lunedì 18 ottobre 2021

Lettera al Presidente del Consiglio Prof. Mario Draghi

 Eccellenza Sig. Presidente,

Prof. Mario Draghi

 

sono rientrato da pochi giorni da Lampedusa, dove il 3 ottobre è stata ancora una volta ricordata la tragedia in cui hanno perso la vita ben 368 migranti, quasi tutti eritrei in fuga dalla dittatura che da almeno vent’anni opprime il paese e ruba la vita in particolare ai giovani. Sembra ieri, eppure da quell’alba triste in cui si è consumata la strage sono già passati otto anniIl tempo, però, non ha lenito il doloreAnche perché sono ancora tanti, troppi, i fattori che mantengono aperte le ferite dell’animo.


Tre soprattutto:

 

– Non si è ancora stata fatta piena chiarezza su quanto è accaduto e su tutte le eventuali responsabilità.


– Non si è mai concretizzata ed anzi sembra ormai del tutto abbandonata la proposta di riunire in un unico luogo le salme delle vittime, creando una sorta di memoriale non solo di questa strage ma nel nome di tutti i giovani che, negli ultimi anni, costretti a lasciare la propria terra, sono scomparsi nel Mediterraneo o lungo le vie di fuga “a terra”.


– Non si è ancora riusciti nemmeno a dare un nome a tutte le vittime, perché i familiari possano deporre un fiore sulle loro tombe.

 

Ecco, queste mie righe nascono proprio da quest’ultimo punto. Non solo molti di quei ragazzi – donne e uomini – restano sconosciuti. Ho appreso con dolore, sorpresa e profondo sconcerto che almeno dieci salme – una identificata e le altre nove, la maggioranza, non ancora – sono state dissepolte per essere inumate in nel campo comune.

 

E’ accaduto nel cimitero di Sciacca. Lo ha scoperto una signora eritrea arrivata dalla Svizzera per pregare sulla tomba della sorella. Sono anni che questa signora affronta periodicamente il sacrificio di quello che potrebbe definirsi quasi un pellegrinaggio del dolore. Ma questa volta a dolore si è aggiunto dolore, perché ha dovuto constatare che nella tomba su cui si era tante volte soffermata in preghiera non era più sepolta la sorella ma un’altra persona. Ne è seguito un rapido accertamento, a cui ho partecipato io stesso, e ne è venuto fuori che altri 9 profughi, tutti senza nome,hanno subito la stessa sorte. La giustificazione delle autorità comunali di Sciacca è stata che, avendo requisito a suo tempo i loculi necessari su richiesta della Prefettura, ha ora dovuto restituirli ai proprietari su disposizione del Tribunale, trasferendo di conseguenza quelle dieci salme nel campo comune, tanto più che si trattava in maggioranza di persone sconosciute.

 

Non voglio entrare nelle motivazioni legali o, diciamo, “pratiche”, che possono aver indotto l’amministrazione comunale di Sciacca a prendere questa decisione. Mi limito a sottolineare due cose. La prima è che mi sembra a dir poco assurdo e irrispettoso rimuovere una salma senza avere la delicatezza di comunicarlo ai familiari. E quanto agli “sconosciuti”, penso che sarebbe stato doveroso avvertire le autorità di governo e le organizzazioni o le associazioni che fin dall’inizio si sono occupate e continuano ad occuparsi della vicenda, in modo da concordare insieme una soluzione diversa da quella della fossa comune. E’ certamente vero, infatti, che finora non si è riusciti a dare un nome a quei poveretti e a molti altri come loro, ma il lavoro della commissione d’indagine non è terminato e provvedimenti del genere, oltre a risultare oltraggiosi per le vittime, rischiano di complicare gli accertamenti,già di per sé difficili e lunghi.

 

Non solo. Sotto il profilo morale, quanto è accaduto sembra quasi il segnale di una sorta di volontà di chiudere per sempre questa terribile storia, cancellando persino la “testimonianza” che è di per sé rappresentata da ciascuna di quelle salme – senza nome o con un nome non fa molta differenza – e di conseguenza cancellando, insieme a quella “testimonianza”, la memoria stessa di quella strage che è diventata il simbolo della enorme tragedia dell’immigrazione negli ultimi 25 anni.

 

Vorrei allora ricordare – senza alcuna punta polemica ma con estrema decisione e convinzione – gli impegni presi dal governo italiano nell’ottobre 2013, all’indomani di quel terribile naufragio. Si parlò non solo della necessità di fare “piena luce” sulla strage ma, a proposito delle vittime, di onoranze funebri solenni, che testimoniassero l’impegno dello Stato italiano e la sua vicinanza con le famiglie delle vittime e con isuperstiti. A otto anni di distanza, invece, si deve scoprire che alcune salme vengono addirittura praticamente sfrattati. Quasi nascoste. E il timore è che, seguendo il principio adottato dall’amministrazione di Sciacca, lo stesso accada anche in altri Comuni siciliani che accolgono quei poveri resti nei loro cimiteri.

 

Le chiederei, allora, di fare in modo che il precedente di Sciacca non si ripeta e che, anzi, quelle dieci salme tornino ad avere ciascuna una propria, particolare sepoltura: nient’altro che quello che accade nei cimiteri – magari modestissimi, ma pieni di dignità e umanità – dedicati in alcuni paesi africani, come la Tunisia o l’enclave spagnola di Ceuta, ai resti mortali dei migranti recuperati in mare. Anzi, le chiederei, in realtà, molto di più: il caso di Sciacca potrebbe essere l’occasione per rilanciare gli impegni presi dal Governo nel 2013. Come? Ad esempio, sostenendo di più il lavoro della commissione impegnata a dare un nome e un volto alle vittime ancora sconosciute e rilanciando il progetto del memoriale.

 

Grazie dell’attenzione e per quanto vorrà fare. Resto ovviamente a disposizione per qualsiasi chiarimento e le invio intanto i mei più cordiali saluti.


         don Mussie Zerai Dr. Theol. H.C

domenica 3 ottobre 2021

Giornata della Memoria 03 ottobre 2013 - 2021

Le vittime di omissione di soccorso attendono Giustizia 

Oggi siamo tutti a Lampedusa a fare memoria delle vittime di omissione di soccorso del 03 ottobre del 2013.

La nostra presenza qui è per chiedere dignità per le vittime, dignità anche nelle sepolture, facciamo appello alle amministrazioni locali e regionali di dare degna sepoltura, in certe zone della Sicilia le sepolture dei migranti è totalmente abbandonato, dall‘incuria reso irriconoscibile. Le famiglie che ogni anno che vengono in visita vivono lo strazio di vedere queste tombe trascurate lasciate all‘incuria e indifferenza. Fare memoria delle vittime deve spingere le autorità civili di tenere dignitosamente le sepolture dei Migranti vittime nel Mediterraneo.
Oggi siamo qui per chiedere verità è Giustizia per le vittime e famigliari, tropi casi di omissione di soccorso sono in attesa di verità e giustizia da molti anni. Ci appelliamo alle autorità giudiziari di fare piena luce su queste stragi di Migranti nel Mediterraneo.
Oggi siamo qui anche per dire basta morti della speranza, le istituzioni europee si impegnino a prevenire queste stragi con politiche di prevenzione, protezione, accoglienza e piena integrazione/inclusione sociale, economico e culturale.
Serve andare alle radici delle cause dell‘esodo di questi migranti. La prevenzione deve partire dal paesi di origine sanare le cause dell‘esodo. Prevenzione anche nei paesi di transito garantendo accoglienza dignitosa e inserimento nel tessuto sociale, educazione, sanità, lavoro ect … La prevenzione si deve fare anche aprendo canali legali per coloro che sono bisognosi di protezione internazionale con corridoio umanitario, programmi di reinsediamento, visti umanitari e visti per studi universitari o cure mediche.
Fare memoria avere una giornata di memoria ha senso solo se questa memoria ci spinge ad evitare altri morti, altre stragi che sono all‘ordine del giorno. 
Il nostro appello alle istituzioni nazionali ed Europei è questo basta indifferenza è tempo di proteggere vite umane e di agire per garantire il rispetto dei diritti e della dignità umana. 

Fr. Mussie Zerai Dr. Theol. H.C

martedì 7 settembre 2021

Rifugiati Eritrei in Pericolo Chiedo Aiuto alla Comunità Internazionale

 Da mesi riceviamo segnalazioni da profughi eritrei vittime di sequestri e ricatti, bambini e ragazze vittime di abusi sessuali. 

Sudan casi di sequestri lampo a scopo di risicato va crescendo in torno ai campi profughi di Shegherab e Kessella, decine di famiglie costretti a pagare il riscatto per ottenere il rilascio dei loro congiunti. L'autori di questi crimini sono clan ben noti alle autorità di polizia Sudanese, clan di etnia Rashaida ben armati e organizzati con elementi criminali di altre etnie sudanesi ed eritrei che controllano tutta la zona di confine tra i due paese e il territorio intorno ai campi profughi.
Il pericolo si annida sulle strade che collegano il campo di Shegherab con Khartoum, molti profughi cadono vittime dei sequestri nel tentativo di raggiungere partenti e amici nella capitale.
Khartoum: una rete di tratta di prostituzione e pedofilia che prende di mira minori figli di profughi e rifugiati, bambine di 10 anni sottratti dalle scuole abusate filmate costrette a subire violenze fisiche e sessuali da adulti. La giustizia Sudanese stenta a perseguirli anche difronte a denunce documentate da alcune famiglie di rifugiati coraggiosi che pretendono giustizia, vogliono distruggere questa rete di criminali, non trovano grande sostegno nella macchina giudiziaria del paese, che spesso rilasciano i criminali che tornano a minacciare e intimidire le famiglie che osano denunciare questi efferati crimini.
Rifugiati Eritrei nei campi profughi vivono nel insicurezza e misera senza nessuna prospettiva per il loro futuro che li spinge alla disperazione rendendo il terreno fertile per i trafficanti che gli spingono a intraprendere il viaggio pericoloso verso il deserto libico e il mare mediterraneo con il miraggio di raggiungere l'Europa.
Serve l'impegno della Comunità Europea per garantire una reale sicurezza e condizione di vita dignitosa, la protezione umanitaria sia effettiva non solo teorica. Serve una giustizia rapida e reale che colpisci i crimini odiosi su minori e contro i sequestri di persona che nel paese sta diventando sempre più una normalità.


Ethiopia
Rifugiati Eritrei due volte vittime, trovatisi in mezzo ad un conflitto che va avanti da mesi. Due campi profughi distrutti, oltre 20 mila profughi dispersi, di cui circa 10 mila si sospetta fossero stati forzatamente deportati verso il paese di origine, ma a tutto oggi nessun autorità internazionale è stato in grado di accertare e verificare le loro condizioni reali. Molti profughi arrivati durante il tempo di conflitto nella regione del Tigray che sono a tutto oggi dispersi nel territorio, visto che è stato sospeso la registrazione dei nuovi rifugiati con il rischio di renderli invisibili senza nessun diritto, esposti ad ogni rischio e pericolo visto che il conflitto non si ferma.
Molti rifugiati urbani nelle città nella Regione del Tigray vivono in condizione di paura e miseria, cosi come in Addis Abeba molti profughi fuggiti dal nord arrivati nella capitale vivono in situazioni disperate di assoluta povertà, ci chiedono aiuto per la loro sopravvivenza.
Chiediamo che la comunità internazionale presti attenzione verso le grida di questi fratelli e sorelle, serve un piano di protezione che sottrai i profughi dalla zona di conflitto con un piano di evacuazione che gli mette al sicuro.
Bisogna valutare se il governo federale etiope riconosce ancora il diritto di asilo degli eritrei, questo compito spetta all'UNHCR qualora l'esito fosse negativo, bisogna trasferire i rifugiati in paesi terzi che possano garantire lo status di rifugiato a chi fugge dal regime di Asmara.
Urgente garantire assistenza a tutta la popolazione coinvolta nel conflitto, in particolare ai profughi e sfollati nella regione del Tigray ai circa 25 mila rifugiati che oggi sono ancora nei due campi profughi di May Aini e Adi Harush.


Fr. Mussie Zerai Dr. Theol. H.C

lunedì 8 marzo 2021

War in Tigray: an investigation immediately of the UN Commission on human rights violations and war crimes

 

"Erasing" Tigray as a political entity and even as a community: this seems to be emerging on the conflict that has been going on since the beginning of November 2020 in northern Ethiopia. The news that filters is scarce: all communications are interrupted from the very first days and the Addis Ababa government has imposed a strict embargo, preventing access not only to independent media but even to humanitarian organizations that have mobilized to bring aid to the civilian population. The little that has emerged, however, is already such as to paint a terrible picture, made up of death, destruction, violence that goes far beyond even the horror that every war entails.


Addis Ababa denies that a war is underway: it claims that it would be "only" an internal operation of public order, to restore legality in a region that has fallen into the hands of rebels who would have put themselves out of the constitution. In reality it is a double war: a fratricidal civil war and a regional war in which, as an ally of the Ethiopian government and federal army, Eritrea, a foreign state, led by a ferocious dictatorship, plays a major role. for years he has seen his "first enemy" in the Tigray People's Liberation Front, the political formation that has long been in effect leading the whole of Ethiopia and still leader in the regional state of which he considers himself the only legitimate authority. Perhaps the horrors that are emerging depend precisely on this combination of factors.

The news that has arrived so far is due to the testimonies of refugees, to the reports of international institutions such as UNHCR and the Red Cross or to courageous NGO operators who have managed to maintain some contacts, to the reports / appeal of some religious, such as in particular the bishop of Adigrat. They all agree that a war of total destruction is being fought, with episodes that can constitute real crimes against humanity.

The data itself is eloquent

- A huge number of victims. It is not known exactly how many, but certainly in the order of thousands and thousands, mostly among the defenseless civilian population

- At least 65,000 refugees forced to flee to Sudan to escape violence, killings, indiscriminate bombings

- Over 2.2 million internally displaced persons: in practice, more than a third of the population of the entire Tigray

- About 3 million people (including internally displaced people) who no longer have to live and are reduced to hunger, so much so that all observers agree in speaking of "widespread malnutrition" while several starvation deaths are already occurring. In particular, the letter / report that the bishop of Adigrat managed to send to various institutions abroad to ask for help is eloquent

- Indiscriminate reprisals with unjustified killing especially of young people, perhaps for the sole suspicion that they are sympathizers of the TPLF

- Mass killings such as the one amply documented by Amnesty International's recent report to Axum. A death toll of at least 750 victims, perhaps 800, is estimated, with killings that lasted for days, even within the sacred area of ​​the Cathedral of St. Mary of Sion or hitting anyone street by street and even house to house, as in a blood orgy dictated by an incomprehensible desire for "punishment" and revenge. Ultimately, a horrendous episode which, if confirmed, in itself constitutes a crime against humanity

- An increasing number of reports of sexual violence, both individual and group, which indicate that women are the first victims of this situation and which, if confirmed in the suspected size, lead to suspicion that rape is used as a "weapon of war" .

- The bombing, attack and looting of places that symbolize the faith and culture of the Tigris as if to also eliminate the roots and the spirit of the Tigrinya people to complete the "ethnic cleansing" that seem to connote the massacres and displacement forced of entire communities. Suffice it to recall, for example, the complex of the cathedral of Santa Maria di Sion in Axum, the holiest place of the Coptic Christian religion, where, according to tradition, the holy ark of the tablets of the law received from Moses is kept; the Al Najashi mosque, near Wukro, the first built in Africa, a symbol of the coexistence between Islam and Christianity; the monastery of Debra Damo, perhaps the most prestigious center of religious studies in Ethiopia, where it appears that the library, keeper of the oldest and most precious sacred books, most of which would have been destroyed, looted or partly stolen, was particularly affected by the soldiers, perhaps with the intention of selling them on the clandestine market

- The almost total destruction of hospitals and centers doctors: it is estimated that less than 15 per cent remained in operation and, moreover, without supplies of medicines and food, without reserves of fuel to operate the generators that are certainly essential due to the frequent, very long interruptions of the electricity supply

- The systematic destruction of infrastructures and production equipment (such as the factories of Adigrat, for example) especially by the Eritrean troops who would complete the looting by plundering the plants or any useful material to transfer it across the border with military truck columns. According to numerous complaints from refugees, the looting would not steal even the private property of families, starting with cars and even food supplies. A total destruction, in fact, which - by overlapping, among other things, an already difficult pre-war economic situation and desertifying the countryside - risks immediately causing a long, terrible famine and, in general, paralyzing and "retreating" for years the economy and the possibilities of recovery of the entire Tigray

- The de facto delivery to the Eritrean troops of thousands of refugees who, fleeing the dictatorship of Asmara, had found refuge in Tigrai in the Shimelba and Hitsats camps. Some were killed in the fighting that directly invested the two structures, many fell into the hands of the regime from which they had escaped and which they accused with their own escape: thousands of these (no less than 15 thousand) are practically disappeared and it appears from various testimonies that a good percentage of them, carefully "selected" people, were forced to return to Eritrea. Ethiopia, to which the refugees had entrusted their lives seeking asylum, did not object in the slightest, in evident contrast with international law.

Even if only part of this will be confirmed, it is evident that the ongoing war is characterized by the constant, daily violation of the most elementary human rights. Hence, then, the need for the UN, precisely through the Commission for Human Rights, to promote and indeed demand an in-depth independent international investigation. The governments of Addis Ababa and Asmara deny that an emergency situation such as the one described has been created. Prime Minister Abiy Ahamed, declaring the "operation of public order" concluded at the end of November, with the conquest of Macalle, went so far as to argue that there were almost no casualties among the civilian population. In this vein, he has always rejected the hypothesis of an independent investigation. The situation that is emerging is such that it cannot be tolerated yet that we do not go and verify “on the ground” what has happened and what is still happening.

Faced with the suspicion of a blatant violation of human rights and episodes that take the form of crimes against humanity, the international community has not only the right but the duty to intervene. And, precisely because these are crimes against humanity, it has all the juridical and legal instruments to do so. Regardless of the will of Addis Ababa.

venerdì 5 marzo 2021

Guerra in Tigrai: subito un’inchiesta della Commissione Onu sulla violazione dei diritti umani

 

"Cancellare” il Tigrai come entità politica e addirittura come comunità: questo sembra stia emergendo sul conflitto in corso dall’inizio di novembre 2020 nel nord dell’Etiopia. Le notizie che filtrano sono scarse: tutte le comunicazioni sono interrotte fin dai primissimi giorni e il governo di Addis Abeba ha imposto uno stretto embargo, impedendo l’accesso non solo ai media indipendenti ma persino alle organizzazioni umanitarie che si sono mobilitate per portare aiuto alla popolazione civile. Quel poco che è emerso, tuttavia, è già tale da dipingere – se confermato – un quadro terribile, fatto di morte, distruzione, violenze che vanno molto al di là anche dell’orrore che ogni guerra comporta..

 


Addis Abeba nega che sia in corso una guerra: sostiene che si tratterebbe “solo” di una operazione interna di ordine pubblico, per riportare la legalità in una regione caduta in mano a ribelli che si sarebbero messi fuori dalla costituzione. In realtà è una guerra duplice: una guerra civile fratricida e una guerra regionale nella quale, come alleata del governo e dell’esercito federale etiopico, svolge un ruolo di grande rilievo l’Eritrea, uno stato estero, governato da una dittatura feroce, che da anni vede il suo “primo nemico” nel Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, la formazione politica già a lungo di fatto alla guida dell’intera Etiopia e tuttora leader nello stato regionale di cui si considera l’unica autorità legittima. Forse gli orrori che, secondo varie fonti, starebbero emergendo dipendono proprio da questo combinarsi di fattori.

Le notizie arrivate finora si devono alle testimonianze dei profughi, ai rapporti di istituzioni internazionali come l’Unhcr e la Croce Rossa o di coraggiosi operatori di Ong che sono riusciti a mantenere alcuni contatti,  alle relazioni/appello di alcuni religiosi, come in particolare il vescovo di Adigrat. Tutte concordano che si starebbe combattendo una guerra di distruzione totale, con episodi che possono configurare veri e propri crimini contro l’umanità.

I dati comunicati appaiono di per sé eloquenti

– Un numero enorme di vittime. Non si sa esattamente quanti, ma sicuramente nell’ordine di migliaia e migliaia, in buona parte tra la popolazione civile inerme

– Almeno 65 mila profughi costretti a fuggire in Sudan per sottrarsi a violenze, uccisioni, bombardamenti indiscriminati

– Oltre 2,2 milioni di sfollati interni: in pratica, più di un terzo della popolazione dell’intero Tigrai

– Circa 3 milioni di persone (inclusi gli sfollati interni) che non hanno più di che vivere e sono ridotte alla fame, tanto che tutti gli osservatori concordano nel parlare di “diffusa malnutrizione” mentre già si starebbero verificando diverse morti per fame. E’ eloquente, in particolare, la lettera/relazione che il vescovo di Adigrat è riuscito a far pervenire a varie istituzioni all’estero per chiedere aiuto

– Rappresaglie indiscriminate con l’uccisione immotivata soprattutto di giovani, magari per il solo sospetto che siano simpatizzanti del Tplf

– Stragi di massa come quella denunciata con varie testimonianze dal recente rapporto di Amnesty International ad Axum. Si calcola un bilancio di morte di almeno 750 vittime, forse 800, con uccisioni che si sarebbero protratte per giorni, persino all’interno dell’area sacra della cattedrale di Santa Maria di Sion o colpendo chiunque strada per strada e persino casa per casa, come in un’orgia di sangue dettata da una incomprensibile volontà di “punizione” e vendetta. In definitiva, un episodio orrendo che, se confermato, configura di per sé un crimine contro l’umanità

– Un numero crescente di denunce di violenze sessuali, sia individuali che di gruppo, che segnalano come le donne siano le prime vittime di queste situazioni e che, se confermati nelle dimensioni indicate, fanno sospettare che lo stupro venga usato come “arma di guerra”.

– Il bombardamento, l’attacco e il saccheggio di luoghi simbolo della fede e della cultura del Tigrai come a voler eliminare  anche le radici e lo spirito stesso del popolo tigrino a completamento di quella “pulizia etnica” che sembrano connotare le stragi e lo sfollamento forzato di intere comunità. Basti ricordare, ad esempio, il complesso della cattedrale di Santa Maria di Sion ad Axum, il luogo più sacro della religione cristiano copta, dove, secondo la tradizione, viene conservata l’arca santa delle tavole della legge ricevute da Mosè; la moschea di Al Najashi, presso Wukro, la prima edificata in Africa, simbolo della convivenza tra Islam e Cristianesimo; il monastero di Debra Damo, forse il più prestigioso centro di studi religiosi in Etiopia, dove risulta che sia stata colpita in particolare la biblioteca, custode dei libri sacri più antichi e preziosi, buona parte dei quali sarebbero stati distrutti, saccheggiati o in parte razziati dalla soldataglia, forse con l’intento di venderli sul mercato clandestino

– La distruzione quasi totale degli ospedali e dei centri medici: si calcola che ne sia rimasto in funzione meno del 15 per cento e, per di più, senza scorte di medicinali e di cibo, senza riserve di carburante per far funzionare i gruppi elettrogeni sicuramente essenziali a causa delle frequenti, lunghissime interruzioni della fornitura elettrica

– La distruzione sistematica di infrastrutture e apparati produttivi (come le fabbriche di Adigrat, ad esempio) soprattutto ad opera delle truppe eritree che completerebbero il saccheggio depredando gli impianti o qualsiasi materiale utile per trasferirlo oltreconfine con autocolonne di camion militari. Al saccheggio, secondo numerose denunce dei profughi, non si sottrarrebbero neanche le proprietà private delle famiglie, a cominciare dalle auto e persino dalle scorte di cibo. Una distruzione totale, appunto, che – sovrapponendosi tra l’altro a una situazione economica prebellica già di per sé difficile e desertificando le campagne – rischia di provocare nell’immediato una lunga, terribile carestia e, in generale, di paralizzare e “retrocedere” di anni l’economia e le possibilità di ripresa dell’intero Tigrai

– La consegna di fatto alle truppe eritree di migliaia profughi che, fuggendo dalla dittatura di Asmara, avevano trovato rifugio in Tigrai nei campi di Shimelba e di Hitsats. Alcuni sono rimasti uccisi nei combattimenti che hanno investito direttamente le due strutture, tantissimi sono caduti nelle mani del regime da cui si erano sottratti e che hanno messo sotto accusa con la loro stessa fuga: migliaia di questi (non meno di 15 mila) sarebbero praticamente spariti e risulterebbe da varie testimonianze che una buona percentuale di loro, persone accuratamente “selezionate”, siano state costrette a rientrare in Eritrea. L’Etiopia, a cui i rifugiati avevano affidato la propria vita chiedendo asilo, non sembra essersi minimamente opposta, in contrasto evidente con il diritto internazionale.

Anche se soltanto una parte di tutto questo troverà conferma, appare evidente che la guerra in corso è caratterizzata dalla costante, quotidiana violazione dei più elementari diritti umani. Da qui, allora, la necessità che l’Onu, proprio attraverso la Commissione per i diritti umani, promuova ed anzi pretenda una approfondita inchiesta indipendente internazionale. I governi di Addis Abeba ed Asmara negano che si sia creata una situazione di emergenza come quella descritta. Il premier Abiy Ahamed, dichiarando conclusa “l’operazione di ordine pubblico” a fine novembre, con la conquista di Macalle, ha riferito che non si erano quasi registrate vittime tra la popolazione civile. Su questa scia, ha negato la fondatezza del rapporto di Amnesty su Axum e, più in generale, ha sempre respinto l’ipotesi di una inchiesta indipendente. La situazione che sta emergendo è tale, tuttavia, che non si può tollerare ancora che non si vada a verificare “sul terreno” quello che è accaduto e che sta ancora accadendo con osservatori e commissari autonomi, liberi di muoversi dove vogliono e di parlare con chiunque ritengano opportuno.

Di fronte al sospetto di una violazione palese dei diritti umani e di episodi che si configurerebbero  come crimini  contro l’umanità, la comunità internazionale ha non solo il diritto ma il dovere di intervenire. E, proprio perché si tratterebbe di crimini  contro l’umanità, ha tutti gli strumenti giuridici e legali per farlo. A prescindere dalla volontà di Addis Abeba.

 

Roma, 5 marzo 2021

mercoledì 2 dicembre 2020

Etiopia: Appello Urgente ! Aprite Corridoi Umanitari

 

Allo sbando i campi dei profughi eritrei mentre si registrano 3 morti e si temono 6 mila rimpatri forzati ad Asmara 

 

La guerra in Tigrai ha investito anche gli eritrei rifugiati nella regione dopo essere fuggiti dalla dittatura di Asmara. Sono tantissimi: circa 96 mila, più della metà degli eritrei che hanno chiesto e trovato aiuto in Etiopia a partire dal 2001. Vivono da anni in quattro grandi centri di raccolta, tutti sotto l’egida dell’Unhcr, situati nell’ordine, da sud a nord, ad Adi Harush, Mai Aini, Hitsats e Shimelba. Non sono mancati i problemi in tutti questi anni e la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della pandemia di coronavirus. Ma non è mai venuta meno la tutela internazionale che ha garantito i diritti di queste persone e consentito loro di avviare un nuovo percorso di vita, sia pure tra grosse difficoltà.

Lo sconvolgimento portato dalla guerra rischia adesso di far saltare questo fragile equilibrio e, peggio, anche ogni forma di protezione. I combattimenti fortunatamente non li hanno colpiti direttamente o comunque non in maniera massiccia, anche se non mancano alcune vittime: ad Adi Harush risulta che tre giovani siano stati uccisi da una raffica di schegge durante un pesante bombardamento sull’area limitrofa al campo. Scontri armati a parte, però, nei campi profughi si profilano due minacce non meno drammatiche: il rischio di deportazione forzata in Eritrea e difficoltà di sussistenza enormi a causa della brusca interruzione di tutte le forme di assistenza e rifornimento anche dei beni più indispensabili. 

Deportazione. La minaccia riguarda in particolare il campo di Shimelba, quello più settentrionale e più vicino alla frontiera con l’Eritrea, distante una trentina di chilometri. Circolano da giorni notizie che circa 6 mila profughi sarebbero stati bloccati all’interno o nei dintorni del centro di accoglienza e rimpatriati in stato d’arresto da parte di reparti militari eritrei entrati in territorio tigrino, come alleati dell’esercito federale etiopico. In sostanza, una vera e propria deportazione di massa, le cui vittime rischiano di diventare dei “desaparecidos” introvabili, perché tutti i registri dell’Unhcr sarebbero stati distrutti, in modo da non lasciare traccia degli ospiti del campo o comunque da rendere estremamente difficili le ricerche.

In una realtà totalmente blindata come quella attuale del Tigrai – dove ogni forma di comunicazione è stata oscurata o interrotta da parte di Addis Abeba e dalla quale i giornalisti e persino le organizzazioni umanitarie sono bandite – non è stato possibile finora verificare se queste notizie abbiano fondamento. Ma se rispondono anche solo in minima parte a verità, sarebbe un fatto gravissimo, che chiama in causa direttamente le responsabilità del premier Abiy Ahmed, del suo governo e del suo esercito, perché neanche la guerra può essere invocata a giustificazione della violazione dei diritti fondamentali degli eventuali deportati: come profughi e come esseri umani. Anzi, proprio perché c’è la guerra, l’Etiopia è tenuta a garantire a maggior ragione l’incolumità e la libertà di quelle persone. Nessuno può ignorare, infatti, che tutti i profughi vengono considerati dal regime di Asmara “traditori” e “disertori”: costringerli a tornare in Eritrea significa esporli a una vera e propria rappresaglia, fatta di galera e di morte. Ovvero, alla rivalsa e alla vendetta di quella dittatura che ogni rifugiato ha messo sotto accusa di fronte al mondo intero con la sua stessa fuga.

Assistenza. E’ un problema di crescente gravità che riguarda tutti i campi profughi. Fino alla guerra, assistenza e rifornimenti sufficienti per la vita quotidiana delle migliaia di profughi sono stati assicurati dal governo del Tigrai e da aiuti umanitari internazionali. Dall’inizio del conflitto le forniture e i servizi si sono rapidamente ridotti fino ad esaurirsi: la situazione peggiore sarebbe sempre quella del campo di Shimelba, dove i militari eritrei arrivati da oltreconfine avrebbero sequestrato anche tutta la scorta di medicinali residua dell’Unhcr. Né si può contare sull’intervento di istituzioni come la stessa Unhcr o varie Ong e associazioni umanitarie, tutte espulse e tagliate fuori dalla regione su disposizione di Addis Abeba. Manca così ogni possibilità di intervento e manca anche ogni possibilità di verificare sul posto le condizioni all’interno dei campi, fornire notizie esatte, segnalare le situazioni più difficili e le eventuali emergenze. Ma dai pochi contatti che i profughi stessi sono riusciti ad attivare, emerge un quadro estremamente preoccupante: uno degli ultimi messaggi ha segnalato che manca da giorni persino l’acqua, perché i rifornimenti, garantiti prima dall’arrivo periodico e regolare di autocisterne, si sono interrotti: “Siamo costretti – si dice nel messaggio – a fare ricorso all’acqua di un vicino ruscello. Anche per bere, pur sapendo bene che si tratta di acqua malsana, perché quel ruscello è usato come una discarica, dove si sversa di tutto”. Il fatto stesso che si siano interrotti anche gli aiuti umanitari, del resto, è di per sé una grave emergenza.

A fronte di tutto questo, l’Agenzia Habeshia chiede con forza interventi urgenti a tutte le principali istituzioni internazionali – in particolare alle Nazioni Unite, all’Unione Africana, all’Unione Europea oltre allo stesso governo di Addis Abeba – con tre obiettivi prioritari:

– Verificare la fondatezza della notizia dei rimpatri forzati in Eritrea di migliaia di profughi e, in caso ci siano state effettivamente delle deportazioni, intervenire con la massima rapidità e risolutezza perché tutti i prigionieri vengano rilasciati e messi nella condizione di andarsene di nuovo dall’Eritrea, senza alcun pregiudizio per sé e per i loro familiari

– Organizzare canali umanitari che consentano il trasferimento verso altri Stati delle migliaia di profughi che si sono trovati loro malgrado coinvolti nella guerra

– Riaprire subito le frontiere del Tigrai agli aiuti umanitari e, per quanto riguarda il Governo di Addis Abeba, riattivare la gestione ordinaria dei campi, sotto il controllo dell’Unhcr, cessata da parte del governo regionale di Macalle con l’inizio della guerra.

Un’ultima nota va riservata al presidente Abiy Ahmed. Negli ultimi due anni il suo percorso si è intrecciato sempre più strettamente con quello di Isaias Afewerki, tanto che non pochi osservatori vedono nel dittatore eritreo il suo principale alleato nel Corno d’Africa. Neanche questa alleanza – anzi: tantomeno questa alleanza – giustifica, sempre ovviamente che la notizia abbia fondamento, l’eventuale accondiscendenza alla deportazione dei profughi eritrei. Se questa deportazione c’è stata e addirittura è ancora in corso, non è credibile infatti che le autorità e l’esercito etiopico non se ne siano accorti. Se è vero cioè che si sta commettendo questo delitto, che è palesemente un crimine di lesa umanità, vuol dire che Addis Abeba ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Attendiamo allora che Abiy Ahmed, memore di cosa significhi il Premio Nobel per la Pace, fornisca al più presto, all’intera comunità internazionale, prove credibili e concrete che non ci sono state, non ci sono e non ci saranno deportazioni di profughi in Eritrea o, in caso contrario, che si attivi lui stesso per liberarli.


Agenzia Habeshia

 

Roma, 2 dicembre 2020

 

 

 

giovedì 12 novembre 2020

Etiopia: Appello alle parti in lotta e alle istituzioni internazionali

La guerra Etiopia-Tigrai

“Far tacere subito le armi”

Appello alle parti in lotta e alle istituzioni internazionali

 

Centinaia di vittime: militari e civili inermi. Migliaia di profughi: molti rifugiati in Sudan, altri in attesa di poter varcare il confine. Sono passati appena pochissimi giorni da quando è stato sparato il primo colpo di fucile ma è già pesantissimo il bilancio di morte della guerra in Tigrai, la regione nel nord dell’Etiopia al confine con l’Eritrea e il Sudan.

Il premier etiope Abiy Ahmed si rifiuta di chiamarla guerra. Insiste che le operazioni militari in corso sarebbero solo un intervento per domare una ribellione interna: per quanto dolorosa, una emergenza interamente nazionale, provocata dal governo regionale del Tigrai, che si sarebbe posto fuori dalle leggi federali e dalla Costituzione stessa. Il presidente tigrino, Debretsion Gebremichael, di contro, accusa Addis Abeba di soffocare le libertà e le autonomie regionali, nel contesto di una politica di forte accentramento.

Senza entrare nel merito del contrasto, è innegabile che si tratta di una dolorosa guerra civile. I rapporti terribili che arrivano dalle due parti, ogni giorno di più, parlano di vite perdute, bombardamenti, distruzioni, profughi, sfollati: esattamente il quadro di morte e sofferenza che si configura con qualsiasi guerra. E, per di più, lo scenario rischia di allargarsi. Ricorre insistente la notizia che anche l’Eritrea sarebbe entrata o si appresterebbe ad entrare nel conflitto al fianco di Addis Abeba o che comunque avrebbe consentito alle truppe etiopi di entrare nel suo territorio per sferrare un attacco al Tigrai anche dal confine orientale.

Il Tigrai soffia sul fuoco di questa notizia, che viene invece smentita sia dall’Etiopia che dall’Eritrea. Nella chiusura totale delle comunicazioni dall’intera regione, scattata quando la parola è passata alle armi, è molto difficile una verifica fondata. Ma la tensione che indubbiamente si è creata anche alla frontiera fra Tigrai ed Eritrea conferma il rischio che la guerra civile in Etiopia possa innescare una escalation incontrollabile non solo nella stessa Etiopia ma nell’intero Corno d’Africa, un’area strategica, addirittura vitale, per la pace in tutto il continente africano e non solo.

Allora, qualunque sia la causa di questo già così sanguinoso conflitto, occorre fermarsi subito, prima che la situazione, già difficilissima, diventi irreversibile: far tacere le armi, senza perdere nemmeno un istante, per aprire la strada al dialogo. Perché la guerra non ha mai risolto i problemi, neanche uno: semmai li ha ampliati e aggravati e ne ha creati di nuovi. E di problemi da risolvere il Corno d’Africa ne ha già fin troppi. Basti citarne alcuni dei più emergenti:

– Il contrasto per le acque del Nilo che vede contrapposti l’Etiopia da una parte e il Sudan ma soprattutto l’Egitto dall’altra e che potrebbe alla lunga coinvolgere anche gli altri Stati rivieraschi (Sud Sudan, Uganda, Kenya, Tanzania, Rwanda, Burundi, Congo) ma, di conseguenza, l’intera Africa.

– La minaccia sempre presente ed anzi crescente del terrorismo, che ha ormai messo radici profonde in molti paesi, a cominciare, ad esempio, dalla Somalia e dal Kenya.

– I disastri ambientali, la siccità sempre più lunga e ricorrente e la conseguente, feroce carestia, che da anni stanno desertificando le campagne e svuotando i villaggi, provocando migliaia di morti e milioni di sfollati e profughi. Per citare un esempio, solo quest’anno e nella sola Somalia, secondo i rapporti delle Nazioni Unite, già a gennaio si contavano oltre 800 mila tra profughi e sfollati dovuti alla guerra e alla crisi ambientale e diretti dalle campagne verso le periferie delle grandi città, con un trend in crescita che a metà anno ha portato a superare abbondantemente il milione di persone.

– L’invasione delle locuste. Iniziata più di un anno fa, è considerata la più grave e la più lunga dell’ultimo secolo. Milioni di ettari di colture sono andati distrutti in Somalia, Kenya, Etiopia, Eritrea, compromettendo fortemente la produzione di beni per il fabbisogno alimentare e moltiplicando, dunque, i già gravi problemi di forniture sufficienti per l’intera popolazione.

– La fame e la miseria endemiche. Ne sono colpite da anni milioni di donne, uomini e soprattutto bambini in diverse zone della vasta regione dell’Africa Orientale. Sempre per restare al caso Somalia, nel settembre 2020 il Food Security and Nutrition Unit (Fsnau) ha calcolato che 2,1 milioni di persone erano esposte a una insicurezza alimentare acuta e che si prevedeva un peggioramento ulteriore della situazione nel prosieguo dell’anno, fino a dicembre. Non va meglio in Eritrea, dove l’ultimo rapporto dell’Unicef sull’Africa orientale e meridionale (febbraio 2020) segnala che oltre il 60 per cento dei piccoli fino a 5 anni di età è esposto a gravi problemi di denutrizione. O in Sud Sudan, dove questo rischio riguarda dal 50 al 59 per cento dei bambini.

– La pandemia di coronavirus. La pandemia è in costante crescita in tutta l’Africa. Secondo i dati pubblicati il 10 novembre, si sono superati 1,9 milioni di casi. Di questi, 231.400 riguardano l’Africa Orientale, dove tra i paesi più colpiti figurano l’Etiopia, la Somalia e Gibuti. Con tutto quello che ne consegue.

– La fuga di milioni di giovani costretti ad abbandonare la propria terra dove, a causa del combinarsi dei motivi appena elencati, ritengono di non avere più prospettive di una vita dignitosa. Un’autentica “fuga per la vita” sicuramente comprensibile ma che, al di là delle tragedie individuali, sta uccidendo il futuro stesso dei paesi di provenienza.

Ecco. In questo scenario già di per sé durissimo, una guerra civile in Etiopia, con la prospettiva di un allargamento ad altri Stati, potrebbe rivelarsi il colpo di grazia: l’inizio di una generale destabilizzazione sociale ed economica di tutto il Corno d’Africa, vanificando i faticosi processi di crescita e di trasformazione che, pur tra mille difficoltà, sono stati avviati negli ultimi trent’anni nella regione. E per l’Etiopia – che pure, con le riforme avviate a partire dal 2018, soprattutto nella fase iniziale del governo di Abiy Ahmed, ha suscitato grandi speranze in tutta l’Africa – potrebbe persino configurarsi una sorta di deprecabile implosione: uno scenario che, sotto la spinta di forze centrifughe alimentate dalle varie realtà etnico-.regionali, nell’ipotesi più estrema rischierebbe di portare addirittura a una balcanizzazione del Paese. Va da sé che l’intero Corno d’Africa ne sarebbe sconvolto. 

Da qui un nostro accorato appello. Chiediamo:

– Alle parti in conflitto di deporre subito le armi e di aprire un dialogo.

– Alle maggiori istituzioni internazionali – a cominciare dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana, e dall’Unione Europea – ai singoli Stati africani e occidentali, alle maggiori potenze mondiali di intervenire al più presto e con tutta la capacità di mediazione e persuasione di cui dispongono perché si arrivi subito a un cessate il fuoco come premessa per l’apertura di un dialogo che porti a soluzioni accettate da entrambe le parti in causa.

Riteniamo che la guida di questo sforzo comune debba essere la convinzione che “in guerra nessuno vince mai”. In guerra perdono tutti. In particolare, perdono per prime le persone più deboli e fragili: la popolazione inerme, i bambini, gli anziani, i poveri. E’ una constatazione che vivono ogni giorno proprio molti paesi del Corno d’Africa, dove negli ultimi anni sono affluiti milioni di profughi e rifugiati in fuga da guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, carestia. In una parola, in fuga da situazioni di crisi estrema. Tutto serve, meno che alimentare un’altra di queste crisi.

 

Ufficio Stampa

Agenzia Habeshia

Roma, 12 novembre 2020