martedì 10 ottobre 2023

Essere dove bisogna stare - 10 anni dopo la Strage di Lampedusa

Mediterrana Saving Humans | Essere dove bisogna stare - 10 anni dopo la Strage di Lampedusa (mediterranearescue.org)

A 10 anni dalla Strage di Lampedusa, dove 368 persone persero la vita a pochi metri dalle coste italiane, molto è cambiato nel mondo, ma nel Mediterraneo centrale continuano a morire (oltre 2000 solo dall’inizio del 2023) a causa delle politiche securitarie e neocoloniali dell’Occidente e, in particolare, dell’Unione Europea e i suo Stati membri.

L’indignazione, la rabbia e la necessità di non rimanere indifferenti di fronte a ciò che stava accadendo nel Mediterraneo ci hanno spinto, 5 anni dopo quella terribile strage, a mettere in mare la Mare Jonio, partita per la sua prima missione la notte tra il 3 e 4 ottobre dal porto di Augusta.

Da quel molo siciliano, continuiamo ad agire spinti da quei sentimenti e quegli ideali che ci portano ad essere in Ucraina, in Marocco e presto nel Mediterraneo centrale, ma anche nelle piazze italiane ed europee (Milano, Napoli, Bologna, Venezia, Bruxelles) per contestare leggi razziste e disumane, ma anche a costruire percorsi di solidarietà e complicità con l’umanità in cammino.

Da quel giorno, siamo cresciutǝ, siamo di più con tante persone che si sono unite al nostro percorso.

Siamo sempre là dove bisogna stare.

Per ricordare la Strage di Lampedusa, vi proponiamo il testo di padre Mussie Zerai, esponente della diaspora eritrea (luogo da cui provenivano gran parte delle vittime) e tra lǝ fondatorǝ di Alarm Phone.

Lampedusa, 10 anni dopo la strage del 3 ottobre 2013

Dieci anni fa la tragedia di Lampedusa: 368 giovani vite stroncate a poche centinaia di metri dalla spiaggia, quando la libertà e un futuro migliore sembravano a un passo.

Il decimo anniversario di questa tragedia arriva proprio quando il clima politico e la prassi erigonol'ennesima barriera di morte di fronte a migliaia di rifugiati e migranti, come quei ragazzi travolti in quella grigia alba del 3 ottobre 2013. Non sappiamo se membri di questo governo e di questa maggioranza, o, più in generale, se altri protagonisti della politica degli ultimi anni, intendano promuovere o addirittura partecipare a cerimonie ed eventi in ricordo di quanto accaduto. Ma se è vero, come è vero, che il modo migliore per onorare i morti è salvare i vivi e rispettare la loro libertà e dignità, allora non avrà senso partecipare a momenti di raccoglimento e riflessione, che la data del 3 ottobre richiama, con chi da anni costruisce muri e distrugge ponti, ignorando il grido di aiuto che si leva da tutto il Sud del mondo. Se anche loro vogliono "ricordare Lampedusa", che lo facciano da soli. Che lo facciano da soli. Perché in questi dieci anni hanno cancellato, distrutto o distorto quel grande slancio di solidarietà e di pietà umana suscitato dalla strage nelle coscienze di milioni di persone in tutto il mondo.

Cosa rimane, infatti, dello "spirito" e degli impegni di allora? Nulla. Si è regrediti a un cinismo e a un'indifferenza ancora peggiori del clima politico precedente a quel terribile 3 ottobre. E, addirittura, nonostante le inchieste della magistratura, non si è ancora riusciti a capire come sia stato possibile che 368 persone abbiano trovato la morte a soli 800 metri da Lampedusa, a meno di due chilometri da un porto stipato di unità militari veloci e ben equipaggiate in grado di arrivare sul posto in pochi minuti.

L'enormità della tragedia ha richiamato l'attenzione, a causa dell'enorme impatto di 368 vite perse, su due punti in particolare: la catastrofe umanitaria di milioni di profughi che cercano salvezza attraverso il Mediterraneo; il dramma dell'Eritrea, soggiogata dalla dittatura di Isaias Afewerki, perché tutti quei morti erano eritrei.

Al primo "punto" si è risposto con Mare Nostrum, con il mandato alla Marina Militare italiana di pattugliare il Mediterraneo fino al limite delle acque territoriali libiche, per prestare soccorso alle imbarcazioni di migranti in difficoltà e per prevenire ed evitare altre stragi come quella di Lampedusa. Quell'operazione fu un vanto per la nostra Marina, con migliaia di vite salvate. Dieci anni dopo, non solo non ne è rimasto nulla, ma sembra quasi che gran parte dell'ambiente politico la consideri uno spreco o addirittura un aiuto ai trafficanti.

Resta il fatto che esattamente dodici mesi dopo, nel novembre 2014, Mare Nostrum è stata "cancellata", moltiplicando - proprio come aveva previsto la Marina Militare - i naufragi e le vittime, tra cui quelle morte nell'immensa tragedia del 15 aprile 2015, con circa 800 vittime, il più alto numero di morti mai registrato in un naufragio nel Mediterraneo. E, al posto di quell'operazione salvifica, sono state via via introdotte norme e restrizioni che nemmeno l'aumento delle vittime è riuscita a fermare, fino al punto di esternalizzare i confini della Fortezza Europa sempre più a sud, verso l'Africa e il Medio Oriente, attraverso tutta una serie di trattati internazionali, per bloccare i profughi in mezzo al Sahara, "lontano dai riflettori", prima ancora che possano arrivare a imbarcarsi sulla sponda meridionale del Mediterraneo. 

È quello che hanno creato e stanno creando accordi come il Processo di Khartoum (fotocopia del precedente Processo di Rabat), gli Accordi di Malta, il trattato con la Turchia, il patto di respingimento con il Sudan, il ricatto all'Afghanistan (costretto a "riprendersi" 80.000 rifugiati), il memorandum firmato con la Libia nel febbraio 2017 e le ultime misure di questo governo. Per non parlare della criminalizzazione delle ONG, alle quali dobbiamo circa il 40% delle migliaia di vite salvate, ma che sono state costrette a sospendere le loro attività, arrivando persino a fare pressione su Panama per revocare la bandiera di navigazione dell’Aquarius. Oggi vediamo le navi SAR costrette a navigare per innumerevoli miglia per raggiungere i porti assegnati lontani dai luoghi dei soccorsi. Il porto più vicino e sicuro previsto dal diritto marittimo internazionale è ormai lettera morta. Le tragedie si sono susseguite negli ultimi dieci anni come niente fosse, il cinismo ha soppiantato l'umanitarismo.

Per quanto riguarda i profughi eritrei, il secondo punto mostra come si sia passati dalla solidarietà alla derisione o addirittura al disprezzo, fino a chiamarli - nelle parole di autorevoli esponenti dell'attuale maggioranza di governo - "profughi in vacanza" o "migranti che fanno la bella vita", negando la realtà della dittatura di Asmara. È un processo che è iniziato subito, già all'indomani della tragedia, quando alla cerimonia funebre per le vittime, ad Agrigento, il governo ha invitato a Roma l'ambasciatore eritreo, l'uomo che rappresenta ed è la voce in Italia proprio di quel regime che ha costretto quei 368 giovani a fuggire dal Paese. Poteva sembrare una "gaffe". Invece, si è rivelata l'inizio di un percorso di progressivo avvicinamento e rivalutazione di Isaias Afewerki, il dittatore che ha ridotto in schiavitù il suo popolo, permettendogli di uscire dall'isolamento internazionale, associandolo al Processo di Khartoum e ad altri accordi, inviandogli centinaia di milioni di euro di finanziamenti, eleggendolo di fatto gendarme anti-immigrazione per conto dell'Italia e dell'Europa.

Sia per quanto riguarda i migranti in generale che per quanto riguarda l'Eritrea, a dieci anni dalla tragedia di quel 3 ottobre 2013, rimane il sapore amaro del tradimento.

- Tradita la memoria delle 368 giovani vittime e di tutti i loro familiari e amici.

- Tradite le migliaia di giovani che con il loro stesso viaggio denunciano la feroce e terribile realtà del regime di Asmara, che rimane una dittatura anche dopo la firma della pace con l'Etiopia nella lunghissima guerra di confine iniziata nel 1998.

- Tradito il grido di dolore che dall'Africa e dal Medio Oriente sale verso l'Italia e l'Europa da parte di un intero popolo di migranti costretti a lasciare la propria terra: una fuga per la vita che spesso nasce da situazioni create dalla politica e dagli interessi economici e geostrategici degli stessi Stati del Nord globale che oggi alzano barriere. Tradito, questo grido di dolore, proprio nel momento in cui si finge di non vedere una realtà evidente

Ovunque si voglia ricordare la tragedia di Lampedusa in questi giorni, sull'isola stessa o altrove, non avrà senso farlo se non si vuole trasformare questo triste anniversario in un punto di partenza per cambiare radicalmente la politica condotta negli ultimi cinque anni nei confronti di migranti e rifugiati. Gli "ultimi della terra".

Mediterrana Saving Humans | Essere dove bisogna stare - 10 anni dopo la Strage di Lampedusa (mediterranearescue.org)

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