martedì 14 aprile 2009
Cardinale Tettamanzi: "Accogliere gli immigrati"
"Essere esemplari nell'accoglienza"
MILANO, 14 aprile 2009 - Portare parole di salvezza e speranza in un momento di dolore e difficoltà per l'Italia e Milano.
Ha toccato molti aspetti di stretta attualità l'omelia del cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, durante la messa di Pasqua.
In un Duomo gremito di persone, il cardinale, oltre a invitare i fedeli a un impegno concreto nei confronti dei terremotati in Abruzzo e di chi è in difficoltà economica a causa della crisi, è ritornato parlare di immigrazione, del problema casa, non senza dimenticare di rivolgere un pensiero agli emarginati e alle ''persone umiliate''.
Il Cardinale, ''alle comunità cristiane'', ha chiesto di ''essere esemplari nell'accoglienza, nello sguardo libero da pregiudizi verso i nuovi venuti a Milano, gli stranieri cioè che domandano di poter realizzare la propria esistenza tra noi''.
Hic sunt Leones. In pasto ai santi
Un’inedita grande mostra ripercorre l’iconografia millenaria dell’Etiopia cristiana. Messali, codici miniati, icone e rotoli magici raccontano quelle faccette nere che già erano “romane”
di Matteo Tosi e Marco Respinti
«Nigra sum sed formosa», sono scura ma bella, dice di sé una Sposa nel Cantico dei Cantici (1,5). Secondo molti, quella donna è la regina di Saba (terra mitologica situata tra Arabia meridionale e Corno d'Africa) e il suo sposo era il saggio Salomone. Una tesi avvalorata dalla stessa Bibbia, dai Vangeli, dal Corano e anche dal Kebra nagast, il “poema nazionale” etiopico, visto che in ognuno di questi testi, pur con notevoli differenze nello svolgersi degli eventi, si parla di un incontro tra la sovrana africana e il leggendario Re d'Israele, un amore da cui si fa addirittura discendere la casa reale etiope.
Cosa sia vero e cosa no, poco importa, ma ciò che è certo è l'esistenza di un impero cristiano a sud dell'Egitto e del Sudan, un regno che a partire dal 1270, visto che la dominazione musulmana sull'intero Maghreb e sulla Penisola arabica impediva agli etiopi di recarsi in pellegrinaggio nella Città Santa, ebbe anche la sua “nuova Gerusalemme” nella città di Lâlibalâ, un capolavoro di architettura rupestre (con undici grandi edifici interamente scavati nella roccia di tufo e collegati fra loro da cunicoli), raccontata in mostra da nove straordinarie acqueforti che il trevigiano Lino Bianchi Barriviera incise dopo il suo viaggio africano del 1938-39.
Una serenissima avventura
Così, tra musiche, filmati e fotografie, si apre la prima grande mostra italiana dedicata alla magnificenza e al mistero di questa millenaria arte africana di ispirazione biblico-cristiana, e non poteva esserci città più adatta di Venezia a ospitarla, naturalmente. Non solo perché la città dei Dogi fu sempre (ed è ancora) la nostra porta verso ogni Oriente, geografico e culturale, ma anche perché la stessa ebbe intensi legami economici e religiosi fin dal primo ’400 con l'impero del Leone, dove inviò anche una nutrita schiera di artisti e letterati. Come il pittore Nikolaus Brancaleon, detto Mercurio, che giunse in queste terre sul finire del XV secolo e le cui raffinate icone diedero origine a un'infinita serie di libri illustrati sul loro modello, influenzando l'arte etiopica per quasi quattrocento anni, come risulta evidente percorrendo le ultime due sale dell'esposizione.
Icone in touch screen
Un antico pittore veneziano a chiudere una mostra aperta da un moderno incisore veneto, e tutta l'Etiopia in mezzo, naturalmente. Secolo dopo secolo, personaggio dopo personaggio e leggenda dopo leggenda, ma raccontata nella maniera più contemporanea possibile, con un grande utilizzo di tecnologie multimediali, suoni, proiezioni e ologrammi, oltre alla prima sperimentazione italiana di una guida mobile, realizzata in ambiente iPod da un gruppo di studenti dell'Università Ca' Foscari, che ospita l'evento.
Un approccio futuribile e avveniristico che non contrasta per nulla con l'aulico prestigio di alcuni pezzi esposti né, tantomeno, col fascino antico dei “rotoli magici”, delle incisioni e dei codici miniati qui raccolti per la prima volta, riunendo in un percorso documentario coerente i patrimoni di numerosi musei e collezioni private internazionali.
Un altro mondo è possibile
Tra le tante gemme in mostra, non si può non citare lo splendido Mappamondo di Fra Mauro (normalmente conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana), vero e proprio capolavoro cartografico databile intorno al 1450: un quadrato di oltre due metri di lato al cui interno è iscritto tutto il mondo allora conosciuto, in forma circolare e con una singolare orientazione a sud (secondo una tipologia classica di ascendenza iranica), corredato da oltre 4.000 “didascalie” in volgare veneziano con informazioni e notizie sui luoghi più disparati. Impressionante la dovizia di particolari riservata al Corno d’Africa, che lo stesso frate attribuisce alle testimonianze di religiosi etiopi di passaggio a Venezia che avevano disegnato per lui «tute queste prouincie e citade e fiumi e monti cum li suo nomi».
Novella prigioniera e preservata
Una carta rara e preziosa che, primo tesoro esposto al piano superiore, fa da preludio a una serie di opere in carta di altrettanto mirabile valore: messali, codici miniati, documenti, libri antichi, icone e papiri istoriati secondo lo schema tipico della nostra liturgia, ma con un'iconografia, un linguaggio e uno stile assolutamente originali, che amplificano la propria suggestione con l'essere stati tramandati anche nelle epoche a venire, testimoniando anche nella forma la permanenza spirituale di quella “chiesa delle origini” che il secolare “assedio” musulmano ha involontariamente custodito insieme a mille leggende.
Come quella che vuole l’Arca dell’Alleanza custodita nella cattedrale di Aksum (dove giunse per mano dello stesso figlio di Salomone) o quella, sempre meno aleatoria in realtà, che pone proprio qui il trono di quel mitico Prete Gianni che nel 1165 inviò una misteriosa lettera all’imperatore bizantino Manuele I Comneno (e, tramite lui, a papa Alessandro III e a Federico Barbarossa) definendosi “signore delle tre Indie” e narrando di possedimenti infiniti e ricchissimi, vicenda ripresa per altre vie anche da Fra' Giovanni da Pian del Carpine e da Marco Polo.
Matteo Tosi
Nigra sum sed formosa, Venezia, Ca’ Foscari,
fino al 10 maggio, info: 041/2346947
Storia (d'amore) della regina di Saba
Quando, il 3 ottobre 1935, l’Italia invade l’impero etiope, Benito Mussolini vende al mondo quest’ultimo sussulto di colonialismo ottocentesco al prezzo di una grande impresa. Il gladio che porta la civiltà romana ai barbari che stan sotto i berberi. Risibile. Risibile perché l’Etiopia è antica quanto il mondo e più nera del fascismo.
Se ha ragione la biologia (mica il Genesi) su quello che viene chiamato “mitocondrio Eva” , il genere umano sarebbe nato qui da un’unica femmina. Se ha ragione il Primo Libro dei Re, una favolosa regina di Saba, nigra, vabbè, sed formosa, regnò qui e il saggio Salomone fu rapito dalle sue grazie, lo ricorda pure il sensualissimo e misticissimo Shyr Hasshyrym, il Cantico dei Cantici. Della regina parla del resto anche Gesù nel Vangelo di san Luca.
Se poi han ragione le cronache della notte dei tempi, attorno al 970 una regina Gudit sbaragliò il Regno di Aksum (meglio che Axum). Si dice fosse ebrea. Fatto sta che l’Etiopia trasuda giudaismo e cristianesimo da ogni poro. Pare persino che l’Arca dell’Alleanza fra Dio e il suo popolo eletto stia proprio ad Aksum sin da quando Salomone la consegnò a Menelik, il figlio avuto dalla regina di Saba. Oggi sta nella cappella segreta di un monastero copto, guardata a vista da una generazione di eletti autoreclusi...
Ora i cristiani etiopi appartengono per la stragrande maggioranza alla Chiesa ortodossa copta, miofisita (non monofisita). Non stanno in comunione con i cattolici, ma un poco li perdoniamo, noi cui non spetta la facoltà di scomunicare, per la sontuosità e il fascino delle loro millenarie cultura, liturgia, ritualità, arte. Del resto, dal Basso Medioevo il regno di Etiopia fu il baluardo cristiano in un oceano musulmano. Meriti ne ha accumulati.
Il concetto di copto è peraltro un tesoro: lingua, alfabeto e fede che narrano la storia meravigliosa d’Egitto (copto vien dal nome greco di quel Paese). Il quale, dopo faraoni e geroglifici, prese a scrivere la propria lingua con caratteri greci misti a grafemi demotici (ecco qui il copto) da che abbracciò il cristianesimo. Insomma, copto vuole dire “Egitto cristiano”, che tracima in Etiopia.
Poi c’è il Kebra Nagast, il “Libro della gloria dei re”, la sacra epopea etiope: afferma che i sovrani del Corno d’Africa, al potere dal 1270, son progenie di Salomone e Makedà, “la Saba”. Di più, il loro Paese è il “vero Israele”. Da Menelik viene dunque il popolo dei falascia (niente accento sulla “a”, è meglio, meglio ancora è Beta Israel), negri ed ebrei. La storia narra solo un altro caso di popolo non etnicamente ebraico che abbracciò la Torah trasformandosi in un portento: i mitici khazari del Caucaso, che han dato all’Europa askhenazim più figli di quel che si pensa.
Il Corano, saccheggiando i testi ebraici e cristiani, ricorda la regina di Saba con il nome di Bilqis, una pagana adoratrice del Sole che voltò il cuore (è questo che Gesù le riconosce in Luca) al Dio di Mosè.
Insomma, i custodi dell’Arca sono allora monaci copti neri di pelle e rossi nel sangue falascia, votati per sempre a un “ordine” “templare” che veglia il divino tesoro suggellante il patto fra il Creatore e la sua creatura? Il ponte fra il Cielo e la terra sorge insomma all’ombra della Stele di Aksum? Il Prete Gianni, transi-tato qui dall’India (come dicon Marco Polo e le carte coeve), sorride benedicente.
L’impero di Addis Abeba fu abolito il 12 marzo 1975, sopravvivendo al Duce. Negra e bella, l’Etiopia resta la sposa, la madre, la regina del genere umano.
Marco Respinti
lunedì 13 aprile 2009
Quelli che non mollano
Gente semplice per cose straordinarie. La città che resiste ha il volto sconosciuto di persone tornate a fare il proprio lavoro per cercare di portare la normalità, per cercare di reagire al terrore da sciame sismico che fa urlare a ogni scossa, alla vita stravolta che ricomincia in camper o in tenda. Da due giorni hanno riaperto alcune edicole. Una è quella di Tobia Taddei, 64 anni, che ha mandato la figlia, i nipotini e il genero al mare e poi ha riaperto l’attività in via Venezuela, rione Pettino. Tra gli scaffali si trova anche il nostro quotidiano. «Mi sono trasferito nel mio camper davanti a casa – dice l’edicolante –. Temo gli sciacalli. Con me sono rimaste mia moglie e mia mamma, che ha 94 anni ed è ammalata di Alzheimer. Se mi sposto rischio di ucciderla, continua a chiedermi dov’è casa sua. Ho voluto riaprire per riportare l’informazione nel quartiere. Ho ordinato al distributore i quotidiani, oggi arrivano i settimanali. Soprattutto, questo chiosco è il punto di riferimento per chi passa e vuole sfogarsi. Gente che ha perso tutto, che ha bisogno di parlare con qualcuno».
Al Torrione, il quartiere ha preso il nome dalla colonna superstite dell’acquedotto romano. Ha resistito a parecchi terremoti, lunedì mattina non ce l’ha fatta. La farmacia comunale ha riaperto martedì, mercoledì si è presentata al lavoro Lucia Benedetti, la farmacista che ha visto due terremoti. «Sono originaria di Rocca di Mezzo, a 30 chilometri da qui. Nel 1980 mi trovavo a Avellino perché mio padre lavorava lì. E lunedì ho provato un grandissimo spavento. Ma poi il giorno dopo mi sono detta che dovevo reagire. L’azienda ha chiesto a chi se la sentiva in coscienza di tornare. Per me era importante ricominciare». Così Lucia è tornata dietro il bancone. Prima del sisma usava per la trasferta un appartamento in un condominio del rione, ora evacuato. «Quando ho visto il centro mi sono sentita morire, oltre alle vittime è stato raso al suolo un patrimonio artistico incalcolabile. Anche per questo dobbiamo fare tutti il nostro dovere».
Ma cosa acquistano gli sfollati? «Non pensate a sonniferi o antidepressivi. A parte i malati cronici, la gente comune prende le medicine che non ha potuto prendere durante la fuga. Farmaci per la pressione o per il colesterolo, al massimo le aspirine». Daniele De Salvo ha 26 anni ed è uno dei 120 netturbini aquilani. Vive a Collebrincioni sfollato in tenda con la famiglia. Doveva fare il turno delle quattro di lunedì mattina. «Mi sono presentato 24 ore dopo e ho preso servizio. C’erano tutte le macerie in centro, i campi allestiti da pulire. Siamo in sei, molti miei colleghi hanno avuto lutti in famiglia. Altri hanno messo al sicuro i figli e torneranno». Nel frattempo Daniele porta i sacchi neri nelle tendopoli e smaltisce i rifiuti nella discarica di Bazzano. Lavoro oscuro di resistenza, ma necessario. «Dobbiamo tornare tutti a fare il nostro dovere. Non capisco chi non lavora in questo frangente».
10 Aprile 2009
VITA DA SFOLLATI
Davanti alla caserma regionale della Finanza si mangiano i panini più buoni della città all’Oasi delle delizie. Due varietà: tonno e maionese, oppure tonno e sottaceti. «Non avevo altro – si scusa Abel – e non so quando potrò rifornirmi». Ha costruito e aperto il chiosco in legno a luglio. Una piccola imperfezione tra vetro e assi nelle finestre ha attutito la botta come un elastico e ha salvato il bar. Abel indossa una maglietta antirazzista, è all’Aquila dal 1992, è un profugo di origine eritrea, ha 27 anni, una laurea in lingue e vive e lavora con sua mamma. Insieme ora si sono spostati nella tendopoli del centro, a Piazza d’Armi. «Ho aperto quando l’acqua è tornata limpida. Viene tanta gente a bere un caffè. Ho ritrovato i vecchi clienti. Bisogna pur vivere». La loro piccola resistenza alla paura e al sisma l’hanno fatta anche Luca, Giorgio e gli altri chierichetti della parrocchia di San Panfilo a Villagrande, frazione aquilana, tutti sfollati. Mentre il parroco don Danilo, andava alla sede della Caritas a ritirare i paramenti sacri gli hanno chiesto di tenere lo stesso ieri sera la cerimonia della lavanda dei piedi che avevano provato. E chi può dir loro di no? Anche i santi resistono. Lunedì mattina alle quattro, su insistenza dei vecchi parrocchiani, don Danilo ha dovuto mettere la statua di Sant’Emidio, protettore dei terremoti, davanti alla chiesa, che per l’abside affrescato da Saturnino Gatti è detta la Sistina dell’Abruzzo. La chiesa, che risale al Mille, è illesa e tra poco riaprirà.
dal nostro inviato Paolo Lambruschi
giovedì 9 aprile 2009
Fotografie di culti, tradizioni e culture a Roma del « Collettivo Wide Shut Photo »
al Museo di Roma in Trastevere
Dall’8 al 15 aprile 2009 Inaugurazione 7 aprile 2009, ore 18.30
Si intitola “Nel nome di...” la mostra del Collettivo Wide Shut Photo, organizzata da Officine Fotografiche Associazione Culturale, che verrà inaugurata il 7 aprile 2009 alle ore 18.30 ed esposta nelle suggestive gallerie del chiostro del Museo di Roma in Trastevere dall’8 al 15 aprile 2009, in occasione delle festività pasquali. Un progetto fotografico di reportage sociale che in 35 scatti cercherà di descrivere la realtà delle diverse comunità e religioni che coabitano e animano Roma. “Nel nome di...” è il tentativo di mostrare, nella pluralità dei culti rappresentati, un mosaico di popoli, tradizioni e spiritualità, dove ogni tessera racconta storie particolari di una singola comunità e universali del legame di ciascun individuo con la propria fede. Un lavoro che è anche la ricerca di un filo comune che unisce i popoli e le religioni al di là delle differenze, in tempi in cui la convivenza e l’integrazione sembrano ancora difficili da realizzare. Molteplici i culti rappresentati nelle fotografie in esposizione ; in particolare, il Cristianesimo cattolico, la Chiesa copta-ortodossa, Pentecostale, di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l’Ebraismo, l’Induismo, l’Islamismo e il Buddismo. E ancora più numerose le comunità coinvolte nel progetto e che hanno permesso ai fotografi di entrare in contatto con loro e farsi ritrarre in momenti intimi come la celebrazione e la preghiera : la comunità eritrea, etiope, somala, cinese, pakistana, tailandese, peruviana, nigeriana, araba, egiziana, americana, indiana, rumena, ucraina e italiana. Le fotografie colgono sia i momenti tipici e identitari dei vari culti, sia i momenti di convivialità e socialità che si svolgono in ricorrenze come la Pasqua, il Capodanno, il Natale, il Battesimo o la festa di singoli santi e divinità. Un insieme di immagini di realtà spesso ignote, ricche di suggestioni, esposte nel cuore di Trastevere, quartiere dalla lunga tradizione di accoglienza e integrazione di culture e popoli diversi.
WSP (Wide Shut Photo) è un collettivo di giovani fotografi freelance operanti in particolare nel campo del reportage sociale e di attualità. I loro progetti nascono dalle singole visioni della realtà e da personali espressioni fotografiche, trovando sintesi nella comune idea di una fotografia libera, critica e di inchiesta. La loro amicizia e collaborazione nasce nei locali di Officine Fotografiche, l’Associazione Culturale romana che li fa conoscere in un percorso comune intrapreso con il docente e fotografo professionista Dario De Dominicis.Il Collettivo WSP è composto da Giuseppe Chiantera, Lucia Perrotta, Alessandro Serranò, David Scerrati, Daniela Silvestri, Massimiliano Tempesta, Gianpietro Zirottu.
www.collettivowsp.org
La mostra "Nel nome di...", ospitata dal Museo di Roma in Trastevere, è promossa dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Sovraintendenza ai Beni Culturali, e organizzata dall’Associazione Culturale Officine Fotografiche in collaborazione con la casa editrice Round Robin.
Museo di Roma in Trastevere
Piazza Sant’Egidio 1/b – Roma
INFO
Dall’8 al 15 aprile 2009
Dal martedì alla domenica ore 10.00-20.00 - la biglietteria chiude un’ora prima
Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00-22.30)
www.museodiromaintrastevere.it -
info@museodiromaintrastevere.it
BIGLIETTI
€ 3,00 intero - € 1,50 ridotto ; ingresso gratuito sotto i 18 e sopra i 65 anni
mercoledì 8 aprile 2009
Ronde e immigrati, alla Camera è ko per la Lega
Via la norma sulle ronde dal decreto sicurezza. Di fronte al duro ostruzionismo messo in atto dalle opposizioni (Pd Idv e Udc per una volta uniti) la Lega ha preso atto del rischio che il decreto in scadenza non riuscisse ad essere convertito e ha accettato la mediazione del presidente della Camera Gianfranco Fini: le ronde confluiranno nel disegno di legge sulla sicurezza.
Poi l'incidente: passano alcuni emendamenti presentati da Pd e Udc e viene soppressa la norma "anti-clandestini" che permetteva il prolungamento della permanenza nei Centri di idenficazione (Cie) fino a 180 giorni. Molti gli assenti tra le fila della maggioranza al momento del voto, 17 i franchi tiratori che hanno approfittato del voto segreto per dare un segnale di dissenso.
Insomma, due colpi ben assestati e ko per la Lega. A Montecitorio la linea dura sulla sicurezza sembra non voler passare. Sulle ronde la decisione dello stralcio era stata accettata dal ministro degli Interni Roberto Maroni, presente in Aula, con «grande sofferenza» ma come unico modo per vedere approvato il decreto entro il 24 aprile. L'alternativa sarebbe stata mettere la fiducia, ma su questo punto Silvio Berlusconi non ha voluto sentirci. Un po' per motivi di immagine (con i morti in Abbruzzo ci sono ben altre priorità che l'istituzione delle ronde cittadine), un po' perché questa storia delle ronde proprio non lo convince. Il premier aveva già fatto trapelare il suo pensiero nei giorni precedenti al congresso fondativo del Pdl. Quando aveva confidato che delle ronde, fortemente volute dalla Lega, non se ne sentiva tutto questo bisogno e aveva invitato il «fedele alleato» a non pretendere di ottenere sempre tutto. Oltretutto, mettere ora la fiducia sul decreto per salvare le ronde avrebbe permesso ad una Lega che nei sondaggi vola oltre il 10% di portare a casa un'altra bandiera, oltre al federalismo, prima delle elezioni.
Fin qui la dialettica interna alla maggioranza in tempi di campagna elettorale. Ma l'incidente sui centri per immigrati potrebbe avere un valore più ampio. Non è un caso che sia avvenuto proprio alla Camera, dove i finiani e i "liberal" del Pdl sono più numerosi che al Senato (tra i banchi di Monteciptio siedono ad esempio Stefania Prestigiacomo, Gaetano Pecorella ed Alessandra Mussolini). Né è un segreto la posizione di Fini in tema di immigrazione: più volte ha criticato come disumana la norma che prevede l'obbligatorietà della denuncia dei clandestini da parte dei medici e dei funzionari pubblici. Norma contenuta proprio in quel disegno di legge in cui dovrebbe confluire anche il capitolo ronde e che a breve sbarcherà nell'Aula di Montecitorio. Da qui l'ira della Lega, che parla di «tradimento» e se la prende con il premier («quello lì ha messo la fiducia su tutto e non l'ha messa su questo decreto», gridava un deputato leghista dopo l'incidente).
In una conferenza convocata in tutta fretta un «furibondo» Maroni ha avvertito il premier che chiederà il suo impegno personale sui temi della sicurezza. Insomma, quella che un tempo si chiamava verifica di governo. Il paradosso della serata è il via libera bipartisan al decreto sicurezza senza più le ronde e la stretta sui Cie e senza la Lega, che diserta il voto finale. Comunque vada a finire nei prossimi giorni, di certo nei rapporti tra Lega e Pdl il vulnus resta.
8 aprile 2009
Eritrea: Il regime tenta di colpire gli attivisti per diritti umani e civili per il popolo eritreo
Comunicato Stampa
dell’A.H.C.S
La nostra Associazione Habeshia, nel apprendere che la Dottoressa Dania Avallone denunciata dalle associazioni di eritrei filo governativi, per avere manifestato denunciando le violazioni dei diritti umani e civili in Eritrea. Ci risulta che le manifestazioni autorisate dalla questura competente nel territorio. Gli eventi organizzate dall’associazione che denunciano la Dottoressa Dania Avallone, spesso volentieri ospitano nei loro eventi, ministri e rapresentanti del governo dittatoriale eritreo, ecco perché le associazioni che lottano per i diritti umani e civili, si organizzano a manifestare nei luoghi dove questi eventi si svolgono, perché si curi della presenza di collaboratori del regime e ministri di questa dittatura che sta soffocando il popolo eritreo.
Siamo stupiti che in un paese democratico come l’Italia si tenti di usare strumenti democratici di questo paese per intimidire o tappare la bocca di chi denuncia le violazioni dei diritti umani e civili in Eritrea.
La nostra associazione conosce bene la Dottoressa Dania Avallone, abbiamo collaborato in varie iniziative di denuncia di queste violazioni, le azioni criminali del regime attuale in Eritrea.
Quanti attivisti per i diritti umani e civili per il popolo eritreo in Italia, sono stati minacciati e aggrediti. Le nostre associazioni hanno sempre manifestato nel rispetto della legge, pacificamente.
La costituzione Italiana garantisce il diritto di manifestare, di denunciare le violazioni dei diritti umani e civili che costringono milioni di cittadini eritrei costretti a fuggire rischiano la vita nel mare e nel deserto del Sahara. Quelli fortunati che arrivano vivi in Italia o in altri paesi Europei, presentano la richiesta di asilo politico.
Siamo fiduciosi nella giustizia che non sarà consentita a nessuna dittatura di usare gli strumenti democratici per colpire chi denuncia le male fatte dei regimi dittatoriali e dei suoi collaboratori in Europa.
Roma 07.04.2009
Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo - Roma
L'Eritrea contro i diritti umani
di Marco Cavallarin
L’”Associazione Comunità Eritrea in Italia”, emanazione delle rappresentanze diplomatiche eritree, ha sporto denuncia nei confronti della Presidente dell’Associazione Asper (Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo, http://www.asper-eritrea.com), Dr.ssa Dania Avallone, che è adesso imputata “perché, in presenza di più persone”, cioè in manifestazioni pubbliche e regolarmente autorizzate in cui venivano denunciate le violazioni dei Diritti Umani e Civili in Eritrea, “offendeva l’onore, il decoro e la reputazione dell’Associazione Comunità Eritrea in Italia […] accusando detta associazione di appoggiare e sponsorizzare il “sanguinario governo dittatoriale” dell’Eritrea, “autore di delitti contro l’umanità” …”.
Così recita il decreto di convocazione delle parti emesso dal Giudice di Pace Penale di Roma, dr. Mario Tammaccaro. La prima udienza si terrà a Roma il prossimo 15 aprile 2009 alle ore 9,00.
In sostanza, il governo dell’Eritrea, tramite i suoi fantocci raccogliticci che ruotano attorno alla sua ambasciata romana, muove guerra contro Asper, una delle più attive associazioni in Europa che combattono contro la negazione dei Diritti Umani e Civili in Eritrea, e contro la sua Presidente, Dania Avallone, sempre schierata in prima linea per testimoniare con il suo impegno contro la barbarie assassina e torturatrice della dittatura che domina, straziandolo, il Paese.
La Dr.ssa Dania Avallone ha vissuto in Eritrea quando sembrava che il paese si avviasse verso un percorso straordinario di democrazia. Lì, in quanto biologa marina, ha esplorato scientificamente per conto del Ministero della Marina i fondali del Mar Rosso e formato decine di studiosi ed esperti.
Questo attacco contro Dania Avallone segue ad una serie di intimidazioni, minacce e violenze fisiche che i denuncianti e loro sicari hanno già ripetutamente operato nei confronti dell’imputata, costretta più di una volta a ricorrere alle cure dei Pronto Soccorso di diverse città d’Italia, e dei suoi compagni. Colpendo Asper, il governo eritreo pretenderebbe di mettere a tacere le voci di dissenso che in Europa si pronunciano contro di esso.
Con questa mia, che so condivisa da molti democratici, vorrei contribuire alla lotta di Asper e delle altre associazioni che si impegnano contro la dittatura eritrea, che sempre hanno manifestato il loro dissenso nei confronti di qualunque dittatura e negazione dei diritti sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e invito i miei lettori alla vigilanza perché il Governo italiano e gli organismi della cooperazione sappiano tenere le distanze da qualsiasi possibilità di accettazione di dittature come quella eritrea. Da Inghilterra, Germania e USA varie organizzazioni di eritrei per i Diritti Umani, stanno inviando lettere di solidarietà con Dania Avallone al Giudice di Pace.
Il Governo dello Stato d’Eritrea si macchia indelebilmente di gravissime violazioni dei Diritti Umani nei confronti del suo popolo: la dittatura del Presidente Issayas Afwerki è sempre più totalitaria e oppressiva e ogni diritto politico e parlamentare è negato.
Diritti Civili e Diritti Umani vengono calpestati quotidianamente in quel Paese dalla dittatura del suo presidente. Migliaia, forse decine di migliaia, di persone, di cittadini, sono reclusi – non si sa di essi quanti siano ancora in vita o in quali condizioni di salute – privi di un capo di imputazione, di un processo che non verrà mai celebrato.
Si tratta di persone che hanno avuto un ruolo doloroso nell’Eritrea, combattenti della trentennale guerra di Liberazione del Paese dal dominio coloniale etiope, combattenti per uno sviluppo condiviso che assicurasse non solo indipendenza dalla dominazione straniera, ma uno sviluppo civile e democratico per quel popolo.
La loro rivoluzione è stata tradita: già dal referendum popolare del 1993, che sancì con risultati schiaccianti l’autonomia dell’Eritrea dall’Etiopia, si era messo in atto un percorso che brevemente portò all’approvazione parlamentare di una Costituzione fortemente orientata, tra l’altro, alla democrazia, che prevedeva pluralità ed elezioni regolari del Parlamento.
Poi le cose sono cambiate: il potere del partito al potere e del presidente dello stato, che è anche capo del governo e presidente del partito, si è radicato espandendosi oltre ogni misura verso il tradimento delle premesse. Il presidente giustificava lo stato delle cose in nome dell’emergenza generata dalla persistente aggressività militare dell’Etiopia nei confronti dell’Eritrea. Quindi mai si sono tenute elezioni in quel Paese, la Costituzione è stata abrogata, tutto il paese è stato abnormemente militarizzato, bloccata l’economia ed ogni forma di produttività, negata la libertà di stampa, di informazione e di opinione, di culto religioso, di libera circolazione nel territorio, represse e private dei loro beni alcune minoranze etniche, chiusa l’Università, bloccato il normale ordinamento scolastico, bloccata la cooperazione internazionale (governativa e non governativa) , espulse le ONG, ... Le attività della cooperazione governativa e non governativa italiana erano state a suo tempo promosse dal Ministro Petros Salomon, oggi recluso insieme alla moglie. Chiunque abbia anche solo pronunciato una perplessità rispetto al modo in cui si trasformava la gestione del potere, o chiesto di ridare valore alla Costituzione, di permettere la costruzione di nuovi partiti, di effettuare elezioni, è stato minacciato, incarcerato, torturato con pratiche di fortissima violenza fino alla morte, ucciso, senza che mai un capo d’accusa venisse formalizzato, senza che mai un processo venisse celebrato. L’accusa informalmente espressa, e passata di bocca in bocca tra gli abitanti del piccolo Paese di tre milioni e mezzo di persone, era di tradimento della patria. Tra essi erano ministri e contadini, combattenti e operai, funzionari dello stato e gente comune. Di questi non è dato sapere se siano ancora in vita, né i familiari hanno modo di sentirli o di vederli, o anche solo di sapere dove essi siano tenuti reclusi.
La militarizzazione è estesa a tempo pressoché indeterminato a uomini e donne, ed in essa si esprime la violenza della deportazione di massa di tutta la forze produttiva del paese nei campi militari, dove la reclusione nei container e lo stupro sono la regola quotidiana. L’uso dell’esercito è anche improprio nel momento in cui truppe ed armamenti eritrei vengono dislocati, ad esempio, in Somalia a sostegno delle corti islamiche. Il potere politico si sostituisce a quello interno delle comunità religiose, per cui vengono imposti ad ogni confessione rappresentanti graditi al dittatore e non regolarmente designati al proprio interno. E’ il caso, ad esempio del patriarca Abuna Antonios, recluso in condizioni di salute precarie, sostituito da un personaggio fantoccio non riconoscibile dalla comunità cristiana.
Questo stato di cose è noto a chiunque abbia attenzione istituzionale nei confronti dell’Eritrea: Amnesty International, Human Rights Watch, Reportes sans Frontieres, Asper, UN, periodicamente documentano la situazione ed il suo progressivo aggravarsi. Anche la UE si è più volte pronunciata in proposito. I documenti da loro prodotti, che vengono comunicati ufficialmente al momento delle loro pubblicazioni, sono reperibili nel web.
L’Eritrea soffre della mancata applicazione da parte dell’Etiopia degli accordi di pace del 2000, e i due paesi soffrono di uno stato di “guerra-non guerra” che, insieme alla repressione ed alla mancanza di occupazione, è causa della fuga di centinaia di migliaia di giovani, donne e bambini, molti dei quali trovano la morte nei deserti o nei mari che fortunosamente cercano di attraversare. Si tratta della morte di persone finalmente “libere”.
L’economia eritrea è oggi di sussistenza: il solo sostegno sono le rimesse economiche degli emigrati.
La violenza della dittatura si estende anche sulla diaspora: un fitto servizio di intelligence coordinato dalle ambasciate e dai consolati svolge attività di controllo su ogni territorio. Gli eritrei in diaspora sono controllati nelle loro vite, e se un comportamento antigovernativo viene ravvisato, vengono minacciati personalmente e ricattati, e le loro famiglie rimaste in patria subiscono conseguenze indicibili.
Il popolo dell’Eritrea soffre, sempre in silenzio e impotente, di questo stato di cose. Ridotto in povertà ha bisogno dell’aiuto internazionale, ed ogni gesto di cooperazione è benvenuto. Ma non è possibile in genere verificare che gli aiuti pervengano alla giusta destinazione, e sarebbe opportuno ottenere dal governo eritreo la possibilità di controllarne gli esiti. Come sarebbe opportuno che almeno la Croce Rossa Internazionale potesse visitare i reclusi, e che al dittatore Afwerki si esprimesse in ogni occasione il disappunto per quanto avviene nel suo paese, e gli si richiedesse rispetto, almeno, per i Diritti Umani più elementari e per la popolazione eritrea.
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