lunedì 22 dicembre 2014

Migranti lavoratori: sfruttati, denigrati ma risorsa preziosa


  
“Ci rubano il lavoro”. “Con tanti italiani disoccupati, in particolare giovani, non c’è posto per gli immigrati: prima gli italiani!”. “Sono un peso per lo Stato e per la nostra economia, specie in un momento di crisi come quello che paralizza il Paese da anni”. Slogan di questo tenore sono all’ordine del giorno. Sempre più frequenti. Sono stati il filo conduttore di tutte le ultime proteste. A volte con una vasta eco, in realtà grandi come Roma, Milano, Torino. Altre volte circoscritte a città più piccole e, dunque, meno clamorose. Ma altrettanto pericolose. E sulla scia di queste manifestazioni cresce l’opinione che continuare ad accogliere i migranti rischia di aggravare le tensioni sociali ed economiche che si registrano non solo in Italia ma in altri paesi europei: basti citare le recenti contestazioni in Germania. Questa opinione (ma sarebbe più esatto definirla un pessimo “luogo comune”) non tiene conto che la maggioranza degli immigrati arrivati negli ultimi anni (e in particolare nel 2014) dall’Africa e dal Medio Oriente sono profughi e richiedenti asilo. Persone, cioè, che hanno dovuto lasciare il proprio paese per salvarsi da guerre e persecuzioni e che vanno accolte, in base al diritto internazionale, proprio perché la loro è una “fuga per la vita”. Si tratta, in sostanza, di una questione di rispetto dei diritti umani, a cominciare da quelli alla vita stessa e alla libertà.
A parte questo aspetto, comunque, anche dal punto di vista economico i migranti non sono un problema ma una risorsa per i paesi che li accolgono. In particolare per l’Italia, dove il saldo tra costi e benefici è nettamente a favore dei benefici assicurati dalla presenza dei lavoratori stranieri. Basterebbe ricordare che producono in media tra il 9 e il 10 per cento del Pil nazionale ma, a entrare nei dettagli, questo dato emerge ancora più evidente.
Uno studio pubblicato nel dicembre 2013 dal senatore Luigi Manconi (Pd) e dalla sociologa Valentina Brinis dimostra che i migranti sono essenziali in settori importanti come l’assistenza, l’edilizia, il commercio, la siderurgia, l’agricoltura e l’agroalimentare, inclusa (sia pure con mansioni di manovalanza o comunque di basso livello) la filiera di alcuni dei prodotti più pregiati del made in Italy. Negli allevamenti bovini della Val Padana, che sono la base per la produzione del parmigiano, ad esempio, i lavoratori sono in gran parte stranieri: sono loro ad aver dato soluzione alla crisi dei mungitori, dei mandriani, degli addetti alle stalle. Lo stesso accade nel Lazio meridionale per gli allevamenti di bufale, a cui è legata la famosa mozzarella esportata in tutto il mondo. Idem per l’attività florovivaistica: nelle serre della provincia di Latina, che esportano fiori e piante ornamentali in mezza Europa, gli operai sono in grande maggioranza stranieri. In un recente convegno, il presidente degli imprenditori agricoli del Lazio, Sergio Ricotta, lo ha detto esplicitamente: “Senza i lavoratori immigrati, molti di noi dovrebbero chiudere le aziende o sarebbero comunque in forti difficoltà”. Perché? Perché, nonostante la crisi, gli italiani questo genere di lavori non vogliono più farli. Ovvero: la presenza dei migranti non entra in competizione con gli italiani. Nessun “furto di lavoro”.
Ancora più eloquente è una ricerca pubblicata nello scorso mese di novembre dalla fondazione Leone Moressa di Venezia, dalla quale emerge che, sommando il gettito fiscale e quello contributivo, le entrate per le casse dello Stato riconducibili agli stranieri nel 2013 hanno superato i 16,6 miliardi di euro. Di contro, lo Stato ha speso per gli stranieri (scuola, servizi sociali, sanità, giustizia, sicurezza, ecc.) poco più di 12,6 miliardi. Ovvero, nel 2013 gli italiani hanno “guadagnato” circa 4 miliardi di euro dalla presenza dei migranti. Una cifra che corrisponde al gettito dell’Imu sulla prima casa, considerato una voce essenziale nel bilancio dello Stato. Ed è un dato costante: a tanto ammonta in media l’attivo annuale che l’immigrazione lascia all’economia italiana. Senza contare i benefici sociali. Alcuni indiretti, come il riequilibrio almeno parziale del tasso di invecchiamento della popolazione, che è preoccupante ma che sarebbe ancora più evidente senza la presenza di tanti giovani immigrati: ed è noto, come rileva il Censis, che una società più è “vecchia”, più tende a ripiegarsi su se stessa, incapace di guardare al futuro. Ma altri benefici sono molto più diretti e misurabili subito anche in termini economici. Come l’assistenza assicurata da circa 830 mila bandanti a oltre un milione di anziani e persone non autosufficienti, che altrimenti finirebbero per gravare sul sistema sanitario, con un costo di centinaia di milioni di euro l’anno. “Quel milione di anziani – ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera – sono il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti, per una spesa complessiva annuale (26 mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi. Più spese varie”.
Alla luce di questi dati, ci sarebbe da aprire le porte agli stranieri. Accoglierli tutti, come titola la sua ricerca il senatore Manconi. Invece non solo, in genere, vengono guardati come minimo con diffidenza, ma subiscono discriminazioni continue. Lo ha denunciato senza mezzi termini l’Ocse che, in un rapporto pubblicato nel luglio scorso, dice in sostanza che i migranti lavorano di più e guadagnano di meno degli italiani. “Gli immigrati – scrivono i ricercatori – sono sproporzionalmente impiegati in lavori precari, poco qualificati, sottopagati e spesso vittime di discriminazione e licenziamenti selettivi, con poche possibilità di accedere ai lavori più qualificati”.
E dalla discriminazione è facile passare allo sfruttamento e ai soprusi. Ma anche peggio. Lo dimostra tutta una serie di episodi venuti alla luce negli ultimi anni. Vale la pena ricordare alcuni dei casi più gravi e recenti.
Roma. Minori schiavi al centro agroalimentare. Ragazzini egiziani, ospiti in genere delle case di accoglienza, lavorano oltre 12 ore al giorno per una ventina di euro. Lo ha rivelato il settimanale L’Espresso con un servizio pubblicato a fine novembre. Un lavoro in nero, ma programmato da prima della partenza dall’Egitto. “Ogni giorno – scrive Rosita Fattore – decine di minori scavalcano le recinzioni del centro agroalimentare, eludendo la vigilanza degli agenti che controllano l’intera area. Lavorano a spostare casse di frutta per l’intera giornata, per 20 euro di compenso”. Lo prevede l’accordo che le famiglie hanno sottoscritto in patria, quando sono partiti, pensando magari di fare la loro fortuna. Ne è nato un sistema di caporalato organizzato da immigrati egiziani ma, c’è da ritenere, con una diffusa rete di complicità in Italia. La direzione del Cara ha intensificato la vigilanza ed è arrivata ad effettuare fino a 200 respingimenti al giorno di lavoratori abusivi. Ma non è facile: si sono verificate anche aggressioni nei confronti dei lavoratori in regola. Un segnale pericoloso, che fa pensare alla presenza di un racket deciso a stabilire un controllo criminale della manovalanza nel centro agroalimentare di Roma, il più grande d’Italia, sfruttando il lavoro dei migranti.    
Ragusa. Rumene schiave nelle serre. Anche questo scandalo è stato sollevato da una inchiesta del settimanale L’Espresso, nell’ottobre scorso. Tuttavia segnali e denunce risalgono a molto prima. In particolare, ne ha parlato spesso, inascoltato, padre Beniamino Sacco, un parroco del piccolo comune di Vittoria. La provincia di Ragusa, la “città delle primizie”, è uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Un mare di serre nelle quali lavorano oltre cinquemila donne, in buona parte romene. E sono proprio le romene, le più deboli, le vittime dei soprusi che, secondo quanto emerge dall’inchiesta, le hanno ridotte quasi in schiavitù. “Vivono segregate in campagna, spesso con i figli piccoli – scrive Antonello Mangano, l’autore del reportage – Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza, anche sessuale. Tutti sanno e nessuno parla”. Inutile aggiungere che il salario, tutto o in parte, è quasi sempre in nero.
Latina. Braccianti drogati per resistere alla fatica. E’ uno dei casi più clamorosi di sfruttamento disumano della manodopera straniera, tanto da essersi “meritato” nel 2014 un capitolo anche in “Immigrazione”, il dossier statistico pubblicato ogni anni dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar). Un sistema collaudato, ben strutturato e organizzato per trarre il massimo profitto dal lavoro dei braccianti indiani (in maggioranza sikh originari del Punjab)  emigrati nell’Agro Pontino. L’ha portato alla luce un’indagine dell’associazione onlus “In Migrazione”, alla cui battaglia si è poi unita la Cgil. Dall’inchiesta, condotta sulla base di una serie di testimonianze dirette e verifiche sul campo, è emersa una organizzazione diffusa che, dietro una apparente legalità, nascondeva salari bassissimi (in media 3 euro all’ora a fronte degli 8,26 del contratto nazionale); orari improponibili, fino a 12 e più ore di lavoro giornaliere (contro le 6,40 previste dal contratto nazionale) e spesso condizioni abitative a dir poco inadeguate. Senza contare una zona “grigia” nascosta tra le pieghe delle norme in modo da sfuggire ai controlli. Ad esempio, buste paga e contratti in regola, ma con l’escamotage di contabilizzare molte meno ore o giornate di quelle effettivamente prestate, fino al caso limite di un bracciante che risulta impiegato per due soli giorni pur avendo lavorato per quasi un mese. Un lavoro, nei campi o sotto le serre, pesantissimo e spesso senza pause nell’arco della giornata, al punto da costringere alcuni braccianti a doparsi per reggere la fatica fisica e psicologica. Come ha dimostrato un’indagine parallela condotta dalla Procura e dalla squadra mobile della Questura di Latina, inoltre, funzionava anche un reclutamento di manodopera, con intermediari italiani e indiani, attraverso un’organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Campania e Puglia. Braccianti sfruttati. Un sistema di caporalato e sfruttamento analogo a quello dei braccianti sikh e indiani dell’Agro Pontino funziona da anni nelle campagne pugliesi e campane (in particolare nella provincia di Caserta) per tutta una serie di lavori stagionali estremamente faticosi: raccolta del pomodoro, raccolta delle olive, ecc. La tecnica è la stessa: pagamenti in nero e a cottimo (un tot a cassetta riempita); buste paga in apparenza regolari ma che coprono soltanto una minima parte delle giornate effettivamente lavorate; reclutamento tramite caporali ai quali va versata una quota del salario; pagamenti effettuati attraverso gli stessi caporali, che assumono quasi la veste di agenti di collocamento, dando praticamente “in affitto” alle aziende intere squadre di lavoratori. Sempre più raro, inoltre, l’arruolamento casuale giornaliero, sostituito da gruppi composti, in maggioranza, sempre dagli stessi uomini e da impiegare per periodi più o meno lunghi.
Rosarno. Sfruttamento e pogrom razzisti. Situazioni di sfruttamento simili a quelle registrate in Campania e in Puglia sono emerse nel gennaio del 2010 per i braccianti stranieri impiegati nella raccolta degli agrumi nella piana di Gioia Tauro, in Calabria. Con in più pesanti implicazioni razziste. A portare tutto alla luce è stata una vera e propria rivolta bracciantile, esplosa l’8 e il 9 gennaio, seguita poi da una autentica “caccia al nero”.
La ricostruzione dei fatti sembra una cronaca di guerra. La scintilla sono alcuni colpi di fucile ad aria compressa esplosi da tre balordi contro un gruppo di giovani africani che, dopo una giornata di lavoro negli agrumeti, sta rientrando alla Rognetta, una vecchia fabbrica trasformata in dormitorio di fortuna, alla periferia di Rosarno, un paese di 15 mila abitanti. Due rimangono feriti. L’aggressione scatena la rabbia dei circa cinquemila lavoratori stranieri della piana. Centinaia di loro raggiungono in corteo Rosarno, mettendolo a ferro e fuoco: auto distrutte, vetrine in frantumi, assalto ai negozi, pestaggio di passanti. Quando interviene la polizia, comincia una vera e propria guerriglia urbana. L’intera zona è presidiata in forze, quasi messa in stato d’assedio, ma il giorno dopo la protesta si riaccende, con nuovi scontri. I migranti (come in una rivolta analoga avvenuta, sempre a Rosarno, nel dicembre 2008) denunciano sfruttamento, disprezzo razzista, totale mancanza di strutture d’accoglienza e integrazione, nonostante il loro lavoro stagionale sia fondamentale per l’economia della piana e della stessa Calabria. Molti parlano di sfruttamento gestito dalla ‘ndrangheta attraverso una rete di caporali: 25 euro al giorno (di cui 5 da versare al caporale) per 10, 12 ore di lavoro negli agrumeti, appartenenti almeno in parte a clan mafiosi. In paese, già dal secondo giorno, si formano gruppi di “autodifesa” tra gli abitanti, seguiti da ronde armate di spranghe e spesso anche di fucili, che setacciano città e campagna, colpendo stranieri isolati o riuniti in piccoli gruppi, le case di diversi immigrati, i rifugi di fortuna dei braccianti, dandoli alle fiamme. Un clima da pogrom, che induce Governo e Prefettura a ordinare lo sgombero forzato di tutti gli immigrati della zona.
 Episodi di sfruttamento e spesso di razzismo come questi sono sempre in agguato, nonostante tutti i dati reali dimostrino come il lavoro degli stranieri sia essenziale per l’economia italiana. C’è da chiedersi quali siano le ragioni di questa evidente contraddizione. Probabilmente molto dipende da disinformazione, luoghi comuni, pregiudizi. Esaltati dall’insicurezza e dai timori provocati dalla crisi economica che colpisce da anni il paese. Cavalcati o comunque strumentalizzati dai partiti di destra e di estrema destra, inclusi gruppi apertamente neofascisti come Forza Nuova e Casa Pound, che ha trovato una sponda interessata nella Lega Nord. E venati anche da una buona dose di xenofobia.
E’ una situazione estremamente preoccupante: si profila una deriva che rischia di diventare incontrollabile. L’agenzia Habeshia fa appello al Governo, al Parlamento, ai sindacati, a tutte le forze democratiche ad intervenire con forza per garantire regolarità e sicurezza sul lavoro a tutti migranti, al pari degli italiani.
Pochi giorni fa si è celebrata la Giornata mondiale dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, istituita per sottolineare l’importanza della convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti, appunto, votata dall’assemblea delle Nazioni Unite il 18 dicembre 1990, al termine di un faticoso percorso durato vent’anni. Ad oggi, dicembre 2014, a venticinque anni esatti da quel voto, l’Italia non ha ancora firmato e adottato quella convenzione. Proprio in questi giorni il Parlamento sta varando la riforma sul lavoro. Arrivare in tempi brevi, da parte del Governo, anche alla decisione di fare proprie le raccomandazioni votate dall’Onu nel 1990, sarebbe un segnale importante contro tutti i soprusi e lo sfruttamento che continuano a verificarsi nei confronti dei migranti. Purché, come troppo spesso accade, gli impegni previsti nella convenzione non restino solo sulla carta. La prima verifica potrebbe essere, giusto tra un anno, la Giornata mondiale del 2015. 
  
            don Mussie Zerai
   presidente dell’agenzia Habeshia

venerdì 19 dicembre 2014

Non sussiste un’emergenza sanitaria di carattere locale. Il TAR sospende l'ordinanza anti-ebola a Padova

Comunicato stampa del 19 dicembre 2014

Non sussiste un’emergenza sanitaria di carattere locale. Il TAR sospende l'ordinanza anti-ebola a Padova
Non  sussiste un’emergenza sanitaria di carattere locale che giustifichi l’esercizio del potere di ordinanza.Il TAR Veneto sospende  l'"ordinanza anti-ebola" emanata dal Comune di Padova  a seguito di un ricorso presentato dalle associazioni ASGI e Razzismo Stop.
Lo comunicato gli avvocati delle associazioni  in una nota .
L'ordinanza del sindaco di Padova, datata 16 ottobre 2014, la n. 42 del Registro delle ordinanze,  prescriveva il divieto di dimora, anche occasionale, presso qualsiasi struttura di accoglienza, per persone prive di regolare documento di identità e di regolare certificato medico, nonché l'obbligo, da parte dei soggetti privi di regolare permesso di soggiorno ovvero di tessera sanitaria ed individuati nel corso di accertamenti da parte della Polizia Locale, di sottoporsi entro tre giorni a visite mediche presso le compententi ULSS.
A seguito di un ricorso presentato dagli avvocati Giovanna Berti, Marco Ferrero, Marco Paggi e Fabio Corvaja, in rappresentanza delle associazioni ASGI e Razzismo Stop, il Tribunale Amministrativo regionale del Veneto ha rilevato che" il provvedimento impugnato non evidenzia la sussistenza dei presupposti di contingibilità ed urgenza o la sussistenza di un’emergenza sanitariadi carattere locale che giustifichi l’esercizio del potere di ordinanza" .
Lo dimostra, secondo il Collegio giudicante, la documentazione presentata, tra cui il protocollo per la gestione della malattia da virus Ebola redatto dall’Ulss n. 16 di Padova e anche "le argomentazioni contenute nella memoria del Comune circa l’esistenza di accurati ed efficaci controlli sanitari nei confronti dei profughi che sbarcano in Italia che sembrano contraddire i presupposti fattuali sui quali si fonda l’ordinanza".
Afferma il TAR, "per quanto riguarda gli stranieri privi di titolo di soggiorno già presenti in Italia non sembra allo stato esservi un tasso di rischio diverso da quello riscontrabile per la generalità della popolazione residente".
L'ordinanza del Comune di Padova va sospesa,  conclude il TAR, accogliendo le tesi degli avvocati delle associazioni,  perché " adottata in mancanza di un’emergenza sanitaria e dei presupposti di contingibilità ed urgenza produce effetti lesivi privi di giustificazione" .
La decisione appare confermare quanto la società civile aveva già denunciato: si tratta infatti di una ordinanza emanata con il solo scopo di diffondere allarme e un'idea dei migranti come potenziali portatori di malattie infettive.

"Ringraziamo" affermano le Associazioni ASGI e Razzismo Stop" gli oltre mille cittadini di Padova e tutte le realtà che hannosostenuto questo ricorso".
A.S.G.I. - Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione e Associazione Razzismo Stop
Contatti

A.S.G.I. - Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione
3470091756

Associazione Razzismo Stop
348 2483727

18 Dicembre 1990-2014 Giornata dei Migranti .


 Alcune riflessioni

L’immagine 2014 della “questione migranti” è quella delle decine e decine di barconi carichi di disperati in fuga dal Medio Oriente e dall’Africa sub sahariana, soccorsi in mare dalla Marina italiana o sbarcati direttamente sulle coste siciliane. Si tratta di ben 162 mila arrivi: uomini, donne e bambini. Tanti ne ha contati il ministro Paolo Gentiloni nell’ultimo rapporto della Farnesina. Merito dell’operazione Mare Nostrum che, varata sull’onda dell’emozione suscitata dalla strage di Lampedusa, ha salvato migliaia di vite. Benché anche Mare Nostrum sia nato in realtà come operazione di “difesa delle frontiere”, infatti, il mandato di pattugliare le acque internazionali del Mediterraneo, fino ai margini del confine marittimo della Libia, ha consentito di individuare e prestare soccorso rapidamente a numerosissimi battelli, in rotta verso l’Italia o Malta, con il loro carico di umanità.
Non ci sono dubbi su questo: lo ha riconosciuto l’intera comunità internazionale, a cominciare da organismi come l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), a cui si deve un monitoraggio costante della situazione lungo tutte le vie di fuga dei profughi, terrestri e marittime. Va detto anche, però, che insieme al record di arrivi e di soccorsi, si registra quest’anno anche il record delle vittime: almeno 3.600 circa, tra quelle inghiottite dal mare e quelle scomparse nel deserto o nei paesi di transito verso la sponda meridionale del Mediterraneo. E questo conto di morte va considerato certamente per difetto, perché poco o nulla si sa di quanto accade ai profughi durante la traversata del Sahara, al momento di passare i confini dei vari stati africani fino alla costa libica, tunisina o egiziana, nelle carceri o nei centri di detenzione in cui vengono spesso rinchiusi e tenuti come schiavi i migranti intercettati dalla polizia o da milizie irregolari armate. Per non dire degli stessi campi di accoglienza africani che magari recano le insegne dell’Unhcr ma dove sempre più di frequente hanno campo libero poliziotti corrotti, miliziani fondamentalisti, predoni legati alle organizzazioni criminali dei trafficanti di uomini.
Il punto è che, nonostante Mare Nostrum e soprattutto nonostante le promesse e gli impegni profusi, sia a livello europeo che italiano, dopo il disastro di Lampedusa, con 366 vite spezzate, poco o nulla è stato fatto per organizzare quei canali legali di immigrazione che sono l’unico, vero sistema efficace per sottrarre i richiedenti asilo e i migranti al ricatto dei mercanti di morte e della loro manovalanza di “passatori” del deserto e di scafisti. A più di un anno da Lampedusa, insomma, non ci sono cambiamenti sostanziali: la fuga per la vita di migliaia di esuli e perseguitati si rivela sempre di più un viaggio verso la morte.
Adesso, inoltre, nonostante il parere contrario della Marina, è cessato anche Mare Nostrum: il ministro degli interni Angelino Alfano ne ha comunicato la fine a partire dal primo novembre. Lo ha sostituito “Triton”, la missione europea che ha il mandato di vigilare sui confini meridionali dell’Unione ma le cui navi, meno di un terzo di quelle messe in campo da Mare Nostrum, si limitano a pattugliare una fascia di appena 30 miglia, poco più delle acque territoriali dei vari Stati Ue. E gli effetti già si vedono, con una triste catena di nuovi naufragi e nuovi morti.
Ieri si è celebrata la Giornata mondiale dei migranti lavoratori. In realtà, non c’è nulla da celebrare. Appuntamenti come questo, piuttosto, dovrebbero essere l’occasione per fare una profonda autocritica: da parte di tutta la comunità internazionale ma, in particolare, da parte dell’Europa e del Nord del mondo. Se non altro, per questa assurda mattanza che non accenna a finire. Ma non solo: ci sono tantissimi altri elementi che obbligano a riflettere.
 Le vittime. Secondo i dati diffusi dall’Unhcr, dall’inizio dell’anno ai primissimi giorni di dicembre si sono registrati 3.419 morti o dispersi nel Mediterraneo. A questi vanno aggiunte  le vittime rilevate “a terra”, nel deserto o nei paesi di transito. Secondo un calcolo, sicuramente riduttivo, basato sulle denunce raccolte da varie organizzazioni umanitarie ma talvolta anche dalla magistratura italiana, si tratterebbe di almeno 150 altri morti: profughi abbandonati nel Sahara, uccisi in sparatorie ai confini o in vari posti di blocco, rimasti presi tra i due fuochi nei combattimenti in Libia tra le opposte fazioni, stroncati da malattie e fatica. E la catena non si ferma: quasi in contemporanea con la pubblicazione del rapporto Unhcr, in tre naufragi sono scomparsi altri 18 migranti a sud di Lampedusa, 29 vicino ad Almeira, in Spagna, e 70 nel Mar Rosso, al largo delle coste dello Yemen. Nei giorni successivi, inoltre, due profughi siriani sono morti in Grecia.
 Mare Nostrum e Triton. La Marina italiana ha ribadito più volte che continuerà a fare il possibile per garantire la massima assistenza ai barconi in difficoltà. Lo stesso ministro Alfano ha assicurato che in ogni caso la Guardia Costiera risponderà a tutte le richieste di soccorso, come prevede “la legge del mare”. Ma appare evidente che un conto è intervenire da una distanza di poche miglia  dalla situazione d’emergenza, un conto partire dalle acque territoriali, con davanti centinaia di miglia di mare da percorrere. Senza contare che la missione Triton affidata all’agenzia Frontex, proprio perché nasce esclusivamente con compiti di vigilanza dei confini, mette in campo molti meno mezzi e risorse e, per ammissione dei suoi stessi vertici, non è in grado di garantire soccorsi e sicurezza. Non a caso hanno contestato apertamente la scelta della Ue associazioni da sempre in prima linea su questi temi, come Amnesty International, ma anche le stesse Nazioni Unite: “C’è il timore – ha denunciato senza mezzi termini Francois Crepeau, relatore speciale Onu per i diritti dei migranti – che senza un’operazione come Mare Nostrum migliaia di persone moriranno”.
 Sequestri in Sudan. Bande di predoni legate alle organizzazioni dei trafficanti di uomini hanno trasferito in Sudan l’attività prima incentrata nel Sinai, dove la via di fuga verso Israele si è inaridita a causa della barriera costruita da Tel Aviv lungo tutto il confine con l’Egitto, in pieno deserto. I profughi vengono intercettati e sequestrati lungo le strade e le piste che dal confine con l’Eritrea portano verso Khartoum. Come accadeva nel Sinai, per lasciarli andare viene chiesto un riscatto che spesso supera i 40 mila dollari. Per rendere più “convincente” la richiesta le vittime vengono torturate prima e durante la telefonata ai familiari. Per chi non riesce a pagare c’è la minaccia di essere messo in vendita sul mercato degli organi per i trapianti clandestini. Secondo le richieste di aiuto arrivate all’agenzia Habeshia, ci sono decine di ragazzi in balia di questi predoni, che non di rado vendono come schiavi gli ostaggi ad altre bande. E ad ogni passaggio il prezzo del riscatto aumenta. Si è intensificata intanto anche l’azione degli emissari dei trafficanti intorno e all’interno dei campi profughi, a cominciare da quello di Shagarab, dove non di rado si registrano misteriose “sparizioni”, specie di giovani donne.
 Sistema di accoglienza. Il sistema di accoglienza italiano, basato sui Centri per i richiedenti asilo, continua a rivelarsi il peggiore dell’Unione Europea insieme a quello della Grecia. I tempi per l’esame delle domande durano spesso anche più di un anno e la stragrande maggioranza dei profughi che riescono a ottenere  una forma di protezione internazionale, una volta usciti dai Cara sono abbandonati a se stessi: diventano “fantasmi” senza diritti, senza occupazione e senza casa, che vanno a ingrossare il già vastissimo serbatoio di sfruttamento e lavoro nero, costretti quasi sempre in alloggi di fortuna: baraccopoli, costruzioni in disuso, spesso autentici ruderi, palazzi per uffici abbandonati occupati abusivamente, stanze sovraffollate affittate a caro prezzo e in genere senza alcun contratto.
Non ha fatto un solo passo in avanti la proposta di varare un sistema di accoglienza unico europeo, uniformato su quelli nazionali rivelatisi più efficienti, adottato e accettato da tutti gli Stati dell’Unione, in modo da superare le storture di situazioni come quella italiana. Bloccata, allo stesso modo, la richiesta di abolire o quanto meno di rivedere il trattato Dublino 3, che vincola i profughi al primo paese Ue al quale fanno richiesta di aiuto e che viola il diritto alla libertà di residenza e movimento.
 Processo di Khartoum. Nel corso di una conferenza interministeriale promossa dall’Italia, nell’ambito del semestre di guida dell’Unione europea, è stato firmato a Roma, il 28 novembre, il cosiddetto Processo di Khartoum, l’accordo sul controllo dell’emigrazione dall’Africa sub sahariana. Oltre agli Stati Ue hanno aderito Egitto, Libia, Tunisia, Sudan, Sud Sudan, Etiopia, Somalia, Gibuti, Eritrea. In particolare, va sottolineato, anche Eritrea e Sudan, due delle dittature più feroci del mondo, che costringono ogni anno migliaia di giovani a fuggire e ad affidarsi alla difficile sorte di profughi senza Stato. Secondo quanto dichiarato dalla Farnesina, il trattato dovrebbe servire a controllare l’emigrazione, cercando di risolvere le situazioni di crisi che “producono” i profughi e costituendo intanto, in collaborazione tra Ue e Stati africani, sotto il controllo Unhcr, una serie di campi di accoglienza in Africa, dove alloggiare i rifugiati e dove presentare eventualmente anche le richieste di asilo, in modo da arrivare poi a canali di immigrazione legale. Ma in realtà condizione indispensabile per aprire davvero questi ‘canali’ è poter contare su quattro interventi strettamente connessi tra di loro: la disponibilità di un sistema unico di accoglienza in Europa; l’abolizione del trattato Dublino 3; la disponibilità delle ambasciate europee nei paesi di transito ad accogliere ed esaminare le richieste di asilo; iniziative per garantire condizioni di vita dignitose ai rifugiati fuori dai campi. Ma di tutto questo non si trova traccia nel Processo di Khartoum. Eppure basta che manchi anche uno soltanto di questi quattro elementi per far naufragare l’intero programma.
L’impressione è che si stia in realtà creando un’altra barriera: che alla fine, cioè, si realizzi soltanto una serie di campi profughi nel cuore dell’Africa, nei quali bloccare l’emigrazione verso l’Europa e il Nord del mondo. Un altro tassello della progressiva esternalizzazione dei confini della Fortezza Europa, per spostarli sempre più a sud, in modo che i migranti non arrivino nemmeno al Mediterraneo. Non in maniera così massiccia, comunque. E’ eloquente, in proposito, il Processo di Rabat che, varato quattro anni fa d’intesa con Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, vari Stati del versante ovest dell’Africa sub sahariana e dell’Africa Occidentale, è oggi contestato da molte organizzazioni di profughi, con l’accusa all’Europa di aver eletto a “gendarmi anti immigrazione” alcuni degli Stati africani, a cominciare dal Marocco. Esattamente come ha fatto l’Italia con la Libia attraverso il trattato bilaterale firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2009, rinnovato da Monti nel 2012, ribadito da Letta nel 2013 e mai messo in discussione da Renzi.    
Centri di accoglienza in mano a organizzazioni malavitose. L’inchiesta “Mafia capitale” a Roma ha rivelato come grosse organizzazioni malavitose abbiano messo le mani sulla gestione dei centri di accoglienza per richiedenti asilo e migranti (Cpa, Cara, Cie, ecc.). Al di là delle responsabilità penali e dei reati sui quali dovrà far luce la magistratura, appaiono più che evidenti i ritardi e le gravissime responsabilità della politica. E’ assurdo che nessuno, a tutti i livelli (Governo, Regioni, Province, Comuni, rappresentanti delle organizzazioni a cui fanno capo le cooperative e le istituzioni finite sotto accusa) si sia posto il problema di come vengono gestiti campi e centri di accoglienza, nonostante le ripetute denunce di numerose associazioni e Ong e le sempre più frequenti proteste dei profughi, spesso sfociate in autentiche sommosse, con blocchi stradali, scontri con la polizia, ecc. Basti citare i casi di Lampedusa, Mineo, Castelnuovo di Porto, Ponte Galeria. Senza alcun riscontro l’inchiesta a tappeto sollecitata dall’agenzia Habeshia all’indomani dello scandalo del Cpa di Lampedusa (esploso grazie a un servizio del Tg-2 giusto un anno fa, pochi giorni prima di Natale) e ribadita qualche settimana dopo, in seguito al suicidio di un giovane eritreo nel Cara di Mineo.
 Convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti. La scelta del 18 dicembre per la celebrazione della Giornata dei migranti lavoratori è legata all’adozione, da parte dell’assemblea delle Nazioni Unite, della “Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”. Una tappa importante, a cui si è arrivati, al termine di un percorso quasi ventennale, il 18 dicembre 1990. A quasi 25 anni di distanza da quella data, l’Italia non ha ancora firmato questa convenzione. Risultato si è visto Rosarno, Latina, Caeserta, Sicilia  sfruttamento dei migranti in tutti settori, agricoltura, edilizia, per fino dalle cooperative sociali.
Non risulta che la Giornata celebrata ieri sia servita a riflettere su tutto questo. O che quanto meno si sia affrontato seriamente qualcuno di questi punti, per portarlo a soluzione entro un tempo ragionevole. C’è da chiedersi, allora, se abbia ancora senso questo appuntamento, che rischia ogni anno di più di diventare una sterile cerimonia. Quasi una foglia di fico su responsabilità enormi.

 don Mussie Zerai


martedì 2 dicembre 2014

Implementing the Right to Development for Justice and Peace

Statement by H.E. Archbishop Silvano M. Tomasi
Permanent Representative of the Holy See to the United Nations
and Other International Organizations in Geneva
“Implementing the Right to Development for Justice and Peace.”
2 December 2014

Mr. High Commissioner,
Excellencies and Distinguished Delegates,
Ladies and Gentlemen,

I am grateful to the Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights for organizing this initiative to commemorate the anniversary of the UN Declaration on the Right to Development. I am also honored to have this occasion to present a brief reflection on the implementation process of this right. At stake are the pursuit of a more equitable world and of a peaceful coexistence for an increasingly pluralistic world. This occasion affords us the opportunity to consider the Declaration on the Right to Development, the principles on which it stands, and to take stocks on the progress the international community has made in this very important area of concern.

30 years ago a formal declaration on the Right to Development was prompted by social and political circumstances demanding a coordinated response to existing inequalities. Today, the global human family is still confronted with serious crises and challenges. U.N. data tell us that over 2.2 billion people – more than 15 per cent of the world’s population – are estimated to be either near or living in ‘multidimensional’ poverty with overlapping deprivations in health, education and living standards.[1] The economic and social gap between the “haves” and “have-nots” is widening. State and non-State actors are engaged in numerous serious and violent conflicts. They cause hundreds of thousands of victims. Pope Francis caught the public imagination when he defined the current situation a “World War Three…in pieces”[2]. These injustices and wars inhibit effective progress toward the implementation of the right to development. One might go so far as to deduce that, in some cases, a combination of national interests, arms trade, greed and power ambition block the political will many States from seriously pursuing the path of justice and peace as prescribed by the founding documents of the U.N. These elements provide evidence that the ideals of equality and solidarity that inspired the Universal Declaration of Human Rights and the treaties derived from this Declaration have lost their credibility for some people and that the culture supporting them has changed. Perhaps this reflection on how to universalize the implementation of the Declaration on the Right to Development can help to look at the fundamental principles that underlie this very right.
The social doctrine of the Catholic Church presents a few very fundamental notions, many explicitly articulated in the U.N. Declaration itself, as necessary for the proper approach and for the promotion of the right to development. These basic concepts are: 1) the unity of origin and a shared destiny of the human family; 2) the equal dignity of every person and of every community; 3) the universal destination of the goods of the earth; 4) human development must be integral embracing the whole person; 5) the human person must be at the center of every social activity; 6) solidarity and subsidiarity are necessary for a healthy development.[3] These principles are mutually intertwined, interdependent and essential for a right to development that can lead society out of its deep crises. Of these, I would like to highlight two in particular: equality of persons based on human dignity and the centrality of the human person and solidarity.

We can see a very strong, and necessary, I might add, convergence of the social doctrine of the Church and the Declaration on the Right to Development in the importance given to the dignity of the human person. For any realistic development of society the most basic and simple starting point is the realization that every human person is created free and with an equal and inviolable dignity. Yet, it is precisely this basic point that is most often obfuscated or, in some cases, completely ignored, and this lends to all sorts of injustices and abuses of human rights. As Pope Francis remarked to the European Parliament “Promoting the dignity of the person means recognizing that he or she possesses inalienable rights which no one may take away arbitrarily, much less for the sake of economic interests.”[4] When the equal dignity of the human person is not respected, whether collectively as in the case of States and institutions, or individually, other more “pragmatic” or “utilitarian” categories become the criteria by which society operates. In such a fundamental shift of mentality, emerge categories of “values” that place the human person at the service of some other “material gain or value”. The person becomes functional to consumerism or political power. In these cases, the dignity of others is considered worth being “sacrificed” for some greater material good.

In this perspective, perhaps all too prevalent in many cultures, a major factor becomes evident: the de facto categorization of persons into “classes” or “groups” as means more or less useful to economic or political “progress”. This dangerous approach is very much in need of our reflection and discussion; its negative effects, including the fact that it does not embrace the “notion of development in its “entirety”, are to be acknowledged. Pope Francis in his social Apostolic Exhoration, Evangelii Gaudium, observes: “Inequality is the root of social ills. The dignity of each human person and the pursuit of the common good are concerns which ought to shape all economic policies. At times, however, they seem to be a mere addendum imported from without in order to fill out a political discourse lacking in perspectives or plans for true and integral development.”[5] The task then before the international community and all individual Stake-holders is striving to reclaim the centrality of the human person and the common good as essential for integral human development. In this way, the seemingly insurmountable and lopsided perspective that gives preference to merely economic and political gains can be overcome. But two conditions are required. The first, the ideology of extreme individualism that has become pervasive should be reconsidered as it contradicts or ignores the rights of others; the second, a renewed effort to place again the human person as the end to which all political and economic decisions must be aimed.

A natural consequence of the respect for the centrality of the human person and the pursuit of the common good of the human family is an effective exercise of solidarity. Solidarity is more than a mere sentiment of compassion for the victims of injustice and for the underprivileged. Rather, in its proper sense and implementation, solidarity is an obligation of all persons and of all nations to co-operate with one another in our globalized world and to work collectively towards “eliminating obstacles to development.”[6] Perhaps the term “solidarity” in its often misused colloquial sense has been misunderstood. More than a mere expression of “random acts of kindness”, solidarity “presupposes the creation of a new mindset which thinks in terms of community and gives priority of the life of all over the appropriation of goods by a few.”[7] As such, solidarity leads beyond the radical individualism and materialism, found in so many cultural contexts, and toward the consideration of the plight of others, toward a change of worldview, in particular, with regard to the distribution of goods and resources which should not be at the service of a few privileged, but of all.

“Solidarity is a spontaneous reaction by those who recognize that the social function of property and the universal destination of goods are realities which come before private property. The private ownership of goods is justified by the need to protect and increase them, so that they can better serve the common good; for this reason, solidarity must be lived as the decision to restore to the poor what belongs to them. These convictions and habits of solidarity, when they are put into practice, open the way to other structural transformations and make them possible. Changing structures without generating new convictions and attitudes will only ensure that those same structures will become, sooner or later, corrupt, oppressive and ineffectual.”[8]

The transformative vision necessary to make the right to development effective comes from the values that sustain it. In this effort to address root cause, systemic issues and structural changes there is a convergence between the Declaration on the right to development and the social doctrine of the Church. In particular, the Declaration affirms the right to development as a human right (art.1); the human person as the central subject of development (art.2,1); all human beings have a responsibility for development (ar.2,2); States have the duty to co-operate with each other in ensuring development (art.3). The equal dignity of every person, the centrality of the person, and solidarity, are essential components that we must preserve and implement in all of the economic and political decisions on the international and local levels. Indeed these two principles undergird the right to development and certainly apply to every sector of life. If I may, I would like briefly to underscore two areas in particular in which there is urgent need of such attention: trade and migration.

The crisis witnessed in the Doha development agenda in the WTO negotiations admits to the necessity of finding ways of collaboration, placing the centrality of the human person in the prime place, rather than subservient to markets and economic advantage. The multilateral trade negotiations should return to their central role in addressing new problems, capitalizing on new opportunities, and, most importantly, in promoting a freer and more equitable trade, not as an end to itself, but as one of many tools to end poverty for all. The agreement just reached in the WTO moves in the positive direction and hopefully will accelerate the conclusion of the Doha Development Agenda.

The Global Forum on Migration and Development (GFMD) has documented how a justly managed migration can become a resource for the benefit and development of countries of origin, arrival and for the migrants themselves. This goal is achieved when a global governance that prioritizes the person of the migrants and their human rights and is open to a fair acceptance of newcomers as partners in development shows their contribution without prejudice and realistically acknowledges their positive presence.

The multilateral fora, even if imperfect, are the only place where all States have an equal voice that can ease the search for the common good of all.

In conclusion, my hope is that the emphasis placed on the Declaration on the Right to Development will serve as a catalyst to the proper implementation of its clear principles for the progress of the common good and the improvement of all sectors of life for people. Multilateral action can become effective and overcome current tragedies and protracted situations of misery. I wish to close with the words, once again, of Pope Francis: “In the case of global political and economic organization, much more needs to be achieved, since an important part of humanity does not share in the benefits of progress and is in fact relegated to the status of second-class citizens. Future Sustainable Development Goals must therefore be formulated and carried out with generosity and courage, so that they can have a real impact on the structural causes of poverty and hunger, attain more substantial results in protecting the environment, ensure dignified and productive labor for all, and provide appropriate protection for the family, which is an essential element in sustainable human and social development. Specifically, this involves challenging all forms of injustice and resisting the “economy of exclusion”, the “throwaway culture” and the “culture of death” which nowadays sadly risk becoming passively accepted.”[9]





[1] UN Special Rapporteur on the Eradication of Extreme Poverty, 17 Oct. 2014.  http://www.ohchr.org/SP/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=15175&LangID=E
[2] Pope Francis, Homily in Redipuglia, Italy.  13 September 2014.
[3] Cfr., Compendium of the Social Doctrine of the Catholic Church, 446.
[4] Pope Francis, Speech to European Parliament, 25 Nov. 2014.
[5] Pope Francis.  Apostolic Letter, Evangelium gaudium, 202-203.
[6] UN Declaration on the Right to Development, art. 3.3.
[7] Evangelium gaudium, 188.
[8] Evangelium gaudium, 189.
[9] Pope Francis.  Address to the Secretary General of the United Nations and other Directors of various International Organizations.  5 May 2014.

lunedì 24 novembre 2014

Migranti: mille pretesti per negare i ricongiungimenti familiari


di Emilio Drudi

“Torna tra dieci giorni”. Così ha detto un funzionario dell’ambasciata italiana in Uganda a Helen, una giovane etiope che aveva appena presentato la richiesta di visto per volare finalmente in Italia a ricomporre famiglia e affetti. A Helen c’erano voluti ben sei mesi di attesa per “conquistarsi” quell’appuntamento all’ufficio consolare di Kampala: già, metà anno solo per essere ricevuta, riempire i moduli per la domanda, pagare le tasse ed esibire il nulla osta rilasciato dal Viminale a suo marito, residente da anni a Roma. Ma… “Pazienza – si è detta – dieci giorni ancora e questa odissea sarà finita.
Passano i dieci giorni ed Helen (il nome è fittizio per evitare eventuali ritorsioni) risale le scale dell’ambasciata. “Mi dispiace – le dice lo stesso funzionario – Devi ritornare tra due settimane”. Lei vorrebbe protestare, ma si sforza di restare calma: “Va bene, tornerò…”. Quindici giorni dopo, quando sono ormai trascorsi 7 mesi dalla prima richiesta di appuntamento, stesso funzionario e stessa storia. L’unica variante è che il nuovo rinvio prevede il raddoppio del tempo di attesa: “Devi ritornare fra trenta giorni”, sono le parole che si sente dire, accompagnate da un sorriso più beffardo che benevolo. Ci sarebbe di che esplodere di rabbia, ma Helen riesce ancora a frenare la frustrazione e il disappunto. Si rifà viva dopo un mese ma neanche stavolta il visto è pronto. Tutto come prima, incluso lo strano sorriso del funzionario, sempre quello. Allora non ce la fa più e prova a farsi dare qualche spiegazione. Con fermezza ma senza perdere il controllo. “Si può sapere almeno – dice – quando sarà pronto il mio visto? Ho già pagato 159 dollari per la pratica e avrete constatato che dall’Italia è arrivato da tempo il certificato per il ricongiungimento”. “Per tutta risposta – riferisce Helen – ho ricevuto il solito, indecifrabile sorriso e una specie di sfogo senza senso. Qualcosa come: non lo so, non sono mica Dio…”.
Questo tira e molla è stato raccontato da Helen e da suo marito a don Mussie Zerai, dell’agenzia Habeshia. Hanno pensato che, dopo otto mesi di umiliazioni, forse la soluzione si sarebbe potuta trovare direttamente in Italia: ad Habeshia hanno chiesto se al ministero degli Esteri o a quello degli Interni, si può almeno trovare qualcuno in grado di fornire una spiegazione plausibile e magari di sbloccare la situazione, visto che il nulla osta per il ricongiungimento familiare è stato firmato da mesi.
Nelle stesse condizioni di Helen ci sono decine e decine di giovani donne, a volte con i bambini piccoli. A Kampala e ancora di più in altri Stati africani. Soprattutto a Khartoum e ad Addis Abeba storie di questo genere si ripetono da anni. Con le motivazioni più assurde. Molto frequente è l’insinuazione che il matrimonio su cui si basa il ricongiungimento familiare potrebbe essere falso o comunque non valido. Senza però addurre prove per un’accusa così pesante. E nonostante il Viminale abbia certificato che tutto è in regola. Le conseguenze, a volte, sono devastanti. Specie in Sudan, dove il visto per i migranti ha in genere una validità di soli sei mesi: alla scadenza o si viene espulsi o si finisce nel lager di Shakarab. Una prospettiva paurosa. Pur di evitarla diverse donne, disperate e stanche di aspettare, finiscono per rivolgersi ai trafficanti: pagano migliaia di dollari e corrono mille rischi per raggiungere in qualche modo la costa libica e da lì attraversare il Mediterraneo su un barcone “a perdere”, insieme a centinaia di altri profughi. Condannate da motivazioni pretestuose a imboccare una via di emigrazione clandestina, nonostante siano perfettamente in regola.
Non sono soltanto giovani donne le vittime di dinieghi e lungaggini basate su crudeli pretesti. Spesso sono prese in questo vortice anche persone anziane, che non hanno né la possibilità né la forza di tentare vie alternative di emigrazione, inclusa quella, al limite, degli scafisti. E’ eloquente la vicenda di una signora somala di oltre 60 anni che suo figlio vorrebbe portare in Italia. Lui vive da tempo a Roma. Ha un permesso di soggiorno regolare, una casa, un lavoro, un reddito dignitoso: tutto quello che richiede la legge per il ricongiungimento familiare, insomma. Manca il visto dell’ambasciata. In Somalia i nostri uffici diplomatici sono stati chiusi 23 anni fa, in seguito alla guerra civile che ha sconquassato il paese. Nell’aprile scorso la Farnesina ha deciso di riaprirli: in giugno l’ambasciatore Fabrizio Marcelli ha ricevuto le credenziali dal presidente Hassan Sheikh Mohamud ed è stato scelto il sito dove costruire la nuova sede, all’interno del compound dell’aeroporto di Mogadiscio, fortificato e presidiato come una trincea. Quella signora ha avviato la sua “pratica” molto prima dello scorso giugno. In mancanza di una nostra ambasciata a Mogadiscio, è stata costretta a rivolgersi alla diplomazia italiana in un altro Stato. I nostri consolati più vicini alla Somalia sono a Nairobi, in Kenya, e ad Addis Abeba, in Etiopia. Ma ai somali non è consentito accedere a questi due uffici per visti, pratiche di emigrazione, ecc. Non è rimasto che andare a Sana’a, nello Yemen, al di là del Mar Rosso. Visto il disagio, il lungo viaggio, le spese ingenti, l’età stessa della “richiedente”, sarebbe stato lecito attendersi attenzione e sollecitudine. Nient’affatto: anche in questo caso ne è nato un tira e molla infinito. E tuttora insoluto.
La Farnesina è al corrente di questa situazione. Storie come quella di Helen, della signora somala o delle ragazze eritree bloccate a Khartoum e ad Addis Abeba, sono state segnalate più volte sia a vari funzionari che, soprattutto, agli stessi ministri e viceministri in carica negli ultimi tempi. Finora non si è fatto nulla di concreto: un mare di promesse e basta. Senza esito anche gli appelli lanciati a parecchi parlamentari: in particolare ad alcuni che fanno parte della Commissione Esteri della Camera. C’è da chiedersi, allora, se non ci sia in realtà una tacita disposizione agli uffici diplomatici per ostacolare in tutti i modi la concessione dei visti di immigrazione, anche in caso di ricongiungimento familiare. Appare per lo meno strano, infatti, che certi incomprensibili comportamenti possano essere casuali, visto che si verificano contemporaneamente e sostanzialmente con le stesse modalità in diverse ambasciate: da Kampala a Khartoum, da Addis Abeba a Sana’a.

Ora sta per essere inviata l’ennesima segnalazione, questa volta indirizzata a Paolo Gentiloni, che dal 31 ottobre ha sostituito Federica Mogherini al vertice degli Esteri. Cambierà finalmente qualcosa?

lunedì 17 novembre 2014

Appello alle autorità Sudanesi. Fermate il Traffico di esseri Umani.



Sos per 15 profughi rapiti

I mercanti di morte controllano la frontiera tra Sudan ed Eritrea


Individuare, combattere, assicurare alla giustizia i trafficanti di uomini che controllano la frontiera tra l’Eritrea e il Sudan e tutto il vasto hinterland lungo le vie di fuga verso i campi profughi sudanesi.

E’ un appello che lanciamo con forza innanzitutto al Governo del Sudan ma, con la stessa determinazione, a tutta la comunità internazionale. In particolare all’Italia, all’Unione Europea, all’Unione Africana e agli Stati del Corno d’Africa che, su iniziativa del viceministro degli esteri italiano Lapo Pistelli, si apprestano a riunirsi a Roma in un confronto sul “Processo di Khartoum”, il protocollo d’intesa che vede al primo punto proprio il problema dell’emigrazione e che non può dunque ignorare il lucroso mercato di morte costruito sulla sofferenza e la disperazione di migliaia e migliaia di uomini e donne, spesso giovanissimi.

I trafficanti che operano lungo centinaia di chilometri della frontiera Sudan-Eritreaappartengono alle stesse bande di predoni, legate a organizzazioni internazionali del crimine, che per anni, nel Sinai, hanno sequestrato, ricattato, torturato e non di rado portato alla morte migliaia di migranti che, costretti a fuggire dai loro paesi nel Corno d’Africa o dell’Africa sub sahariana, tentavano di raggiungere e varcare il confine tra Egitto ed Israele. La loro presenza ai margini del confine settentrionale eritreo è ora la prosecuzione dello stesso business mafioso, giocato sulla vita di chi non ha altra alternativa che la fuga dal proprio paese per sottrarsi a guerre, persecuzioni, galera, torture. L’unica differenza è che adesso le basi operative delle varie bande sono in Sudan e non più nel deserto del Sinai. E che alle vecchie bande di predoni si sono aggiunti probabilmente gruppi di terroristi che fanno del traffico di uomini una lucrosa fonte di finanziamento.

Gli indizi di questo trasferimento “operativo” sono emersi sempre più numerosi e concreti negli ultimi tempi. Una spinta decisiva è sicuramente arrivata dalla costruzione della barriera pressoché insuperabile e lunga centinaia di chilometri, che ha blindato nel deserto la frontiera israeliana, ma non ha certamente posto fine al flusso crescente di profughi: lo ha solo spostato altrove e i trafficanti hanno seguito questo spostamento. I primi segnali si sono avuti con la presenza sempre piùnumerosa di emissari dei mercanti di morte intorno o addirittura all’interno dei campi profughi in Sudan: personaggi senza scrupoli che si propongono come intermediari per la traversata del Sahara verso la Libia o addirittura rapiscono direttamente nei campi stessi le loro vittime, per venderle poi alle varie bandeorganizzate. Ora si ha la certezza che questo sistema criminale si è insediato e ramificato in tutta la zona intorno ai confini con l’Etiopia e controlla di fatto sia la frontiera che il suo retroterra, intercettando e sequestrando un numero crescente di profughi. Senza che la polizia sudanese ne sappia nulla o che comunque intervenga.

L’ultima conferma viene da un episodio di questi giorni: almeno 15 ragazzi, di età compresa tra i 20 e i 23 anni, sono stati catturati da predoni armati in varie fasi, a pochi chilometri dal confine, mentre tentavano di raggiungere il campo di Shakarabo di proseguire il cammino verso Khartoum. “Almeno 15” perché ci sono forti indiziche altre decine di giovani eritrei siano finiti nelle mani dei predoni, anche se i familiari non hanno ancora potuto o voluto dare l’allarme. Le notizie dei rapimenti, infatti, filtrano sempre attraverso parenti o amici dei giovani sequestrati. E’ accaduto così anche per i 15 presi in questi giorni: la loro sorte è stata segnalata all’agenzia Habeshia dalla famiglia di uno del gruppo, un ventenne che, come i suoi compagni, ha disertato dall’esercito di Isaias Afewerki. Una famiglia poverissima. Il padre è morto combattendo per l’indipendenza dell’Eritrea contro l’Etiopia. La madre è stata costretta a scappare anni fa ed ora è rifugiata in Uganda. Prima di essere arruolato, lui viveva con una zia e alcuni cugini. Ed è stata proprio questa zia a mettersi in contatto con Habeshia. Ha raccontato che il nipote l’ha chiamata con il cellulare che gli hanno messo a disposizione i rapitori per chiedere il riscatto ai familiari: 15 mila dollari. Una cifra enorme che lei non è assolutamente in grado di racimolare, neanche facendo ricorso all’aiuto di altri congiunti. “Piangeva e urlava di dolore – ha raccontato la donna – perché durante la telefonata lo picchiavano e lo torturavano per rendere più ‘convincenti’ le sue parole. Per farmi capire che non esiteranno a ucciderlo…”.
E’ stato lui a raccontare alla zia come lo hanno preso e che erano ormai una quindicina, incatenati l’uno all’altro e chiusi in una piccola casa in muratura, da qualche parte in mezzo al deserto. Se la famiglia non riuscirà a pagare la sua liberazione, i predoni lo venderanno ad un’altra banda e poi magari ad un’altra ancora. E ad ogni passaggio il prezzo del riscatto salirà, con la minaccia finale dimetterlo a disposizione per il traffico di organi per i trapianti clandestini. Un destino analogo si profila per i suoi compagni.

E’ una logica di morte alla quale bisogna porre fine al più presto e con tutti i mezzi, “bonificando” dai trafficanti la fascia di confine con l’Eritrea, il suo hinterland e le zone limitrofe ai campi profughi. Ecco perché chiediamo con forza al Sudan, all’Italia, all’Unione Europea, all’Unione Africana, alla comunità internazionale, di intervenire al più presto per individuare e assicurare alla giustizia queste organizzazioni criminali. E’ già tardi: episodi come questo dei 15 ragazzi rapiti nei giorni scorsi confermano che le bande si sono radicate nel Sudan. Nella riunione convocata alla metà di ottobre a Khartoum tra gli Stati del Corno d’Africa, con il viceministro Lapo Pistelliper discutere di emigrazione, non risulta che si siaparlato di questa nuova catastrofe umanitaria. Eppure già allora i sintomi di quanto sta accadendo erano evidenti. Nei prossimi giorni, del “Processo di Khartoum” si tornerà a dibattere a Roma, sempre sotto l’egida dell’Italia, anche in virtù del semestre di presidenza all’Unione Europea. Occorre che almeno in questa occasione la tragedia dei mercanti di morte che operano al confine tra Sudan ed Eritrea diventi un punto centrale della discussione, individuando subito tutti i possibili interventi – politici, diplomatici, militari, di polizia, di intelligence e giudiziari – da mettere in campo a livello nazionale e internazionale.
E’ un passaggio essenziale: se verrà trascurato o anche solo sottaciuto il “Processo di Khartoum” non avrà alcun senso.


            don Mussie Zerai

         presidente dell’agenzia Habeshia