mercoledì 7 novembre 2018

Grave preoccupazione per approvazione c.d. Decreto Sicurezza – crea irregolarità, insicurezza e lede diritti

Comunicato stampa
CIR: Grave preoccupazione per approvazione c.d. Decreto Sicurezza – crea irregolarità, insicurezza e lede diritti
Roma, 7 novembre 2018 - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) è gravemente preoccupato per l’approvazione al Senato del c.d. Decreto Sicurezza. “È un decreto che non raggiungerà in nessun modo l’obiettivo che il legislatore si è posto: cioè più sicurezza nel nostro Paese. L’abolizione della protezione umanitaria creerà migliaia di irregolari che non potranno essere rimpatriati, se non in modo molto limitato. Lo smantellamento dello SPRAR determinerà nuove forme di marginalità, derive di esclusione sociale che inevitabilmente renderanno più fragili le persone che arriveranno in Italia enfatizzando il rischio di conflitti e rendendoli permeabili a percorsi di radicalizzazione.” dichiara Mario Morcone Direttore del CIR.
Il c.d. Decreto Sicurezza va a modificare molti degli aspetti portanti del sistema d’asilo e accoglienza costruito nel corso degli anni in Italia, peggiorando sia il livello dei diritti per i richiedenti asilo e i rifugiati che l’efficacia del sistema stesso.  Introduce forme estese di detenzione per richiedenti asilo, che potranno essere trattenuti solo per verificare la loro identità e senza aver commesso alcun crimine, sino a 210 giorni. Limita i servizi di accoglienza per i richiedenti asilo che non potranno più avere accesso allo SPRAR, ma che saranno accolti nei centri governativi che, per loro natura e per il preannunciato taglio dei costi, forniranno solo un posto letto e un pasto. Introduce le procedure di frontiera ed estende la cessazione dello status di rifugiato e il diniego per richiedenti asilo anche a quanti hanno commesso reati la cui gravità, come la minaccia a pubblico ufficiale o il furto, non è in alcun modo paragonabile alla lesione che potrebbe derivare loro dal venire meno della protezione.
“Vediamo un altro rischio che ci allarma molto. L’introduzione del trattenimento ai soli fini identificativi e delle procedure di frontiera determinerà sulle coste della Sicilia e delle altre Regioni del Sud la realizzazione, per necessità, di grandi centri chiusi che deterranno migliaia di richiedenti asilo. È sostanzialmente quello che alcuni Paesi Europei ci chiedono da tempo e noi non abbiamo mai voluto fare” continua Morcone.
Colpiscono infine le misure relative alla cittadinanza. I quattro anni richiesti dall’amministrazione per dare una risposta alla richiesta di cittadinanza presentata da una persona che nei precedenti 10 anni aveva già dimostrato di essere nelle condizioni richieste dalla legge, non sembrano compatibile col livello di sviluppo del nostro Paese. Le disfunzioni della pubblica amministrazione non possono essere scaricate su persone che peraltro lavorano e pagano le tasse come tutti gli altri cittadini. “Comprendo e condivido anche le ragioni che spingono verso la revoca della cittadinanza in alcuni casi specifici, che a mio avviso rimarrà una norma bandiera, ma con essa rischiamo di disarticolare un pilastro del nostro ordinamento che è l’Articolo 3 creando le categorie degli italiani e degli italiani fino a un certo punto” conclude Morcone.

Per ulteriori informazioni

Valeria Carlini
Ufficio stampa CIR
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mercoledì 17 ottobre 2018

Transnational Corporations and Other Business Enterprises with Respect to Human Rights Item 4-General Statement


Statement by His Excellency Archbishop Ivan Jurkovič 
Permanent Observer of the Holy See to the UN and Other International Organizations in Geneva at the Open-ended Intergovernmental Working Group on Transnational Corporations and Other Business Enterprises with Respect to Human Rights Item 4-General Statement 
Geneva, 15 October 2018 

Mr. Chair,
At the outset, the Delegation of the Holy See would like to congratulate you on your appointment as Chair of this Intergovernmental Working group in such a significant moment, as we begin our discussion on the zero draft of the text. Over the last years, we have witnessed a growing interest of States and civil society for shaping an international legally binding instrument, which would be able to address the existing gaps in the global legal framework. As recalled by Pope Francis: “The twenty-first century, while maintaining systems of governance inherited from the past, is witnessing a weakening of the power of nation states, chiefly because the economic and financial sector, being transnational, tend to prevail over the political”1 . The starting point for any discussion surrounding a treaty in this area must be the concern for the protection of fundamental human rights, which “derive from the inherent dignity of the human person” 2 . A binding instrument would raise moral standards, change the way international corporations understand their role and activity and help clarify the extraterritorial obligations of States regarding the acts of their companies in other countries. In this regard, it has been proposed that the synergy between public and private sector corporations could constitute another emerging form of economic enterprise that cares for the common good without surrendering profit. 3 The Delegation of the Holy See is aware that the challenges of business and human rights demand a negotiation with a constructive and positive approach. Our ultimate goal is the achievement of a balanced and effective instrument, which could represent an effective tool for all the parties involved. The focus on the rights of local communities and individuals might be reinforced with clear references to the internationally agreed language of human rights and its primacy over trade and investment policies. Such a provision could represent an instrument for framing a more stable legal environment. Thus, it could address not only the relationship between human rights and trade and investment agreements, but even represent a criterion for an assessment of its impact on human rights. For this reason, the mention of the environmental element in articles 4.1 and 8.1 is essential. Trade agreements usually contain general exception clauses which allow deviations from the obligations of the agreement, particularly if a State party pursues other legitimate public policy objectives and the respective measure is not more trade-restrictive than necessary. Mr. Chair, In the progression of our negotiations, we should never lose sight of the fact that “business is a vocation, and a noble vocation, provided that those engaged in it see themselves challenged by a greater meaning in life”4 . The international business community can count on many men and women of great personal honesty and integrity, whose work is inspired and guided by high ideals of fairness, generosity and concern for the authentic development of the human family. Economy and finance are dimensions of human activity and can be occasions of encounter, of dialogue, of cooperation, of recognized rights and of dignity affirmed in work. Our efforts during this week of negotiation should be oriented in elaborating an instrument that could represent a useful tool. In order for this to happen, however, it is necessary to place the human person, with his or her dignity, at the center of our work and to establish the legal liability for the conduct of business enterprises that result in human rights abuses at home or abroad. Such responsibility should, as appropriate, be criminal, civil or administrative.
Thank you, Mr. Chair.

1. Pope Francis, Encyclical Letter, Laudato si, n. 175.
2. Preamble to the International Covenant on Civil and Political Rights (1966) 999 UNTS 171 and 1057 UNTS 407 available at http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/ccpr.aspx; Preamble to the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (1966) 993 UNTS 3 available at http://www.ohchr.org/en/professionalinterest/pages/cescr.aspx.
3. Pope Benedict XVI, Encyclical Letter, Caritas in veritate, n. 46.
4. Pope Francis, Apostolic Exhortation, Evangelii Gaudium, 203.

mercoledì 10 ottobre 2018

Lettera Appello al Presidente del Consiglio Italiano Dott. Conte



Gentile presidente Dott. Conte,
le scriviamo, a nome dell’Agenzia Habeshia, in vista della visita che farà alla metà del mese di ottobre in Eritrea.
Quello di Asmara, come certamente sa, è uno dei regimi politici più duri del mondo, una dittatura che ha soppresso ogni forma di libertà, annullato la costituzione del 1997, soppresso di fatto la magistratura, militarizzato l’intera popolazione per quasi tutta la vita. Una dittatura che, in una parola, ha creato uno Stato prigione. Lo denunciano ormai da vent’anni i numerosi, dettagliati rapporti pubblicati da varie istituzioni e organizzazioni internazionali e dalle più prestigiose Ong e associazioni umanitarie. Valgano per tutti le due relazioni finali delle inchieste condotte dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite – rese ufficialmente note a Ginevra rispettivamente nel giugno 2015 e nel giugno 2016 – nelle quali si afferma senza mezzi termini che il regime ha eletto a sistema il terrore, rendendo schiavo il suo stesso popolo. Non a caso, nel rapporto 2016, si arriva alla conclusione che ci sono fondati elementi per deferire i principali responsabili del Governo di fronte alla Corte penale internazionale.
Confermano questo quadro terribile le migliaia di profughi che da anni giungono in Italia dall’Eritrea, a meno che non sia anche lei dell’opinione che gli eritrei sarebbero “profughi vacanzieri”, come hanno più volte dichiarato autorevoli esponenti della maggioranza che sostiene l’attuale Governo, con un cinismo che offende la verità e un disprezzo inaccettabile per le sofferenze che quei giovani patiscono ed hanno patito.
Comprendiamo bene che un Governo, uno Stato, deve avere rapporti anche con dittature come quella di Asmara. E’ nell’ordine logico della politica internazionale. Il punto non è questo. Il punto è “come” vengono impostati questi rapporti. Si può fare finta di nulla, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà – e definire, appunto, “profughi vacanzieri” i giovani eritrei costretti ad abbandonare la propria terra – in nome di interessi geostrategici ed economici magari inconfessabili. Oppure si può dare voce e contenuto con forza ai valori di libertà, democrazia, giustizia, solidarietà sanciti dalla Costituzione Repubblicana. Si tratta, in altre parole, di non aprire, con la dittatura di Asmara, rapporti “al buio”, senza cioè alcuna condizione preliminare, ma di tenere ben ferma, come requisito irrinunciabile e invalicabile, la questione del rispetto dei diritti umani, anteponendola ad ogni altro genere di interessi.
Le chiediamo allora due cose, strettamente connesse ed anzi inscindibili, perché scinderle, o anche appannarne una soltanto, significherebbe svuotarle entrambe di valore. Due richieste che, oltre tutto, potranno misurare la concreta efficacia della pace appena firmata con l’Etiopia, dopo 20 anni di guerra, per un cambiamento della situazione in Eritrea: la reale volontà del regime di lasciare il passo alla democrazia.
La prima è la necessità di sollevare la questione del rispetto dei diritti umani (anche alla luce dei due rapporti dell’Onu), ponendo sul tavolo di discussione alcuni problemi fondamentali, tanto più che è ormai caduto il vecchio alibi della guerra e del “nemico alle porte”: la liberazione dei prigionieri politici, il libero accesso di commissioni internazionali nelle carceri, la garanzia del ritorno immediato di ogni forma di libertà, a cominciare da quella politica e quella religiosa, violate anche di recente con nuovi arresti di oppositori, con la chiusura di scuole cattoliche e islamiche, con la chiusura di otto centri medici e ospedali cattolici, mentre il patriarca della chiesa ortodossa Abune Antonios, fermato nel 2004, si trova ancora confinato dopo ben 14 anni.
La seconda è il consenso ed anzi la possibilità pratica di riportare in Eritrea le salme delle vittime della strage verificatasi il 3 ottobre 2013 a Lampedusa e di tutti gli altri giovani profughi annegati nel Mediterraneo e sepolti in Italia. Finora c’è stato un palleggiamento di responsabilità. Asmara dice che è l’Italia a sollevare difficoltà; Roma sostiene che l’Eritrea non ha mai mostrato una vera disponibilità. E’ tempo di superare queste controversie, in nome di un principio umano di grande significato: dare alle famiglie un luogo dove pregare e deporre un fiore in memoria dei loro cari perduti. L’Italia non ha mai fatto in modo che i resti di numerosissimi ascari e soldati eritrei, caduti combattendo sotto le sue bandiere, su diversi fronti africani, fossero riportati in patria: occorre impedire che la stessa, grave ingiustizia si ripeta con i loro figli e nipoti. Riteniamo però che questa iniziativa di umana pietà non possa prescindere e restare isolata dal contesto più generale del rispetto dei diritti, indicato nella nostra prima richiesta. Perché il modo migliore di onorare i morti è senza dubbio il rispetto della libertà e della vita stessa dei vivi. Dimenticare o trascurare questa stretta connessione rischierebbe di trasformare un doveroso, auspicabile, atteso gesto di carità nell’ennesimo strumento di propaganda in favore del regime.
Confidiamo che vorrà tener conto di queste nostre considerazioni. Grazie per il tempo che ha voluto dedicarci e per quanto potrà fare. 
Cordiali saluti,
 Presidente dell’Agenzia Habeshia

mercoledì 3 ottobre 2018

Lampedusa, 5 anni dopo della tragedia del 03 ottobre 2013

Lampedusa, 5 anni dopo la strage del 03 Ottobre 2013

Cinque anni fa, la tragedia di Lampedusa: 368 giovani vite spezzate a poche centinaia di metri dalla spiaggia, quando la libertà e un futuro migliore sembravano ormai a un passo.
Il quinto anniversario di questa tragedia arriva proprio all’indomani del nulla osta del Consiglio dei Ministri a un decreto che erige l’ennesima barriera di morte in faccia a migliaia di altri rifugiati e migranti come i ragazzi spazzati via in quell’alba grigia del 3 ottobre 2013. Non sappiamo se esponenti di questo governo e questa maggioranza o, più in generale, se altri protagonisti della politica degli ultimi anni, intendano promuovere o anche solo partecipare a cerimonie ed eventi in memoria di quanto è accaduto. Ma se è vero, come è vero, che il modo migliore di onorare i morti è salvare i vivi e rispettarne la libertà e la dignità, allora non avrà senso condividere i momenti di raccoglimento e di riflessione, che la data del 3 ottobre richiama, con chi da anni costruisce muri e distrugge i ponti, ignorando il grido d’aiuto che sale da tutto il Sud del mondo. Se anche loro voglio “ricordare Lampedusa”, che lo facciano da soli. Che restino soli. Perché in questi cinque anni hanno rovesciato, distrutto o snaturato quel grande afflato di solidarietà e umana pietà suscitato dalla strage nelle coscienze di milioni di persone in tutto il mondo.
Che cosa resta, infatti, dello “spirito” e degli impegni di allora? Nulla. Si è regrediti a un cinismo e a una indifferenza anche peggiori del clima antecedente quel terribile 3 ottobre. E, addirittura, nonostante le indagini in corso da parte della magistratura, non si è ancora riusciti a capire come sia stato possibile che 368 persone abbiano trovato la morte ad appena 800 metri da Lampedusa e a meno di due chilometri da un porto zeppo di unità militari veloci e attrezzate, in grado di arrivare sul posto in pochi minuti.
La vastità della tragedia ha richiamato l’attenzione, con la forza enorme di 368 vite perdute, su due punti in particolare: la catastrofe umanitaria di milioni di rifugiati in cerca di salvezza attraverso il Mediterraneo; il dramma dell’Eritrea, schiavizzata dalla dittatura di Isaias Afewerki, perché tutti quei morti erano eritrei.
Al primo “punto” si rispose con Mare Nostrum, il mandato alla Marina italiana di pattugliare il Mediterraneo sino ai margini delle acque territoriali libiche, per prestare aiuto alle barche di migranti in difficoltà e prevenire, evitare altre stragi come quella di Lampedusa. Quell’operazione è stata un vanto per la nostra Marina, con migliaia di vite salvate. A cinque anni di distanza non solo non ne resta nulla, ma sembra quasi che buona parte della politica la consideri uno spreco o addirittura un aiuto dato ai trafficanti. Sta di fatto che esattamente dopo dodici mesi, nel novembre 2014, Mare Nostrum è stato “cancellato”, moltiplicando – proprio come aveva previsto la Marina – i naufragi e le vittime, inclusa l’immane tragedia del 15 aprile 2015, con circa 800 vittime, il più alto bilancio di morte mai registrato nel Mediterraneo in un naufragio. E, al posto di quella operazione salvezza, sono state introdotte via via norme e restrizioni che neanche l’escalation delle vittime è valsa ad arrestare, fino ad arrivare ad esternalizzare sempre più a sud, in Africa e nel Medio Oriente, le frontiere della Fortezza Europa, attraverso tutta una serie di trattati internazionali, per bloccare i rifugiati in pieno Sahara, “lontano dai riflettori”, prima ancora che possano arrivare ad imbarcarsi sulla sponda sud del Mediterraneo. Questo hanno fatto e stanno facendo trattati come il Processo di Khartoum (fotocopia del precedente Processo di Rabat), gli accordi di Malta, il trattato con la Turchia, il patto di respingimento con il Sudan, il ricatto all’Afghanistan (costretto a “riprendersi” 80 mila profughi), il memorandum firmato con la Libia nel febbraio 2017 e gli ultimi provvedimenti di questo Governo. Per non dire della criminalizzazione delle Ong, alle quali si deve circa il 40 per cento delle migliaia di vite salvate, ma che sono state costrette a sospendere la loro attività, giungendo persino a fare pressione su Panama perché revocasse la bandiera di navigazione alla Aquarius, l’ultima nave umanitaria rimasta in tutto il Mediterraneo.
Con i rifugiati eritrei, il secondo “punto”, si è passati dalla solidarietà alla derisione o addirittura al disprezzo, tanto da definirli – nelle parole di autorevoli esponenti dell’attuale maggioranza di governo – “profughi vacanzieri” o “migranti per fare la bella vita”, pur di negare la realtà della dittatura di Asmara. E’ un processo iniziato subito, già all’indomani della tragedia, quando alla cerimonia funebre per le vittime, ad Agrigento, il Governo ha invitato l’ambasciatore eritreo a Roma, l’uomo che in Italia rappresenta ed è la voce proprio di quel regime che ha costretto quei 368 giovani a scappare dal paese. Sarebbe potuta sembrare una “gaffe”. Invece si è rivelata l’inizio di un percorso di progressivo riavvicinamento e rivalutazione di Isaias Afewerki, il dittatore che ha schiavizzato il suo popolo, facendolo uscire dall’isolamento internazionale, associandolo al Processo di Khartoum e ad altri accordi, inviandogli centinaia di milioni di euro di finanziamenti, eleggendolo, di fatto, gendarme anti immigrazione per conto dell’Italia e dell’Europa.
Sia per quanto riguarda i migranti in generale che per l’Eritrea, allora, a cinque anni di distanza dalla tragedia di quel 3 ottobre 2013, resta l’amaro sapore di un tradimento.
– Traditi la memoria e il rispetto per le 368 giovani vittime e tutti i loro familiari e amici.
– Traditi le migliaia di giovani che con la loro stessa fuga denunciano la feroce, terribile realtà del regime di Asmara, che resta una dittatura anche dopo la recente firma della pace con l’Etiopia per la lunghissima guerra di confine iniziata nel 1998.
– Tradito il grido di dolore che sale dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Italia e l’Europa da parte di un intero popolo di migranti costretti ad abbandonare la propria terra: una fuga per la vita che nasce spesso da situazioni create dalla politica e dagli interessi economici e geostrategici proprio di quegli Stati del Nord del mondo che ora alzano barriere. Tradito, questo grido di dolore, nel momento stesso in cui si finge di non vedere una realtà evidente: che cioè
“…lasci la casa solo / quando la casa non ti lascia più stare / Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci / fuoco sotto i piedi / sangue caldo in pancia / qualcosa che non avresti mai pensato di fare / finché la falce non ti ha segnato il collo di minacce…” (da Home, monologo di Giuseppe Cederna.)
Ecco: ovunque si voglia ricordare in questi giorni la tragedia di Lampedusa, sull’isola stessa o da qualsiasi altra parte, non avrà alcun senso farlo se non si vorrà trasformare questa triste ricorrenza in un punto di partenza per cambiare radicalmente la politica condotta in questi cinque anni nei confronti di migranti e rifugiati. Gli “ultimi della terra”.

Agenzia Habeshia

lunedì 24 settembre 2018

Risposta a due anni di fango e letame gettato su don Mosè Zerai

Il nostro presidente di Agenzia Habeshia, don Mussie Zerai, da dieci anni è bersaglio di attecchi, insulti, diffamazione, ingiurie, tentativi di criminalizzazione che sono stati intensificati nei ultimi due anni, da quando è partita la macchina del fango contro le ONG, attivisti per diritti umani, con una strana saldatura tra esponenti del regime eritreo con elementi di estrema destra italiana, tutti uniti a tentare di demolire la credibilità e l'operato di don Zerai in favore di migrati e rifugiati provenienti dal Corno d'Africa. Si tenta di "uccidere mediatamente" la figura scomoda, chi grida dando voce a chi non ha voce, denunciando le violazioni dei diritti umani e civili nel paese di origine, nei paesi di transito e di destinazione finale delle migliaia di profughi e rifugiati. Ha contributo a salvare decine di migliaia di vite umane, ha denunciato le omissioni di soccorso, affermando con forza che il diritto dei deboli non è un diritto debole.
La campagna di odio, di criminalizzare don Zerai che si è vista nei ultimi due anni, noi rispondiamo con questo semplice documento.

domenica 2 settembre 2018

Una risposta al senatore Mauro Colorti


Come si vive in Eritrea

 Una risposta al senatore Mauro Colorti

a cura di Emilio Drudi

“In Eritrea non ci sono situazioni aperte di conflitto ed anzi le condizioni di vita non sono così male. C’è lavoro per tutti anche se c’è molta povertà, ma nessuno muore di fame”. Con queste motivazioni il senatore Mauro Colorti, del Movimento 5 Stelle, arriva alla conclusione che le migliaia di giovani che continuano a fuggire dal paese non vanno accolti come profughi o rifugiati politici ma considerati “migranti economici” attirati dall’idea “di fare la bella vita” (dunque eventualmente da respingere: ndr). Di conseguenza, dice, non sarebbero altro che “sciacalli” coloro che contestano il Governo di Asmara. Sciacalli, aggiunge, che “magari sono gli stessi che hanno avallato anni di politiche di rapina verso il terzo mondo”, dimenticano “che anche in Italia ci sono tanti poveri” e “su questi problemi girano il volto dall’altra parte”.

“In Eritrea ci ho lavorato”: così dice fin dalla premessa il senatore Colorti, lasciando intendere che la sua analisi ha forza perché si basa su elementi di conoscenza diretti molto concreti. Non c’è motivo di dubitare che in effetti Colorti abbia lavorato in Eritrea, anche molto a lungo. C’è da chiedersi però se, vivendo nel paese, si sia guardato un po’ intorno, al di là delle “vetrine” del regime. Sembra quasi di sentire, infatti, certi giudizi “basati sull’esperienza diretta” espressi a suo tempo sulla Germania di Hitler o l’Italia di Mussolini. Anche allora si diceva che tedeschi e italiani non vivevano male: che, anzi, disponevano di tutto il necessario e, specie i tedeschi, molto di più, senza tener conto però che era soffocata ogni forma di libertà. Ecco, è qui il punto. Ammesso pure – e non è certamente così – che in Eritrea la gente, ogni singola famiglia, abbia davvero il necessario per vivere dignitosamente, il punto è che l’Eritrea è la tomba dei diritti e della libertà. Il paese è da oltre vent’anni sotto il giogo di una dittatura feroce che, attraverso una militarizzazione sistematica e totale, lo ha trasformato in una enorme prigione, rubando la vita al suo popolo e in particolare ai giovani. Ecco perché si scappa dall’Eritrea. E, al contrario di quanto si vorrebbe far credere, non è cambiato nulla neanche dopo la recente firma che ha sancito la fine della lunghissima guerra contro l’Etiopia.

Altroché “sciacalli”, allora: chi contesta il regime non fa altro che dipingere la realtà. E sono tanti gli elementi che questa realtà aiutano a conoscerla davvero: basta non voltarsi dall’altra parte. Sarà sufficiente citarne alcuni

– Guerra permanente. Conclusa la trentennale lotta per l’indipendenza dall’Etiopia nel 1991, il regime ha trascinato l’Eritrea in una serie ininterrotta di conflitti già all’indomani dell’indipendenza (proclamata nel 1993), dal 1994 fino ad oggi, contro quasi tutti gli Stati vicini (prima il Sudan, poi lo Yemen, Gibuti e infine l’Etiopia, in questo caso addirittura dal 1998 sino a poche settimane fa), costruendosi così l’alibi del “nemico alle porte” per militarizzare completamente il paese, con una ferma di leva obbligatoria, il cosiddetto “servizio nazionale”, che può durare quasi tutta la vita.

– Costituzione soffocata. Con il pretesto della guerra, la Costituzione democratica varata nel 1997, fortemente voluta da tutti gli eritrei e considerata una delle più avanzate dell’Africa, non è mai entrata in vigore ed è stata in pratica cancellata. Soffocata spesso nel sangue di chi si batteva per la sua attuazione

 – Abolita la magistratura. La magistratura in pratica non esiste più: il regime l’ha sostituita nel 1996, durante la guerra contro Gibuti, con Corti Militari che rispondono solo al Governo e i cui giudizi sono inappellabili

– Al bando ogni dissenso. Ogni forma di opposizione o anche solo di dissenso è perseguita. Ci sono almeno 10 mila prigionieri politici, molti dei quali non si sa nemmeno che fine abbiano fatto. La svolta finale si è avuta a partire dal settembre 2001, quando c’è stata la prima ondata di arresti di massa contro parlamentari e personaggi dell’apparato statale e politico (spesso eroi della guerra d’indipendenza) contrari alla linea del presidente Isaias Afewerki, giornalisti, scrittori, editori, insegnanti. Arresti seguiti dalla chiusura di tutti i giornali liberi e dell’università di Asmara. Sono pratica abituale i fermi arbitrari di polizia, senza alcuna accusa specifica, seguiti spesso da sparizioni misteriose. Quasi mai i familiari sanno in quale carcere si trovino gli arrestati. Meno che mai possono andarli a trovare. L’opposizione parla anche di casi di uccisione mirati

– Stato-prigione. Che l’Eritrea sia uno stato-prigione lo dimostra il numero stesso delle carceri: oltre 300 (ma secondo alcune fonti della diaspora addirittura 350), da quelle locali o di commissariato a quelle speciali gestite dai servizi di sicurezza.  Oltre 300 carceri in un paese che conta circa 5,5 milioni di abitanti: nel Lazio, che ha grossomodo lo stesso numero di residenti, le prigioni sono 12 più quella militare. Le condizioni di detenzione vengono descritte come terribili, fino alla pratica di torture sistematiche, denunciate e descritte nei particolari, in vari rapporti, grazie a notizie filtrate nonostante lo strettissimo segreto di stato e riprese da diverse Ong od organi istituzionali internazionali..

– Sparare a vista per uccidere. Fuggire da questo stato-prigione è considerato un reato. La polizia (finanziata anche con fondi europei dopo la firma del Processo di Khartoum, nel 2014) ha l’ordine di sparare a vista, mirando a uccidere, contro chiunque tenti di varcare la frontiera senza permesso. Si contano così numerose vittime. L’episodio più drammatico risale alla fine di settembre 2014, quando una quindicina di ragazzi tra i 15 e i 18 anni furono massacrati al confine con il Sudan e  poi fatti sparire in una fossa comune. I giovani fuggiti all’estero, se ricondotti in Eritrea, vengono incriminati per l’espatrio clandestino e, soprattutto, per diserzione, di fronte alle Corti Militari, essendo tutti soggetti alla leva.

– Negata la libertà di religione. Non c’è libertà religiosa. Anche le confessioni consentite (ad esempio il cristianesimo copto di rito ortodosso o cattolico, alcune chiese protestanti, l’islam sunnita) vengono in realtà combattute o addirittura perseguitate con l’accusa di “interferenza” nella politica del regime. Lo dimostra, ad esempio, l'arresto domiciliare del patriarca Abune Antonios, l'arresto arbitrario di gruppi pentecostali, evangelisti, testimoni di Geova, la recente chiusura forzata di 8 cliniche cattoliche e alcune scuole cattoliche e islamiche. Ha suscitato grande clamore, in particolare, il caso dell’ultima scuola islamica di Asmara, sfociato in una grande protesta, seguita da numerosi arresti, tra cui quello di Hajji Musa Mohammednur, fondatore dell’istituto, un intellettuale islamico di grande prestigio, noto anche fuori dai confini, poi morto in carcere nel marzo scorso

– Nessuna libertà di stampa. La libertà di stampa, abolita nel settembre 2011 con la chiusura di tutti i giornali indipendenti, non è mai stata ripristinata. Nelle graduatorie su scala mondiale, redatte annualmente da Reporter Senza frontiere, il paese risulta costantemente negli ultimissimi posti e molto spesso proprio all’ultimo

– Situazione economica. Non è vero che tutti gli eritrei hanno comunque di che vivere. Molti riescono a sopravvivere soltanto grazie all’aiuto e alle rimesse (quasi sempre non ufficiali) che comunque gli esuli, i profughi fuggiti all’estero, cercano di far arrivare ai familiari rimasti in patria. E questo genere di aiuto diventa di per sé una denuncia della situazione reale vissuta dalla popolazione, anche se nel paese quasi nessuno è disponibile a raccontarlo, per paura della repressione poliziesca e di delazioni che porterebbero inesorabilmente all’arresto. Anzi, la paura è tale che quasi tutti i rapporti quotidiani sono guidati dalla diffidenza e da una sorta di “mascheramento”, specie con gli estranei e gli stranieri. “Tutti hanno un lavoro”, si dice. Peccato che questo lavoro, svolto in genere come militari attraverso il servizio nazionale, sia quasi gratuito (mediamente non più di 15-20 euro al mese) e accompagnato spesso anche da servizi in armi ausiliari (pattugliamenti, ispezioni, ecc.). La verità “economica”, insomma, è che la politica del regime ha trasformato l’Eritrea in uno Stato-paria: ne ha fatto uno dei luoghi più poveri del mondo, nonostante le ottime potenzialità. Per di più, la fuga a cui sono costretti i suoi giovani sta svuotando il paese delle sue energie migliori, privandolo persino del futuro.

– La presunta “congiura internazionale”. Il regime ha sempre giustificato le gravissime difficoltà economiche con le sanzioni e il blocco internazionale, che avrebbero isolato ed anzi ghettizzato l’Eritrea per ragioni politiche. La comunità internazionale, sotto la spinta degli Stati Uniti e dell’Europa, avrebbe cioè ordito una sorta di congiura perché Asmara, pressoché da sola, si sottrarrebbe alla logica di dominio imperialista dell’Occidente sul Sud del mondo: una sorta di David che ha il coraggio di combattere, quasi del tutto isolato, il Golia del capitalismo e del liberismo più sfrenati. Poi però, nel 2003, Asmara ha aderito alla “coalizione dei volenterosi” che ha sostenuto la guerra americana voluta dal presidente Bush junior contro l’Iraq: proprio quella guerra che come poche altre obbediva a criteri di dominio e spartizione imperialista. E, a ben vedere, il regime non ha mai abbandonato questa linea, come dimostrano le basi militari concesse ad Israele sulle isola Dahlak e sulla costa dell Mar Rosso e, in tempi ancora più recenti, le basi da cui gli aerei dell’aviazione militare degli Emirati Arabi e della coalizione a guida saudita decollano ogni giorno per bombardare lo Yemen (colpendo indiscriminatamente sempre più spesso anche obiettivi civili), in una guerra pure di stampo imperialista, per il controllo e il dominio politico e strategico della regione mediorientale

– Le inchieste dell’Onu. Ben due inchieste della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite (pubblicate nel 2015 e nel 2016, dopo anni di indagini) hanno confermato la soppressione di ogni libertà e la violazione sistematica dei più elementari diritti umani, arrivando alla conclusione che in Eritrea il potere si basa sul terrore, fino alla “riduzione in schiavitù”. La seconda inchiesta, prosecuzione naturale della prima, in particolare, ha stabilito che ci sono gli elementi per deferire il presidente Isaias Afewerki e i suoi principali collaboratori alla Corte penale internazionale dell’Aia

– Pace con l’Etiopia: in Eritrea non è cambiato nulla. Nello scorso mese di giugno, Etiopia ed Eritrea hanno firmato la fine dello stato di guerra che durava dal 1998. Una guerra che, dopo le stragi dei primi due anni, fino al cessate il fuoco sancito ad Algeri nel dicembre del 2000, è proseguita con periodici scontri di frontiera, sconfinamenti, provocazioni. Il passo decisivo è stato compiuto dal nuovo primo ministro etiopico Abiy Ahmed, il quale, cogliendo tutti di sorpresa, nel contesto del vasto programma di riforme avviato sia in politica interna che estera, ha accettato tutte le condizioni poste nel 2002 dalla commissione internazionale nominata dall’Onu, dopo la tregua di Algeri, in precedenza sempre rifiutate da Addis Abeba, che poneva come condizione indispensabile l’esame e il conseguente accordo su tutte le controversie di confine simili a quelle sorte per il villaggio di Badme, che hanno portato al lunghissimo conflitto. Di fronte a questa offerta, Afewerki non ha potuto opporre un rifiuto ma, in realtà, il motore della pace è stata l’Etiopia mentre l’Eritrea sembra essere stata trascinata per i capelli a questo passo. Consapevole che proprio “l’arma della pace” può segnarne la fine, smontando l’alibi del “nemico alle porte” posto alla base della militarizzazione totale del paese, il regime sta ora cercando di presentare questo accordo come una propria vittoria, traendone elementi per rafforzarsi e incanalando le notizie come più gli fa comodo. E intanto all’interno non è cambiato nulla.

C’è da pensare che il senatore Colorti, nonostante in Eritrea “ci abbia lavorato”, magari  a lungo, non si sia accorto e dunque ignori tutto questo. Ma, se è così, la sua analisi non ha senso. Oppure, forse ne è a conoscenza, ma allora la conclusione sarebbe che il soffocamento di ogni libertà e la violazione sistematica dei diritti umani non contino granché o non contino affatto. Proprio come mostra di credere il presidente Isaias Afewerki, il quale non a caso ha definito più volte la democrazia una finzione o un inganno.  

domenica 12 agosto 2018

ሓዋርያዊት መልእኽቲ ካቶሊካውያን ጳጳሳት ኤርትራ


ኣብ ወጻኢ ሃገራት ንዚርከቡ
ካቶሊካውያን ምእመናን ደቂ-ሃገርን፤
ንዅሎም ሰብ ጽቡቅ ድላይን
ዝተጻሕፈ
 
ሓዋርያዊት መልእኽቲ
ካቶሊካውያን ጳጳሳት ኤርትራ
ነሓሰ 2004


መባእታ
1. * ብፍቓድ እግዚኣብሔርን፣ ብሥምረት መንበረ-ጴጥሮስን፥
    * ናይ’ታ ኣብ ኤርትራ ካቶሊካዊት ቤተክርስትያን ጓሶት ካብ ዝኾኑ ጳጳሳት
    * ካብ’ዛ ሃገር ተበጊሶም ኣብ ኵለን ሃገራት ናብ ለዉ ካቶሊካውያን ምእመናን፥
    * ካብ እግዚኣብሔር ኣቦናን፥ ካብ ኢየሱስ ክርስቶስ ጐይታናን ጸጋን ሰላምን
        ነኣኻትኩም ይኹን (1ቆሮ.1 1-2)
      ማኅበረ-ሰብ ዓለም፣ ብዝተፈላለየ ሰብ-ሰርሖ ግድላትን ማዕበላትን እናተጸፍዐ ኣብ ዚህወኸሉ gን፣ ብክርስቶስ ምእማንኩም ኣብ ኵላ ዓለም ስለዝተሰምዐት፣ ቅድሚ ኵሉ ብዛዕባ ኵላትኩም ንኣምላኽና ብኢየሱስ ክርስቶስ ነመስግኖ ኣሎና፣ ከየቋረጽና ኵሉ ጊዜ ኣብ ጸሎትና ንዝክረኩም (ሮሜ.1 8-9)
እግዚአብሔር ሕደረሎም ርድኢትን ብዝሃቦም ምድራዊ በረኸትን ተሓጊዞም ናይ ዑቕባ ዕድል ዝሃቡኹም፣ ኣብ መንጎኦም እትነብሩ ሃገራትን ሕዝብታትን፣ ብፍላይ ከኣ እተን ብኃልዮት ኣምላኽን ብናይ እንተላዕለ ኲሉ ቤተክርስትያን ኃልዮትን ተደሪኸን ዚስዕባኹምን ዚጓስያኹምን ሰበኻታትውን፣ ኣብ’ዚ ሰዓት’ዚ ብመንፈስ ምስጋና ንዝክረን ኣሎና።
ንእምነት-ክርስትናን መንፈሱን ኣብ ዚፈታተን፣ ፈጺሙ’ውን ኣብ ዚነጽግ ዓለም ኮይንኩም እምነትኩም ንምሕላውን፣ በዛ እምነት ተመሪሕኩም ንምንባርን እትገብርዎ ጻዕርን ትግሃትን ተገንዚብና፥ በታ ላትና እምነት ንሓድሕድና ምእንቲ ክንጸናናዕ (ሮሜ.1 12) ንጽሕፈልኩም ኣሎና። ኣብ መልእኽቲ ዕብራውያን (11 1) ከምዚንገረና ድማ፥ እምነት ነቲ ብተስፋ እንጽበዮ ነገር ከምንረኽቦ ዜረጋግጽ ብምዃኑ፣ ከምኡ’ውን ብተስፋ ከምዝደሓንና (ሮሜ፣ 8 24) ስለእንፈልጥ፥ እስኪ ብተስፋ ንበርትዕ።
ዝሓለፈ ዓመት ኣብ ኤውሮጳን ሰሜን ኣሜሪካን፣ ኬንያን ንዚነብሩ ምእመናንና ኣብ ዝገበርናዮ ሓዋርያዊ ዑደት (ኣቡነ መንግስተኣብ ተስፋማርያም፤ ኣቡነ ኪዳነ የዕብዮ) ብዘዋህለልናዮ ተመክሮን ትዕዝብትን ከምኡ’ውን ኣብ’ዚ ቀረባ ግዜ (ብ3 ግንቦት 2004) ካቶሊካዊት ቤተክርስትያን ካብ ሮማ ኣብ መላእ ዓለም ንዚርከቡ ምእመናን-ስደተይናታት ዚርኢ ዝሃበቶ መምርሕን ማዕዳን ዝሓዘ ሰነድ (ኤርጋ ሚግራንተስ ካሪታስ ክርስቲ = ናይ ክርስቶስ ፍቕሪ-ሰደተይናታት) ምኽንያት ብምግባር፣ በዛ ሓዋርያዊት መልእኽትና ምሳኻትኩም ክንዋሳእ ኣድላዪ ኮይኑ ረኺብናዮ። ናይ ምሥራቓዊት ካቶሊካዊት ቤተ ክርስትያን ሕገቀኖና ከኣ ነዚ እንገብሮ ዘሎና ብሥርዓት ዚእዝዞ እዩ።
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“ንስኻትኩም ስለ ዝኣመንኩም እቲ ኣብ መወዳእታ ዘመን ኪገሃድ ዘለዎ ድኅነት ክሳዕ ዚመጽእ፤ ኃይሊ-ኣምላኽ ኪሕልወኩም እዩ። ሽሕ’ኳ ሕጂ ንቝሩብ ግዜ ብብዙኅ ዝዓይነቱ ፈተና ክትሓልፉ ግዲ እንተኾነ፤ በዚ ክትሕጐሱ ኢኹም”። እዚ ከኣ እታ እምነትኩም ሓቂ ከምዝኾነት ኬረድእ እዩ። ወርቂ ሽሕ ግዜ ብሓዊ ይኰላዕ እምበር በራሳይ እዩ። እምነትኩም ግና ምስ ተፈተነት ኣዝዩ ብሉጽ ዝኾነ ዋጋ ኣለዋ። ከመይ ኢየሱስ ኪግለጽ ከሎ፤ ምስጋናን ስብሓትን ከተምጽኣልኩም እያ። (1ጴጥ.1፣5-7)

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1 ክፍሊ
ካብ ኀልዮት-ቤተክርስትያን
ውጹኣት
ኣይኮንኩምን
2.  ብምኽንያት ሃለgቶም ኣብቲ ልሙድ ናይ ቤተክርስትያን ጕስነታዊ ኣገልግሎት ኪጥቀሙ ይከኣሉ፥ ካብ ኣገልግሎት ርሒቖም ዚርከቡ ኵሎም ፍሉይ ዝኾነ ተገዳስነትን ኀልዮትን ኪግበረሎም ይግባእ። ከም’ዚኦም ካብ ዝበሉ ጕጅለታት፣ ኃት ካብ ሃገር ናብ ሃገር ተንቀሳቐስቲ፣ ስደተይናታት...ይርከቡዎም (.. 2 ብዛዕባ ተልእኮ፣ ኣቡናት 18) ምእንት’ዚ ናይቶም ብዝተፈላለየ ምኽንያታት ብፍላይ ድማ ኣብ ካልኦት ሃገራት ዝሓሸ ናይ መነባብሮን ስራሕን ዕድል ኪረኽቡ... (ስራሕ-ወድሰብ Laborem Exercens.23) ዚንቀሳቐሱ ሰባት ሃለgትን ኵነታትን ንቤተክርስትያን ኣዝዩ ኪግድሳ ከም ዚርከብ፣ ቤተክርስትያን ኣብ ዓለምን ምስ ዓለምን g ርክብ ዚዛረብ ናይ ጉባኤ ቫቲካን ሰነድ፣ ፈላሚ ቃላቱ ንርድኦ፥ ኣብዚ g ናይ ለዉ ደቅሰባት ብፍላይ ድማ፣ ናይ’ቶም መሳኺን ድኻታትን ብዝተፈላለየ ዓይነት ዝተወጽዑን ኵሎም ታሕጓስን ተስፋን፣ ጸበባን መከራን ኵሉ፣ ናይ’ቶም ተኸተልቲ ክርስቶስ (ናይ ቤተክርስትያን) ታሕጓስን ተስፋን፣ መከራን ጸበባን’ውን እዩ። እቲ ብሓቂ ሰብኣዊ ዝኾነ ሃለgቶም ድማ ካብ ናይ ሰዓብቲ-ክርስቶስ ኣቓልቦ ዝረሓቐ ኣይኮነን (ጉባ.ቫቲ.2 ፍሥሓን ተስፋን፣ 1 Gaud. et Spes 1)
ስለ’ዚ ከኣ ሰብኣዊ ዓቕማን መደባታን ድሩት ብምዃኑ ዝጐደለን ዚጐድልን ኣገልግሎት ኪህሉ ይኽእል’ምበር፣ እቲ ናይ ቤተክርስትያን ኀልዮትን ተገዳስነትንሲ ንጹር እዩ፣ ወትሩ ከኣ ብዝተፈላለየ ደረጃ፣ እታ ዝዓበየትን ዝሰፍሐትን ቤተክርስትያን ኣብ ጉባኤ፣ ብዝበለቶን፥ ..ጳጳሳት’ውን ኣብ ዝተፈላለየ ግዜያት ዜርእዩዎ ኀልዮትን ወትሩ ዚቕጽል እዩ።
ንሕና ጓሶትኩም’ውን እዚ መዝነትን ተልእኮን ከምሎና ብምግንዛብ፥ ነዚ ሃለgትኩምን ኲሉ ግድላትኩምን ክንሓስብ እቲ ብኽርስቶስ ኣባኹም ሎና ፍቕሪ የገድደና (2ቆሮ.5 14) በዚ ፍቕር’ዚ ተደሪኽና፣ መዝነትና ንምፍጻም ብተስፋ በርትዑ ብዚብል ጸናንዕን ተባብዕን ቃላትና ንደሃየኩም ኣሎና።
ምስጋና

3.  እቲ መንፈሳዊ ናይ ጕስነትን፣ ተገዳስነትን መደብ፣ ኣቐዲሙ ኣብ ውሱን ቦታታት (ሮማ፣ ሚላኖ፣ ሽቱትጋርት፣ ፍራንክፈርት፣ gሺንግተን፤ ቺካጎ፤ ሎሳንጀለስ፤ ሳንፍራንሲስኮ፤ ሎንደን፤ ከሰላ፤ ገዳርፍ) ብወግዒ ብቤተክርስትያንና፣ ተጀሚሩን ነዊሕ ተኻዪዱን እዩ። ብኣቡናት ኮነ ብማኅበራቶም ተላኢኾም ኣብ’ዚ ቦታታት’ዚ ንመእመናን ብሉጽ ተወፋይነቶምን ኣገልግሎቶምን ንዘወፈዩን ብሕጂ’ውን የወፍዩ ንዘለዉ ካህናትን ደናግልን ንዅሎም ማኅበራት፣ ልባዊ ምስጋናና ነቕርበሎም። ብዝበለጸን ብዝተወሃሃደን ኣገባብ ኪቕጽልዎ ከኣ ነተባብዖም ኣሎና።
     ኣብ ዚበዝሕ ቦታታትን ኲነታትን ግን ቅንአት-እምነቶም ብዝሓደሮም ተገደስቲ ኣኅgትን ኣኃትን ተጐሳጕስኩም ኣድማዕን ዜሓጕስን ተግባራትን ዕማማትን ብምፍጻምኩም ብልቢ ነመስግን፥ ነቲ ኪርሳዕ ይግበኦ ጕዳይ ድሕነትን እምነትን ከይረሳዕኩም፥ ንርእስኹም ተነቓቒሕኩም ንውሉድኩም ኮነ፣ ንካልኦት ኣኅgትኩም ኣኃትኩም ምንቅስቓስኩም፥ ነዚ ኽኣለኩም ልዑል ኣምላኽና ምስጋና ይብጸሓዮ። እተን ኣብ ዓዓዱን ሃሃገሩን g ቊምስናታት፣ ሰበኻታት፣ ካህናት ኲሎም’ውን ብወግዓዊ ደረጃ ኮነ በብውልቂ ኪሕግኹምን ኪግደሱልኩምን ዝተረኽቡ’ውን ነመስግኖም።
እዚ ዅሉ ዝሓለፈ በረኸትን፣ ናይ ኣምላኽ ረድኤትን ክንሓስብ ከሎና ጐይታ ዓበይቲ ነገራት ገይሩለይ እዩ (ሉቃ.1 49) ዚብል ቃል፣ ኣብ ኣፍና የድምጽ። ምእንት’ዚ በረኸት’ዚ ከኣ ንጐይታ ነመስግኖ ንዝምረሉውን። ብዝሓለፈ ጸጋን በረኸትን ክንእመን ከሎና ንሕጅን ንዚመጽእን ኣበርቲዕና ከም ንሰርሕ ቃል ነኣቱ ኣሎና ማለት እዩ።
ኣብ’ቲ ብስደት እትነብሩሉ ሃገር፥ መንነትኩምን መንፈስ-እምነትኩምን ንምሕላው፥  ብድሕሪት ንዝሓደግኩምዎ ኣብ ጸገማት ንዚርከብ ኅብረተሰብኩምን፣ ስድራቤትኩምን ንምርዳእን ንምሕጋዝን ብእተርእይዎ ንጥፈትን ተገዳስነትን፣ እቲ ንመላእ ሰብኣዊ ሕንጸትን ብስለትን ዚርኢ ናይ ኣቦታትን ኣዴታትኩምን፣ ናይ’ቲ መሠረታዊ መዕበያኹምን መሥመር ንምሕላውን ናብ ውሉድኩም ንምምሕልላፍን ...ብእትገብሩዎ ትግሃትን ጻዕርን፣ ተደኒቕና ልባዊ ምስጋና ነቕርበልኩም ኣሎና።
4.   ቅድሚ ኃያሎይ ዓመታት፣ ኣብ’ዛ ዓባይ ከተማና (ኣሥመራ) ኣብ ትርከብ ሓንቲ ንእሽቶይ ቍምስና ብዝተገብረ መጽናዕታዊ ግምት (1978) ክልተ-ሢሶ ካብ ኣባላታ ኣብ ወጻኢ ሃገራት ለዉ ውሉዶምን ኣባላት ቤተሰቦምን ዚናበሩን፣ ዚጥወሩን ምዃኖም ዜርኢ ነበረ፥ ናይ መላእ ሃገር ነጸብራቕ ኪበሃል ዚከኣል እዩ። እዚ ናይ ኀልዮትን ሓድሕዳዊ ረድኤትን ዝንባሌ፣ ነቲ ኣብ ወንጌል ዝተመርኰሰ፥ ፍቕሪ ብጻይ ዚገልጽ፥ መንፈስ-ክርስትና ዜረጋግጽ፣ ቀንዲ ማኅበረ-ሰባዊ መልክዕና ኮይኑ ምርካቡ፣ እቲ ባህልናን ኣተሓሳስባናን መጠን ክንደይ ብክርስትያናዊ መንፈስ ከምዝተሓንጸን ዝተዀስኰሰን ዜርኢ እዩ።
ኃት ካባኻትኩም ኪብሉና ከም ዝሰማዕናዮ፥ ካብ’ቲ ፍረ ረሃጽኩምን፣ ኣዝዩ ድሩት ዝኾነ ዓቕምኹምን መቒልኩም፣ ንሃገርኩምን ኅብረተሰብኩምን ስድራቤትኩምን ብምሕጋዝኩምን ነዚ ንምግባር ድልየትን ተገዳስነትን ብምርኣይኩም፣ እቶም ኣብ ናይ ዕለታዊ ናብራ ጸገማት ኣብ ጐድንኹም ዚቃለሱን ዚጐዩን ምዕራባውያን ኣዝዮም ከምዚግረሙን፣ እዚ ኣተናኹም’ውን ንኺርድእዎ ከምዚጽግሞምን መልክት እዩ። እዚ እንታይ የርእየና? እቲ ናተይ ንርእሰይ ጥራይ፣ ካብ ወደይ ከብደይ ነኣይ፣ ጥራሕ ይጥዓመኒ...ዚብል መንፈስ-ክርስትና ዝረሓቖ ምዕራባዊ መንፈስን ዝንባሌን ብግብራዊ ኣገባብ ከምዝነጸግኩምዎ፤ እዚ መንፈስ’ዚ ንዚኽተሉ ወገናት ከኣ፤ ናይ ኅሊና ስክፍታን ወቐሳን ከምሕደርኩምሎም ግልጺ እዩ። ኣቱም ፍቑራተይ፣ ኣጋይሽን ስደተይናታትን ...ንሠናይ ግብርኹም ርእዮም በታ መዓልቲ ፍርዲ፣ ንኣምላኽ ምእንቲ ከመስግንዎ ኣብ ማእከል ኣሕዛብ ኣካይዳኹም ኣጸብቑ (1ጴጥ.2 11-12) ንዚብል ለበg-ኣቦኹም ቅዱስ ጴጥሮስ gርያ ኢኹም ዝፈጸምኩም። ኣምላኽና ከኣ ድሌትኩም በለ ኵሉ ከም መጠን ሃብቱ፣ ብኢየሱስ ክርስቶስ ገቢሩ ብኽብሪ ኪመልኣኩም እዩ (ፊልጵ.4 19) ብዛዕባታ ኣብ ልብኻትኩም ተስፋ ንዚሓተኩም በለ ምላሽ ምሃብ ምእንቲ ክትክእሉስ ኲሉሳዕ ድሉg ኩኑ። ግናኸ ብለውሃት ግበሩዎ (1ጴጥ.3 15) ብተስፋ ከኣ በርትዑ።
መበቈልኩም ምስ ዝኾነት ሃገርኩም ሎኩም ምትእስሳር፥ ብዚከኣል ብዝተፈላለየ መደብ ክትቅጽልዎን፣ ናይ መን ምዃንኩም ክትገልጹን ምጽዓርኩም ዚድነቕ እዩ። ክንየ’ውቲ እተበርክትዎ ሓገዝን ረድኤትን፣ እቲ ጕዳይ “መንነትን ዓሚቝ ስምዒትን፣ ኣብ ንን ሓጐስን፣ ኣብ ጸበባን ጸገምን፣ ...ኵሉ እትገብሩዎ ሱታፌ፣ ብኣካልን ብዝተፈላለየ ኤለክትሮኒካዊ መልእኽታት ዚፍጸም ሓድሕዳዊ ርክብ ዓይነተይና ኣብነት እዩ።
ማኅበራዊ መልክዕ ዝዓ ናይ ሥነ-ምግባር ሕይወትን መደባትን ኣገዳሲ እዩ። ኣነ ዝድላየይ እፈጽም፣ ሰብ ዝበለ ይበል፣ ... ካብ ዚብል ውልቀ-ስምዒት ወጺእና፣ ዝኸማይ ሰብ እንታይ ይብለኒ፣ ኃወይ ኃውተይ...እንታይ ኪብሉኒ እዮም? ዚብል መንፈስ ስክፍታን ጥንቃቐን፣ ኃባራዊ ጕዕዞን መልክቶ፥ ንሕይወትን ንብረትን ትርጕም ዚህቦ እዩ። እዚ ኵሉ ብቐሊሉ ዚፍጸም ከምይኮነ፣ ሓያል ጻዕርን ትብዓትን ዚሓትት ምዃኑ ግልጺ እዩ። ምስ’ቲ ከቢቡካ ከይብሉኒ ካብ ዚብል ስኽፍታ ወጺኡ፣ ደስ ንዝበሎ ዚፍጽምን ዚኽተልን ባህልን ኣተሓሳስባን ብርቱዕ ቃልሲ ከም’ተካይዱ ከኣ መንም ስተውዕሎ እዩ።
ሃለዋት ስደት             
5.  ስደተይና ዚበሃል፣ እቲ ዓዱን ዓውዱን ሓዲጉ፣ ብዝኾነ ይኹን ምኽንያት ኣብ ዓድ-ጓና ኪሰፍር ዝመረጸ ወይ ኪመርጽ ዝተገደደ እዩ፥ ገሊኡ ብፖሊቲካዊ ኲነታት፣ ገለ ብስራሕ ብትምህርቲ ብምርምር..... ናይ ውልቀሰባት፣ ስድራቤታት፣ ሕዝብታት ምንቅስቓስን፣ ናብ ዓድኻ ምምላስን፣ ካብ ጥንቲ ብጥቅምቲ ኣብ ኅብረተሰብ ብዝጸንሐ፣ ኣብ ናይ ድኅነትና ቅዱስ ታሪኽ’ውን፥ ኣብቲ ናይ ደቂ-ያዕቆብ ናብ ግብፂ ምኻድን፣ ካብኡ ምምላስን ናይ ስደት-ባቢሎን ኵነታትን፥ ክሳብ ናይ’ታ ቅድስቲ ስድራ ሃለg...ኵሉ ከይተረፈ ዚግለጽ እዩ። ኣብ ቅዱስ መጽሓፍ’ውን ናብራ-ስደት ብናይ ምእመናን ምድራዊ ጕዕዞ ዚምሰል ኮይኑ ተረኺቡ።
ናይ ውድብ ኅቡራት ሃገራት ጸብጻባት ከምዜመልክቶ፣ ኣብ’ዚ 30 ዓመታት ኣኀዝ ስደተይናታት ዓለም ካብ 75 ሚልዮን ናብ 125 ሚልዮን ኪድይብ ተረኺቡ። ስለዚ ከኣ ሓዲሽ ተርእዮ ኮይኑ ዳርጋ ንዅለን ሃገራት ዓለም ዚትንክፍ ጕዳይ እዩ። ኣብ ውሽጢ ሃገራት ጋጥም ምምዝባል፣ ዶብ ሰጊርካ ምግዓዝ፣ ብሕግን ይሕግን ምንቅስቓስ ብዝተፈላለየ ጸገማትን ምኽንያታትን ዝተደረኸ ኵነት እዩ።
ናብ ርእስና ማለት፣ ናብ ሃገርናን ሕዝብናን ክንጥምት ከሎና ድማ፣ እዚ ተርእዮ’ዚ ብፍላይ እዚ ናይ ስግር-ባሕሪ ስደት፥ ኣብ ዛንታ ኣቦታትን ኣቦሓጐታትን ይጸንሓና፣ ይሰማዕናዮ፣ ኣብ’ ናይ መወዳእታ 40 ዓመታት ዝተኸሥተ ነቲ ጋጠመ ፖለቲካዊ ጸገማትን ስዒቡዎ ዝመጸ ማኅበራውን ኤኮኖምያውን ሃለg ተኸቲሉ ዝተበጋገሰን፤ ቀጺሉ ዝተንቀሳቐሰን ምዃኑ እዩ።
ካብ’ቲ ገሊኡ ናይ ስደት ኣወንታዊ ውጽኢታቱ ንምዝካር-ሕዝብታት ኪፋለጡ ዕድል ይህብ። ኣብ ዕለታዊ ሕይወትን፣ ንብረትን ከኣ ኣብ መንጎ ሕዝብታት ናይ gስኦ (ዲያሎግ) መንፈስ ይምዕብል። ናብ ሥምረትን ኅብረትን ከኣ ይመርሕ። ስደት ብመንፅር ዝተፈላለየ ሥልጣኔታት ኪረአ ከሎ መምጽኢ ሃብትን በርከትን እውን እዩ። ብኻልእ ወገናት ድማ ስደተይናታትን ተቐበልትን (ደቀባት) ተኸባቢሮም ተፋቒሮም ተጸgዊሮም ኺነብሩ ከምዚኽእሉ ረጋግጹሉ ዕድል ወይ ቤት ትምህርቲውን እዩ።
ጸገማት ስደትን ሳዕቤናቱን  
6.  ናብራ-ስደት ከይፈቶኻ ዚምረጽ ምዃኑ፤ ካብ ቤትካን ስድራቤትካን ወጺእካ ይትፈልጦ መንገድን ኣገባብን፣ ናብ ይትፈልጦ ዓድን መደብን ምብጋስ ምጽኦ ጥርጥርን ስግኣትን ፈተናታትን፣ ክንየው’ቲ ጸገማትን ድኻማትን ስዕቦ ናይ ኅሊና ነውጽን ተርባጽን...ስነልቦናዊ ሃለg መሪር እዩ። ነፍስወከፍ ካባኹም በዚ መስርሕ’ዚ ዝሓለፈ ስለዝኾነ ብዛዕባ’ዚ ነናቱ ዚብሎን ንትዎን g ከምለዎ ግልጺ እዩ። ኣብ ዓዲጓና ሰሪሕካ ርሂጽካ፣ ካብ ባዶ ተበጊስካ ሕይወትካ፣ ሕይወት ስድራቤትካ ክትሓንጽ ላዕልን ታሕትን ምባል፤ መጠን ክንደይ ዚኣክል፣ መንፈሳውን ሥነልቦናውን ድኻም፣ ጽምg... ከምለዎ ኣይከሓድን፣
ኣብ ገሊኡ’ውን ብሰንኪ’ቲ ጽንኩርን ይንጹርን ዝኾነ ጕዕዞ-ስደት፣ ብቑዕ ዝኾነ ሰነዳትን፣ ናይ መንበሪ ፍቓዳትን ይምርካብ ዚመጽእ ሰንፈላል ዝዓብለሎ ኣካይዳ፤ ብምኽንያት ሰነዳትካን ናይ መንበሪ ፍቓዳትካን፤ ብሰንኪ gሕዲ-ትምህርትኻን ተመክሮኻን፣ ኣብ ዝተሓተን ዝጸገመን ሃለgት-ስራሕ gፊርካ ምስራሕ ብኅሊና ይተዓግበሉ፤ ብጥዕና እትጕደኣሉ ሃለg ዜጓንፍ እዩ።
ሞራልን፥ ሰብኣዊ ሕይወትን
7.  ድልዱል ስድራቤት ዝዓንድማእከሉ፣ ኣብ ፍርሃት-እግዚኣብሔር ዝተመርኰሰ፣ ኣብ ፍቕርን ክብርን ወድሰብ ዝተሓንጸ ኅብረተሰብ ዓቢኻን ተዀስኵስካን፤ ካብ’ዚ ድልዱል መዕበያ ዝተቐበልካሉ ወጺእካ፥ ኣብ ዓድ-ጓና ዓዲ-ስደት ምንባር ማለት፥ ካብ ባሕሪ ወጺኡ ናይ ዚነብር ዓሣ ሕይወት ኪመስል፤ ምእንት’ዚ ከኣ ናይ ሞት፣ ናይ ሕየት ቃልሲ ከካይድ ንቡር ይኸውን። ልዕሊ ኵሉ ድማ እዚ ቃልስ’ዚ ኣብ መንፈሳዊ ሃለgትን ኣብ ናይ ኅሊና ኵነታትን ዜጋጥም እዩ። ከም ውጽኢቱ ከኣ ኣብ ናይ ዕለታዊ ሕይወት መነባብሮ ይንጸባረቕ። ነቲ ዝዓበኻሉ መምርሒ ሕይወትን መደብ ሰብኣውነትን ተኸቲልካዶ ምኻድ የሓይሽ? ወይስ ንከባቢኻ ምምሳል? ከም’ታ እናናሳዕ መልክዓ እትለgውጥ ነፋሒቶ ምስ ከባቢኻ ምልውgጥዶ ወይስ ነታ ዝነበረትካ ከይለወጥካ ምዕቃብ? ኣብ ዓደይ ኣብ መንጎ ስድራቤተይ ይምገበርክዎ፣ ኣብ’ዚኸ ክገብሮ ኅሊናይ የፍቅዶዶ? እዝን ካልእ ዚመስሎ ውሽጣውን ግዳማውን ክትዓት ጸዊርካ ዚኽየደሉ እዩ።
8.  ብመንፈሳውን ባህላውን ማኅበራውን መዳያት፣ እቲ ስደተይና ንዝነበሮን ሒዝዎ ንዝመጽአን፣ ነቲ ኣብ ዓዲ-ስደቱ ጓንፎ መነባብሮን ብደረጃ ስነሓሳብ ይኹን ብተግባር ብኸመይ የላፍኖ? ክሳብ መጠን ክንደይ የወሃህዶ? ጨሪሽካ ናትካ ገዲፍካ ኣብ ናይ’ቲ ኣንግደካ ሕዝብን ዓድን ኵነታት ምስጣም ምጽኦ ጸገማትን ናይ መንነት ቅልውላgትን ፈጺምካ ማዕጾኻ ብምዕጻው ኣይርኢ ኣይሰምዕ ኢልካ፤ ኣብ ከባቢኻ ምስ ዚርከብ ዝኾነ ናይ “ዲያሎግ (gስኦ) ናይ ምሃብ ምቕባል መደብ ይተካይደሉ ዕሙት ኣገባብከ ኣበይ ከብጽሕ እዩ?... ስለ’ዚ እቲ ሕይወት ብቐሊል ይግመት፣ ዚርአን ይርአን ጸገማት ተጻዊሩ ሰጊሩ ዚካየድ ብርቱዕ ሕይወት እዩ።
   ምስዚ’ውን ኣብ ውሽጢ ስድራቤት፣ ጋጥም ናይ ዕድመን ኣተሓሳስባን ፍልልይ፥ ነቲ ምዕራባዊ ሥልጣኔን ቅዲ-ሕይወትን ምስቲ ዝጸንሓካ ልምድን መንገድን ኣወሃሂድካ ካብ ይምኽኣልን ዚመጽእ፥ ቀሊል ይኮነ ግርጭታት ከይከርናዮ ኣይንሓልፍን። ብሰንክ’ዚ ክንደይ ሓዳር ይተበተነ! ኣብ ክንደይ ወለድን ውሉድን ይምርድዳእ ይተፈጥረ!!
ኣብ እዋን ስደት ዚህሰዩ ወገናት፥
ሥድራቤት
9.  ኣብ ሃለgት-ስደት እቲ ብዝለዓለ ደረጃ፤ ውሽጣውን ግዳማውን፤ ፍን መንፈሳውን ጸገማት ዚቕበል ስድራቤት እዩ። በዓልኪዳን ካብ በዓልቲ-ኪዳኑ፣ በዓልቲኪዳን ካብ በዓልኪዳና፣ ወላዲ ካብ ውሉዱ፥ ወለድን ውሉድን ዚፈላለዩሉ ኵነታት ዜስዕብ እዩ፥ እዚ ጽምg ተነጽሎን ንርእሱ ዜምጽኦ ጠንቂ ኣለዎ። ልዕሊ ዅሉ ሓድነት ስድራቤት፣ ሓድነት ኪዳናዊ ሕይወት ዚህሰየሉን ዚቘስለሉን ሃለg ይኸውን። እዚ ጸገም’ዚ ከኣ ኣብ’ቲ ናብ ሕይወት-ስደት ገጽካ እትገብሮ ጕዕዞ ስድራቤት ክሳብ እትተኣኻኸብ ዚርአ እንኪኸውን፥ ድሕሪ ምትእኽኻብ’ውን ሰሪሕካ ንኽትነብር ኣብ ዚግበር ጻዕሪ፣ ናይ ሰዓታት ስራሕን ዕረፍትን ይምግጥጣም ምጽኦ ጸገማት ከይተራኸብካን፣ ፍቕርን ሓድነትን ከየስተማቐርካን ከይጸገብካን ዚንበረሉ ሕይወት ይኸውን።
     ተነጽሎን ጽምgን፣ ካልእ ናይ ማኅበራዊ ሃለg ጽልgን፣ ምጸኦ ተጽዕኖውን ሓድነት-ኪዳንን ስድራቤትን ኣብ ጠንቂ ኣብ ዚወድቀሉ ኵነታት፣ -ኣብ መንጎ ሰበኺዳን ፍትሕ፣ ኣብ ወለድን ውሉድን ጋጥም ይምርድዳእን ይምውህሃድን፥ ከም ሳዕቤኑ ሓሺሽ፣ ቈጽለመጽሊ ኣልኮሆል ካልእ ዚመስሎ ነገራትን የስዕብ።
     ኣብ ማእከላይ ዕድመ ዕጫ-ስደት ዝጠዓሙ ደጊም ናብ ሽምግልና ገጾም ዚገማገሙ ወገናትና ከምለዉ’ውን ፍሉጥ እዩ። ድኻምን እርጋንን ዜንጸላልዎም፥ ዚጽበዮም ጽምg ተነጽሎን’ውን ቀሊል ከምይኮነ ይርደኣና። ናብ’ቲ መበቈሎምን ናታቶም ዚረኽቡሉን ዓዶም ከመዓድዉ ከኣ ንቡር እዩ። ኣብ’ዚ ኲነት’ዚ ዚርከብ ናብ’ቲ ልቡ ኪዓልበሉን፣ ረሓት ኪረኽበሉን ዚኽእል ንዓዱ፣ ንምምላስ ትብዓት ኬሕድር ጽቡቕ ምኾነ።