sabato 13 dicembre 2008

Fascist Legacy - Un’eredità scomoda

Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo") è un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani. Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia. Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Conduttore del film è lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro “L’olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.

lunedì 8 dicembre 2008

Libia: siamo entrati a Misratah. Ecco la verità sui 600 detenuti eritrei

Racontato da Gabriele Del Grande & Roman Herzog Vista sul cortile del carcere di MisratahMISRATAH – Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono tutti richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Vittime collaterali della cooperazione italo libica contro l’immigrazione. Sono più di 600 persone, tra cui 58 donne e diversi bambini e neonati. Sono in carcere da più di due anni, ma nessuno di loro è stato processato. Dormono in camere senza finestre di 4 metri per 5, fino a 20 persone, buttati per terra su stuoini e materassini di gommapiuma. Di giorno si riuniscono nel cortile di 20 metri per 20 su cui si affacciano le camere, sotto lo sguardo vigile della polizia. Sono ragazzi tra i 20 e i 30 anni. La loro colpa? Aver tentato di raggiungere l’Europa per chiedere asilo. Da anni la diaspora eritrea passa da Lampedusa. Dall’aprile del 2005 almeno 6.000 profughi della ex colonia italiana sono approdati sulle coste siciliane, in fuga dalla dittatura di Isaias Afewerki. La situazione a Asmara continua a essere critica. Amnesty International denuncia continui arresti e vessazioni di oppositori e giornalisti. E la tensione con l’Etiopia resta alta, cosicché almeno 320.000 ragazzi e ragazze sono costretti al servizio militare, a tempo indeterminato, in un paese che conta solo 4,7 milioni di abitanti. Molti disertano e scappano per rifarsi una vita. La maggior parte dei profughi si ferma in Sudan: oltre 130.000 persone. Tuttavia ogni anno migliaia di uomini e donne attraversano il deserto del Sahara per raggiungere la Libia e da lì imbarcarsi clandestinamente per l’Italia. Vista sul cortile del carcere di MisratahLa prima volta che sentii parlare di Misratah fu nella primavera del 2007, durante un incontro a Roma con il direttore dell’Alto commissariato dei rifugiati a Tripoli, Mohamed al Wash. Pochi mesi dopo, nel luglio del 2007, insieme alla associazione eritrea Agenzia Habeshia, riuscimmo a stabilire un contatto telefonico con un gruppo di prigionieri eritrei che erano riusciti a introdurre un telefono cellulare nel campo. Si lamentavano delle condizioni di sovraffollamento, della scarsa igiene dei bagni, e delle precarie condizioni di salute, specie di donne incinte e neonati. E accusavano gli agenti di polizia di avere molestato sessualmente alcune donne durante le prime settimane di detenzione. Amnesty International si espresse più volte per bloccare il loro rimpatrio. E il 18 settembre 2007 la diaspora eritrea organizzò manifestazioni nelle principali capitali europee. Il direttore del carcere di Misratah, colonnello Abu UdIl direttore del centro, colonnello ‘Ali Abu ‘Ud, conosce i report internazionali su Misratah, ma respinge le accuse al mittente: “Tutto quello che dicono è falso” dice sicuro di sé seduto alla scrivania, in giacca e cravatta, dietro un mazzo di fiori finti, nel suo ufficio al primo piano. Dalla finestra si vede il cortile dove sono radunati oltre 200 detenuti. Abu ‘Ud ha visitato nel luglio 2008 alcuni centri di prima accoglienza italiani, insieme a una delegazione libica. Parla di Misratah come di un albergo a cinque stelle comparato agli altri centri libici. E probabilmente ha ragione. Il che è tutto un dire. Dopo una lunga insistenza, insieme a un collega della radio tedesca, Roman Herzog, siamo autorizzati a parlare con i rifugiati eritrei. Scendiamo nel cortile. Ci dividiamo. Intervisto F., 28 anni, da 24 mesi chiuso qua dentro. Mentre lui parla mi accorgo che non lo sto ascoltando, in verità provo a mettermi nei suoi panni. Abbiamo grossomodo la stessa età, ma lui i migliori anni della vita li sta buttando via in un carcere, senza un motivo apparente. Vista sul cortile del carcere di MisratahDall’altro lato del cortile, Roman è riuscito a parlare per qualche minuto con un rifugiato sottraendosi al controllo degli agenti della sicurezza che vigilano sul nostro lavoro e riprendono con una telecamera le nostre attività. Si chiama S.. Parla liberamente: “Fratello, siamo in una pessima situazione, siamo torturati, mentalmente e fisicamente. Siamo qui da due anni e non conosciamo quale sarà il nostro futuro. Puoi vederlo da solo, guarda!” Intanto l’interprete li ha raggiunti e traduce tutto al direttore del campo, che interrompe l’intervista e chiede a S. se per caso non vuole ritornare in Eritrea. Lui risponde di no, intanto Roman lo invita ad allontanarsi a passo svelto e a dire tutto quello che può prima che il direttore li interrompa di nuovo. “Siamo qui da più di due anni, senza nessuna speranza. Siamo tutti eritrei. Io sono venuto in Libia nel 2005. Cerchiamo asilo politico, a causa della situazione nel nostro paese. Ma il mondo non si interessa a noi. Non è facile stare due anni in prigione, senza nessuna comodità. Siamo in prigione, non vediamo mai l’esterno. Tutti noi abbiamo bisogno della libertà, ecco di cosa abbiamo bisogno”. La polizia si avvicina nuovamente, Roman chiede a S. di mostrargli la sua stanza. Zigzagando tra la folla nel cortile entrano nel corridoio su cui danno la vista quattro stanze. All’interno, 18 ragazzi siedono su coperte e materassini di gommapiuma stesi sul pavimento. La stanza misura quattro metri per cinque. Al centro, una pentola gorgoglia sopra un fornellino da campeggio. Non ci sono finestre. “Siamo in troppi qui, è sovraffollato – dice S. – non vediamo la luce del sole e non c’è ricambio d’aria. Con il caldo d’estate la gente si ammala. E anche di inverno, fa molto freddo di notte, la gente si ammala”. Siamo a fine novembre, e i ragazzi indossano ciabatte da mare e leggeri pullover. La stanza accanto è più grande, ci sono solo donne e bambini, ma sono almeno il doppio. Vista sul cortile del carcere di MisratahA quel punto gli uomini della sicurezza interrompono l’intervista e portano Roman fuori dal cortile, dove gli presentano un rifugiato scelto dal direttore... “Sono anche io un prigioniero” gli dice. Ma lui preferisce parlare con J.. Ha 34 anni e dice di essere stato in 13 prigioni diverse in Libia: “Alcuni di noi sono qui da quattro anni. Personalmente sono a Misratah da tre anni. Siamo nella peggiore delle situazioni. Non abbiamo commesso reati, stiamo solo chiedendo asilo politico. E non ci viene concesso. Diteci almeno perchè? Visto che nessuno ci informa. Che cosa sta succedendo là fuori? Diteci che cosa sarà di noi! Nemmeno l’Acnur. Non ci dicono mai niente. Non ho più speranza, quando ci vado a parlare nemmeno mi ascoltano. Pesavo 60 kg quando sono entrato, adesso ne peso 48, immagina perchè..” Il colonnello Abu ‘Ud segue la conversazione grazie alla traduzione in arabo dell’interprete, finché non riesce più a trattenersi. “Vuoi ritornare in Eritrea?” chiede a J. interrompendo bruscamente l’intervista. “Preferisco morire – gli risponde – tutti preferirebbero morire. “Se vuoi andare in Eritrea ti rimpatriamo in un solo giorno” minaccia il direttore. “Ci vietano di parlare con te” dice J. a Roman. Il direttore diventa furioso. Gli grida in faccia “Dite loro che li rimpatrieremo tutti!”. Poi si avvicina a Roman e con un urlo secco ordina: “Finito!”. Roman cerca di protestare, “abbiamo finito” gli ripette Abu ‘Ud mentre gli agenti lo tirano per le braccia verso l’uscita. Intanto il colonnello sale sui gradini e si rivolge a gran voce a tutti i rifugiati che nel frattempo si sono avvicinati per vedere cosa stia accadendo. “Se vi sentite maltrattati qui, organizzeremo il vostro rimpatrio immediatamente. Avete già rifiutato di ritornare nel vostro paese, ecco perchè siete in questo posto. Ma ognuno di voi è libero di ritornare in Eritrea! Chi vuole andare in Eritrea?” chiede alla folla. “Nessuno!” gli fanno eco i presenti. Scende e grida al mio collega “Hai visto! Adesso abbiamo veramente finito”. Vista sul cortile del carcere di MisratahSaliamo di nuovo nell’ufficio del colonnello, che con toni molto nervosi cerca di convincerci del suo impegno. Per ben due volte l’ambasciata eritrea ha inviato dei funzionari per identificare i prigionieri. Ma i rifugiati hanno sempre rifiutato di incontrarli. Hanno addirittura organizzato uno sciopero della fame. Comprensibile, visto che rischiano di essere perseguitati in patria. La Libia dovrebbe averlo capito da un pezzo, visto che il 27 agosto 2004 uno dei voli di rimpatrio per l’Eritrea partiti da Tripoli venne addirittura dirottato in Sudan dagli stessi passeggeri. Ma il concetto di asilo politico sfugge alle autorità libiche. Eritrei o nigeriani, vogliono tutti andare in Europa. E visto che l’Europa chiede di controllare la frontiera, l’unica soluzione sono le deportazioni. E per chi non collabora con le ambasciate – come i rifugiati eritrei - la detenzione diventa a tempo indeterminato. Così per tornare in libertà non rimangono che due possibilità. Avere la fortuna di rientrare nei programmi di reinsediamento all’estero dell’Alto commissariato dei rifugiati (Acnur), oppure provare a scappare. Haron ha 36 anni. A casa ha lasciato una moglie e due bambini. Dall’Eritrea è scappato dopo 12 anni di servizio militare non retribuito. Dopo due anni di detenzione a Misratah, la Svezia ha accettato la sua richiesta di reinsediamento. E’ partito tre giorni dopo la nostra visita, il 27 novembre 2008, con un gruppo di altri 26 rifugiati eritrei del campo di Misratah, tra cui molte donne. I posti lasciati vuoti saranno presto riempiti con i nuovi arrestati. Già la settimana scorsa sono arrivate otto donne. I reinsediamenti sono le uniche carte che l’Acnur riesce a giocare, da un anno a questa parte, in Libia. Le prime 34 donne eritree lasciarono il campo di Misratah nel novembre del 2007 e furono accolte dall’Italia, a Cantalice, un piccolo comune nella campagna di Rieti. Per l’Italia fu il primo reinsediamento ufficiale di rifugiati dai tempi della crisi cilena del 1973. Ma l’operazione venne censurata dagli uffici stampa del Ministero dell’Interno, per non sollevare polemiche tra i leghisti. Insieme alle donne arrivarono 5 uomini e una bambina nata pochi giorni prima. Soldato libico di fronte alla sede dell'Acnur a TripoliDa allora, circa 200 rifugiati sono stati trasferiti da Misratah in vari paesi. Oltre all’Italia (70), anche in Romania (39), Svezia (27), Canada (17), Norvegia (9) e Svizzera (5). A snocciolarmi i dati è Osama Sadiq. E’ il coordinatore dei progetti della International organisation for peace care and relief (Iopcr). Una importante ong libica, che si dichiara non governativa, ma che tanto indipendente non deve essere, visto che ha al suo interno ex funzionari del ministero dell’interno e della sicurezza. E che è talmente influente, che l’Acnur riesce a entrare a Misratah soltanto sotto la sua copertura. Proprio così. In un paese dove transitano ogni anno migliaia di rifugiati eritrei, ma anche sudanesi, somali ed etiopi, l’Acnur conta meno di una ong. Non ha nemmeno un accordo di sede. E non riesce a spendere una parola a livello internazionale per la liberazione dei 600 prigionieri di Misratah. Probabilmente a dettare la linea politica dell’Acnur in Libia sono fragili equilibri diplomatici da non rompere per non rischiare di farsi cacciare da un Paese che non ha nemmeno mai firmato la Convenzione di Ginevra. Eppure la Libia sta conoscendo una importante fase di apertura. E il governo lavora a una nuova legge sull’immigrazione che però – secondo chi ha letto la bozza - non contiene nessun riferimento alla protezione dei rifugiati. Messa africana alla chiesa di San Francesco, a TripoliPer quelli che non rientrano nei progetti di reinsediamento dell’Acnur, non rimane che l’ennesima fuga. Koubros è uno di loro. Lo incontriamo sulle scale della chiesa di San Francesco, nel quartiere Dhahra di Tripoli, dopo la messa del venerdì mattina. Un gruppo di eritrei è in fila per lo sportello sociale della Caritas, dove lavora l’infaticabile suor Sherly. A Misratah ha passato un anno. Era stato arrestato a Tripoli durante una retata nel quartiere di Abu Selim. E’ scappato durante un ricovero in ospedale. Poi però è stato di nuovo arrestato e portato al carcere di Tuaisha, vicino all’aeroporto di Tripoli. Dove è riuscito a corrompere un poliziotto facendosi inviare 300 dollari dagli amici eritrei in città. Siede vicino a Tadrous. Anche lui eritreo, anche lui disertore in fuga dal suo paese. E’ uscito due settimane fa dal carcere di Surman. Era stato condannato a cinque mesi di galera dopo essere stato trovato in mare con altri 90 passeggeri, a Zuwarah. In carcere si è preso la scabbia. Gli chiediamo di accompagnarci nel quartiere di Gurgi, dove vivono gli eritrei pronti a partire per l’Italia. Dice che è pericoloso. Gli eritrei vivono nascosti. La nostra presenza potrebbe allertare la polizia e provocare una retata. Yosief però la pensa diversamente, vive in una zona diversa. Lo seguiamo. Shara Ahad AsharaScendiamo in una traversa sterrata di Shar‘a Ahad ‘Ashara, l’undicesima strada, a Gurgi. Qui vivono molti immigrati africani. L’appartamento è di proprietà di una famiglia chadiana, che ha affittato a sette eritrei le due piccole stanze sul terrazzo. Ci togliamo le scarpe per entrare. I pavimenti sono coperti di tappeti e coperte. Ci dormono in cinque ragazzi. La televisione, collegata alla grande parabola montata sul terrazzo, manda in onda videoclip in tigrigno di cantanti eritrei. E’ un posto sicuro, dicono, perchè l’ingresso della casa passa dall’appartamento della famiglia chadiana, che è a posto coi documenti. Si sono trasferiti qui da poco, dopo le ultime retate a Shar‘a ‘Ashara. Adesso quando sentono la sirena della polizia non ci fanno più caso. Prima si correvano a nascondere. Ci offrono cioccolata, una salsa di patate e pomodoro con del pane, 7-Up e succo di pera. Continuiamo a parlare delle loro esperienze nelle carceri libiche. Ognuno di loro è stato arrestato almeno una volta. E tutti sono usciti grazie alla corruzione. Basta pagare la polizia, da 200 a 500 dollari, per scappare o per non essere arrestati. I soldi arrivano con Western Union, grazie a una rete di solidarietà tra gli eritrei della diaspora, in Europa e in America. Anche Robel è stato a Misratah. C’ha passato un anno. Ci mostra il certificato di richiedente asilo rilasciato dall’Acnur. Scade l’11 maggio 2009. Ma con quello non si sente al sicuro. “Un mio amico è stato arrestato lo stesso, glielo hanno strappato sotto gli occhi”. Durante la detenzione, ha scritto un appello alla comunità internazionale, con un gruppo di sei studenti eritrei. Pranzo a casa di alcuni eritrei a GurgiSul muro, accanto al poster di Gesù, c’è una foto in bianco e nero di una bambina di pochi anni, con su scritto il suo nome, Delina, con il pennarello. L’ho riconosciuta. E’ la stessa bambina che giocava sulle scale della chiesa con Tadrous. Anche lei dovrà rischiare la vita in mare. “L’importante è arrivare nelle acque internazionali”, dice Yosief. Gli intermediari eritrei (dallala) che organizzano i viaggi, hanno diverse reputazioni. Ci sono intermediari spregiudicati e altri di cui ci si può fidare. Ma il rischio rimane. Non posso non pensarci, mentre sull’aereo di ritorno per Malta, comodamente seduto e un po’ annoiato, sfoglio la mia agenda con i numeri di telefono e le email dei ragazzi eritrei conosciuti a Tripoli. Prima della mia partenza per la Libia, un amico etiope mi aveva dato il numero di telefono di un suo compagno di viaggio, ancora a Tripoli, un certo Gibril. Ho provato a chiamarlo per tutto il tempo, ma il numero era spento. Nell’orecchio mi risuona ancora l’incomprensibile messaggio vocale in arabo. Speriamo che sia arrivato in Italia, o piuttosto a Misratah. E non in fondo al mare. (Un ringraziamento speciale a Roman Herzog che ha contribuito alla stesura del pezzo e senza il quale non sarebbe stato possibile questo viaggio)

domenica 7 dicembre 2008

SVIZZERA IN SCHENGEN, SI APRONO LE FRONTIERE

ANSA 2008-12-06 18:19 di Enrico Tibuzzi BRUXELLES - Cade l'ultima barriera alla libera circolazione delle persone in Europa. Da venerdì prossimo la Svizzera - che per la sua collocazione geografica rappresenta un crocevia al centro del Vecchio continente - entrerà a far parte, come 25mo Paese membro, dell'area Schengen e da quel momento non potranno essere più essere effettuati sistematici controlli di polizia ai valichi di frontiera terrestri. Per motivi tecnico-operativi, l'eliminazione dei controlli dei passaporti negli aeroporti della Confederazione elvetica per i cittadini provenienti da altri Paesi dell'area Schengen scatterà invece solo il 29 marzo, in concomitanza con l'entrata in vigore degli orari estivi delle compagnie aeree. Per il traffico in entrata e in uscita dall'Italia - così come per quello con tutti gli altri Paesi confinanti, già parte dell'area Schengen - l'adesione della Confederazione elvetica alla zona di libera circolazione delle persone comporterà soprattutto una velocizzazione dei flussi, con riduzione delle code che, specie in concomitanza delle vacanze, spesso si creano ai valichi, primo tra tutti quello autostradale di Chiasso-Brogeda. Dato che la Svizzera non è un Paese membro dell'Ue e non ha aderito all'Unione doganale, l'eliminazione dei controlli di polizia alle frontiere non porterà però con sé anche la fine dei controlli della Guardia di Finanza. Sebbene siano in vigore diverse convenzioni bilaterali per ridurre e rendere più rapidi i controlli doganali, non risulta finora che il personale italiano che opera ai valichi abbia ricevuto particolare disposizioni da applicare a partire da venerdì prossimo. Così come resterà obbligatorio, per chi transita sulle autostrade svizzere, l'acquisito della 'vignette' da applicare sul parabrezza. Ma certamente, a partire dal 12 dicembre, sarà possibile viaggiare dall'Italia alla Svezia senza dover mostrare il passaporto o la carta d'identità valida per l'espatrio. L'adesione a Schengen faciliterà anche la vita a tutti i lavoratori transfrontalieri e alle 700 mila persone di nazionalità extra-Ue che vivono in Svizzera e che potranno così muoversi liberamente in Europa. La Confederazione elvetica, parallelamente all'ingresso in Schengen, ha anche deciso di condividere, con l'Unione europea, la politica d'asilo e di sottoscrivere un accordo con Eurojust per una maggiore cooperazione nella lotta alla criminalità e al terrorismo. Non tutti, specie oltre confine, guardano con entusiasmo all'ingresso della Svizzera in Schengen. Preoccupati dell'impatto che la rimozione dei posti di frontiera potrebbe avere sulla sicurezza, alcuni sindaci hanno chiesto di sottoporre la questione a un referendum che dovrebbe svolgersi l'8 febbraio prossimo. Dal canto suo, il ministro del'Interno, Roberto Maroni, ha assicurato che i controlli, sebbene arretrati rispetto ai posti di confine, "rimarranno e saranno accurati" proprio per evitare un aumento dei fatto criminosi e garantire lo stesso livello di sicurezza. La Convenzione di Schengen è stata sottoscritta da un primo gruppo di cinque Paesi nel 1985. L'Italia vi ha aderito nel 1990. Dal dicembre 2007 viene applicata da 24 Paesi: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Grecia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria, Islanda, Norvegia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Malta.

mercoledì 3 dicembre 2008

Patriarca “Abune” Antonios, Eritrea

Abune Antonios "Abune" Antonios es patriarca de la iglesia ortodoxa Eritrea. Se encuentra sometido a arresto domiciliario desde enero de 2006. Amnistía Internacional lo considera preso de conciencia y teme por su salud, pues tiene 80 años, padece diabetes y no recibe medicación. El patriarca Antonios se ha opuesto continuamente a la injerencia del gobierno en los asuntos religiosos. En 2004 protestó contra el encarcelamiento secreto de tres sacerdotes ortodoxos. En enero de 2005, las autoridades eclesiásticas le retiraron sus atribuciones ejecutivas. Se le permite oficiar servicios religiosos, pero no tiene niguna función en la administración de los asuntos eclesiásticos. El 13 de enero de 2006, fue apartado oficiamente de su cargo y puesto bajo arresto domiciliario. El 20 de enero de 2007 entraron en su casa dos sacerdores, acompañados por agentes de seguridad, y le confiscaron su insignia pontifical personal, símbolo de su posición de obispo. El 27 de mayo de 2007, el gobierno nombró a un nuevo patriarca, y a las cinco de la mañana del día siguiente se expulsó a Abune Antonios de su residencia. Amnistía Internacional ha sabido posteriormente que continúa bajo arresto domiciliario en un lugar no revelado de la capital eritrea, Asmara. Las minorías religiosas, como los Testigos de Jehová y más de 35 iglesias cristianas evangélicas, están prohibidas en Eritrea. Alrededor de 2.000 miembros de minorías evangélicas ilegalizadas desde 2002 se encuentran recluidos en duras condiciones. Amnistía Internacional ha recibido informes según los cuales a algunos detenidos los han golpeado y atado en posturas dolorosas reiteradamente para obligarlos a abjurar de su fe.

Il Patriarca Abune Antonios

Abune Antonios, il terzo patriarca della Chiesa copta eritrea, ha pagato cara la sua opposizione al dittatore eritreo Isayas Afeworki. In un Paese, come l'Eritrea, dove non esistono più partiti politici di opposizione e la società civile è duramente repressa, aveva fatto scalpore la presa di posizione del Patriarca che si era opposto alle intrusioni del potere politico nella Chiesa ortodossa e aveva denunciato abusi e arbitri del regime. Nessuno però pensava che Afeworki avesse il coraggio di inimicarsi gli ortodossi. Invece l'alto prelato è stato arrestato (e con lui centinaia di sacerdoti). Nel maggio 2007 è stato poi eletto un nuovo patriarca: abune Dioskoros. Questa elezione non è stata riconosciuta dalle altre Chiese ortodosse e oggi abune Antonios, nonostante viva agli arresti domiciliari e sia gravemente malato, è riconosciuto come il vero patriarca della Chiesa copta eritrea.

Quale Patriarca Ortodosso e venuto in Visita a Roma?

Eritrea Capo di Stato e di governo: Issayas Afewerki Pena di morte: abolizionista de facto Popolazione: 4,7 milioni Speranza di vita: 56,6 anni Mortalità infantile sotto i 5 anni (m/f): 84/78‰ Alfabetizzazione adulti: 60,5% 1. Contesto 2. Libertà di espressione 3. Leva militare 4. Tortura e altri maltrattamenti 5. Rifugiati e richiedenti asilo 6. Rapporti di Amnesty International Due terzi della popolazione ha continuato a dipendere dagli aiuti internazionali d'emergenza alimentare. Il governo non ha autorizzato partiti di opposizione, organizzazioni indipendenti della società civile o gruppi di fede religiosa né ha mostrato tolleranza verso il dissenso. I prigionieri di coscienza erano migliaia. È risultato inesistente un qualsiasi Stato di diritto o sistema di giustizia, sia civile che militare. i detenuti non hanno potuto accedere ad alcun tipo di ricorso legale e i giudici non sono stati in grado di impugnare o contestare detenzioni arbitrarie o azioni governative o militari che implicavano violazioni dei diritti umani. Le garanzie di tutela dei diritti umani stabilite dalla Costituzione o dalla legge non sono state rispettate o applicate. Contesto La demarcazione dei confini in seguito alla guerra tra Eritrea ed Etiopia del 1998-2000 non ha avuto inizio e la Commissione internazionale di confine ha terminato i propri lavori a novembre lasciando la questione irrisolta. L'Eritrea ha imposto rigide restrizioni alla Missione delle Nazioni Unite in Etiopia ed Eritrea (UNMEE), che ha amministrato una zona cuscinetto sul lato del confine eritreo. Truppe governative eritree si sono dislocate nella zona e hanno arrestato o arruolato diversi componenti dell'UNMEE eritrei. Si è temuta l'insorgenza di nuovi combattimenti tra le truppe dei due paesi ammassate lungo il confine, in parte a causa del coinvolgimento di entrambi i paesi nel conflitto in corso in Somalia. A dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha esteso il mandato dell'UNMEE. L'Eritrea ha continuato a sostenere gruppi di opposizione armata etiopi. Ha anche sostenuto l'opposizione alle truppe etiopi in Somalia, compresa l'Alleanza per la ri-liberazione della Somalia costituitasi in Eritrea a metà dell'anno. L'Etiopia ha sostenuto gruppi di opposizione eritrea precedentemente situati in Sudan. Libertà di espressione ***Credenti religiosi Centinaia di appartenenti a fedi religiose minoritarie vietate dal governo nel 2002 sono stati arrestati nel corso dell'anno e detenuti in incommunicado a tempo indefinito senza accusa né processo. Molti sono stati arrestati mentre partecipavano clandestinamente a riti religiosi in abitazioni private o a matrimoni o funerali. Le loro chiese sono state chiuse e le proprietà ecclesiastiche e i programmi di assistenza confiscati dal governo. Alcuni critici appartenenti a fedi autorizzate, come la Chiesa ortodossa eritrea, la Chiesa cattolica, la Chiesa luterana e l'Islam, sono stati anch'essi incarcerati. *Il patriarca (Abune) Antonios, capo della Chiesa ortodossa eritrea, è stato trasferito in detenzione di sicurezza segreta a maggio dopo la nomina di un nuovo patriarca filo-governativo contrariamente alle regole ecclesiastiche. Egli si trovava agli arresti domiciliari dal gennaio 2006 dopo che aveva criticato l'intervento del governo negli affari ecclesiastici e la detenzione di tre preti ortodossi. Settantanovenne e in precarie condizioni di salute, gli sono state rifiutate le cure mediche per il diabete. A fine anno, vi erano almeno 2.000 prigionieri di coscienza per motivi religiosi, in maggioranza appartenenti a chiese evangeliche. Essi comprendevano donne e minorenni e alcuni erano trattenuti in incommunicado da oltre tre anni. Tra questi vi erano 27 Testimoni di Geova, tre dei quali erano trattenuti nel campo militare di Sawa dal 1994. ***Prigionieri politici Le autorità preposte alla sicurezza hanno effettuato frequenti arresti di presunti critici del governo, e non è stato tollerato alcun tipo di dissenso. Non è stato autorizzato alcun genere di spazio per l'espressione indipendente dell'opinione politica o dell'associazionismo politico. Secondo quanto riferito, le autorità hanno intercettato telefonate e comunicazioni via Internet. È stato difficile ottenere informazioni su persone scomparse o in detenzione segreta. Le autorità della sicurezza hanno compiuto ritorsioni nei confronti delle famiglie dei detenuti nel momento in cui queste chiedevano informazioni riguardo a un arresto o comunicavano con organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani. *Undici ex ministri di governo e veterani della lotta di liberazione dell'Eritrea che avevano invocato riforme democratiche sono rimasti in detenzione segreta. Le loro famiglie non li vedevano dal loro arresto avvenuto nel 2001. Il governo li aveva accusati di tradimento ma non li aveva mai incriminati o portati in tribunale. Alcuni, come il generale Ogbe Abraha, stando alle fonti, sono morti in detenzione a causa delle durissime condizioni e del diniego di cure mediche. Centinaia di altri detenuti dal 2001 sono rimasti in detenzione segreta, assieme ad altre persone arrestate successivamente. All'esiguo numero di persone rilasciate è stato ordinato di mantenere il silenzio sulle loro esperienze. *Aster Yohannes, moglie di Petros Solomon, un ex ministro di governo, è rimasta trattenuta in incommunicado. Era stata arrestata nel 2003 al suo rientro dagli Stati Uniti per vedere i propri figli. *Richiedenti asilo rimpatriati forzatamente da Malta nel 2002 e dalla Libia nel 2003 erano ancora in detenzione segreta. ***Giornalisti Non sono stati autorizzati notiziari indipendenti o privati. La stampa privata era stata chiusa nel 2001. *Dieci giornalisti arrestati nel 2001 perché accusati di sostenere ministri dissidenti del governo accusati di tradimento hanno continuato a essere detenuti in incommunicado e senza accusa né processo. Si tratta di prigionieri di coscienza. Notizie non confermate hanno riferito che Fessayahe Yohannes (conosciuto come "Joshua") era deceduto in precedenza in detenzione. Altri giornalisti che lavoravano per media sotto stretto controllo statale sono stati arrestati nel momento in cui sembravano voler criticare il governo. Alcuni degli otto arrestati durante l'anno, stando alle fonti, a fine anno erano ancora detenuti, o erano stati arruolati nell'esercito. Leva militare Il servizio militare nazionale, sia all'interno dell'esercito sia del servizio civile sotto condizioni militari è a tempo indeterminato, e giustificato dal governo a causa della minaccia rappresentata dall'Etiopia. Il servizio militare è obbligatorio per tutti i cittadini di età compresa tra i 18 e i 40 anni, con poche eccezioni concesse. Le persone di età compresa tra i 40 e i 50 anni o quanti sono stati smobilitati hanno doveri di riservisti. Le donne al di sopra dei 27 anni sono di fatto esentate. Non esiste esenzione per motivi di obiezione di coscienza, ad esempio per i Testimoni di Geova che si rifiutano di prestare il servizio militare benché non respingano il servizio allo sviluppo. Gli arruolati svolgono doveri militari o lavori di costruzione, o lavorano nel servizio civile con salari ridotti sotto forma di piccole somme paragonabili a "mance". Alcuni arruolati sono assegnati a compiti militari all'estero. Due giornalisti arruolati catturati in Somalia a gennaio sono stati trasferiti illegalmente in detenzione in Etiopia. I parenti di giovani che si erano nascosti per eludere la leva militare o che erano fuggiti all'estero sono stati arrestati dalla polizia ed è stato loro imposto di pagare ammende cospicue nel caso in cui la persona in questione non avesse fatto ritorno. Essi sono rimasti detenuti a tempo indeterminato quando non erano in grado di pagare le ammende. Questo sistema non ha alcuna base legale e non può essere impugnato in tribunale. I bambini trascorrono l'ultimo anno scolastico nel centro di addestramento militare di Sawa. In seguito, o entrano nel servizio militare o accedono all'istruzione superione in college di formazione vocazionale e la leva militare viene rinviata fino al diploma. L'istruzione universitaria non è più disponibile nel paese. Migliaia tra giovani che dovevano affrontare la leva militare e quanti erano già arruolati sono fuggiti dal paese e hanno richiesto asilo. Tortura e altri maltrattamenti La tortura del cosiddetto "elicottero" (essere legati in posizioni dolorose) ha continuato a essere applicata come pena ordinaria e quale mezzo per interrogare i prigionieri religiosi e politici. Membri delle chiese evangeliche sono stati torturati allo scopo di far loro abiurare la propria fede. I condannati militari sono stati torturati. Molti di loro erano giovani che avevano cercato di eludere la leva militare o che avevano denunciato le dure condizioni e il protrarsi a tempo indeterminato del proprio servizio di leva militare. Le condizioni carcerarie sono risultate estremamente dure e si sono configurate come trattamento crudele, inumano e degradante. Molti prigionieri sono stati tenuti in container mercantili sovraffollati e malsani, privi di servizi igienici o di acqua per poter lavarsi, ed esposti a temperature estreme calde o fredde. Raramente sono state fornite cure mediche. Rifugiati e richiedenti asilo Malgrado le linee guida dell'Ufficio dell'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, secondo cui i richiedenti asilo eritrei respinti non dovrebbero essere rimpatriati in Eritrea, a causa della grave situazione dei diritti umani, diversi di loro sono stati rimpatriati dal Sudan e detenuti verso la fine dell'anno. Tra questi figuravano rifugiati con status riconosciuto. Un richiedente asilo rimpatriato forzatamente dal Regno Unito è stato detenuto. Centinaia di richiedenti asilo eritrei detenuti in Libia erano a rischio di rimpatrio forzato. La maggior parte dei richiedenti asilo eritrei erano in fuga dalla leva militare. Rapporti di Amnesty International Eritrea: Prominent journalist reported dead in a secret prison (AFR 64/002/2007) Eritrea: On 6th anniversary of mass detentions of dissidents, human rights violations continue unabated (AFR 64/009/2007) http://www.amnesty.org/en/library/asset/AFR64/006/2008/es/58255ccb-abd5-11dd-82c3-e1668308520f/afr640062008spa.pdf

Rifugiati nel dormitorio: "Mancano i beni di prima necessità"

Il Ciac accoglie le lamentele dei rifugiati politici che, dopo giorni passati all'addiaccio, hanno trovato posto nella nuova struttura comunale Dormitorio straordinario a Valera per l’accoglienza di venti senza tetto per un periodo di quattro mesi. Il Ciac lamenta la carenze di servizio. "Tra le persone accolte, alcune sono stranieri riconosciuti come rifugiati dallo stato italiano, provenienti dal Darfur e dall’Eritrea che, dopo aver passato diverse notti a dormire in strada, finalmente hanno trovato un tetto dove passare la notte. I rifugiati accolti nel dormitorio si sono rivolti allo sportello provinciale asilo del Ciac - scrive l'organizzazione - segnalando la mancanza di beni di prima necessità (coperte invernali, cibo, detersivo per la pulizia degli abiti, prodotti per l’igiene personale), mancanza di abbonamento dell’autobus per raggiungere il dormitorio situato alcuni Km fuori città, mancanza di percorsi di inserimento sociale (nessun supporto per l’iscrizione scolastica, per corsi professionali, per l’orientamento al lavoro e l’accompagnamento nella ricerca di un impiego, per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale e per il contatto con le strutture mediche trattandosi di rifugiati vittime di traumi e torture)". Inoltre il dormitorio di Valera apre alle 20 della sera e chiude alle 8 del mattino indipendentemente dalle condizioni climatiche che nei giorni scorsi sono state particolarmente dure. "I rifugiati ospiti nel dormitorio - continua il Ciac - sono persone in gravi condizioni personali e sociali che necessitano di tutto. Hanno bisogno e diritto a un aiuto sociale ben più complesso e dignitoso così come previsto dalle norme in vigore che sanciscono una sostanziale equiparazione ai cittadini italiani per quanto riguarda le prestazioni assistenziali erogate dai servizi sociali del Comune, l’accesso alle cure sanitarie e al lavoro".