. Alla vigilia della sua partenza per Asmara, abbiamo posto a Conte alcuni quesiti e, in particolare, l’invito a chiedere conto della sorte delle migliaia di prigionieri politici e se è previsto o no il ripristino immediato della costituzione democratica votata nel 1997 e condivisa da tutto il popolo eritreo. Non ci risulta che se ne sia neanche accennato nei colloqui tra le due delegazioni. E’ seguito, nel mese di settembre 2018, un importante convegno economico a Bari, che ha prospettato ‘buone possibilità’ di investimenti per le imprese italiane nel Corno d’Africa ma soprattutto in Eritrea, ancora una volta ignorando quali sono, in Eritrea, le reali condizioni di lavoro. Poco dopo, nel mese di dicembre, c’è stato il viaggio ad Asmara della viceministra agli esteri, Emanuela Del Re, accompagnata dai rappresentanti di un’ottantina di aziende che avrebbero manifestato interesse a insediarsi o comunque a fare affari nel nostro paese. Il 2019, poi, si è aperto con l’impegno del Governo italiano di finanziare o comunque di farsi carico del progetto di fattibilità di una ferrovia che colleghi Addis Abeba con i porti eritrei di Massawa e Assab. Ora, infine, è prevista la visita in Eritrea del ministro Moavero. Il tutto, senza il minimo accenno, senza una sola parola, sulla realtà del regime. Realtà che resta quella terribile evidenziata dai rapporti pubblicati dall’Onu nel 2015 e nel 2016. E che proprio in virtù di quelle denunce nessuno può dire di ignorare. Né in Italia, né in Europa”.
Ecco, l’Europa. L’Unione Europea sembra aver  imboccato la “via italiana” nei confronti di Asmara: è di questi giorni la notizia che Bruxelles, attraverso il Fondo Fiduciario per l’Africa, finanzierà un primo progetto da 20 milioni di euro per la ricostruzione delle strade che collegano l’area di confine con l’Etiopia ai porti di Massawa e Assab. Lo ha comunicato il commissario Ue per la cooperazione internazionale, Neven Mimica, incontrando prima il premier etiope Abyi Ahmes ad Addis Abeba e poi il presidente Isaias Afewerki ad Asmara. “L’unione Europea – ha specificato Mimica, come riferiscono vari organi di stampa etiopici – è impegnata a sostenere Eritrea ed Etiopia nel mettere in atto il loro storico accordo di pace, che ha messo fine a venti anni di conflitto. Per farlo siamo pronti a lanciare un programma da 20 milioni di euro per costruire le strade che collegano i due Paesi. Questo consentirà di rafforzare i commerci, di consolidare la stabilità e di portare chiari benefici ai cittadini di entrambi i Paesi con la creazione di una crescita stabile e di posti di lavoro”.
Per migliaia di esuli eritrei rifugiati in tutta Europa, anche questo impegno appare l’ennesima dimostrazione di come la Ue sia portata sempre più spesso a ignorare quale sia, al di là della propaganda, la situazione in Eritrea anche dopo l’accordo con l’Etiopia. Del loro pensiero si è resa interprete l’agenzia Habeshia di don Mussie Zerai: “Va da sé che è da considerare positivo ed, anzi, una conquista, tutto quello che va nella direzione di rafforzare la pace, dopo una guerra disastrosa, costata tra 80 e 100 mila morti. Ma è difficile pensare a una vera pace, in Eritrea, senza componenti essenziali, vitali, come il rispetto pieno della libertà e dei diritti, Senza, cioè, una vasta operazione di verità e giustizia su quanto è accaduto negli ultimi vent’anni nel paese: una sorta di resa dei conti pacifica ma radicale, che evidenzi le gravi responsabilità del regime e ne consenta il superamento. Perché, anche dopo la firma della pace con l’Etiopia, il regime non ha mosso un solo passo verso la democrazia ma, anzi, ha presentato la fine della guerra come  una propria vittoria, traendone elementi per rafforzarsi. Senza cambiare nulla. Senza, cioè, che nulla sia cambiato nella vita del popolo eritreo”.
Il rischio è, insomma, secondo la diaspora, che la politica di “apertura di fiducia al buio” condotta sempre più spesso dall’Unione Europea, in nome di un cambiamento che in realtà non c’è, finisca per rinsaldare il regime di Asmara. Con il pericolo, in particolare, che se non saranno vincolati a precise, attente garanzie, vadano nella stessa direzione anche progetti come quello annunciato dal commissario Neven Mimica: un favore al regime, che ne trarrà forza e legittimazione.
“Con questo – tiene però a specificare don Zerai – non si vuole affermare, ovviamente, che i progetti proposti non debbano essere attuati. Al contrario. Il punto è il “come”. Si dice che questi progetti annunciati potranno ‘creare una crescita stabile e posti di lavoro’. In Eritrea, però, per lavori di questo genere – cantieri stradali, edilizia, miniere, ecc. – vengono impiegati i soldati di leva e i fondi, di fatto, incassati dal regime. E’ lo Stato stesso, cioè, a fornire la manodopera con i soldati del cosiddetto Servizio Nazionale. Teoricamente dovrebbero percepire un salario di circa 4 mila nakfa al mese (poco più di 200 euro) ed è questa, in effetti, la cifra teorica che compare sulle buste-paga che i militari sono costretti a firmare. In concreto, invece, quella cifra si riduce a soli 400 nakfa, appena il 10 per cento. Il resto lo trattiene lo Stato. L’Unione Europea, allora, se non vigilerà attentamente su come verranno gestiti i cantieri e la manodopera, rischia di rendersi complice di uno sfruttamento che rasenta il lavoro schiavo”.
L’agenzia Habeshia, allora, chiede che per il progetto annunciato dal commissario Neven Mimica e per eventuali altri progetti simili, sia l’Unione Europea stessa a disporre continui, rigidi controlli, con propri ispettori autonomi, sia sulla conduzione dei cantieri e l’avanzamento dei lavori, sia sulla scelta, la gestione e il trattamento del personale e della manodopera a tutti i livelli. Ispettori liberi di muoversi e incontrare chiunque vogliano, con la massima riservatezza e la massima tutela delle persone eventualmente contattate. E con la inderogabile condizione della libertà da ogni obbligo militare per tutto il personale impiegato nella progettazione e nei cantieri (tecnici, operai, manovalanza, ecc.).
“Quello annunciato, con 20 milioni di investimenti – conclude don Zerai – ha una valenza economica tutto sommato non di grande portata. Ma può diventare un capitolo importante per mettere alla prova il regime e cominciare davvero a muovere qualche passo verso la libertà e il rispetto dei diritti in Eritrea. Qualche primo passo verso quel cambiamento di cui finora non si è vista traccia e che in realtà il regime non vuole, conscio com’è che ogni passo verso il cambiamento ne accelera la fine. Sta all’Unione Europea decidere se vuol stare al gioco delle finte aperture mostrate dalla dittatura o se invece vuole schierarsi con quella ‘nuova Eritrea’ a cui guardano milioni di donne e uomini, dentro e fuori dal paese”.

martedì 12 febbraio 2019

Garanzie contro il lavoro schiavo e per un vero cambiamento in Eritrea


Agenzia Habeshia. Comunicato stampa




L’Unione Europea, attraverso il Fondo Fiduciario per l’Africa, finanzierà un primo progetto da 20 milioni di euro per la ricostruzione delle strade che collegano l’area di confine con l’Etiopia ai porti di Massawa e Assab. Lo ha comunicato il commissario Ue per la cooperazione internazionale, Neven Mimica, incontrando prima il premier etiope Abyi Ahmes ad Addis Abeba e poi il presidente Isaias Afewerki ad Asmara.
“L’unione Europea – ha specificato Mimica, secondo quanto riferiscono vari organi di stampa etiopici – è impegnata a sostenere Eritrea ed Etiopia nel mettere in atto il loro storico accordo di pace, che ha messo fine a venti anni di conflitto. Per farlo siamo pronti a lanciare un programma da 20 milioni di euro per costruire le strade che collegano i due Paesi. Questo consentirà di rafforzare i commerci, di consolidare la stabilità e di portare chiari benefici ai cittadini di entrambi i Paesi con la creazione di una crescita stabile e di posti di lavoro”.
Va da sé che è da considerare positivo ed, anzi, una conquista, tutto quello che va nella direzione di rafforzare la pace, dopo una guerra disastrosa, costata tra 80 e 100 mila morti. Ma è difficile pensare a una vera pace, in Eritrea, senza componenti essenziali, vitali, come il rispetto pieno della libertà e dei diritti, Senza, cioè, una vasta operazione di verità e giustizia su quanto è accaduto negli ultimi vent’anni nel paese: una sorta di resa dei conti pacifica ma radicale, che evidenzi le gravi responsabilità del regime e ne consenta il superamento. Perché il vero problema, in Eritrea, prima ancora che la guerra, è sempre stato ed è tuttora il regime. Il quale, anche dopo la firma della pace con l’Etiopia, non ha mosso un solo passo verso la democrazia ma, anzi, ha presentato la fine della guerra come  una propria vittoria, traendone elementi per rafforzarsi. Senza cambiare nulla. Senza, cioè, che nulla sua cambiato nella vita del popolo eritreo.
L’apertura di fiducia “al buio” in atto negli ultimi tempi, nei confronti di Asmara, ad opera di gran parte della comunità internazionale e soprattutto dell’Unione Europea, offre a quella che è sempre stata considerata una delle più feroci dittature del mondo, ulteriori elementi per rafforzarsi e mostrare un cambiamento che in realtà non c’è. Se non saranno vincolati a precise, attente garanzie, rischiano di andare nella stessa direzione anche progetti come quello annunciato dal commissario Neven Mimica: un favore al regime, che ne trarrà forza e legittimazione.
Con questo, non si vuole affermare, ovviamente, che i progetti proposti non debbano essere attuati. Al contrario. Il punto, però è il “come”. Si parla, in particolare, della prospettiva che l’attuazione dei progetti annunciati possa “creare una crescita stabile e posti di lavoro”. In Eritrea, però, per lavori di questo genere – cantieri stradali, edilizia, miniere, ecc. – vengono impiegati i soldati di leva e i fondi, di fatto, sono incassati dal regime. E’ lo Stato stesso, cioè, a fornire la manodopera con i soldati del cosiddetto Servizio Nazionale. Teoricamente dovrebbero percepire un salario di circa 4 mila nakfa al mese (poco più di 200 euro) ed è questa, in effetti, la cifra teorica che compare sulle buste-paga che i militari sono costretti a firmare. Nella realtà, però, quella cifra si riduce a soli 400 nakfa, appena il 10 per cento. Il resto lo trattiene lo Stato. L’Unione Europea, allora, se non vigilerà attentamente su come verranno gestiti i cantieri e la manodopera, rischia di rendersi complice di questo sfruttamento che rasenta il lavoro schiavo.
Ben vengano, allora, questo progetto appena annunciato dal commissario Neven Mimica ed altri progetti simili, ma alla precisa, rigida, radicale condizione che sia l’Unione Europea stessa a controllare, con propri ispettori autonomi, sia la conduzione dei cantieri e l’avanzamento dei lavori, sia la scelta, la gestione e il trattamento del personale e della manodopera a tutti i livelli. Ispettori, ben inteso, liberi di muoversi e incontrare chiunque vogliano, con la massima riservatezza e la massima tutela delle persone eventualmente contattate. Ed appare ovvio, in questo contesto, che la prima, inderogabile condizione da porre è la libertà da ogni obbligo militare per tutto il personale impiegato nella progettazione e nei cantieri (tecnici, operai, manovalanza, ecc.).
Quello annunciato, con 20 milioni di investimenti, ha una valenza economica tutto sommato non di grande portata. Ma può diventare un capitolo importante per mettere alla prova il regime e cominciare davvero a muovere qualche passo verso la libertà e il rispetto dei diritti in Eritrea. Qualche primo passo verso quel cambiamento di cui finora non si è vista traccia e che in realtà il regime non vuole, conscio com’è che ogni passo verso il cambiamento ne accelera la fine. Sta all’Unione Europea decidere se vuol stare al gioco delle finte aperture mostrate dalla dittatura o se invece vuole schierarsi con quella “nuova Eritrea” a cui guardano milioni di donne e uomini, dentro e fuori dal paese.

giovedì 31 gennaio 2019

Promoting the health of refugees and migrants, including Draft global action plan, 2019-2023


Statement by H.E. Archbishop Ivan Jurkovič, Permanent Observer of the Holy See to the United Nations and Other International Organizations in Geneva at the 144th Meeting of the Executive Board of the World Health Organization Agenda Item: 6.4 – “Promoting the health of refugees and migrants”, including Draft global action plan, 2019-2023 
30 January 2019 

Madame Chairperson,
The Holy See notes the further development of the Draft Global Action Plan, 2019-2023 on Promoting the health of refugees and migrants and wishes to call particular attention to the urgency of the worldwide health care needs of migrants and refugees, as well as to the public health impact of further delay in addressing such needs in a comprehensive, equitable, and concerted manner. The Report of the Director General provides statistical data on the significant growth, by 49%, of international migration between the years 2000-2017. It also highlights the particular vulnerabilities, including those that are health-related, of 68.5 million forcibly displaced people, comprised of officially recognized refugees and internally displaced persons, as well as of 10 million stateless persons. As Pope Francis has pointed out on many occasions, however, “... the issue of migration is not simply one of numbers, but of persons, each with his or her own history, culture, feelings and aspirations… These persons, our brothers and sisters, need ‘ongoing protection’, independently of whatever migrant status they may have ... All of them hope that we will have the courage to tear down the wall of ‘comfortable and silent complicity’ that worsens their helplessness; they are waiting for us to show them concern, compassion and devotion.”1 My Delegation further notes the five priorities2 outlined in the Draft Global Plan. Progress on the recommended actions to address the social determinants of health and accelerating  progress towards achieving the Sustainable Development Goals, including universal health coverage, as well as to improve overall communication with migrants and refugees and to counter xenophobia will require focused and concerted attention and action, especially since these issues currently exert such a strong impact on the overall wellbeing and both the physical and mental health of migrants and refugees worldwide. The Holy See urges that the proposed Plan of Action acknowledge the need to engage a wide range of stakeholders in efforts to advance health promotion among refugees and migrants. While the engagement of Member States is essential to these efforts, many civil society organizations and faith-based organizations can and should be engaged in the complex and multi-faceted actions that will be required to accomplish this goal. My Delegation wishes to express its deep concern about the inclusion, in the document, of references to so-called “reproductive rights”. In particular, the Holy See reiterates that it does not consider abortion or abortion services to be a dimension of reproductive health or reproductive health services. The Holy See does not endorse any form of legislation which gives legal recognition to abortion. In a similar way, the Holy See considers the terms “sexual and reproductive health” and “sexual and reproductive health-care services” as applying to a holistic concept of health. Nor does it consider abortion, access to abortion, or access to abortifacients as a dimension of these terms. 3 Finally, my delegation urges the deletion of reference, in this proposed Plan of Action, to the so-called “minimum initial service package” (MISP), which is recommended among “essential health services”, in the WHO Framework of Priorities and Guiding Principles, particularly since some of the MISP kits contain abortifacients and tools to procure abortion.4

Thank you, Madame Chairperson.

____________________________
1 Message of Pope Francis to the Holy See – Mexico Colloquium on International Migration, Vatican City, 14 June 2018.
2 Priority 1: Reduce mortality and morbidity among refugees and migrants through short- and long-term public health interventions; Priority 2: Promote continuity and quality of care, while developing, reinforcing and implementing occupational health and safety measures; Priority 3: Advocating mainstreaming refugee and migrant health in the global, regional and country agendas, and promote the following: refugee and migrantsensitive health policies, and legal and social protection; the health and well-being of women, children, and adolescents living in refugee and migrant settings; gender equality and empowerment of refugee and migrant women and girls; and partnerships and inter-sectoral, intercountry and interagency coordination and collaboration mechanisms; Priority 4: enhance the capacity to tackle the social determinants of health and accelerate progress towards achieving the Sustainable Development Goals, including universal health coverage; and Priority 5: Support measures to improve communication and counter xenophobia.
3 Statement of Reservations, Holy See Delegation, as noted in the Report of the Fourth World Conference on Women, Beijing, 4-15 September 1995.
4 Statement of Position by His Excellency Archbishop Bernardito Auza, Permanent Observer of the Holy See to the United Nations in New York, after the adoption of the resolution by the General Assembly of the United Nations to endorse the outcome of the International Conference to Adopt the Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, UN Headquarters, New York, New York, 19 December 2018

mercoledì 23 gennaio 2019

La strage dei migranti è figlia di muri e respingimenti. Ma l’UE fa finta di non vedere


Don Zerai: “Servirebbe una commissione di inchiesta per le stragi nel Mediterraneo, delle tante omissione di soccorso e respingimento di massa”



di Emilio Drudi

Morti già 213 migranti dall’inizio dell’anno: 2005 in mare e 8 lungo le “vie di terra”. La rotta più pericolosa si conferma quella del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia, con 145 vittime, incluse le 25 salme affiorate fra il tre e il tredici gennaio nel golfo della Sirte. Sulla rotta spagnola i morti sono 58 mentre ne risultano 2 dalla Turchia alla Grecia. Il tasso di mortalità, il rapporto cioè tra i migranti scomparsi e quelli arrivati, è di uno ogni 25 se si considera l’intera Europa, ma addirittura quasi di uno a uno, un migrante morto ogni migrante arrivato, nella via di fuga verso l’Italia. Sono cifre da sterminio. Don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia, sono anni che denuncia questa strage.
“Sì – conferma – sono anni che ci troviamo di fronte a una strage continua. Una catastrofe che si sta compiendo sotto i nostri occhi, ma alla quale non si dà risposta. Peggio. Sembra quasi che le istituzioni e la gente, l’opinione pubblica, abbiano fatto l’abitudine a questa tragedia, quasi si trattasse di un fatto naturale e ineludibile. Gran parte della stampa, del resto, ne parla ormai come di una notizia di routine…”.
Però, ad esempio, l’ultimo naufragio, quello del 18 gennaio, con 117 vittime, ha destato una vasta eco. Un’eco che non si è ancora spenta.
“E’ vero, ma non poteva essere altrimenti. Si tratta di una tragedia che si è svolta a non grande distanza dalle acque italiane di Lampedusa e, oltre tutto, la segnalazione è venuta dalla Marina italiana. Senza contare che tutte quelle vite perdute in un solo naufragio hanno dimostrato di colpo che non è vero, come sostiene il governo italiano, che meno partenze significano meno morti. A parte che non far partire i profughi dalla Libia significa intrappolarli in un inferno, in lager dove soprusi, torture e morte sono la prassi quotidiana, purtroppo sono arrivati ben 117 morti a dimostrare che più muri si alzano più aumentano le vittime. Speriamo almeno che questo enorme sacrificio di esseri umani non venga presto dimenticato, come è accaduto fin troppe volte in passato, fino alla vigilia stessa dell’ultima strage”.
E’ questo il rischio? Che, passata l’emozione iniziale, tutto torni nella routine?
“Si, è esattamente questo il rischio. Senza andare troppo indietro nel tempo, lo dimostra il fatto che in Italia non si è spesa una sola parola sul caso dei 25 cadaveri di migranti affiorati progressivamente, nella prima metà di gennaio, sulle spiagge nei dintorni di Sirte. Si tratta, con ogni evidenza, delle vittime di un naufragio rimasto sconosciuto o addirittura ‘silenziato’. Ma quelle vite spezzate, con ogni probabilità molte di più di 25, non hanno ‘fatto notizia’ e la gente non ne ha saputo nulla. E il silenzio continua: occorrerebbe invece cercare di sapere da dove vengono tutti quei morti, se non altro in nome delle loro famiglie. Così come non va lasciata cadere la vicenda del naufragio del 18 gennaio”.
Si riferisce, a proposito di quest’ultimo naufragio, a qualcosa in particolare?
“Ecco, la ricostruzione di questa tragedia desta diversi interrogativi. Sappiamo essenzialmente tre cose: che l’allarme è stato lanciato da un aereo militare italiano della missione Mare Sicuro; che gli unici tre sopravvissuti sono stati tratti in salvo dall’elicottero della nave Duilio, della Marina Militare; che la centrale di coordinamento di Roma, avvertita dall’aereo di Mare Sicuro, ha delegato a Tripoli le operazioni di ricerca e recupero. Lo conferma il comandante della nave della Ong Sea Watch, che ha cercato di intervenire e fare la sua parte. Ma Tripoli si è limitata a inviare sul posto una nave mercantile che incrociava nella zona e che, oltre a non essere ovviamente attrezzata per interventi di questo tipo, è arrivata troppo tardi: non ha trovato nulla, né il gommone, né tantomeno i naufraghi. E’ sicuro che non si poteva fare di più? E Roma si è accertata che Tripoli fosse in grado di affrontare l’emergenza? Sono domande che esigono una risposta. Nei giorni successivi, come aveva denunciato Sea Watch, è venuto fuori addirittura che è pressoché impossibile rivolgersi per aiuto alla centrale operativa della Guardia Costiera libica, perché nessuno risponde al telefono o, nei rarissimi casi che si riesce a stabilire un contatto, l’interlocutore parla solo in arabo. Come si può pensare, allora, che la Libia sia in grado di gestire una zona Sar, vasta centinaia di migliaia di chilometri quadrati, che si spinge sino alle soglie di Lampedusa?”.
C’è un altro aspetto. Se quel mercantile fosse arrivato in tempo, i superstiti sarebbero stati riportati in Libia. Esattamente come vengono riportati in Libia i migranti intercettati in mare dalla Guardia Costiera di Tripoli.  Il Governo italiano ritiene che questo sia un dato positivo: un successo di cui farebbe fede il fatto che, dall’inizio di gennaio, sono sbarcati solo 160 migranti.
“E’ vero, dal primo gennaio sono arrivati appena 160 migranti. Roma non dice, però, che tra Spagna e Grecia ne sono arrivati più di 5 mila. Che cioè i muri che ha eretto, chiudendo addirittura i porti, come tutti i muri, non fermano i flussi ma, semmai, li deviano e l’Europa ne è comunque investita. Ma questo è il meno. La cosa più grave è che Roma non si pone minimamente il problema della sorte che attende i ‘respinti’, tutti quelli, cioè, che vengono ricondotti di forza nell’inferno libico, nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti. Perché di questo si tratta: non di salvataggi ma di respingimenti di massa, arresti e chiusura nei lager. Respingimenti che, oltre tutto, sempre più spesso vengono effettuati con mercantili di passaggio”.
In effetti, stanno aumentando i casi di naufraghi recuperati in mare e riportati in Libia da navi commerciali. Il caso più clamoroso è stato quello della Nivin, il cargo dal quale, una volta arrivati a Misurata anziché in Italia come credevano, decine di migranti presi a bordo da un gommone nel Mediterraneo, si sino rifiutati di sbarcare. Fino a quando, per vincerne la resistenza, le forze speciali libiche hanno condotto un vero e proprio blitz, con decine di feriti e arresti.
“Ricordo bene la vicenda della Nivin. E’ scoppiata una rivolta perché a quei ragazzi era stato promesso che li avrebbero portati in Italia. Proprio di recente, il 20 gennaio, c’è stato un episodio analogo, quello del gommone con 106 migranti abbandonato alla deriva per una intera giornata, fino alle 23 passate, nonostante gli appelli lanciati a più riprese, fin dalle 10 del mattino, dalla Ong Alarm Phone. Secondo quanto si è letto sui giornali, l’Italia è stata tra le prime destinatarie della richiesta di aiuto ma, anziché intervenire direttamente, ha esercitato per ore forti pressioni sulla Libia, perché assumesse la gestione del soccorso, fino a che Tripoli ha deviato sul posto il mercantile Lady Sham, della Sierra Leone. Portati a bordo, i migranti – secondo quanto avrebbero riferito nelle ore successive ad Alarm Phone – erano convinti che sarebbero stati trasferiti in Italia. Forse gli è stato promesso così per tenerli calmi. Ma poi, quando si sono accorti di essere stati portati invece a Misurata, sono piombati nella disperazione: questa volta non c’è stata una rivolta, ma qualcuno ha addirittura minacciato di uccidersi. E’ assurdo. Si sta affermando una pratica generalizzata di respingimenti di massa, in contrasto con il diritto internazionale e servendosi sempre più spesso di navi da carico prese a caso e sicuramente inadeguate. Mentre, nello stesso tempo, si continua a fare la guerra contro le Ong, criminalizzate, a mio parere, essenzialmente perché sono testimoni scomodi di quanto accade. In particolare, sono nel mirino le pochissime navi Ong rimaste operative. A cominciare dalla Sea Watch la quale, dopo l’odissea di 20 giorni in mare carica di migranti, conclusa a Malta, ora naviga con altri 47 naufraghi salvati da un battello che stava affondando, ma che non sa dove sbarcare…”.
Eppure il premier Conte e i ministro Salvini e Di Maio continuano a vantare la politica messa in campo da Roma.
“L’ultimo risultato di questa politica, in verità, è il ritiro della Germania dalla missione Sophia e, probabilmente, la fine stessa di questo programma, lasciando il Mediterraneo ancora più sguarnito, Ma, a parte questo, se sono un successo tutte le morti e le sofferenze in cambio della diminuzione degli sbarchi in Italia lo lascio giudicare alla coscienza e al senso di umanità della gente. Mi sembra fuorviante, però, che invece di riflettere su quanto sia alto il costo di vite umane pagato da profughi e migranti che si imbarcano verso l’Italia, si tirino fuori di continuo dei diversivi. Ad esempio, l’eterno alibi della sicurezza e della ‘difesa dei confini’, come se alle porte ci fosse un esercito in armi e non dei disperati in fuga per la vita. O, ancora, più di recente, la pretesa ricerca delle ‘cause remote’ dell’immigrazione dall’Africa, come la questione della moneta, il franco legato all’euro, in uso in diversi paesi dell’ex Africa Francese. Ma se si cercano cause e responsabilità remote sul ‘caso Africa’, nessuno in Europa è esente da colpe. Meno che mai l’Italia. Io dico solo che siamo di fronte a un problema decisivo per il modo di essere della società europea in cui viviamo”.

martedì 22 gennaio 2019

La strage a 50 miglia dalla Libia è solo l’ultima di una lunga, “silenziata” catena?






di Emilio Drudi

E’ stata una strage: almeno 117 migranti morti, tra cui 10 donne e 2 bambini. Uno di appena due mesi. E’ il bilancio dell’ultimo naufragio nel Mediterraneo Centrale. I disperati stipati dai trafficanti sul gommone andato a picco venivano quasi tutti dal Sudan o dall’Africa Occidentale. Tre soltanto i superstiti: due sudanesi e un gambiano. E potrebbe essere solo l’ultima di una serie di tragedie analoghe accadute nelle ultime settimane ma rimaste sconosciute. “Silenziate”. Anche questa, del resto,  scoperta quasi per caso, ha rischiato di finire in un limbo indefinito, nota soltanto ai familiari delle vittime, altri disperati la cui voce viene ascoltata sempre di meno.
Il battello era partito da Gasr Garabulli, 60 chilometri a est di Tripoli. Dopo 10-11 ore di navigazione, più o meno 50 miglia a nord-est di Tripoli, ha avuto un’avaria, cominciando ad imbarcare acqua e ad affondare lentamente. Ed è iniziata la strage: molti sono via via scivolati in mare e le onde li hanno trascinati lontano. L’allarme è scattato nel pomeriggio, quando un aereo militare italiano della missione Mare Sicuro, con base a Sigonella, ha avvistato casualmente il gommone, che non era ormai più in grado di galleggiare. I piloti hanno lanciato due zattere di salvataggio e avvertito la nave Duilio, che si trovava a circa 200 chilometri di distanza. Dall’unità si è levato in volo un elicottero di soccorso che, raggiunta la zona segnalata, ha avvistato e recuperato un uomo in mare e due su una delle zattere di salvataggio. Poco distante flottavano tre salme. Nessuna traccia degli altri. I tre superstiti, tutti in forte crisi di ipotermia, sono stati trasferiti d’urgenza a Lampedusa. Le ricerche condotte fino a notte inoltrata non hanno dato esito.
Nonostante il naufragio sia avvenuto in acque della zona Sar libica, nessun intervento da parte della Marina di Tripoli, tranne l’invio sul posto di una nave mercantile di passaggio. Nient’altro. Lo conferma la nave della Ong tedesca Sea Watch, informata del gommone in difficoltà da Moonbird, il piccolo apparecchio da ricognizione di Humanitarian Pilots, che aveva intercettato i messaggi dell’aereo di Mare Sicuro. Appena saputo dell’emergenza, l’equipaggio si è mobilitato: “Dalla centrale di coordinamento della Guardia Costiera di Roma non ci hanno fornito indicazioni più precise, dicendo che la responsabilità del soccorso era di Tripoli. Allora abbiamo cercato di metterci in contatto con Tripoli, ma nessuno ha risposto alle nostre chiamate, fatte in più lingue”. Sulla base delle prime indicazioni fornite dall’aereo militare, si è parlato di una cinquantina di vittime; poi, secondo l’elicottero della Duilio, di 20. Appena però i tre superstiti sono stati in grado di parlare, hanno dichiarato ai funzionari dell’Oim, a Lampedusa, che erano partiti in 120 e che i loro compagni sono annegati uno dopo l’altro, mentre il gommone affondava. “Siamo rimasti in acqua per ore, senza ricevere alcun soccorso”, hanno riferito i tre ragazzi, che presentano ustioni da benzina, tipiche in questo tipo di naufragi.
E’ una sequenza terribile, che dimostra almeno due cose. Da mesi i governi europei continuano a dire che la Libia sta svolgendo bene il suo compito di ricerca e soccorso nella vastissima zona di mare che si è auto-attribuita, arrivando fino alle soglie di Lampedusa. Gli ultimi “elogi” sono arrivati dal ministro Matteo Salvini per l’Italia e dal premier maltese Joseph Muscat il quale, proprio alla vigilia di questa ennesima tragedia, ha dichiarato che “la Guardia Costiera libica sta svolgendo un ottimo lavoro”. Elogi “pelosi” e interessati, fatti probabilmente per giustificare la chiusura dei porti e la “guerra” che ha costretto quasi tutte le Ong a sospendere le operazioni di assistenza e soccorso in mare. In realtà, però, non solo a carico della Guardia Costiera di Tripoli è in corso un’inchiesta da parte della Corte Penale dell’Aia per tutta una serie di soprusi nei confronti dei migranti, ma, soprattutto, la zona Sar libica non è che una finzione. Tripoli non ha alcun requisito per poterla gestire: non una flotta né squadre aeree adeguate a operazioni di ricerca e recupero, non una struttura operativa di coordinamento centrale e meno che mai sezioni locali nei porti principali. E, in primo luogo, la Libia non può essere considerata un porto sicuro, dove sbarcare i naufraghi che, una volta a terra, vengono rinchiusi in autentici lager. Anzi, quei naufraghi ne sono appena fuggiti, come evidenziano ormai decine di rapporti dell’Onu, dell’Unhcr, dell’Oim e di tutte le principali Ong internazionali. E non a caso proprio diverse Ong e altri gruppi umanitari sono stati tra i primi a insorgere dopo questa nuova tragedia, evidenziando che se la Guardia Costiera libica fosse intervenuta subito, forse il conto dei morti sarebbe stato meno doloroso, anche se gli stessi superstiti hanno dichiarato che avrebbero preferito annegare piuttosto che tornare in Libia: “Nessuno – è la denuncia – si è accorto di nulla fino a quando il gommone non è stato avvistato da un aereo italiano. Per di più, 50 miglia si coprono in meno di tre ore con una motovedetta. E’ l’ennesima dimostrazione che la Marina di Tripoli non è affidabile: non è in grado di gestire una zona Sar e averle delegato totalmente il controllo e i soccorsi in mare significa rendersi complici di tragedie come questa”.
Ma probabilmente – ed è qui il secondo punto – si è creato tacitamente un clima per cui la cosa fondamentale non è che stragi del genere non accadano più, ma solo che non si scoprano e, dunque, non se ne parli. Induce a crederlo il fatto che ormai da diverse settimane è caduto come un velo di totale “oscuramento” su due episodi, altre due “spedizioni” di migranti dalla Libia, che si teme sempre di più siano finite in tragedia. Con oltre cento vittime.
Il primo è la scomparsa di una grossa barca in vetroresina di cui non si ha più traccia da quasi un mese. La partenza è avvenuta da Homs la sera del 22 dicembre, poco dopo le 18. A bordo c’erano 94 profughi (87 eritrei, 4 egiziani e 3 bengalesi), tra cui alcune donne e due bambini, uno di tre anni e l’altro di pochi mesi. L’ultimo contatto risale alle undici circa del giorno 23. Così almeno ha riferito ai familiari dei migranti il trafficante che ha organizzato la “spedizione”, un eritreo di nome Abduselam Ferensawi, asserendo di aver seguito la rotta sino a quando, da bordo, gli avrebbero comunicato che stavano per essere salvati “da una grossa nave”. In realtà non si è mai trovata traccia né di questa nave, né tantomeno della barca dei migranti. E da quel momento in poi Abduselam avrebbe risposto alle domande sempre più pressanti dei familiari con una serie di ricostruzioni palesemente false, come quella che l’intero gruppo sarebbe stato salvato dalla nave della Ong spagnola Open Arms o che addirittura sarebbe arrivato a Gibilterra. Salvo poi cambiare versione e dire che la barca era stata intercettata dalla Guardia Costiera libica e gli occupanti condotti in un centro di detenzione. Anche questa, però, appare un’invenzione: “Se i nostri ragazzi fossero stati riportai in Libia – insistono alcuni dei familiari – certamente ce lo avrebbero fatto sapere. Invece non abbiamo più alcuna comunicazione, da parte loro, dal 22 dicembre, quando ci hanno informato che stavano per imbarcarsi”. Ecco: dal 22 dicembre è passato un intero mese, ma nessuno ha fornito risposte. Anzi, di questo mistero non si è neanche mai parlato.
Il secondo episodio è analogo. Riguarda una barca salpata il 30 dicembre da Zawija, uno dei principali punti d’imbarco usati dai trafficanti, 50 chilometri a ovest di Tripoli. A bordo c’erano 27 giovani, tutti eritrei. La “traversata”, in questo caso, è stata organizzata da un libico che, per quanto ne sanno i familiari dei ragazzi, si chiamerebbe Haisem. Anche in questo caso, l’ultimo contatto risale grossomodo al momento della partenza. Dalle ore successive è subentrato il silenzio più assoluto. Si potrebbe ipotizzare che il battello sia stato intercettato dalla Marina di Tripoli, ma le famiglie dei 27 profughi tendono ad escluderlo: “Ci sono stati anche in passato alcuni giorni di silenzio ma poi qualcuno si è sempre fatto vivo per rassicurarci. Ora invece sono già passate tre settimane e non abbiamo saputo più nulla”. “Nella loro voce – ha riferito il rappresentante del Coordinamento Eritrea Democratica, a cui alcuni familiari si sono rivolti per chiedere aiuto – si avvertiva evidente il dolore e la preoccupazione, anche se continuano ad aggrapparsi alla speranza che i loro ragazzi siano ancora vivi e prima o poi vengano ritrovati”.
E’ evidente, però, che più passa il tempo, più quella speranza diventa flebile. Anche perché in genere si sa subito quando una barca di migranti viene fermata in mare e costretta a rientrare in Libia. L’ultimo caso risale al 31 dicembre, quando oltre 200 migranti sono stati bloccati ad alcune decine di miglia dalla costa e poi consegnati al centro di detenzione di Homs, dal quale quasi tutti si sono subito messi in contatto con le famiglie per segnalare che la loro fuga era stata interrotta. Del resto, anzi, la stessa Marina di Tripoli si affretta sempre a segnalare le barche che riesce a intercettare, forse per dimostrare che sta svolgendo bene il compito di gendarme anti immigrazione che le è stato assegnato dall’Europa.
C’è da chiedersi, allora, come mai l’Unione Europea ma in primo luogo l’Italia – visto il patto siglato con Tripoli nel febbraio 2017 – non pretendano almeno verità e chiarezza su episodi come questi. Verità e chiarezza sulla sorte di centinaia di giovani in fuga per la vita. Come mai, cioè, l’Unione Europea e l’Italia non abbiano nulla da dire su tanto silenzio. Nulla neanche dopo che, dal 3 gennaio in poi, sulla costa del golfo della Sirte hanno cominciato ad affiorare cadaveri su cadaveri: finora almeno 25, senza che nessuno abbia neanche tentato di spiegare da dove provengano. Da quale naufragio “silenziato” provengano.

mercoledì 2 gennaio 2019

Corno d’Africa: Cosa cambia sotto il sole eritreo


Con la firma del 16 settembre a Gedda, l’Eritrea sembra aver perso il suo maggior nemico: l’Etiopia. Sono passati due anni di guerra e 18 di guerra fredda. Il piccolo paese che si affaccia sul Mar Rosso si è sigillato nei suoi confini diventando la peggiore dittatura d’Africa. Cosa cambierà per i suoi abitanti? Ci saranno aperture? Intanto sembra si sia innescato un effetto domino che potrebbe portare a un cammino verso la pace in tutta l’area.

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi». Sostituite il principe Tancredi a Isaias Afewerki, Salina ad Asmara e il gioco è fatto. Nulla meglio del celebre romanzo «Il gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa riesce a spiegare l’attuale situazione dell’Eritrea. La pace con l’Etiopia sembra aver portato un grande cambiamento nel piccolo paese affacciato sul Mar Rosso ma, al momento, poco è davvero mutato rispetto al passato. Il regime è ancora lì, intatto. La sua presa sulla politica e sulla società è ancora fortissima. La Costituzione non è stata emanata. Non esiste un sistema giudiziario indipendente. I più elementari diritti umani e civili non sono tutelati. Le forze armate non sono state smobilitate. Pochi detenuti politici sono stati liberati. Certo, l’intesa con Addis Abeba ha portato a un miglioramento delle condizioni di vita, perché nel paese sono arrivate più merci.




Robertharding / Michael Runkel

Economia in ripresa

La proposta di pace avanzata il 6 giugno dal premier etiope Abiy Ahmed al presidente eritreo Isaias Afewerki ha spiazzato l’Eritrea. Negli ultimi vent’anni lo stato di non belligeranza con Addis Abeba, seguito al conflitto del 1998-2000 tra i due Paesi, era servito al regime di Asmara per giustificare il suo potere. Invocando la «minaccia etiope», Afewerki ha imposto un regime di rigida autarchia economica accompagnata da una forte stretta politica.
Con la pace firmata il 9 luglio e poi ratificata il 16 settembre a Gedda (Arabia Saudita), l’Eritrea ha perso il suo principale nemico e, con esso, ogni pretesto per non introdurre garanzie democratiche. In realtà, nel paese poco è cambiato. Le piccole trasformazioni sono avvenute soprattutto in campo economico. «Con l’apertura delle frontiere con l’Etiopia, prevista dagli accordi di pace – osserva Erminia Dell’Oro, scrittrice italo-eritrea -, i prezzi dei generi alimentari e di prima necessità sono fortemente calati. Il teff, cereale base della cucina eritrea ed etiope, fino a pochi mesi fa costava moltissimo e la gente soffriva la fame, perché doveva pagare cifre elevate. Oggi il costo è calato, nei mercati ce n’è maggiore disponibilità grazie alle importazioni dall’Etiopia. Da anni, la mia famiglia voleva rifare la facciata della casa, ma aveva soprasseduto perché il cemento e gli intonaci costavano troppo. Adesso i prezzi sono calati e stiamo progettando di mettere in campo i lavori».
La povertà però è diffusa. «Servirebbero politiche che favoriscano la reindustrializzazione del paese – spiega una giovane asmarina che vuole mantenere l’anonimato -. Il paese deve recuperare la sua vocazione commerciale. Pensiamo solo all’importanza dei nostri porti, in particolare Massaua e Assab. Se ben sfruttati possono diventare lo sbocco al mare per tutto il Corno d’Africa. L’Eritrea deve però investire per ricostruire quel tessuto industriale e artigianale un tempo così fiorente (cotonifici, birrifici, aziende artigiane, ecc.). Solo questo ci può garantire un flusso costante di entrate e maggiore occupazione».
Attualmente in Eritrea non c’è lavoro. La povertà è palpabile. «Girando per le strade si vedono mendicanti che chiedono l’elemosina – continua la scrittrice -. Un tempo, una cosa simile era impensabile. Molti giovani sono fuggiti e le famiglie sono composte dai nonni che, tra mille difficoltà, crescono i nipoti».
La povertà è evidente, anche se si guardano i palazzi e le strade di Asmara. «La nostra capitale – conclude la ragazza asmarina – è come una donna che da giovane era bellissima ma è invecchiata male e oggi è piena di rughe. Le strade sono dissestate e piene di buche. Gli edifici, un tempo splendidi, frutto dei progetti dei migliori architetti italiani, dimostrano i segni degli anni. Vent’anni di stato di guerra hanno lasciato segni profondi. Ma sono convinta che, appena ci saranno le condizioni, Asmara tornerà al suo antico splendore».

                                                                       John Thys / AFP

Stallo politico

La politica però rimane un tabù. Nelle strade, nei luoghi pubblici, nelle scuole non si parla del presidente, del governo, del partito di maggioranza. C’è paura. L’apparato repressivo, che fa leva su una capillare rete di informatori, non è stato smantellato. «Nel paese non c’è dibattito – continua Erminia -. Tra la gente comune c’è una grande ammirazione per il premier etiope Abiy Ahmed. Un primo ministro giovane, dinamico, che ha saputo superare una crisi politica lunga vent’anni. Di Isaias Afewerki si parla poco o nulla. C’è la speranza che sappia guidare una trasformazione del paese. Anche se molti ne dubitano».
I problemi degli ultimi vent’anni sono ancora tutti sul tavolo. La Costituzione democratica, redatta alla fine degli anni Novanta, non è mai entrata in vigore. Quindi non c’è una Carta che garantisca i più elementari diritti civili. Nel paese non si tengono regolari elezioni, non c’è un parlamento e sistema giudiziario indipendente. Alcuni oppositori sono stati rilasciati, ma la maggior parte sono ancora in una delle 350 prigioni del paese. «Quello di Asmara – sottolinea Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara – è uno dei regimi politici più duri del mondo, una dittatura che ha soppresso ogni forma di libertà, annullato la Costituzione del 1997, soppresso di fatto la magistratura, militarizzato l’intera popolazione per quasi tutta la vita. Una dittatura che ha creato uno stato prigione. Anche di recente sono stati arrestati oppositori, sono state chiuse scuole cattoliche e islamiche, sono stati sbarrati otto centri medici e ospedali cattolici, mentre il patriarca della chiesa ortodossa Abune Antonios, fermato nel 2004, si trova ancora agli arresti dopo ben 14 anni».



Maheder HaileselassieTadese / AFP

Negli anni, il regime ha arruolato migliaia di ragazzi e li ha schierati alla frontiera con l’Etiopia. Questi militari di leva, per i quali non era e non è prevista una data certa di congedo, non sono ancora stati smobilitati. «La pace – spiega un altro religioso che vuole mantenere l’anonimato – non ha portato a uno snellimento delle forze armate. Nonostante la minaccia etiope sia venuta meno, i reparti sono ancora a pieno organico. Nessun giovane è tornato a casa. La gente inizia a chiedersi perché. Che senso ha tenere una struttura così grande e costosa?».
E le persone continuano a fuggire. Se in passato si scappava di nascosto, attraversando la frontiera di notte per non farsi bloccare dalle guardie di confine, oggi lo si fa alla luce del sole. Grazie all’apertura della rotta aerea Asmara-Addis Abeba, molti eritrei si recano in Etiopia e da lì verso altri paesi africani o verso l’Europa. «L’Eritrea – ci dice Tekle Haile, eritreo, storico oppositore del regime, da anni in esilio in Italia – ha siglato un trattato di pace di cui non si conoscono i contenuti. L’opposizione, oggi frazionata, ma che nei prossimi mesi darà vita a un unico soggetto, teme che il nostro paese sia stato svenduto all’Etiopia. Che ne sarà dei nostri porti? Delle nostre strade? Dei nostri ponti? Della nostra economia? Non vorremmo che, dopo trent’anni di guerra di indipendenza, un altro conflitto durato tre anni seguito da vent’anni di dura non belligeranza, ora l’Eritrea torni a essere una sorta di provincia di Addis Abeba. Questa incertezza economica e questo regime così oppressivo fanno paura e la gente continua a fuggire».
Enrico Casale


                                              Eduardo Soteras / AFP

Chi è l’artefice del cammino di pace

Abiy Ahmed: come ti rivolto il Corno

La pace tra Eritrea ed Etiopia ha un protagonista: è il premier etiope Abiy Ahmed. È stato lui l’artefice dell’apertura nei confronti di Asmara. Ma questo è solo uno dei tasselli della politica di riforma con la quale sta trasformando nel profondo il suo paese.

Multietnico

Abiy Ahmed, 42 anni, cristiano riformato, ma figlio di un papà musulmano e una mamma cristiana ortodossa, è un oromo, appartiene cioè all’etnia maggioritaria, sebbene sempre discriminata. Arrivato al potere, nell’aprile 2018 ha avviato una serie di grandi cambiamenti. Oltre ad annunciare, fin dal suo primo discorso tenuto il 2 aprile, la necessità di un dialogo con l’Eritrea, ha promosso una riconciliazione nazionale, ordinando il rilascio di migliaia di prigionieri politici e legalizzando i gruppi di opposizione, a lungo definiti «organizzazioni terroristiche». In campo economico ha promesso di rilanciare l’economia etiope (che viaggia già a percentuali di crescita intorno all’8-9%) scommettendo sul sistema produttivo e privatizzando alcune imprese statali. Anche la pace con l’Eritrea potrà avere profondi risvolti in campo economico: l’Etiopia potrà infatti sfruttare i porti di Massaua e di Assab, più vicini e meglio collegati di quelli di Gibuti e Port Sudan.

Pace nel Corno d’Africa

Proprio la pace con l’Eritrea ha creato una sorta di effetto domino che, dopo anni di forti tensioni, sta riportando stabilità in tutto il Corno d’Africa. Dopo l’intesa fra Asmara e Addis Abeba, il premier Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afewerki hanno infatti aperto un tavolo di trattativa con il presidente somalo Mohamed Abullahi Mohamed «Farmajo». Da questo tavolo, il 6 settembre è nato il Joint high level committee, una commissione formata dai tre governi che mira al rafforzamento dei loro legami politici, economici, sociali e culturali, oltre che garantire il perseguimento e il mantenimento della pace e della sicurezza in tutta l’Africa orientale. Un passo avanti importantissimo se si tiene conto che la Somalia è stata per anni un teatro in cui Eritrea ed Etiopia si sono scontrati per interposta persona. Non è un caso che, nel 2009, l’Onu ha imposto ad Asmara l’embargo sull’importazione delle armi per il sospettato supporto eritreo ai militanti islamisti somali di Al Shabaab (milizia da sempre feroce avversaria dell’Etiopia).
La creazione di questa commissione ha rappresentato la base per porre un altro tassello della stabilità regionale: la pace tra Eritrea e Gibuti. Le tensioni tra i due paesi risalgono al 1996, quando l’ex Somalia francese ha accusato Asmara di un attacco presso il villaggio di Ras Doumeirah. L’episodio non si è trasformato in guerra aperta, ma le tensioni si sono trascinate fino al 2010 quando, grazie alla mediazione del Qatar, le due nazioni sono arrivate a un accordo sulle dispute territoriali. Nel 2017 le tensioni sono tornate ad accendersi quando Gibuti si è apertamente schierata a favore della coalizione saudita contro il Qatar, mentre l’Eritrea ha continuato a professarsi amica di Doha. Proprio grazie alla mediazione di Etiopia e Somalia, la frattura è stata ricomposta e a metà settembre i presidenti eritreo Isaias Afewerki e gibutino Ismail Omar Guelleh hanno siglato un’intesa di collaborazione.

Diffidenze

È ormai chiaro che le aperture di Abiy Ahmed hanno dato il via a un processo di distensione che va oltre la stessa Etiopia e investe l’intera regione. Una regione, il Corno d’Africa, che negli ultimi 25 anni ha conosciuto guerre civili lunghissime (Somalia) e tensioni tra stati (Gibuti, Eritrea ed Etiopia) che hanno frenato la crescita economica e sociale.
Non tutti però apprezzano la politica di apertura del premier di Addis Abeba. La diffidenza arriva dall’etnia tigrina (che in Etiopia rappresenta solo il 7% della popolazione) che ha gestito il potere dall’inizio degli anni Novanta, ma anche dagli apparati di sicurezza e da alcune frange delle forze armate. Riuscirà Abiy Ahmed a superare queste resistenze? La popolazione è dalla sua parte. E anche la comunità internazionale, se è vero che il Wall Street Journal lo ha definito «la più grande speranza per il futuro democratico dell’Etiopia».
En.Cas.
Foto di Claudia Caramanti