martedì 15 dicembre 2009

Eritrea, scomparsi i calciatori della Nazionale di calcio dopo torneo in Kenya

Alcuni giocatori della Nazionale di calcio dell’Eritrea sono spariti nel nulla: dopo una gara di Cecafa Cup, disputata in Kenya e valida per l’accesso ai quarti di finale, dodici calciatori hanno deciso di non lasciare il Paese che ospitava il torneo. La ragione che ha spinto il gruppo a compiere un gesto simile risiede nella storia del Paese del Corno d’Africa, dal 1993 governato dal regime dittatoriale del presidente Isaias Afwerki: gli atleti avrebbero intenzione di chiedere asilo politico. La notizia è stata diramata da un funzionario del Consiglio per le Federazioni dell’Est e Centro Africa: il rientro dei giocatori in patria era previsto per la notte di sabato scorso ma a bordo dell’aereo giunto ad Asmara, c’erano soltanto il commissario tecnico e un dirigente della squadra. Il governo eritreo, più volte accusato di adottare politiche repressive, ha subito smentito la notizia della scomparsa: questa, però, è stata confermata dal presidente della Cecafa, Nicholas Musonye. Le Nazioni Unite affermano che ogni anno sono centinaia gli eritrei che fuggono dal loro Paese.

“Io vi dico quante volte sono venuto a voi e non mi avete riconosciuto”

Oggi vi racconterò una storia. Una storia moderna ma dal sapore antico che sono certa vi riporterà indietro a tanti secoli fa… Inizia in Eritrea, una terra bellissima, dal greco erythros che significa “rosso” come il mare su cui si affaccia. Dovete sapere che in Eritrea vige una dittatura tra le peggiori al mondo. Le violente politiche repressive e antidemocratiche attuate dal governo eritreo colpiscono soprattutto la popolazione in un paese ormai ridotto al terrore, in cui la sola presunzione di un’idea può costare l’imprigionamento, la tortura, la mutilazione o la morte. Un paese in cui sistematicamente vengono violati i diritti umani e civili e in cui la popolazione è continuamente vessata . È un paese in cui è vietata la libertà di culto alle confessioni religiose minoritarie e migliaia di Cristiani Ortodossi, Cristiani Evangelici, Musulmani e altri gruppi religiosi vengono perseguitati e imprigionati senza formalizzazione di atti di accusa e senza processo, in condizioni disumane. Dal 2000 sono innumerevoli gli sbarchi clandestini di cittadini eritrei sulle coste italiane. Essi fuggono a rischio della loro stessa vita da una situazione di repressione umana e politica e dal blocco delle attività produttive sacrificate alla totale militarizzazione del paese. Il servizio militare , infatti, in Eritrea è obbligatorio ed a tempo indeterminato. Gli studenti delle scuole superiori sono costretti a frequentare l’ultimo anno scolastico presso i campi di addestramento militare. Il servizio di leva si svolge in condizioni di estremo disagio e di inaudita violenza, soprattutto nei confronti delle giovani reclute femminili che sono spesso oggetto di stupro da parte dei superiori in grado. Per sfuggire a questa situazione migliaia di eritrei sono costretti a fuggire dal loro paese tentando di arrivare sulle coste italiane. Anche Yohanes e Terhas sono giunti in Italia per vie che solo la disperazione può far sopportare . Molti dei loro compagni di viaggio sono morti in mare, nel deserto, nelle carceri libiche o tunisine perché i respingimenti spesso violano i diritti umani ed essere riportati indietro per molti significa firmare la propria condanna a morte. Yohanes e Terhas sono giovanissimi e hanno una responsabilità in più. Un bambino che deve nascere e loro non vogliono che nasca in un paese dove non c’è libertà. È per lui che salgono su un barcone. Profughi tra i profughi, disperati tra i disperati. È il settembre del 2009 e il barcone strapieno di umanità sofferente, nelle gelide acque del canale di Sicilia si inabissa. Molti non ce la fanno e a Yohanes e a Terhas non rimane altro che rimanere aggrappati ai resti del barcone in attesa che qualcuno venga a salvarli. Nelle lunghe ore passate in acqua l’unico pensiero è per il piccolo che Terhas porta in grembo. Se si salveranno, se riusciranno ad arrivare sulle coste siciliane, se il piccolo sopravviverà e sarà un maschio lo chiameranno Musie , Mosé, salvato dalle acque. E arrivano i soccorsi e qualcuno tende loro un mano e tante altre mani si tenderanno per accoglierli in terra di Sicilia. E così che arrivano al centro di accoglienza di Sant’Angelo di Brolo in provincia di Messina. E qui che vengono rifocillati, accuditi, e qui che raccontano di quello che hanno patito e qui che la loro vita incrocia quella di un giovane medico che ha un nome bellissimo: Angela. È quel giovane medico che si prende cura di loro e del piccolo Musie, nato in Italia , nell’ospedale di Patti, il 19 di ottobre; ed è Angela che telefona alla sua famiglia per comunicare loro che porterà a Piazza Armerina la piccola famigliuola; ed è sempre Angela ,sostenuta dalla sua meravigliosa famiglia, che troverà a Yohanes un lavoro, una casa piccola ma accogliente; ed è Angela che si occuperà di tutti i loro documenti, arrivati come per incanto in un tempo brevissimo. C’ero anch’io con mia figlia e tanti amici giorno 7 dicembre ad accogliere Yohanes, Terhas e Musie nella loro nuova casa a Piazza Armerina. Ed è stata una festa bellissima. Loro non parlano l’italiano ma l’amore si sa, non conosce frontiere nè lingue. È stato un momento di grande commozione, un vero dono di Natale . In quella piccola casa ognuno di noi ha ricevuto qualcosa. Non sono stati Yohanes con Terhas e il piccolo Musie a ricevere qualcosa da noi ma noi ad avere da loro un regalo immenso che si chiama felicità e di cui spesso ci dimentichiamo.. Vi ho raccontato questa storia perché anche questo può essere un modo per ringraziare Angela, la sua straordinaria famiglia e tanti amici che con grande generosità hanno voluto contribuire a sostenere questa nuova famiglia arrivata qui da un paese lontano. Ho voluto raccontarvi questa storia perche credo fermamente che un piccolo Gesù Bambino sia arrivato nella nostra città … ho voluto raccontarvi questa storia perchè in un mondo in cui “l’altro” ci fa paura il sorriso di Yohanes, Terhas e Musie ci ricorda che non esistono gli “altri” e i “diversi” ma tutti siamo profughi su questa terra che è di tutti. Voglio dirvi un’ultima cosa se ancora avete qualche dubbio. Yohanes in Eritrea di mestiere faceva il falegname ….

Rifugiati e richiedenti asilo. Insieme in una squadra di calcio

Si chiama Liberi Nantes e gioca a Roma, in terza categoria. E’ nata per iniziativa di un gruppo di ragazzi, sostenuti dalla Fondazione Di Liegro Il magazine ‘Sportweek’ le ha dedicato un servizio, nel maggio di quest’anno, ripreso da Gianni Mura nella sua rubrica “Cattivi pensieri” sulla ‘Repubblica’: si chiama Liberi Nantes, “squadra di terza categoria – ha scritto Mura – del campionato Figc interamente composta da rifugiati politici. E’ nata a Roma su iniziativa di un gruppo di volontari. Dice il presidente, Gianluca Di Girolami: ‘Abbiamo messo insieme tanti ragazzi che non hanno nulla: famiglia, soldi, legami. Hanno lasciato tutto alle spalle, dopo traumi terribili. Lo sport per loro ha una funzione terapeutica’. L’allenatore è italiano, si chiama Giulio. Dice: ‘In partita calavano alla distanza, molti non riescono a nutrirsi regolarmente e a dormire bene. E nel gioco spesso facevano di testa propria, è stata la vita a costringerli a pensare da singoli. Nei primi allenamenti correvano in gruppi: gli afghani, i nigeriani, i sudanesi, i somali. Poi hanno imparato a fidarsi e ora sono un vero spogliatoio’. Giocano con la maglia azzurra dell’Onu, vivono dove possono, anche nei Cpt (in realtà tutti coloro che sono titolari di protezione umanitaria, non vivono nei Cpt, oggi ribattezzati ‘Centri di Identificazione ed Espulsione’, bensì vengono ospitati dei Centri di Accoglienza per Rifugiati e Richiedenti Asilo, ndr), la risposta alla richiesta d’asilo dovrebbe arrivare in un mese ma spesso bisogna aspettarne sei, anche di più, e intanto un lavoro regolare non si può trovare, finché la posizione non è chiarita, ma in nero sì. Il titolo di Sportweek è ‘Roma città aperta’”. Ottimistico, probabilmente, il titolo del magazine. Però la notizia è vera, oltrechè incoraggiante. Il nome della squadra deriva dal primo libro dell’Eneide “perché come i naufraghi troiani che fondarono Roma, anche questi sono uomini in fuga da guerre e violenze. ‘Liberi Nantes’ è nata su iniziativa di un gruppo di tifosi, dopo l’esperienza dei Mondiali Antirazzisti (www.mondialiantirazzisti.org) e con il sostegno della Fondazione Don Luigi di Liegro. Obiettivo dell’iniziativa: restituire ai migranti forzati un pezzo di vita normale attraverso il gioco del calcio”. Lo raccontano i promotori stessi sul loro sito, www.liberinantes.org, dove si possono scorrere puntualmente i risultati della squadra, settimana dopo settimana: perchè, alla fine, di calcio stiamo parlando (e precisamente del girone E del campionato romano di Terza categoria). Sudore, competizione, voglia di vincere, pur in una cornice di solidarietà e diritti sociali e civili inalienabili. Gianluca Di Girolami, il presidente, è un ragazzo appassionato, uno che va allo stadio e tifa con tutta l’anima per una squadra, la Lazio (il sodalizio più antico della Capitale, oltreché la polisportiva più grande d’Europa), la cui fama – esaurita l’età dell’oro cragnottiana delle vittorie in serie nelle competizioni europee – è ormai ingiustamente legata ad una parte della tifoseria di curva, razzista e xenofoba. Gianluca descrive così il progetto di Liberi Nantes: “I giocatori provengono soprattutto da Afghanistan, Guinea, Eritrea, Togo e Repubblica Centrafricana, per formare la squadra abbiamo contattato i vari centri di accoglienza per rifugiati di Roma, con cui continuiamo ad avere ottimi rapporti perché offriamo a questi ragazzi un momento di stacco dalle angosce che vivono quotidianamente”. Del resto, come accennava lo stesso Mura, i richiedenti asilo politico sono costretti ad affrontare penose e talvolta incivili trafile burocratico-amministrative (che non è affatto detto vadano a buon fine) prima di potersi costruire una vita in Italia: devono affrontare il colloquio con la commissione territoriale, ricorrere in appello in caso di eventuale diniego (se la commissione non dovesse concedere né asilo politico, né un “permesso per motivi umanitari”) e solo a quel punto può iniziare la difficile ricerca di un impiego. Mentre la vita scorre tra ostacoli di ogni tipo, un barlume di riscatto si affaccia attraverso un percorso di straordinaria importanza socio-culturale. Percorso immortalato recentemente anche da un film-documentario (patrocinato, allora, dalla Regione Lazio) realizzato da Salvatore Cotogno che ha fissato le tappe che hanno dato vita al Liberi Nantes: “Un viaggio collettivo, fatto di tanti viaggi individuali, che spesso sono fughe da guerre e persecuzioni e che approdano insieme ad una grande festa di sport e di dialogo interculturale. E’ il calcio che unisce invece di dividere”. Paolo Repetto

Notte al freddo per i rifugiati

Dalle 18 di ieri presidio no stop di etiopi, eritrei e sudanesi davanti al Comune “Aiutami. Silvia, aiutami. Non voglio vivere così. Ti prego, Silvia, aiutami”. È quasi mezzanotte, piove a dirotto e Bari sta già dormendo: per Osman e per i cinquanta eritrei, etiopi e sudanesi che con lui si riparano dietro le colonne del Piccinni trascorrere la notte all’aria aperta non è una novità, i posti letto nei dormitori bastano solo a poche persone. E poi “il dormitorio non è buono come una casa, va bene per qualche mese e non di più”, dice Osman, “quando sei stanco, quando stai male o sei ammalato, devi stare per strada”. Cinquanta tra richiedenti asilo e rifugiati politici, molti dormono nei giardinetti di Piazza Umberto o vicino alla stazione, altri davanti al Ferrhotel con coperte e materassi di fortuna, mangiano alle mense comunali e fanno la doccia nei centri “Caps”. “A mensa metà di noi mangiano, metà no, e poi solo un pasto al giorno”, continua Osman, “questo chiediamo: una casa, cibo, acqua e lavoro”. Osman è in Italia da tre anni, da due vive stabilmente a Bari: come tutti i suoi connazionali presenti al presidio, è arrivato in Sicilia dalla Libia attraversando il mare, per due giorni su un barcone da dieci persone in compagnia, però, di altri cinquanta esseri umani. In Puglia ha girato tanto per lavorare, conosce bene le campagne del barese perché vi ha fatto da bracciante, sottopagato, “una vita da schiavi, ancora una volta, e non puoi più tornare indietro nel tuo Paese altrimenti ti fanno fuori”. “Sai Silvia, quando vai in campagna tu trovi lavoro, ma comunque dormi sotto gli alberi, sulle olive”, interviene Negasi, “o, se ti va bene, dentro qualche casetta che ti trovano i padroni, sempre nelle campagne, e quanti ce ne sono qui, fatti un giro”. Negasi ha provato a scappare in Norvegia ma per la Convenzione di Dublino è stato immediatamente rimandato in Italia (“è per le impronte, mi hanno riconosciuto e mi hanno detto : vai in Italia che lì avrai i tuoi diritti. E invece gli unici soldi che ho avuto sono stati gli undici euro per pagare il treno da Fiumicino alla stazione Termini”). “Fuori, vai fuori tutti mi dicono”, dal Cara, dai dormitori, dagli ospedali dove si rifugia, peccato Negasi non sappia più dove andare, senza un centesimo in tasca (in tasche precarie, quelle che passa ogni settimana la Caritas) non può nemmeno comprare le medicine: “prego Dio, mi aiuterà, oppure vado al gioco dei pacchi in televisione, che lì si vincono tanti soldi”. Gli eritrei si radunano in gruppetto, bisbigliano, poi mi chiamano in disparte: “ma scusa, voi italiani siete stati sessant’anni in Eritrea, da noi ci sono persino i cimiteri italo-eritrei, ora perché qui non ci rispettate? Non ci riconoscete più?”. Mary e Susanna, eritrea ed etiope dai nomi italianizzati, ventitre anni a testa, hanno due stanzette a Madonnella, la prima fa la badante, la seconda la cameriera: Mary, più riservata, aspetta di raggiungere suo marito a Londra, Susanna, un “peperino”, mi chiede consigli sui pub che cercano personale. Entrambe vanno a lavorare presto la mattina, eppure passano da casa, mettono una tuta e tornano a dormire con i loro connazionali, con una coperta sul pavimento del Piccinni, loro sì che non dimenticano chi sta peggio. Le accompagno a casa. “Dai, dammi il tuo numero”, Susanna mi abbraccia, “io cerco amici qui, vienimi a trovare: un giorno di questi ti preparo un bel pranzetto”.

Stop al reato di immigrazione clandestina il giudice di pace accoglie eccezione pm

di Fabio Russello AGRIGENTO - Il reato di immigrazione clandestina, introdotto nel decreto sicurezza del Governo, potrebbe essere incostituzionale. Il giudice di pace di Agrigento, Giuseppe Alioto, ha infatti accolto - emettendo nell'udienza di stamattina un'apposita ordinanza - l'eccezione di incostituzionalità del reato di immigrazione clandestina sollevata dalla Procura della Repubblica di Agrigento. Si tratta, secondo la Procura, del primo caso in Italia. Secondo il giudice l'eccezione «non è manifestamente infondata» ed ha dunque deciso di sospendere il processo che vedeva imputate del reato di immigrazione clandestina 21 persone sbarcate nell'agosto scorso nell'isola dei Conigli a Lampedusa, disponendo la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per la valutazione di costituzionalità. L'ordinanza del giudice di pace come vuole la prassi è stata trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e alle presidenze del Senato e della Camera dei deputati. La Procura di Agrigento, con un'eccezione firmata dal procuratore della Repubblica aggiunto Ignazio Fonzo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale nel settembre scorso per la violazione degli articoli 3, 25 e 27 della Costituzione, ritenendo che la norma introdotta violasse i principi di materialità ed offensività del diritto penale nonché di quelli di proporzionalità e ragionevolezza della legge penale, ma anche la violazione del 117 della Costituzione perché la norma violerebbe gli obblighi internazionali assunti dall'Italia in materia di trattamento dei migranti. Il giudice ha rilavato «come il principio di necessaria offensività del diritto penale costituisca un limite alla discrezionalità del legislatore: non è consentito che per finalità di mera deterrenza siano introdotte sanzioni che non si ricollegano a fatti colpevoli ma, piuttosto, a modi di essere ovvero ad una mera disobbedienza priva di disvalore, anche potenziale, per un determinato bene giuridico che si deve proteggere. In definitiva, l'ingresso o la presenza illegale del singolo straniero non paiono rappresentare, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l'espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante». (15 dicembre 2009)

domenica 13 dicembre 2009

POLITICHE EUROPEE IMMIGRAZIONE: PREVALE LA LINEA DELLA "FORTEZZA EUROPA"

BASILEA (Migranti-press) - La Commissione Europea ha di recente presentato il cosiddetto "Programma di Stoccolma", un piano d'azione della durata di cinque anni per il settore della politica interna e della giustizia a livello di Unione Europea. Un ampio spazio è dedicato anche alla politica migratoria e dell'asilo. Gli stessi contenuti sono stati poi confermati dal Consiglio Europeo tenutosi a Bruxelles il 18 e il 19 giugno. Negli ultimi mesi una particolare attenzione è stata rivolta ai movimenti nel Mediterraneo. Il governo italiano, soprattutto, ha fatto discutere per diverse misure riguardanti il controllo delle frontiere meridionali: trasformazione del centro di accoglienza di Lampedusa in un centro di identificazione ed espulsione, l'accordo con la Libia, i respingimenti verso i porti libici delle imbarcazioni su cui navigano migranti e potenziali rifugiati. Non si possono dimenticare, poi, le situazioni precarie di Malta e Cipro, isole di limitate dimensioni che si trovano a far fronte ad un forte aumento delle richieste d'asilo, e le frontiere terrestri e marittime tra Turchia e Grecia. La Commissione afferma nel suo comunicato sul "Programma di Stoccolma": "priorità importante dei prossimi anni sarà consolidare e attuare veramente una politica d'immigrazione e di asilo che garantisca la solidarietà tra gli Stati membri e il partenariato con i paesi terzi, una politica che offra uno status chiaro e comune agli immigrati legali. Bisognerà stabilire un nesso più forte tra immigrazione e esigenze del mercato del lavoro europeo e sviluppare politiche mirate di integrazione e istruzione, e occorrerà utilizzare con maggiore efficacia gli strumenti disponibili per combattere l'immigrazione clandestina. L'Unione dovrà poi progredire verso un sistema comune di asilo e affermare, in questo settore, la condivisione delle responsabilità e la solidarietà tra gli Stati membri". Gli obiettivi, che non si discostano da quelli affermati già l'anno scorso nel "Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo", pongono l'UE di fronte a gravi dilemmi che richiedono, per essere risolti, un impegno politico di ampio respiro e una costante vigilanza da parte delle organizzazioni che tutelano i diritti umani dei migranti. Una delle prime questioni riguarda l'immigrazione regolare: come mettere insieme gli interessi economici dei vari Paesi europei che vorrebbero immigrati "su misura", possibilmente qualificati, con la spinta a emigrare che coinvolge le giovani generazioni soprattutto africane a motivo di guerre, corruzione, povertà, violazioni dei diritti umani, cause remote di cui anche certe politiche europee nei confronti dell'Africa sono corresponsabili? Un'altra domanda è: come combattere l'immigrazione clandestina senza per questo violare i diritti umani? Delegare, infatti, a Paesi come la Libia o la Turchia il respingimento di persone che provengono da altri Paesi africani o asiatici vuol dire essere complici di torture, violenze, stupri, incarcerazioni arbitrarie e disumane in centri di detenzione, posti sì fuori dai confini europei, ma voluti e finanziati dall'UE. Tali fatti sono ormai ampiamente documentati. Tuttavia, l'ultimo Consiglio Europeo ha sostanzialmente approvato le attività del governo italiano, affermando: "La conclusione dei negoziati sugli accordi di riammissione della Commissione Europea con i Paesi chiave di origine e di transito quali la Libia e la Turchia è una priorità: fino ad allora gli accordi bilaterali già esistenti dovrebbero essere attuati in maniera adeguata". Non viene fatta parola della necessità di garantire i diritti umani in quelle regioni. L'ECRE (European Council on Refugees and Exiles), che riunisce 69 organizzazioni non governative europee che assistono i rifugiati, pone un'altra questione: costruire un sistema europeo di asilo ben organizzato non ha senso, se poi, in nome della lotta all'immigrazione clandestina, diventa sempre più difficile per i richiedenti asilo raggiungere il territorio dell'UE. Occorre aprire urgentemente canali straordinari di accesso legale, affinché le persone bloccate in Libia ed in altri Paesi di transito, nei quali non può essere fatto valere il diritto di protezione internazionale, possano arrivare nei Paesi europei in modo regolare e protetto, garantendo così la loro sicurezza e la loro vita. L'agenda della politica europea in materia di immigrazione e asilo è, dunque, fitta, e nei prossimi mesi vi saranno ulteriori evoluzioni. Tuttavia, i fatti ci dicono che per il momento prevale la linea della "Fortezza Europa", mentre molto lentamente avanzano idee e proposte volte a considerare i fenomeni migratori in un contesto più ampio in cui la collaborazione con i Paesi di partenza e di transito vada oltre il contrasto all'immigrazione clandestina, alla ricerca di strategie di sviluppo e di soluzione dei gravi conflitti che si protraggono in diverse regioni del mondo. (L. Deponti/CSERPE)

MCL/CONGRESSO: COSTALLI, SU IMMIGRAZIONE SERVE APPROCCIO NON IDEOLOGICO

(ASCA) - Roma, 12 dic - ''Che la questione immigrazione chieda un approccio non ideologico, urgente e depurato dagli interessi di parte e' cosa lampante, sotto gli occhi di chiunque voglia guardare con realismo la situazione'': e' quanto ha affermato oggi il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, intervenendo a margine dell'XI Congresso Nazionale del Movimento, in corso da ieri a Roma. Occorre fare attenzione, ha proseguito Costalli, perche' ''il tema dell'immigrazione non puo' essere utilizzato per alimentare e incrementare le paure della nostra gente. Piuttosto e' nostro compito diffondere nella comunita' in cui operiamo una mentalita' diversa rispetto a quella, purtroppo maggioritaria, fortemente e aprioristicamente ostile nei confronti degli immigrati, spesso anche di quelli regolari''. Per Costalli ''la vera sfida sta nel riuscire a coniugare l'accoglienza con l'indispensabile rispetto della legalita', della solidarieta' e della giustizia''. Il leader del MCL ha sottolineato poi che ''chi affronta viaggi disperati non lo fa certo per turismo: ci sono situazioni di oggettiva rilevante drammaticita' alle spalle di molti. Certo, insieme ai tanti onesti e disperati si infiltrano anche criminali e malavitosi, e per quelli e' ovvio che si debbano far prevalere le sacrosante esigenze di giustizia e legalita'''. ''Sulla posizione della Chiesa in Italia - ha aggiunto - si e' equivocato molto, cercando di strattonarla da una parte o dall'altra secondo le convenienze. In realta', le linee guida sono sempre quelle che ci vengono offerte dalla Dottrina Sociale: la prioritaria dignita' della persona e la destinazione universale dei beni della terra''. Per Costalli e' importante ''insistere sulla dimensione dell'equilibrio: fare attenzione ai numeri sopportabili da un territorio, alle diversita' fra le nazionalita', le religioni, le culture. Di qui la necessita' di attivare una politica per gestire al meglio il fenomeno migratorio. Alla politica, alle istituzioni, alla stessa societa' civile chiediamo un atto di coraggio, di saper progettare il futuro, guardare lontano nella consapevolezza che ''nessun Paese da solo puo' ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo'''. Secondo Costalli e' fondamentale ''chiamare con decisione a una maggiore corresponsabilita' l'Unione Europea''. ''Dobbiamo considerare che ''i poveri saranno sempre con noi'; non si puo' interrompere una marea con una rete: neppure respingendoli li potremmo mai allontanare per sempre. Evitiamo i diktat della Lega, ma evitiamo anche scorciatoie inutili e dannose pure per gli stessi immigrati: come quelle sulla cittadinanza (su cui la posizione di Fini e' evidentemente strumentale), o sull'insegnamento della religione mussulmana nelle scuole, scuole vogliamo che sia ben visibile il nostro crocifisso!'', ha concluso Costalli.