domenica 18 marzo 2018

Segen, "ucciso di fame" a 22 anni




di Emilio Drudi



Segen non è riuscito a vedere il sole dell’Italia, dove aveva il miraggio di arrivare. Le  ultime immagini che si è portato dentro sono state l’inferno di mesi e mesi di detenzione in un lager libico e il nero profondo del mare di notte, la paura a bordo del gommone che stava affondando nel Mediterraneo. Il 13 marzo lo hanno sbarcato a Pozzallo privo di sensi, morente. Scheletrico, senza più forze, quasi incapace persino di respirare, la sua vita si è spenta poco dopo il ricovero in ospedale.

Segen veniva dall’Eritrea. Aveva solo 22 anni. Era scappato nel 2016 per sottrarsi alle angherie di una dittatura che ruba la vita al suo popolo: in particolare ai giovani, condannati a un servizio militare senza fine e alla galera se appena osano ribellarsi o anche soltanto protestare. In Libia era arrivato quasi 20 mesi fa. Diciannove – hanno detto i compagni – li ha trascorsi in balia dei trafficanti. Uno dei tanti profughi ridotti in schiavitù, costretto a lavorare per pagare migliaia di dollari ai suoi aguzzini: il prezzo per il “rilascio” e per un posto, insieme a decine di altri disperati come lui, a bordo di un gommone di plastica su cui attraversare il Canale di Sicilia ma che – fragile, stracarico, malandato – era in grado, in realtà, di navigare, al più, per poche decine di miglia.

E’ lì, su quel gommone, che lo hanno trovato, insieme a 91 compagni, i volontari della Proactiva Open Arms. Un avvistamento quasi fortuito. Il Canale di Sicilia ora è pressoché sguarnito: le unità militari europee hanno lasciato quasi totalmente il campo alle motovedette libiche, mentre la guerra dichiarata contro di loro dall’Italia ha costretto a ritirarsi le Ong, che hanno salvato la vita ad almeno il 40 per cento dei migranti arrivati negli ultimi anni in Europa, ma che erano “colpevoli” di raccontare, giorno per giorno, l’orrore provocato dai “muri” anti migranti voluti dalla Fortezza Europa. Insieme a Sos Mediterranee con la sua Aquarius, Open Arms è l’unica Ong che, nonostante tutto, ha deciso di mantenere operative le sue navi di soccorso nel Mediterraneo. Ed è stata proprio l’ammiraglia, la Golfo Azzurro, a intercettare quel natante semi affondato, nella foschia dell’alba dell’undici marzo. I marinai di Open Arms sono esperti: hanno tratto a bordo tutti i naufraghi, prima che si perdessero tra le onde. E subito, per quanto non mancassero precedenti spesso drammatici, è apparso chiaro che non si trattava di un salvataggio come gli altri: quei profughi erano tutti allo stremo. Non solo e non tanto per la fatica delle ore passate su quel battello stracarico – al freddo, bagnati, in balia del mare – ma a causa di quello che hanno subito per mesi in Libia.

Molti non ce la facevano neanche a muoversi. Soprattutto due: Segen e un altro. Il comandante ha deciso allora di fare immediatamente rotta verso la Sicilia, a tutta forza. La nave è arrivata a Pozzallo la mattina del 13. Su indicazione dei sanitari di bordo, era pronto sulla banchina un servizio medico d’emergenza. Segen è stato sbarcato per primo ma, come si temeva fin dall’inizio, non ce l’ha fatta. La diagnosi è stata: cachessia, morte per malnutrizione. Per fame, insomma. “Il ragazzo è stato assistito dopo il soccorso – ha riferito il dottor Carmelo Scarso, medico dell’Asp di Ragusa a Repubblica – ma chissà per quanto tempo non ha mangiato. Presentava un deperimento organico molto avanzato, era scheletrico. Ne abbiamo visti tanti di migranti assai provati, ma questo superava ogni limite”.

Allo sbarco  ha assistito di persona il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammaturo. Lo fa sempre quando arriva in porto una nave carica di migranti. Ma mai come questa volta è rimasto inorridito: “Uno sbarco tragico – ha dichiarato in una intervista a Radio 24 – Abbiamo visto uno stato impressionante di denutrizione non solo nel ragazzo che purtroppo poi è morto, ma anche nei suoi compagni. Erano tutti pelle e ossa. Mi è sembrato di tornare a 70 anni fa: alle immagini degli ebrei nei lager. Ecco, quei ragazzi sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti. Gente disperata, malnutrita: è stato terribile. Cinquantotto erano affetti da scabbia, ma quello che davvero ha sconvolto erano le loro condizioni fisiche: scheletri. Uomini, donne e bambini senza un filo di adipe, solo un mucchio di ossa. Con le scapole che sembravano voler uscire dalla schiena…”.

Come nei lager nazisti in cui sono stati sterminati gli ebrei, ha denunciato il sindaco Ammaturo. E’ esattamente quello che hanno ritenuto anche i giudici della Corte d’Assise di Milano, condannando all’ergastolo un trafficante somalo, ritenuto responsabile di morti e sofferenze inumane in Libia, nel campo di Bani Walid, e finito alla sbarra dopo che era stato sorpreso e riconosciuto, nei pressi della stazione centrale, da alcune delle sue vittime. “L’unica immagine appropriata che viene in mente per descrivere quanto è accaduto in quel centro di detenzione – ha riferito il procuratore nella requisitoria – è quella dei lager nazisti”. Come dire: il totale annientamento attraverso una sofferenza infinita: esseri umani ridotti a res nullius. Lo confermano tutti i rapporti sulla Libia: quelli delle Ong e quelli dell’Onu, l’ultimo, quello sul 2017, pubblicato proprio in queste settimane. E lo possono testimoniare tutti i 91 compagni  di Segen. Ma anche i tanti racconti che continuano ad arrivare.

Di questi racconti, uno dei più drammatici riguarda la sorte di 18 ragazzi, alcuni addirittura adolescenti, rapiti nella zona di Homs dopo essere passati in un centro di detenzione statale, una di quelle strutture che, con l’aiuto dell’Unhcr, dovrebbero esaminare le richieste dei migranti e proteggerli dai trafficanti e dove invece – come ha denunciato l’Onu a più riprese e come pare sia accaduto anche in questo caso – le autorità e gli stessi agenti di custodia sarebbero spesso in combutta con i mercanti di esseri umani. Era l’inizio di gennaio quando quei 18 sono stati catturati, in tre fasi: prima sette, poi cinque, poi gli ultimi sei. Da Homs li hanno portati in una località sconosciuta, forse verso Bani Walid, chiudendoli in un container-prigione interrato, dove c’erano già altri prigionieri e dove altri se ne sono aggiunti nei giorni successivi, sino a diventare almeno una cinquantina. Negli ultimi due mesi alcuni, a quanto pare, sono morti per le torture e gli stenti. Il primo è stato Robel, un sedicenne eritreo: il padre, esule in Germania, ha saputo della sua fine orribile l’8 febbraio scorso, mentre si stava dannando per mettere insieme i 20 mila dollari pretesi dai predoni per il riscatto. Poi altri. Non si sa bene quanti, ma sembra più di qualcuno, stando almeno ai racconti fatti da vari prigionieri ai familiari, nel corso delle brevi telefonate con il cellulare messo a disposizione dai trafficanti per le trattative. Uno, inoltre, sarebbe rimasto semi paralizzato dopo l’ennesimo, feroce pestaggio. Non solo. Per “accelerare i pagamenti”, i trafficanti avrebbero tagliato la già scarsa razione d’acqua da bere e ridotto praticamente a zero il cibo. Una sorta di tortura della fame, che uccide lentamente, per consunzione.

Forse è proprio in questo, nella tortura della fame, il perché dei corpi scheletrici, martoriati, di quei 91 ragazzi sbarcati a Pozzallo, che hanno indotto a evocare l’inferno dei lager nazisti. Ed è in questo inferno che la Fortezza Europa, con i suoi muri e i suoi accordi in Libia, intrappola migliaia di esseri umani. “Nonostante la morte di Segen ed altri casi simili – ha contestato Human Rights Watch in una dichiarazione al Libyan Express – i governi europei continuano a dare pieni poteri alle autorità libiche per intercettare e bloccare le barche dei migranti anche in acque internazionali. E tutti quelli che sono a bordo, riportati indietro, sono condannati a rimanere prigionieri in Libia per un tempo indefinito. Sta fallendo, infatti, il programma di evacuazione e reinsediamento. Finora l’Unhcr ha trasferito dalla Libia in Niger più di mille migranti ma soltanto 55 sono stati poi accolti in Europa”.

Ecco, Segen, che avrebbe avuto diritto di essere accolto come rifugiato, è l’ennesima vittima di questa politica di chiusura, che si ostina a ignorare la sorte orribile a cui sono consegnati i migranti innanzi tutto in Libia ma anche in altri paesi di transito: il Sudan, il Ciad, lo stesso Niger, scelto dalla Ue per farne il principale hub di smistamento dell’immigrazione africana. Una vittima che questa volta, però, il destino ha scaricato al di qua del muro della Fortezza Europa, quasi a gettarle in faccia le sue responsabilità. E quasi a ricongiungere la sorte delle migliaia di sommersi durante la fuga per raggiungere il Nord del mondo con quella dei tanti, troppi morti nel tentativo di passare un confine all’interno della stessa Unione Europea o, lì dove l’accoglienza non funziona, come in Italia, trasformati in “non persone”: fantasmi senza diritti e braccia a buon mercato per il caporalato e il lavoro nero.

Da Tempi Moderni

sabato 17 marzo 2018

La Valigia della Vita


Non una valigia come tante altre, sgualcita e usurata ai bordi e con la lampo mal funzionante e maledettamente incastrata in un lembo sottile di tessuto. Non una valigia come tante altre, destinata ad un viaggio tanto desiderato in terre remote o tropicali, dalle quali porteremo a casa preziosi souvenir da donare a conoscenti per sfoggiare palesemente l’affetto provato. Non una valigia come tante altre, colma di vestiti che conservano ancora straordinariamente l’odore di costosi profumi che inebriano l’aria circostante, permettendoci di essere diversi e contraddistinguibili. Una valigia diversa, soprattutto per il contenuto custodito al suo interno, la Vita di un bambino. La mano salda di un uomo sembra afferrare e avvinghiare completamente il manico, manifestando esplicitamente il timore e l’angoscia che susseguendosi rapidamente non lasciano tregua. Una creatura sembra riposare tranquillamente, assaporando poche ore di sonno mentre l’uomo incede con un passo cadenzato e scandito. Cerca di conferire stabilità ed equilibro all’oggetto che impugna. Dicono che da piccoli ci si addormenti ovunque. Nonostante il cielo stesse profondando, nonostante il ricordo del fischio delle bombe lanciate e scagliate contro la loro terra fosse ancora inesorabilmente vivo e presente nella loro memoria, nonostante il tempo sembrava essersi definitivamente fermato, nonostante la vita sembrava  non avesse più un senso, quel bambino era riuscito ad addormentarsi. La foto è stata scattata alla periferia di Damasco e documenta l’esodo da un quartiere di nome Ghouta, dove sono morte cento persone sotto le bombe di Assad. Un padre e un figlio. Soli, senza fissa dimora, senza cibo, senza certezze, senza speranza, senza una parte della loro famiglia che non è riuscita a sopravvivere a quel conflitto bellico rimanendo sommersa e incastrata nelle macerie delle loro stesse abitazioni che, sprofondando, avevano sepolto le loro vite. La crudeltà, la brutalità dell’uomo si trasforma in immagini che appaiono ai nostri occhi con una marcata dose di violenza in grado di scalfire le nostre anime e il nostro sentimento. Aylan, Omran, questi sono solo alcuni dei nomi di persone divenute parte integrante della nostra condizione esistenziale in seguito a eventi catastrofici che hanno mutato le nostre coscienze, costringendoci a fare i conti con il nostro sistema di pensiero, costringendoci ad assumere e adottare una posizione maggiormente comprensiva nei confronti dei profughi, costringendoci a specchiarci negli occhi di chi perde la vita fuggendo dalla propria terra natia, costringendoci a essere uomini e donne in grado di far fronte a problematiche che ciclicamente si ripresentano nel tempo. Domani probabilmente ci scorderemo di questa immagine, domani tutto ritornerà come prima. Probabilmente penseremo a noi stessi, alle nostre preoccupazioni, alla nostra volontà di realizzarci spegnendo i sogni degli altri, al nostro infinito desiderio di essere persone celebri. Domani tutto ritornerà all'assoluta monotonia che solo una vita vissuta senza emozioni, sentimenti e passioni possiede. Ci sveglieremo e trascorreremo la Domenica insieme ai nostri famigliari, guardando la nostra fiction televisiva preferita. In Siria domani un bambino si sveglierà, si accorgerà forse di aver dormito in una scomoda valigia utilizzata in modo improvvisato come una culla di modeste dimensioni, vedrà suo padre con il volto rigato dalle lacrime e penserà che da quel momento la sua vita non sarà mai più la stessa.
Per Sempre.

Francesco Pivetta



venerdì 16 marzo 2018

Migranti: morto per stenti il giovane 24enne eritreo




Migranti. La morte per stenti del giovane 24enne eritreo. “Li abbiamo visti scendere dalla nave in condizioni impressionanti. L’Europa non può accettare tutto questo”. Lo ha detto al Buongiorno InBlu Roberto Ammatuna sindaco di Pozzallo e Primario di Medicina e Chirurgia d’Accettazione e Urgenza-Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Modica

https://www.radioinblu.it/2018/03/14/migranti-morto-per-stenti-il-giovane-24enne-eritreo/

I didn’t do it for you, di Michela Wrong

https://www.africarivista.it/i-didnt-do-it-for-you-di-michela-wrong/120419/

Il titolo è in inglese, e andrebbe virgolettato (ma con i titoli non lo si fa) perché è la frase, citata testualmente all’interno del libro, di un militare americano che, dopo essere intervenuto alla fine della Seconda guerra mondiale in Eritrea, si rivolge sprezzante a un’anziana donna che lo ringraziava per la liberazione: «Non l’ho fatto per te».
Il sottotitolo di questo libro di una giornalista italo-britannica che ha lavorato in Italia, in Francia, in Costa d’Avorio, nell’ex Zaire, per Reuters, Bbc, Financial Times, International Herald Tribune, è: “Come le nazioni del mondo hanno usato e abusato di un piccolo Stato africano”. Per dimostrare ciò che afferma il sottotitolo, Michela Wrong parte dal primo colonialismo, dalla prima presenza italiana sulle coste del Mar Rosso e poi sull’Altopiano.
Una storia che spesso la storiografia italiana ha occultato, per una sorta di malcelata vergogna. La storia raccontata nel libro passa anche per le vicende della Seconda guerra mondiale, l’uso dei gas da parte dell’Italia di Mussolini e poi la liberazione, l’arrivo degli inglesi, la fine del colonialismo, l’indipendenza – rivelatasi poi amara – ottenuta dal regime etiopico. Una sorta di tradimento della comunità internazionale per un Paese che aveva già acquisito una propria identità nazionale.
E poi ancora pagine e avvenimenti, alcuni sconosciuti, dell’eroica lotta di liberazione nazionale fino alla delusione dell’attuale regime, alla guerra con l’Etiopia, alla chiusura al mondo e alle vicende che portano oggi alla fuga migliaia di giovani eritrei. Un libro che è un pezzo di storia, raccontato come se fosse a metà tra il romanzo e un avvincente reportage.
Edizioni Colibrì, 2017, pp. 400, € 18,00
(Raffaele Masto)

Padre Mosè: "Il mio numero di telefono è l'ultima speranza dei profughi"




Quello di Don Mussie Zerai, Padre Mosè, non è un numero di telefono qualsiasi.
È l'appiglio estremo, l'ultima traccia di umanità alla quale aggrapparsi per i molti che affrontano il Viaggio della Speranza.
Dalle "carrette" del mare, dai container arroventati nel cuore del deserto del Sahara, dalla straziante realtà dei lager libici, dalle carceri egiziane in cui vige un sistema di violenza che sfocia nella pura omertà o dagli isolati campi profughi del Sudan nei quali il tempo sembra essersi definitivamente fermato, i migranti chiamano e Don Mussie Zerai risponde.
Sempre.
Allerta la Marina Militare perché soccorra i barconi, si mette in contatto con le famiglie per ritrovare le tracce perdute, conforta e raccoglie le invocazioni.
Migrante tra i migranti, ha compiuto il suo Viaggio da Asmara a Roma nel 1992 e da quel preciso istante il suo prezioso impegno nel sociale non si è più arrestato, divenendo di rilevante e notevole entità.
Il suo legame con emarginati e immigrati è cominciato alla stazione Termini, dove in tanti cercavano soccorso e rifugio e dove Mussie Zerai ha trovato la sua strada, facendosi aiutare e aiutando a sua volta gli altri.
In questi anni sofferti e turbolenti in cui l'Italia da porto di partenza si è trasformata in punto di approdo, il suo nome è diventato sempre più noto. Soprannominato ''L'Angelo dei Profughi'', candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2015, definito ''Pioniere'' dal "Time", autore insieme a Giuseppe Carrisi del progetto editoriale "Padre Mosè. Nel Viaggio della Disperazione il suo numero di telefono è l'ultima speranza" pubblicato dalla nota casa editrice "Giunti Editore" e inserito in seguito a ricerche condotte da differenti agenzie d'informazione tra le cento personalità più influenti del 2016, Mussie Zerai ormai non è più solo.
Ogni giorno è concretamente e attivamente presente all'interno del tessuto sociale: offre aiuto e denuncia, portando alla luce tragedie e drammi dimenticati, ma anche responsabilità, silenzi e omissioni.
La sua voce, come la sua volontà, è sempre ferma: ''È una sfida da accettare senza esitazioni, perché è in gioco il modo stesso dello 'stare insieme' che si è data la democrazia. Se non si accetta questa sfida, si rischia di imboccare una strada in ripida discesa, alla fine della quale vi è il buco nero della negazione dei diritti fondamentali dell'uomo. Perché oggi tocca ai profughi e ai migranti. E domani?''.
Uomo di straordinaria e profonda cultura e di spiccata sensibilità relativa i problemi che duramente attanagliano e affliggono la nostra società contemporanea nel corso dell'incedere del tempo, Don Mussie Zerai ha rilasciato un'intervista televisiva alle telecamere della redazione giornalistica "Fanpage.it", nella quale la vita privata de "L'Angelo dei Profughi" si fonde in perfetto connubio con i progetti umanitari promossi e supportati dall'Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo, istituita il 31 Marzo 2006 con l'obiettivo di svolgere attività di volontariato esclusivamente per fini di solidarietà in favore di richiedenti asilo, rifugiati, beneficiari di protezione umanitaria presenti in Italia senza alcuno scopo di lucro e di remunerazione.
L'Agenzia realizza iniziative sociali, culturali ed educative volte a favorire l’integrazione degli immigrati sul territorio nazionale e specifiche attività di sostegno a progetti volti al rimpatrio, assicurando ai migranti, ai profughi e ai rifugiati assistenza amministrativa, legale, di formazione specialistica e servizi in sintonia con lo scopo associativo.
L'Organizzazione Non Governativa ha altresì lo scopo di sviluppare e partecipare ad attività di solidarietà e di lotta contro il razzismo, le discriminazioni e l’emarginazione sociale, tutelando i principi fondamentali sanciti dalle convenzioni internazionali, in particolare la "Convenzione Europea per i Diritti Umani e la salvaguardia delle Libertà Fondamentali".

"Dove non c'è rispetto per i diritti umani - dico i diritti inalienabili, inerenti all'uomo in quanto uomo -, non ci può essere pace, perché ogni violazione della dignità personale favorisce il rancore e lo spirito di vendetta."   

- Cit. Papa Giovanni Paolo II



Francesco Pivetta

lunedì 22 gennaio 2018

Eritrea : La durissima dittatura è all'opera per soffocare sempre di più la popolazione

“Combattere, non fuggire”. Si profila una primavera eritrea?
di Emilio Drudi



“Fight not flight”: combattere, non fuggire. E’ questa la scelta che fanno sempre più spesso i giovani eritrei. Sono tantissimi i ragazzi che, negli ultimi anni, hanno abbandonato la propria terra. E’ come una emorragia che sta svuotando il paese delle energie migliori. E ne uccide il futuro. Secondo fonti Onu, si è arrivati fino a una media di 5 mila fuoriusciti al mese. Costretti a scappare per non vedersi rubare la vita dal regime che, con la militarizzazione totale e uno stato di guerra permanente con l’Etiopia e altri Stati vicini, li condanna a un servizio in armi o al lavoro forzato per un periodo indefinito. Da qualche tempo, però, aumentano quelli che decidono di non fuggire più: di restare e battersi contro la dittatura.
E’ una sfida lanciata al regime direttamente in Eritrea. Una sfida molto dura. Specie per ragazzi giovanissimi, adolescenti o poco di più. In maggioranza studenti che hanno appena 16 o 17 anni, l’età dei sogni. Abraham T. Zere, un giornalista esule in America, direttore del Pen Eritrea, una organizzazione internazionale che difende la libertà di espressione, segue con interesse quanto sta accadendo, ma non nasconde le difficoltà. “Non è facile – scrive – Non sembrano esserci spazi per una sfida del genere, a causa della realtà stessa dell’Eritrea, dove non c’è una stampa libera, non c’è libertà di opinione o di associazione e persino di movimento. Dove internet è pressoché inesistete o inaccessibile. Dove ogni forma di dissenso o di critica si paga con anni di galera o, peggio, con la ‘sparizione’ e con la morte”. E ancora, aggiunge Abel, un ragazzo della diaspora in Italia: “Dove le forze di sicurezza fedeli al regime controllano tutto e tutti, fino alle pieghe più riposte della società e della vita stessa delle persone. Dove la diffidenza induce a sospettare di chiunque, tanto che si ha paura a parlare e a confidarsi, se non con amici sicuri”. “Eppure – continua Abel – abbiamo notizia che sempre più ragazzi restano in Eritrea e non si piegano. Alimentando proteste che a volte arrivano a coinvolgere migliaia di persone”.
Sono proteste che nascono spontanee, quasi di colpo, senza una organizzazione preventiva: fuochi improvvisi, alimentati magari da un ennesimo sopruso patito, ma che affondano le radici in un sentimento diffuso di ostilità al regime. E nella volontà di non subire supinamente. Uno dei casi recenti più clamorosi è la grande manifestazione esplosa il 31 ottobre 2017 ad Asmara, quando il regime ha deciso di statalizzare la Diaa Islamic School, l’ultima scuola islamica rimasta nella capitale, nel quartiere Akriya, dopo la chiusura, negli anni passati, di quelle di Mahad e Jakiya. Appena i funzionari governativi hanno preso possesso dell’istituto, quasi tutti gli studenti, circa tremila ragazzi, si sono mobilitati, marciando da Akriya verso il centro della città. Al corteo si sono uniti numerosi abitanti del quartiere e, per strada, altri giovani, fino alla grande moschea di Jama al Khulafa’a al Rashidin. Da qui, dopo un incontro con il muftì, la folla, guidata dagli studenti, si è incamminata lungo il viale della Libertà, per cercare di raggiunger il palazzo presidenziale. Per disperderla il regime ha fatto intervenire in forze l’esercito, ma riprendere il controllo non è stato facile, nonostante le cariche, le manganellate, gli spari, le retate, gli arresti. Non è noto se e quanti feriti ci siamo stati. Si è parlato inizialmente anche di numerosi morti, ma non c’è stata conferma. Di sicuro, sono finiti in carcere almeno cinque studenti e Haj Mussa, il presidente onorario della scuola, un personaggio molto conosciuto, punto di riferimento, per la sua autorità, sia degli islamici che di eritrei di altre religioni o laici. Ma la repressione non ha spento la protesta. Anzi, la tensione si è estesa ad altre città e, secondo fonti della diaspora, potrebbe riesplodere in manifestazioni e contestazioni in qualsiasi momento, tanto che il governo ha messo in stato d’allarme le forze di sicurezza.
Meno nota, ma per certi versi più clamorosa e forse ancora non completamente sedata, la protesta a cui hanno dato vita, nel mese di luglio, ben seimila coscritti, quasi tutti studenti appena reclutati: una forma di resistenza collettiva contro il lavoro obbligatorio a cui erano costretti. E’ accaduto nella base di Adi-Halo, nei pressi di Asmara, dove il presidente Isaias Afewerki ha organizzato quello che dovrebbe essere un enorme campo-scuola di agricoltura e meccanica. Ma del campo-scuola Adi-Halo ha molto poco. Appare piuttosto un enorme campo di lavoro obbligatorio, dove oltre tutto la sistemazione logistica e abitativa per i coscritti è estremamente precaria e dove, hanno denunciato in molti, i soprusi, gli abusi, le prepotenze da parte degli ufficiali sarebbero una pratica abituale. Non sono una “novità” queste condizioni di semi-schiavitù per i coscritti. L’Onu lo ha documentato in ben due rapporti, nel 2015 e nel 2016. Questa volta, però, ad Adi-Halo ne è nata una rivolta, che i media della diaspora – come Radio Medrek – hanno cercato di seguire nei particolari. “Quando gli agenti della polizia militare sono intervenuti, gli studenti, benché disarmati, li hanno sfidati apertamente”, ha scritto Abraham T. Zere. E quanto sia stata decisa la sfida lo dimostra il fatto che lo stesso Afewerki ha accettato di incontrare una delegazione per ascoltarne le ragioni. Dopo il colloquio, però, non è cambiato nulla e la protesta è continuata fino al mese di ottobre. “L’esercito – ha comunicato Radio Medrek – è riuscito a riprendere il controllo solo grazie a una deportazione di massa: gli studenti sono stati trasferiti quasi tutti nella base di Naro, nel nord dell’Eritrea” e dispersi in vari presidi.
La polizia tende a sminuire queste contestazioni. Parla sempre di “scarsa adesione” e le liquida come iniziative di “pochi teen-ager”, magari sobillati da nemici esterni. In particolare dall’Etiopia. Ma il regime, in realtà, sembra fortemente preoccupato. Anche perché i motivi per protestare si moltiplicano a causa della chiusura di altre scuole o istituzioni sociali, con procedimenti analoghi a quello adottato contro la Diaa Islamic School. Questi provvedimenti non arrivano per caso: si basano su una legge che assegna allo Stato il compito esclusivo di occuparsi di tutte le istituzioni scolastiche, sanitarie e sociali. E’ proprio in base a questa legge, ad esempio, che Roma ha ceduto a suo tempo l’ospedale italiano, mantenendo aperta invece la scuola, tuttora la più importate scuola italiana all’estero. Solo che mentre fino a qualche mese fa questa legge è stata applicata con una certa elasticità e consentendo varie eccezioni, ora il governo ha deciso di agire con rigore estremo e in tempi piuttosto brevi. Prima della Diaa Islamic School, ad esempio, era toccato a un prestigioso istituto cattolico di Asmara, soffocando ogni forma di resistenza ed anzi arrestando alcuni responsabili della didattica e dell’amministrazione che cercavano di opporsi.
“Proprio in questo contesto – ha dichiarato don Mussie Zerai all’Agenzia Fides – è stata decretata in questi mesi la chiusura di cinque cliniche cattoliche attive da tempo in varie città. Ad Asmara è stato chiuso il seminario minore (che serviva sia la diocesi, sia le congregazioni religiose) Ed hanno dovuto serrare i battenti anche scuole della Chiesa ortodossa. L’obiettivo sembra chiaro: impedire l’influenza sulla società delle istituzioni religiose e in particolare della Chiesa cattolica, non vietando il culto ma smantellando le attività sociali ‘private’. Al di là delle conseguenze subite dalle singole confessioni religiose, a fare le spese di tutto questo è la popolazione, che non ha più strutture serie ed efficienti alle quali rivolgersi. A Xorona, per esempio, hanno chiuso l’unico dispensario in funzione, che era gestito da cattolici. A Dekemhare e a Mendefera è stata proibita l’attività dei presidi medici cattolici. Il pretesto è stato che erano un doppione di quelli statali, ma le strutture pubbliche non funzionano: non hanno medicine, non possono operare perché sono prive di attrezzature adatte e spesso perfino dell’energia elettrica”.
Il sospetto che questo “riappropriarsi della attività sociali” miri in realtà a ridimensionare l’influenza sulla popolazione delle istituzioni religiose e soprattutto della Chiesa Cattolica, è condiviso anche da Asmarino, uno dei principali giornali dell’opposizione nella diaspora: “Le relazioni tra la Chiesa cattolica e il Governo eritreo non sono mai state buone. Il Governo non perseguita apertamente i cattolici (come fa ad esempio con i pentecostali o con alcuni monaci e sacerdoti ortodossi ribelli), ma sta tentando di  isolare la Chiesa cattolica non consentendo ai seminaristi, ai sacerdoti e ai religiosi in genere di proseguire i loro studi. La ragione principale è che la Chiesa contesta che i suoi seminaristi, i suoi sacerdoti, le sue suore o novizie debbano essere soggetti al servizio militare illimitato”.
Il Coordinamento Eritrea Democratica, portavoce della diaspora in Italia, ritiene per parte sua che con questo “giro di vite” il regime abbia essenzialmente due obiettivi. Il primo, il più palese e diretto, è appunto quello di assumere il pieno controllo delle “attività sociali” e soprattutto della scuola, per regimentare i ragazzi e soffocare qualsiasi idea di ribellione o contestazione, asservendoli alla mistica nazionalista e screditando ogni forma di dissenso. La stessa politica, in sostanza, che ha portato alla chiusura dell’Università di Asmara dopo gli arresti di massa e l’insediamento definitivo della dittatura nel 2001. E una “risposta” anche ai sintomi di ribellione che si stanno moltiplicando tra i giovani. Il secondo obiettivo è quello di verificare fino a che punto possa “tirare la corda” di fronte alla politica internazionale nell’ambito del processo di “rivalutazione” e recupero che, dopo anni di isolamento totale, hanno promosso, nei confronti di Asmara, l’Unione Europea e buona parte delle cancellerie occidentali. Di fronte, cioè, a quel progressivo “riavvicinamento” che è stato pilotato dall’Italia a partire dalla fine del 2013 e “ufficializzato” nel luglio 2014 con la serie di incontri condotti dall’allora vice ministro degli esteri, Lapo Pistelli, con l’obiettivo dichiarato di riaprire il confronto col regime per fare dell’Eritrea uno dei perni “della stabilità del Corno d’Africa”. Un obiettivo dietro al quale, al di là delle dichiarazioni formali, non è difficile individuare grossi interessi economici e geostrategici, in concorrenza con potenze regionali o internazionali come l’Arabia, l’Iran, Israele, la Cina, gli Stati Uniti. E si tratta di interessi tali, evidentemente, da far passare in secondo piano, o addirittura da ignorare, la violazione dei diritti umani di cui è imputato il regime che – ha scritto l’ultimo rapporto Onu – ha “eretto il terrore a sistema di potere”.
Quello che nessuno ha messo in conto, in questo contesto, è la resistenza dei ragazzi che, rimasti in Eritrea, si stanno dimostrando pronti a lottare contro il regime. Per molti versi ne è stata colta di sorpresa anche la diaspora. Che però ha compreso in pieno l’importanza di questa battaglia e ne è almeno in parte influenzata, tanto che non mancano i giovani rifugiati che si dicono pronti a tornare prima possibile, se non direttamente in Eritrea, almeno in uno dei paesi confinanti del Corno d’Africa, per poter seguire più da vicino l’evolversi della situazione. Nella convinzione che le nuove proteste di massa, per quanto isolate, ancora rare, essenzialmente spontanee e non guidate da un preciso programma politico, potrebbero essere però la prova che forse sta crescendo una volontà collettiva di lotta, in grado di minare la stabilità del regime. Specie se, come afferma più di qualcuno tra gli esuli, la dittatura è davvero meno salda di quanto possa apparire.
“Gli indizi non mancano – sostiene Kibrom, da anni militante del Coordinamento – Non è stato un caso che, per domare la rivolta seguita alla chiusura della scuola islamica di Asmara, il regime abbia mobilitato l’esercito e le forze di sicurezza: la polizia locale si era rifiutata di intervenire e soprattutto di sparare. Anzi, molti agenti e ufficiali del commissariato di Akriya, il quartiere dove era l’istituto, hanno solidarizzato con i ragazzi che protestavano”. E da tempo, del resto, la diaspora sostiene di avere rapporti anche all’interno dei quadri del partito unico, dell’esercito e della burocrazia. Persone che non esiterebbero a schierarsi contro Isaias Afewerki se si presenterà l’occasione per una transizione democratica verso un’Eritrea libera, garante dei diritti di tutti, aperta al mondo. Si profila, allora, una “primavera eritrea”? E’ sicuramente presto per dirlo. Ma i segnali non mancano.




Da Tempi Moderni  

martedì 2 gennaio 2018

Soldati italiani in Niger: una scelta neocoloniale per scaricare sull’Africa il dramma dell’immigrazione



di Emilio Drudi

Sono stati scelti i parà della Folgore, un reparto d’élite, per il primo contingente militare italiano da inviare in Niger, dove sono già operative basi francesi, americane e tedesche. Quasi 500 uomini con 130 veicoli e il rinforzo di squadriglie di elicotteri da assalto. La stampa locale ne parla da almeno un mese. Il premier Paolo Gentiloni lo ha annunciato ufficialmente la vigilia di Natale e il Consiglio dei Ministri si è affrettato a dare il suo assenso il 29 dicembre, nell’ultima riunione del 2017. L’obiettivo dichiarato è la lotta ai trafficanti di uomini e ai gruppi di terroristi che traggono vantaggio e grosse fonti di finanziamento dal “mercato” che alimenta l’immigrazione clandestina. In questo contesto, i soldati italiani – a quanto si afferma – non sarebbero “truppe combattenti” in un teatro di guerra e non dovrebbero far uso delle armi se non per difendersi. Il loro compito, tuttavia, non sarà solo quello di istruttori e “consiglieri”, per addestrare e rendere più efficienti le truppe nigerine: saranno schierati nel nord del paese, per “stabilizzare” e presidiare la regione attraversata dalle piste che portano in Libia e in Algeria. Il che, fuori dalla cortina fumogena e dall’ipocrisia della politica, significa che il mandato vero sia quello di blindare il confine tra la Libia e il Niger, bloccando i migranti in pieno Sahara, lontanissimi dalla possibilità di imbarcarsi e di raggiungere l’Europa, e chiudendo così la via di fuga percorsa, negli ultimi anni, da quasi il 90 per cento dei rifugiati subsahariani che sono riusciti a raggiungere la sponda del Mediterraneo tra il porto di Homs, Tripoli e la frontiera fra la Tripolitania e la Tunisia.
Niente di nuovo, in  realtà, rispetto alla politica di chiusura e respingimento adottata in questi anni dalla Ue e dall’Italia, se non che, in questo caso, l’azione dei militari italiani sarà molto più diretta. Quello di blindare il Sahara, insieme al Mediterraneo, è un programma che viene da lontano. Ha mosso i primi passi con gli accordi tra il governo Berlusconi e Gheddafi. Già allora l’Italia si impegnò a fornire mezzi e materiale tecnico per chiudere non solo le rotte marittime ma anche la frontiera libica meridionale. Incluso un avanzato sistema di rilevamento radar, costato 300 milioni, da installare lungo i 5 mila chilometri di confine nel deserto: lo ha ricordato circa due anni fa, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano Il Tempo, Pierfrancesco Guarguaglini, l’ex presidente di Finmeccanica, la società che costruì l’impianto, dopo una serie di rilievi sul posto per tararne l’operatività: “Basterebbe attivarlo – sosteneva Guarguaglini – e gran parte dei problemi (di vigilanza ai confini: ndr) sarebbero risolti, ma attualmente parte è imballato in un deposito a Bengasi e parte non è mai partito dall’Italia, perché tutto si bloccò con la caduta di Gheddafi”. Ne consegue che i blindati, i fuoristrada, i visori notturni promessi già da allora alla Libia dovevano servire, evidentemente, oltre alle normali operazioni di pattuglia, per intervenire rapidamente nei punti di allerta segnalati dalla rete radar lungo la frontiera.
Con i governi Monti (2012) e Letta (2013), del radar di Finmeccanica non si è più parlato. Non in via ufficiale, comunque. Ma gli impegni di “forniture” anche terrestri presi in precedenza con Gheddafi sono stati ampiamente rinnovati e ribaditi a favore della “nuova Libia”. Sempre con l’obiettivo di delegare a Tripoli il compito di impedire ai migranti di arrivare in Europa. Poi, il Processo di Khartoum, l’accordo per il controllo dell’immigrazione mutuato dal Processo di Rabat e firmato a Roma il 24 novembre 2014, con il governo Renzi, ha messo tutto a sistema, coinvolgendo, insieme alla Libia, altri nove Stati del versante orientale dell’Africa. Il memorandum sottoscritto tra Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017 non è altro che uno dei patti bilaterali, anzi, il più importante dei patti bilaterali siglati dall’Italia, per attuare in  concreto le “barriere” previste dal Processo di Khartoum. L’invio del contingente militare in Niger ne è una conseguenza diretta: l’ultima tappa di un percorso nato con l’impegno di garantire fondi, mezzi, addestramento, materiale logistico, supporto tecnico e “consiglieri militari”, sia alla Guardia Costiera che alla polizia di frontiera libica. Nel corso del 2017 questo impegno nei confronti della Libia è stato portato a un punto molto avanzato. Il controllo del Mediterraneo è ormai quasi totalmente delegato alla Marina di Tripoli, senza porsi minimamente il problema della sorte che attende i migranti intercettati in mare e riconsegnati a quegli autentici lager che sono i centri di detenzione libici, come testimoniano numerosi rapporti delle Nazioni Unite, dell’Oim, delle principali Ong e associazioni umanitarie. A terra sta accadendo lo stesso. Oltre alla fornitura di materiali, nel mese di giugno 2017 si è raggiunto l’accordo per istituire una commissione per il controllo del confine sud, in pieno Sahara, formata dalla polizia libica e da militari italiani. In Italia non se ne è parlato, ma la stampa libica ha dato molto rilievo a questa intesa, paragonandola, per importanza, operatività e sostegno logistico, a quella che ha consegnato il Mediterraneo alla Guardia Costiera di Tripoli. E a questa intesa è seguito, a maggiore garanzia della “blindatura” della linea di frontiera, l’accordo sottoscritto al Viminale con le tribù libiche del Fezzan, in particolare i Tebu, perché a loro volta contribuiscano, dietro compenso, a chiudere le piste che, attraverso il Sahara, arrivano dal Sudan, dal Ciad e dal Niger.
Tutto lascia pensare, allora, che l’invio del contingente militare italiano in Niger rientri nell’ultima fase di questo programma: blindare il deserto anche a sud della Libia. In Sudan questo compito è affidato alla Forza di Intervento Rapido, i miliziani noti come “diavoli a cavallo” per gli eccidi commessi in Darfur. Il presidente Al Bashir li ha trasferiti in buona parte nel nord del paese, proprio per garantire l’attuazione degli impegni presi firmando il Processo di Khartoum e, da circa due anni, arresti, retate, deportazioni, espulsioni hanno reso estremamente più difficile questa via di fuga, fin quasi a chiuderla. Con il Ciad e il Niger, dove la frontiera è molto più “porosa”, le trattative si sono concretizzate in particolare nel mese di maggio 2017, dopo un incontro al Viminale (al quale ha partecipato anche Tripoli) conclusosi con l’intesa di “potenziare la sicurezza” e i controlli sul confine libico, in entrambi i paesi, con una rete interforze, oltre che di prevedere grossi hub di accoglienza per i migranti.
In Niger, insomma, anziché su una delega totale come quella accordata al Sudan, si è puntato, a quanto pare, su un intervento più diretto. Più diretto anche della commissione mista concordata con Tripoli per l’altro versante del confine, come dimostra, appunto, la decisione di inviare nel paese un consistente contingente di truppe d’élite. A dettare questa scelta potrebbe essere stato, verosimilmente, il fatto che non si tratta solo di vigilare su una linea di frontiera, ma di controllare e bloccare le strade e le piste che, partendo dal nodo di Agadez, si diramano per centinaia di chilometri, nel deserto, verso la Libia e magari l’Algeria. In sostanza, lo stesso “lavoro” svolto in Sudan dalla Forza di Intervento Rapido. Un “lavoro” che, oltre tutto, potrebbe svolgersi in un clima di ostilità e diffidenza da parte della popolazione, dalla quale arrivano da tempo continui, crescenti segnali di insofferenza contro la presenza di presidi di truppe occidentali.
Nel paese già sono operative numerose basi militari. La Francia ne conta quattro: a Niamey, la capitale; ad Aguelal e a Madama, in pieno Sahara, la prima non troppo distante dalla frontiera algerina e la seconda da quella libica; e a Diffa, nel sud. In totale, secondo il giornale francese La Depeche, oltre 4 mila uomini. Cinque le basi americane, una delle quali ospita il comando e la più importante sede operativa per l’impiego dei droni di tutta l’Africa: a Niamey, ad Agadez, ad Aguelal, a Zinder e a Dirkou, con una guarnigione complessiva di oltre 900 soldati, tutte truppe scelte, come i “berretti verdi”. Si sono aggiunti, più di recente, reparti inviati dalla Germania: la principale base tedesca è a Niamey, ma c’è un distaccamento anche a Diffa, insieme ai francesi. Il governo nigerino insiste che questa presenza è essenziale per la sicurezza del paese e dell’intera regione. “La nostra sovranità non è in discussione: si tratta solo di una cooperazione per una difesa comune. Basti ricordare il ruolo di primo piano che hanno avuto i nostri partner stranieri per la liberazione del Mali”, ha dichiarato anche di recente il ministro della difesa, Kalla Moutari, in un dibattito promosso da un sito di informazione. Secondo un’inchiesta condotta dal Gruppo di ricerca e d’informazione sulla pace e la sicurezza (Grip), però, la maggioranza del paese è su tutt’altre posizioni. “Numerose organizzazioni della società civile e anche molti esponenti politici – scrive Nigerdiaspora commentando  l’inchiesta – sono contrari alla presenza delle basi militari straniere”. Particolarmente critico, ma ampiamente condiviso, il giudizio di Dambadjii Son Allah, presidente della Coalizione per la difesa della democrazia e dello Stato di diritto: “Non abbiamo bisogno di forze straniere per la nostra sicurezza. Se ci vogliono aiutare, chiediamo solo forniture adeguate per le nostre forze armate”.
Questa ostilità – rileva il Grip – è particolarmente forte e sentita nei confronti della Francia, accusata di perseguire una politica neocoloniale, ma lo è quasi altrettanto nei riguardi degli Stati Uniti. La contestazione si manifesta generalmente attraverso l’azione politica e iniziative pacifiche. Ma offre il destro ai gruppi fondamentalisti anche per una lotta armata, con attentati, attacchi improvvisi, agguati. Non più tardi di tre mesi fa, il 4 ottobre 2017, quattro “berretti verdi” americani e cinque soldati nigerini sono stati uccisi in un’imboscata a Tongo Tongo, nella regione di Diffa, nel sud. L’attacco – rivendicato da Boko Haram, il gruppo nigeriano aderente all’Isis – è stato condotto da una grossa formazione armata infiltrata dal Mali, ma che ha potuto contare, a quanto pare, su diffuse complicità locali e successivamente, quando è scattata la caccia ai terroristi, su una ostinata omertà tra la popolazione e anche tra vari capi tribali ed esponenti delle autorità del posto.   
E’ questo il contesto in cui andrà a operare il contingente militare italiano. Non c’è da aspettarsi, insomma, che la Folgore sia accolta con amicizia. Al contrario: sottoposta, oltre tutto, al comando generale francese, rischia di essere avvertita, dalla gente, come una nuova, indesiderata e sgradita forza straniera: una ingerenza di tipo neocoloniale, al pari dei reparti inviati in Niger dalla Francia, dagli Stati Uniti e dalla Germania. Non solo. Come dimostra l’agguato di Tongo Tongo, seguito da numerosi altri sanguinosi attacchi che hanno costretto a dichiarare lo stato d’emergenza nella zona di Diffa, il Niger è al centro di una regione dove è fortissima l’attività dei gruppi terroristi. Secondo diversi osservatori, anzi, tutta la vasta area del Sahel compresa tra il Sudan, il Ciad, il sud della Libia, il Niger e il Mali, rischia di diventare il fulcro per la diffusione del fondamentalismo islamico in Africa. Sembra confermare questa analisi la crescente attività di Boko Haram in Nigeria e, in Mali, di frange legate all’Isis oppure di Aqim (Al Qaeda per l’Islam nel Maghreb), con un’espansione sempre più evidente negli Stati vicini, a cominciare proprio dal Niger e dalla tormentata area del Lago Ciad. Non a caso, per fronteggiare questa offensiva fondamentalista, nel febbraio 2014 si è costituito il G-5 del Sahel, un organismo di cooperazione politica e militare per la sicurezza, che coinvolge cinque Stati subsahariani: la Mauritania, il Mali, il Burkina Faso, il Ciad e lo stesso Niger.
Creare barriere nel Sahara e intrappolare in questa realtà migliaia di disperati – mettendoli nella condizione di non potere né proseguire la fuga a cui sono stati costretti dal loro paese, né tornare indietro – può offrire linfa e impulso proprio alla minaccia del terrorismo che tutti dicono di voler combattere. Questa è la situazione che troveranno i soldati italiani in Niger. Allora bisognerebbe avere almeno la dignità e il coraggio di dirlo. Altroché missione per contrastare i flussi clandestini di migranti e combattere i trafficanti di uomini, ponendo fine a quel turpe, disumano mercato che alimenta anche le finanze del terrorismo. La politica di fondo resta quella di esternalizzare in Africa, il più a sud possibile, le frontiere della Fortezza Europa. A prescindere dalla sorte e dai diritti dei rifugiati e del “popolo migrante” e senza tener conto dei pesanti contraccolpi ai quali rischia di essere esposta tutta la fascia subsahariana. E allora è difficile non dare credito ai tanti, sempre di più, che accusano l’Europa di ipocrisia e cinismo: di voler scaricare soltanto sulle spalle dell’Africa il peso enorme, crescente della tragedia dell’immigrazione.

Da Tempi Moderni