domenica 5 aprile 2009
Immigrazione, appello del Papa a Ue e Africa: «Subito politiche per evitare le tragedie del mare»
In una piazza San Pietro primaverile e invasa di fedeli con in mano il ramoscello d'olivo della Domenica della Palme, il Papa ricorda le vittime delle «tragedie» del mare, «che purtroppo si ripetono da tempo». A pochi giorni dall'ultima disgrazia al largo della Libia, dove sono morte quasi 300 persone, Benedetto XVI grida: «Non possiamo rassegnarci a tali tragedie». Il Papa nei giorni scorsi ha più volte ricordato il suo viaggio in Africa, e proprio dal continente nero arrivano buona parte delle masse di disperati che dopo marce forzate di settimane si imbarcano nelle coste del Mediterraneo alla volta dell'Italia.
«Vorrei ricordare con grande pena i nostri fratelli e sorelle africani, che pochi giorni fa hanno trovato la morte nel mare Mediterraneo, mentre cercavano di raggiungere l'Europa», afferma il Pontefice, che più volte è intervenuto sul tema dell'immigrazione. «Non possiamo rassegnarci a tali tragedie, che purtroppo si ripetono da tempo! Le dimensioni del fenomeno - prosegue - rendono sempre più urgenti strategie coordinate tra Unione Europea e Stati africani, come pure l'adozione di adeguate misure di carattere umanitario, per impedire che questi migranti ricorrano a trafficanti senza scrupoli».
«Mentre prego per le vittime, perché il Signore le accolga nella sua pace - conclude il Pontefice - vorrei osservare che questo problema, ulteriormente aggravato dalla crisi globale, troverà soluzione solo quando le popolazioni africane, con l'aiuto della comunità internazionale, potranno affrancarsi dalla miseria e dalle guerre».
Eppoi un altro appello del Papa per un altro flagello: le mine antiuomo. Benedetto XVI incoraggia tutti i Paesi del mondo che non hanno firmato la Convenzione per la messa al bando delle mine antipersona ad aderirvi al più presto. Prima della recita dell'Angelus, al termine della solenne messa ricorda che ieri è stata celebrata la IV Giornata indetta dall'Onu per la sensibilizzazione sul problema delle mine antipersona.
«A dieci anni dall'entrata in vigore della Convenzione per la messa al bando di questi ordigni, e dopo la recente apertura alla firma della Convenzione per l'interdizione delle munizioni a grappolo - afferma il Papa - desidero incoraggiare i Paesi che non lo hanno ancora fatto a firmare senza indugio questi importanti strumenti del diritto internazionale umanitario, ai quali la Santa Sede ha dato da sempre il proprio appoggio. Esprimo altresì il mio sostegno - conclude Ratzinger - a qualsiasi misura intesa a garantire la necessaria assistenza alle vittime di tali armi devastanti».
sabato 4 aprile 2009
Etiopia/ Unhcr: Nuovo campo profughi somali a Bokolmanvo
Primo convoglio di 10 autobus, sta trasportando 157 rifugiati
Roma, 3 apr. (Apcom) - L' Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) dà oggi il via al trasferimento dei rifugiati somali da un centro di transito di Dolo Ado, al confine tra Etiopia e Somalia, verso il nuovo campo di Bokolmanvo, circa 90 chilometri nell'entroterra etiope. Il primo convoglio, costituito da 10 autobus, sta trasportando 157 rifugiati somali che sono fuggiti per la ripresa degli scontri nella Somalia centrale e meridionale durante gli ultimi mesi. Fanno parte di un gruppo di 5.000 somali a cui recentemente il governo etiope, con l'assistenza dell'UNHCR, ha riconosciuto lo status di rifugiato. Altri circa 5.000 somali sono ospitati a Dolo Ado dalla comunità locale e sono in attesa che la loro situazione venga esaminata. Affermano di essere scappati a causa dei combattimenti e della situazione di generale incertezza in Somalia. Molti di loro hanno lasciato il Paese dopo il ritiro delle truppe etiopi lo scorso dicembre. A febbraio l'UNHCR aveva riferito di circa 10.000 somali generosamente ospitati a Dolo Ado da etiopi di etnia somala. L'apertura del nuovo campo e la conseguente estensione di protezione e assistenza internazionale potrebbe incoraggiare migliaia di coloro che vivono presso le comunità locali a fare richiesta di asilo. Il terreno di Bokolmanyo, su cui è stato costruito il nuovo campo, a nord-ovest di Dolo Ado, è stato messo a disposizione dalle autorità locali. Il nuovo campo può ospitare fino a 20.000 rifugiati e l'UNHCR e i suoi partner stanno intensificando la loro attività per potenziare le infrastrutture di base, tra cui i servizi idrici e sanitari, un centro medico, strutture comunali primarie e un centro per i bambini. E' anche prevista la costruzione di scuole e altre strutture e servizi. Dopo l'arrivo a Bokolmanyo i rifugiati staranno per tre giorni in un'area di accoglienza dove attenderanno l'assegn azione degli appezzamenti di terreno e la consegna dei materiali con cui costruire i loro alloggi. Ai rifugiati verranno dati anche cibo, teli impermeabili, coperte, set da cucina, taniche, tende e zanzariere. La regione di Somali in Etiopia ospita già più di 33.000 rifugiati somali dislocati in tre campi - Kebribeyah, Sheder e Au-Barre. Con i nuovi arrivati ci si aspetta di superare presto i 40.000 rifugiati. All'apice della crisi dei rifugiati somali, all'inizio degli anni '90, la regione ospitava 628.000 rifugiati in 8 campi. La stragrande maggioranza di quei rifugiati è tornata nelle loro case tre il 1997 e il 2005. Comunque verso la metà del 2005, l'UNHCR aveva chiuso tutti i campi tranne quello di Kebribeyah. Sfortunatamente, a causa dei rinnovati scontri e della violenza generalizzata nella Somalia centrale e meridionale, è stato necessario aprire due nuovi campi in Etiopia nel 2007 e nel 2008 per alloggiare i nuovi rifugiati in fuga dalla Somalia.
Un giorno con i disperati nell’ex clinica San Paolo
L’Africa in fuga nel Cpt fai da te: in 600 in attesa di un documento
MARCO NEIROTTI
TORINO
Benvenuti alla clinica San Paolo. Non ci sono ricoverati, non ambulatori, apparecchiature, sale operatorie. Restano locali che erano camere di degenza, sale visita o d’attesa, lavatoi e servizi.
Sono rimaste le targhette - primo piano, secondo piano... - e le lampade rettangolari che una volta stavano sopra i letti. Dall’alba a notte fonda è un viavai su e giù per scale, avanti e indietro per corridoi. Un paesone africano piantato nella città, con un condominio a destra e uno a sinistra.
Benvenuti, allora, nell’unico Centro di Permanenza Temporanea abusivo d’Italia. Abusivo perché figlio di occupazione, ma Cpt spontaneo, senza accompagnamenti sulla volante, senza uniformi all’ingresso eppure senza fughe, senza appalti a privati ed euro che viaggiano eppure con naturali o aggressive regole interne. Stanno qui, secondo l’ultimo censimento della questura, 350 persone, ma sono di più, addirittura 600 dicono gli abitanti, profughi di Somalia, Sudan, Etiopia, e 600 mostrano con un palmo aperto e un pollice sollevato dall’altra mano. Uomini, donne, bambini, ogni stanza di clinica un raffazzonato miniappartamento, una sala d’attesa divenuta moschea, ambulatori fatti cucina, corridoi trafficati o intasati di gente seduta a chiacchierare come nei vicoli affollati di un piccolo centro storico a fine mattina d’una domenica.
E’ una giornata con un variegato ma compatto popolo di clandestini del limbo. Qualcuno va via, altri arrivano, forse non tutti i nuovi venuti così limpidi come la maggioranza. Chiusi qua dentro, viaggiatori tra un piano e l’altro, ma senza pensiero di fuga: vogliono essere ritrovati da una questura che comunichi che li hanno riconosciuti profughi politici. E’ gente, la maggior parte, fuggita sbandando tra ricatti, violenze, orrori di trafficanti di uomini, da guerre civili, vendette sanguinarie, scene di macello che fanno tremare chi le racconta («gli presero i capelli, tirarono indietro la testa, alzarono la lama verso la faccia...») e devastano lo sguardo di chi sta intorno.
Nei prossimi giorni andranno via trenta di loro, perché è finita bene la pratica per ottenere l’asilo politico. Volontari, strutture alternative, quello che si chiama un «percorso». Andranno via da un rifugio a suo modo protettivo, ma anche da una prigione autogestita e da un’incertezza, un senso di autoemarginazione e attesa e pretesa: «Sai, a volte ho pensato che tornare là non cambiava molto». Non dirlo o ti accontentano: «Lo so, è solo stanchezza, è tutto meglio che là. Ma quando finisce?»
Finisce a turno. L’assessore ai servizi sociali del Comune, Marco Borgione, attento ai fenomeni eclatanti non più che a quelli solitari e silenziosi: «C’è un itinerario attraverso le associazioni, anche in centri più piccoli, ma esiste una lista d’attesa di 400 persone per 230 posti. Nessuno si illuda che un’occupazione con una necessità di sgombero costituisca un diritto di priorità, un canale privilegiato».
Ha ragione, perché è quel che respiri tra le spezie dei fornelli e i sacchi neri ancora da portar via: «Siamo qui perché non ci danno lavoro, opportunità». Una deriva delicata, di pari passo con un turnover tutto da decifrare. Cammini tra gente in chiacchiere fra loro ma soprattutto nei cellulari: »Viene un amico da Bologna». O Firenze, o Verona, o Trieste, o Roma. «La nostra attenzione è che non diventi un porto di transito o un centro di smistamento», garantisce il questore Aldo Faraoni, «Si tratta di svuotare una struttura privata e occupata senza interventi radicali, ma senza trasformarla in una fonte sempre attiva».
E’ la stessa cautela, la stessa attenzione del sindaco Sergio Chiamparino: «Dopo l’occupazione di una struttura in abbandono, dopo il censimento delle persone, sono venute da più parti occasioni di aiuto, per il cibo, le coperte, i generi di prima necessità. La città si è dimostrata come si è dimostrata sempre di fronte al bisogno. Diverso è l’eventuale spostamento fra città, diverso è il cavalcare tigri politiche ed economiche in più direzioni. C’è un problema e lo si affronta con una strategia, senza esibizioni muscolari e senza i pietismi del buonismo facile».
Intorno c’è un quartiere popolare comprensivo, che lascia affacciare timori tiepidi. Nei condomini, alle fermate dei bus, nel bar d’angolo accanto alla clinica nessuno alza i toni: «Qualche fastidio viene quando due un po’ ubriachi litigano e si agitano in strada, oppure quando non hanno tempo o voglia per la toilette e usano come cesso il dehors, ma fin qui si è risolto con un’alzata di voce». E dentro il Cpt spontaneo? Qui dentro sale le scale la donna più matura accompagnata da un giovanotto che regge le buste delle radiografie. Le discende, tra i sorrisi, la ragazza con gli abiti colorati che cantano le linee del suo corpo. In ginocchio pregano in tre su stuoie e giornali stesi a terra. Quando fa buio qualche tensione passa accanto. Percepisci una gerarchia, forse anche lei spontanea, senti dal tono che forse quella voce non viene dall’inferno scampato ma dall’arroganza, cogli il modo di chiudere una porta oltre la quale una donna guarda il bambino, un’altra le sorride, un uomo veglia. Il paese si addormenta. Mai del tutto.
I profughi “ adottati” da otto famiglie.
Elisabetta Arrighi
Due eritrei raccontano: Giulia ci ha accolto, daremo il suo nome a nostra figlia
FOLLONICA. Sono profughi, giovanissimi. Arrivano da un Paese lontano, hanno dovuto affrontare il deserto e gli scafisti che li hanno portati dalla Libia a Lampedusa. Hanno lasciato l’Eritrea e la dittatura, «per trovare un futuro migliore». Di questo Aranshi, 18 anni, un sorriso dolcissimo, è più che convinta: «Porto in grembo una bambina - racconta con la voce e con gli occhi, mentre alcuni connazionali traducono in inglese dal dialetto tigrino - Nascerà fra tre mesi: la chiamerò Giulia, perchè questo è il nome della mia amica». E Giulia, che non vuole assolutamente che sia reso noto il suo cognome, è per Aranshi come una sorella maggiore: ha un marito e due figli piccoli ed ha accolto la giovanissima eritrea e il compagno nella sua casa alla periferia di Follonica.
Il fidanzato di Aranshi si chiama Zari ed ha 23 anni: con la sua ragazza ha chiesto asilo politico e tutti e due sono in attesa di avere i documenti. Giulia e il marito Luca, che da novembre insieme a tanti altri volontari sono stati a fianco degli oltre 200 extracomunitari arrivati a Follonica un villaggio-vacanze affittato dallo Stato, sono stati fra i primi a a tendere la mano a questi giovani che hanno sulle spalle miseria, soprusi e morte.
Per Aranshi e Zari la storia potrebbe essere a lieto fine in tutti i sensi: Giulia e Luca li hanno accolti in casa da domenica dopo l’appello lanciato dal prefetto di Grosseto Francesca Cannizzo. Un appello all’accoglienza, all’«adozione» speciale in attesa dello status di rifugiati e un lavoro. Perchè Aranshi sa fare le acconciature afro e Zari è stato cameriere e panettiere. «E il pane - dice - si fa ovunque allo stesso modo».
L’«adozione» è conseguente alla scadenza della convenzione tra ministero dell’Interno e «Il veliero», il villaggio-bungalow situato fra il centro di Follonica e il mare dove gli extracomunitari - rimasti in cento dopo lo sfoltimento dei numeri iniziali - hanno vissuto negli ultimi quattro mesi e mezzo. Hanno avuto paura questi ragazzi arrivati dal Corno d’Africa, ma anche dalla Palestina e dal Burkina Faso, che una volta mandati via dal villaggio-vacanze che ora aspetta i primi turisti di Pasqua, per loro non ci fosse un nuovo futuro. Hanno protestato, hanno avuto assicurazioni: molti di loro sono stati trasferiti in una struttura vicino a Frosinone, in 32 sono ora ospitati in alcuni appartamenti nella disponibilità di Luca Marchionni, titolare del villaggio «Il Veliero». In otto hanno trovato altrettante famiglie adottive.
«E’ un modo di essere solidali con loro, con Aranshi, con Zari e con tutti gli altri - racconta Giulia, la padrona di casa, seduta al tavolo da pranzo ricoperto con una allegra tovaglia primaverile - Per ospitarli, abbiamo chiesto il permesso alla prefettura di Grosseto ed abbiamo dichiarato che sono qui da noi. La grande paura di questi ragazzi era di non poter più essere rintracciabili: come potranno trovarci se non abbiamo più una casa? come potremo avere i documenti? Ed essere accolti in famiglia sarà per loro di grande aiuto».
Mentre Giulia parla, Ermias, 29 anni, anche lui eritreo, annuisce con la testa: qualche parola d’italiano, seguendo i corsi di lingua tenuti nei mesi scorsi dalla stessa Giulia e da altri volontari (una decina in tutto), l’ha ormai imparata. Anche Ermias, per alcuni giorni, è ospite di Giulia e Luca, ma sta per trasferirsi presso un’altra famiglia follonichese.
«Vivere in una casa, sentire il calore familiare, dà a questi ragazzi un’idea della vita qua da noi, di come ci si può muovere per trovare un lavoro, di come poter organizzare il futuro - racconta Giulia - Ben diverso è stare in un centro, isolati dal resto del mondo».
Nella tristezza invernale che contraddistingue tutti i villaggi-vacanze, con i rumori e gli odori dell’estate diventati ormai un ricordo, questi profughi «hanno vissuto la sofferenza di sentirsi invisibili - dice ancora Giulia - Tanti mi hanno raccontato di come, alla fermata del bus, vedevano passare davanti il mezzo pubblico senza che si fermasse: “sembra che gli autisti non ci vedano” mi hanno ripetuto più volte. Hanno avuto tutti la sensazione di non essere i benvenuti. Ecco perchè è importante dare loro solidarietà».
All’appello del prefetto di Grosseto, oltre a quella di Luca e Giulia, hanno risposto altre due famiglie di Follonica. Poi ce ne sono state tre alla Marsiliana, una a Prata e una a Cecina. Una catena di ospitalità appena all’inizio: altri, infatti, potrebbero decidere di farsi avanti per dare una mano a chi, per ora, non ha nulla.
Aranshi, in Eritrea, era una donna-soldato: arruolamento d’ufficio, non per scelta. E’ fuggita dal peso di una dittatura che non lascia via di scampo. Zari, il suo uomo e papà della bambina che porta in grembo, è il suo domani:«Vogliamo restare in Italia», dicono.
Ermias, all’Asmara, era biologo. Poi per lui ci sono stati tre anni di lavori forzati, a spaccare legna e pietre sotto il sole. A pane e acqua tutti i giorni. Scontata la pena, è rimasto nel campo come insegnante: «Sono un perseguitato religioso perchè sono protestante. Anche mia moglie lo è: ci siamo sposati poco prima che io decidessi di attraversare il deserto per ritrovare la libertà. Spero di far arrivare anche lei».
Ermias ha pagato 1.300 dollari allo scafista che dalla costa libica lo ha portato a Lampedusa: sette giorni in mare su una barca con 233 persone. Un viaggio d’inferno, ancora di più di quello attraverso il deserto infuocato: una sosta in Libia di quattro mesi prima di affrontare la traversata.
Aranshi e Zari, invece, hanno pagato in due 1.800 dollari. Ma una prima volta, a Zari, era andata male: ha rischiato di annegare. Il barcone ha fatto naufragio e lui l’hanno ripescato dopo sei giorni. «Penso a mia figlia che nascerà fra tre mesi a Grosseto» dice. E sorride. Aranshi il colloquio a Roma per avere asilo politico l’ha già fatto, lui lo farà la prossima settimana. Aspettano fiduciosi nella casa di “mamma” Giulia e “papà” Luca.
(ha collaborato Paola Villani)
(03 aprile 2009)
Lettera aperta del vaticanista Salvatore Izzo:
“Mi dimetto dall’Unione Nazionale dei Cronisti Italiani in segno di protesta per il ‘Lingottino d’Argento’ assegnato a Beppinio Englaro”
Caro Direttore,
dopo piu' di vent'anni, ho dato le dimissioni dall'Unione Nazionale dei Cronisti Italiani, alla quale avevo aderito su invito di colleghi di valore come Ciro Pellecchia e Romano Bartoloni, sentendomi onorato di condividere con loro la qualifica di cronista. Ho preso questa decisione in seguito all'annuncio del presidente Guido Colomba di voler premiare con il "lingottino d'argento" il signor Beppino Englaro. Non credo che rientri nelle finalita' dell'associazione dei cronisti una simile presa di posizione che offende i sentimenti di quanti - indipendentemente dalla loro fede religiosa - credono che la vita sia un bene indisponibile. Quanto invece alla disponibilita' dell'Englaro a conversare con la stampa, mi sembra davvero paradossale che si ritenga di premiarlo per questo: con il "caso Eluana" abbiamo assistito ad una vera e propria campagna mediatica a favore dell'eutanasia, con festeggiamento finale a casa dell'avvocato Campeis mentre la povera ragazza era all'obitorio. Eutanasia eugenetica, oltre tutto, perche' ad essere condannata e' stata una persona gravemente invalida. Ad essere ferite da tutto questo sono tante famiglie, come la mia, dove invece si e' assistito con amore persone in condizioni analoghe a quelle di Eluana. La stessa esperienza ha vissuto con grande dignita' la famiglia di Nino Andreatta, alla quale si' andrebbe conferito un premio da noi giornalisti per la dignita' con la quale ha affrontato questa dolorosissima e lunga prova, senza sottrarsi alle nostre richieste di notizie ma senza esagerazioni e nel rispetto di una corretta deontologia. Oggi, mentre ancora aspettiamo di conoscere i risultati degli esami tossicologici che potrebbero chiarire perche' il decesso di Eluana sia sopraggiunto cosi' rapidamente rispetto alle indicazioni degli stessi medici incaricati dal padre di eseguire quel protocollo di morte (che non si capisce perche' sia stato considerato legale, per di piu' in una struttura non sanitaria), siamo davanti ad una distorsione assoluta della verita' dei fatti, con derisione finale affidata a Giorgio Bocca, che in un articolo sull'Espresso ha scritto: "Il partito della vita, che dovrebbe rappresentare l’aspetto caritatevole del cristianesimo, e’ nei fatti composto soprattutto da intolleranti e faziosi. E’ lo stesso culto della vita a ogni costo che lascia perplessi i visitatori della Piccola Casa della Divina Provvidenza, la pia istituzione del Cottolengo, dove tengono in vita esseri mostruosi e deformi. Gli eccessi della carita’ fanno il paio con quelli dell’ideologia. I cultori della vita a ogni costo, in obbedienza a Dio, non si accorgono di volersi sostituire a Dio”. Salvo poche eccezioni, contro tali mostruose parole non ho visto grandi levate di scudi nella mia categoria. E adesso arriva addirittura un premio a Englaro. Sarebbe il caso per tutti noi giornalisti di interrogarci su quale sia veramente il nostro ruolo, cioe' se raccontare quello che accade o invece cercare di renderlo accettabile. Io rispetto le opinioni di tutti, anche se per scrivere di temi cosi' complessi servirebbe forse di saper distinguere tra concetti come eutanasia diretta e indiretta, tra terapia del dolore e sedazione terminale, e infine - mi dispiace per il Presidente della Camera, certamente incorso in un lapsus, riportato pero' senza nessun distinguo dai colleghi - tra teocrazia e Stato Etico, che e' precisamente quello nel quale l'eutanasia eugenetica puo' essere praticata perche' non vi e' piu' riferimento al valore della persona ma solo a quello dello Stato.
Salvatore Izzo*
Giornalista-Vaticanista dell’AGI
giovedì 2 aprile 2009
Jazz dall'Etiopia, Mulatu Astatke & The Heliocentrics
GUARDA IL VIDEO Mercoledì 8 aprile all'Auditorium Flog, Firenze. Il maestro dell'ethio-jazz, con la band del batterista Malcom Catto
Audio/Video Jazz dall'Etiopia, Mulatu Astatke & The Heliocentrics
Grande attesa a Firenze per il concerto, organizzato dal Musicus Concentus e da Flog W Live, che proporrà dal vivo il repertorio di uno dei dischi più apprezzati del 2009, la collaborazione tra il leggendario musicista, compositore e bandleader etiope Mulatu Astatke ed il collettivo inglese The Heliocentrics. Il cd da poco pubblicato, e distribuito in Italia dalla fiorentina Audioglobe, per la serie “Inspiration Information” dell’etichetta Strut documenta uno straordinario incontro che si svilupperà nella dimensione live sul palco dell’Auditorium Flog. Uno dei fenomeni più rilevanti delle recenti cronache sonore è stata la riscoperta dell’Ethio-jazz, il movimento delineatosi in Etiopia nei primi anni ’60 in cui confluivano diverse esperienze ed ispirazioni, da quelle indigene e tradizionali a quelle di provenienza lontana, creando un ibrido unico ed affascinante. Erano gli anni della “Swingin’ Addis”, in cui l’Etiopia era ricettiva ed aperta con l’esterno, e la sua musica catturava echi di jazz e funky, di rhythm’n’blues e soul. Gli oltre venti compact disc pubblicati per la serie “Ethiopiqués”che ripropongono il catalogo originale degli anni ’60, la colonna sonora del film “Broken Flowers” di Jim Jarmush (che usava i temi di Mulatu Astatke), hanno contribuito a diffondere di nuovo questa tradizione sonora, rilanciando i protagonisti di questa musica ancora in attività, tra loro Mulatu Astatke, considerato il Padre dell’Ethio-jazz. Mulatu Astatke è da annoverare tra i più importanti artisti africani di sempre, multistrumentista, suona con abilità vibrafono, percussioni e congas, tastiere, compositore, arrangiatore è attivo da metà degli anni '60 con una musica che miscela jazz e funk sonorità, tradizionali etiopi, melodie popolari ed elementi di musica antica della chiesa Copta. Dopo studi in Inghilterra e negli Usa (fu il primo studente africano del Berklee College a Boston!), incontri con celebri jazzman, come John Coltrane e la moglie Alice, Mulatu si è esibito in numerosi concerti in Etiopia e all'estero, tra cui le apparizioni in sedi prestigiose come il Kennedy Center di Washington DC, il Lincoln Center di New York, Beethoven-Haus di Bonn e Barbican Center di Londra. Inoltre Mulatu ha suonato come ospite con l’Orchestra di Duke Ellington durante la sua visita in Etiopia nel 1971. Il ritorno di popolarità di Mulatu lo ha visto al centro di una diffusa riscoperta della sua musica, ed anche i celebrati Baustelle lo hanno voluto come ospite nel cd “Amen”. Il nuovo progetto con cui Mulatu Astatke è atteso a Firenze gli affianca l’ensemble The Heliocentrics diretto dal batterista Malcom Catto, già celebrato per le sue collaborazioni con DJ Shadow, Quantic Soul Orchestra e molti altri. Il collettivo The Heliocentrics è tra i più stimati della nuova scena inglese, alfiere di una proposta che sintetizza differenti sonorità, tracce di James Brown e Sun Ra, di Ennio Morricone e David Axelrod, nel segno di una sensibilità aperta e curiosa, ideale per incrociare le rotte sonore di Mulatu. Mulate Astatke & The Heliocentrics hanno deciso di realizzare un disco insieme in seguito dell'incontro avvenuto nell’Aprile 2008 presso il Cargo di Londra dove Mulatu si è esibito per la prima volta con The Heliocentrics per uno show che è rimasto memorabile. Dalla collaborazione, lo scambio di idee e dall’apporto delle differenti esperienze artistiche sono nati i brani che compongono il cd "Inspiration Information". Mulatu Astatke & The Heliocentrics sono attesi a Firenze per presentare il loro nuovo repertorio per una serata all’insegna del più trascinante e genuino “Ethio-jazz”. Il concerto è presentato nell’ambito di Network Sonoro promosso da Music Pool, Musicus Concentus, Tempo Reale con il contributo della Regione Toscana.
Mulatu Astatke vibrafono, percussioni,
The Heliocentrics: Malcom Catto batteria, piano, Jake Ferguson basso, chitarra Thai, Mike Burnham sintetizzatore, effetti, Jack Yglesias flauto, percussioni, Adrian Owusu chitarra, oud, percussioni, James Arben clarinetto, sax, Ray Carless sax alto, sax baritono, Max Weissenfeldt vibrafono e percussioni, Khadijatou Silcott-Fraser voce.
Mercoledì 8 aprile - ore 21,30
Auditorium Flog - via M. Mercati 24/b - Firenze
Info 055 487145 - 055 287347
www.musicusconcentus.com - www.flog.it
Biglietti: 12/10 euro
Biglietti scontati sul sito www.musicusconcentus.com/liste
01.04.2009
mercoledì 1 aprile 2009
Immigrazione: Chiesa mettiti in gioco
"Non molesterai il forestiero né lo opprimerai perché voi siete stati forestieri in terra di Egitto” (Esodo, 22,20)
Appello di Alex Zanotelli e dei missionari comboniani al mondo missionario, alla Cei e alle chiese per chiedere la disobbedienza civile alle leggi razziste previste nel pacchetto sicurezza che instaurano in Italia una legislazione da apartheid.
30 marzo 2009 - Alex Zanotelli
Fonte: www.nigrizia,it
Alex Zanotelli
Fonte: www.ilgridodeipoveri.org
Noi missionari/e sentiamo il dovere di reagire e protestare contro la strage in atto nel Mediterraneo e le leggi razziste contro gli immigrati che arrivano sulle nostre coste. È una tragedia questa, che non ci può lasciare indifferenti: migliaia e migliaia di africani che tentano di attraversare il Mare nostrum per arrivare nell’agognato "Eden". Un viaggio che spesso si conclude tragicamente. Dal 2002 al 2008 sono morti, in maggioranza scomparsi in mare, 42 mila persone, secondo la ricerca condotta a Lampedusa da Giampaolo Visetti, giornalista di La Repubblica. Trecento persone al giorno! Il più grande massacro europeo dopo la II Guerra Mondiale che si consuma sotto i nostri occhi.
E qual è la risposta del governo? Chiudere le frontiere e bloccare questa "invasione". E per questo il "nostro" governo ha stipulato accordi con la Libia e la Tunisia. Il 5 gennaio 2009 infatti il Senato ha approvato il Trattato con il governo libico di Gheddafi per impedire che le cosiddette carrette del mare arrivino a Lampedusa. Com’è possibile firmare un trattato con un paese come la Libia che tratta in maniera così vergognosa gli immigrati in casa propria?
Il 27 gennaio 2009 il ministro Maroni si è incontrato con il ministro degli Interni tunisino per la stessa ragione. Il regime di Ben Ali in Tunisia non è meno dittatoriale di quello libico. Questi tentativi italiani per bloccare l’immigrazione clandestina, sono sostenuti dal Frontex, l’Agenzia Europea per la difesa dei confini, che ha ricevuto oltre 22 milioni di euro per tali operazioni.
Ci dimentichiamo però che questa pressione migratoria è dovuta alla tormentata situazione africana, in particolare dell’Africa Centrale e Orientale. Le situazioni di miseria e oppressione, le guerre troppo spesso dimenticate dell’Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan, Ciad sospingono migliaia di persone a fuggire attraverso il deserto per arrivare in Tunisia e Libia dove sono trattate come schiavi: lunghi anni di lavoro in nero per ottenere i soldi per la grande traversata (soldi che andranno alle mafie). E se riusciranno (pagando 3-4000 euro) ad attraversare il Mediterraneo ed arrivare a Lampedusa, verranno rinchiusi in un vero e proprio campo di concentramento, il Centro di “accoglienza” trasformato il 24 gennaio in Cie (Centro di identificazione ed espulsione): un vero lager che può ospitare 900 persone ed invece ne contiene 1900! Di qui le drammatiche rivolte di questi giorni con i tentati suicidi di parecchi tunisini che non vogliono essere rimpatriati perché sanno quello che li attende.
Tutto questo grazie alla solerzia del nostro ministro Maroni che ha detto che bisogna essere «cattivi» con gli immigrati. E il suo Pacchetto Sicurezza è la «cattiveria trasformata in legge», come afferma il settimanale Famiglia Cristiana. Infatti nel Pacchetto Sicurezza il clandestino è dichiarato criminale. Una legislazione questa che ha trovato un terreno fertile, preparato da un crescente razzismo della società italiana (così ben espresso dalla Lega!) e da una legislazione che va dalla Turco-Napolitano (l’idea dei Centri di permanenza temporanea) all’immorale e non-costituzionale Bossi-Fini, che non riconosce l’immigrato come soggetto di diritto, ma come forza lavoro pagata a basso prezzo, da rispedire al mittente quando non ci serve più.
La legge infatti prevede, fra le altre cose, la possibilità che i medici denuncino i clandestini ammalati, la tassa sul permesso di soggiorno (dagli 80 ai 200 euro!), le "ronde", il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e i matrimoni misti, il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione. Maroni ha pure deciso di costruire una decina di Centri di identificazione e di espulsione, ove saranno rinchiusi fino a 6 mesi i clandestini. Questa è una legislazione da apartheid: il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, Rom e mendicanti. È una cultura xenofoba e razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e dell’apartheid. Tutto questo immemori di essere stati noi “forestieri in terra di Egitto” quando così tanti italiani oltre al doloroso distacco dalla propria terra, hanno sperimentato l’emarginazione, il disprezzo e l’oppressione.
Per questo noi chiediamo:
ai missionari/e, religiosi/e, laici/che impegnati con il Sud del mondo:
- di schierarsi dalla parte degli immigrati contro una «politica miope e xenofoba» e che fa «precipitare l’Italia, unico paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali», come afferma Famiglia Cristiana.
- di organizzare una processione penitenziale, per chiedere perdono a Dio e ai fratelli migranti per il razzismo, la xenofobia, la caccia al musulmano che, come forza diabolica, sono entrate nel corpo politico di questa Italia.
alla Conferenza Episcopale Italiana:
- di chiedere la disobbedienza civile a queste leggi razziste. È quanto ha fatto nel 2006, in situazioni analoghe, il cardinale R. Mahoney di Los Angeles, California, che ha chiesto nell’omelia del mercoledì delle Ceneri a tutti i cattolici americani di servire tutti gli immigrati, anche quelli clandestini.
alla Chiesa cattolica in Italia e alle altre Chiese:
di riprendere l’antica pratica biblica, accolta e praticata anche dalle comunità cristiane di fare del tempio il luogo di rifugio per avere salva la vita, come indicato nel libro dei Numeri 35,10-12. Su questa base biblica negli anni ’80, negli USA, nacque il Sanctuary Movement che oggi viene rilanciato.
Come missionari/e facciamo nostro l’appello degli antropologi italiani: "Quell’antropologia impegnata dalla promessa di ampliare gli orizzonti di ciò che dobbiamo considerare umano deve denunciare il ripiegamento autoritario, razzista, irrazionale e liberticida che sta minando le basi della coesistenza civile nel nostro paese, e che rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa, contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali. Forse anche allora, in molti pensarono che no si sarebbe osato tanto: oggi abbiamo il dovere di non ripetere quell’errore".
Viviamo un tempo difficile, ma carico di speranza nella misura in cui siamo capaci di mettere in gioco la nostra vita per la Vita.
Napoli, 9 marzo 2009
Comunità Comboniana - Rione Sanita (Napoli)
Alex Zanotelli e Domenico Guarino
Casa Rut – Suore Orsoline, Caserta
Casa Zaccheo – Padri Sacramentini, Caserta
Missionarie Comboniane – Torre Annunziata (Napoli)
Per adesioni cliccare su http://www.nigrizia.it/doc.asp?id=11879&.IDCategoria=108
Aderiscono : padre Fernando Zolli (comboniano), Giovani impegno missionario Napoli, Nigrizia, Centro Comunicazione Combonifem, don Roberto Pasetti, Comitato Caserta città di pace, don Giorgio A. Pisano, padre Guido Grilli, Comunità Michea alla Sanità (Napoli), don Carmine Miccoli, Kenda Onlus - Cooperazione tra i Popoli, Coordinamento per la legalità e la giustizia di Bari, gruppo Africa Sport Bao Bab di Berlino, don Angelo Cassano, Roberta Angeleri,Carla Angeleri, Todaro Sara, p. Sébastien Sasa, Associaziole Millevoci Fano, Luciano Pegoraro, Mangonza Bitumba, Fausto Inverardi, Gelato Laura, Cecilia Nicolai, Stefania Palmieri, don Antonio Ferri, Fr. Enrico, Francesco Viola, Angela Gramazio. Casa per la nonviolenza - Centro Gandhi Onlus (San Ferdinando di Puglia).
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