domenica 20 agosto 2017

I diritti dei piu deboli non è un diritto debole.


Agenzia Habeshia. Sgombero via  Curtatone



Appello al Governo e al Prefetto di Roma

video



Lo sgombero del palazzo di via Curtatone a Roma, occupato da circa 800 Eritrei ed Etiopi, titolari di permesso di soggiorno in quanto rifugiati politici e profughi, circa quattro anni fa, è l’ennesima dimostrazione di come il sistema di accoglienza in Italia sia gravemente inadeguato e carente. La radice sta nell’approccio emergenziale con cui è sostanzialmente organizzato, come dimostra l’enorme sproporzione tra i posti disponibili nel programma Sprar, che prevede un percorso di inclusione sociale, e la rete dei Cara e Cas, che ospita la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo presenti in Italia ma che di fatto si risolve solo in un enorme “parcheggio”. Mancano, cioè, progetti e iniziative guidate che possano aprire prospettive per il futuro alle persone alle quali è stato concesso lo status di rifugiato o comunque una forma di protezione internazionale. Il risultato è che, nel momento stesso in cui i richiedenti asilo ricevono un permesso di soggiorno a qualsiasi titolo, vengono di fatto abbandonati a se stessi: nulla che consenta loro persino di trovare un alloggio regolare e dignitoso, premessa indispensabile per non ritrovarsi allo sbando e potersi inserire, attraverso il lavoro, nella società italiana che teoricamente li ha accolti e alla quale intendono portare con convinzione tutto il contributo di crescita di cui sono capaci.



Questo stato di abbandono è esattamente quello che è accaduto alle centinaia di giovani che nell’ottobre 2013, non avendo alcun altro posto alternativo dove abitare, hanno occupato nel cuore di Roma il palazzo che è stato appena sgomberato. Lo stesso è capitato in precedenza ad altre migliaia di migranti di ogni nazionalità, sia a Roma che in numerose altre parti d’Italia, creando spesso situazioni di grande disagio: aree grigie dove si sono formate sacche enormi di donne e uomini praticamente dimenticati e di fatto privati dei loro diritti, giovani da sfruttare come braccia a buon mercato per il lavoro nero o, peggio, in taluni casi, per attività molto border line.



L’esigenza più immediata, dopo lo sgombero, è sicuramente quella di offrire una sistemazione alloggiativa, in via prioritaria, ai soggetti più deboli: donne, bambini, ragazzi minorenni, famiglie, disabili… E poi, per quanto possibile e anche con il loro stesso contributo, a coloro che sono in possesso di un permesso di soggiorno regolare come rifugiati o comunque titolari di una forma di protezione internazionale: a coloro, cioè, di cui in qualche modo lo Stato italiano si è fatto carico riconoscendone la legittimità delle ragioni che li hanno spinti a fuggire dal proprio Paese e della conseguente presenza in Italia. Lo stesso chiediamo per i migranti che si trovano a Roma nelle medesime condizioni di quelli evacuati da via Curtatone, non di rado incappati a loro volta in sgomberi analoghi.



Un auspicabile, urgente intervento del genere, tuttavia, deve essere soltanto un primo passo verso una radicale riforma dell’attuale sistema di accoglienza: è questo l’unico modo per risolvere davvero un problema generale che riguarda migliaia di persone e che si fa di giorno in giorno più grave. Rivolgiamo in questo senso un accorato appello alla Presidenza del Consiglio e chiediamo in particolare al prefetto di Roma di prendere spunto proprio dal caso di via Curtatone per sostenere, di fronte al Governo che rappresenta nella Capitale, la necessità di cambiare la politica sull’accoglienza seguita finora, in nome della dignità dei rifugiati ospitati in Italia e perché non debbano più ripetersi in futuro casi analoghi, ponendo rimedio anzi alle situazioni simili oggi presenti sia a Roma che in altre città della Penisola.



 don Mussie Zerai
Presidente dell'A.H.C.S





Roma, 19 agosto 2017

lunedì 14 agosto 2017

La Ue ha abbandonato i profughi e dato mano libera alla Libia: è tempo di gridare “no”.


Agenzia Habeshia





Il blocco per le navi delle Ong a 97 miglia dalle coste africane, ordinato dal Governo di Tripoli con il nulla osta ed anzi il plauso dell’Italia e dell’Unione Europea, chiude il cerchio di quella che appare quasi una guerra contro i migranti nel Mediterraneo. La situazione dei soccorsi ai battelli carichi di profughi che chiedono asilo e rifugio in Europa, viene riportata a quella creatasi all’indomani dell’abolizione del progetto Mare Nostrum quando, dovendo partire le navi da centinaia di chilometri di distanza per rispondere alle richieste di aiuto, ci fu immediatamente una moltiplicazione delle vittime e delle sofferenze. Non a caso, prima Medici Senza Frontiere e poi anche Save the Children e Sea Eye, hanno deciso di sospendere le operazioni di salvataggio in mare: troppo lunga la distanza da percorrere per fronteggiare con efficacia emergenze nelle quali anche un solo minuto di ritardo può risultare decisivo e, soprattutto, troppo rischioso – per sé ma ancora di più per i migranti – sfidare le minacce della Guardia Costiera libica, la quale non esita a sparare contro le unità dei soccorritori, come dimostra tutta una serie di episodi, incluso quello denunciato proprio in questi giorni dalla Ong spagnola Proactiva Open Arms.



La decisione di dare “mano libera” alla Libia purché, attuando veri e propri respingimenti di massa, si addossi il lavoro sporco di fermare profughi e migranti prima ancora che possano imbarcarsi o a poche miglia dalla riva, è il capitolo conclusivo della politica che, iniziata con il Processo di Rabat (2006) e proseguita con il Processo di Khartoum (novembre 2014), con gli accordi di Malta (novembre 2015) e il patto con la Turchia (marzo 2016), mira a esternalizzare fino al Sahara le frontiere della Fortezza Europa, confinando al di là di quella barriera migliaia di disperati in cerca solo di salvezza da guerre, persecuzioni, fame, carestia, e intrappolando nel caos della Libia quelli che riescono ad entrare o sono intercettati in mare e riportati di forza in Africa. Tutto ciò a prescindere dalla libertà, dalla volontà e dalle storie individuali dei migranti, calpestandone i diritti sanciti dalle norme internazionali e dalla Convenzione di Ginevra e senza tener conto della sorte che li aspetta, in Libia, nei centri di detenzione governativi, nelle prigioni-lager dei trafficanti, lungo la faticosa marcia dal deserto alla costa del Mediterraneo. Una sorte orrenda, come denunciano da anni, in decine di rapporti, la missione Onu in Libia, l’Unhcr, l’Oim, l’Oxfam, Ong come Amnesty, Human Rigts Watch, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, numerose associazioni umanitarie, diplomatici, giornalisti, volontari. Rapporti che parlano di uccisioni, riduzione in schiavitù, stupri sistematici, lavoro forzato, maltrattamenti e violenze di ogni genere come diffusa pratica quotidiana. Non a caso il procuratore Fatu Bensouda ha annunciato sin dal maggio scorso, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta su quanto sta accadendo ai migranti in Libia nei cosiddetti “centri di accoglienza” e su certi episodi che riguardano la stessa Guardia Costiera, avanzando l’ipotesi anche di “crimini contro l’umanità”.

   

Chiunque sia artefice di questa politica di respingimento e chiusura totale e chiunque la sostenga – sorvolando, tra l’altro, sul fatto che la Libia si è sempre rifiutata di firmare la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati – si rende complice di tutti questi orrori e prima o poi sarà chiamato a risponderne. Domani sicuramente di fronte alla Storia ma oggi, c’è da credere, anche di fronte a una corte di giustizia. Non mancano, infatti, diversi ricorsi a varie corti europee promossi da giuristi, associazioni, Ong, mentre anche il Tribunale Permanente dei Popoli, nella sessione convocata a Barcellona il 7 luglio, ha posto al centro della sua istruttoria il rapporto di causa-effetto tra le politiche europee sull’immigrazione e la strage in atto.



Alla luce di tutto questo, l’agenzia Habeshia fa appello alla comunità internazionale e alla società civile dell’intera Europa perché contestino le scelte effettuate dalle istituzioni politiche dell’Unione e dei singoli Stati e le inducano a un radicale ripensamento, revocando tutti i provvedimenti di blocco, istituendo canali legali di immigrazione e riformando il sistema di accoglienza, oggi diverso da Paese a Paese, per arrivare a un programma unico con quote obbligatorie, condiviso, accettato e applicato da tutti gli Stati Ue.



A tutti i media e ai singoli giornalisti, in particolare, l’Agenzia Habeshia fa appello perché raccontino giorno per giorno le morti e gli orrori che avvengono nell’inferno ai quali i migranti sono condannati, in Libia e negli altri paesi di transito o di prima sosta, dalla politica della Fortezza Europa, preoccupata solo di blindare sempre di più i propri confini, senza offrire alcuna alternativa di salvezza ai disperati che bussano alle sue porte. Serve come non mai, oggi, una informazione precisa, dettagliata, puntuale, continua perché nessuno possa dire: “Non sapevo…”.



 don Mussie Zerai
Presidente dell'A.H.C.S



Roma, 14 agosto 2017

domenica 13 agosto 2017

Meno profughi in Italia, più nell’inferno libico: è davvero una “vittoria” di cui vantarsi?




di Emilio Drudi



Nei primi sette mesi di quest’anno sono arrivati in Italia meno migranti di quanti ne siano sbarcati nello stesso periodo del 2016. Al 2 agosto, secondo i dati del Viminale, ne risultano 95.215 contro i 97.892 di un anno fa, con una flessione del 2,7 per cento. Il Governo lo ha comunicato con toni da “vittoria”, sottolineando in sostanza che comincia a funzionare la barriera eretta nel Mediterraneo, delegando alla Guardia Costiera libica il compito di bloccare in mare i barconi e riportare i profughi in Africa. Non a caso, pochi giorni dopo, è stata riportata con enfasi da numerosi giornali la notizia che nell’arco di sole 24 ore i guardacoste di Tripoli hanno intercettato e ricondotto in Libia, prima che varcassero la linea delle acque territoriali, oltre 800 migranti. Ottocento disperati, poi arrestati appena hanno messo piede a terra e trasferiti nei centri di detenzione.

E’ davvero una vittoria? Certamente sì, se il punto è fermare i richiedenti asilo ad ogni costo, contro la loro volontà, calpestandone la libertà e stracciando la Convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati, che l’Italia e tutti gli Stati europei hanno firmato come principio guida fondamentale della nostra democrazia. Tutt’altro che una vittoria è, invece, se si riflette sul destino al quale questi respingimenti di massa, effettuati in contrasto con il diritto internazionale e la legge del mare, stanno consegnando migliaia di esseri umani, costretti al rientro forzato nel caos della Libia, la quale, oltre tutto, la Convenzione di Ginevra non ha mai voluto firmarla e non si sente dunque minimamente vincolata a rispettarla. Sono eloquenti le denunce e i numerosi rapporti presentati, negli ultimi anni, sia da istituzioni internazionali che da organizzazioni umanitarie. Basterà citare i più recenti.

30 luglio 2017. Human Rights Solidarity sollecita le autorità libiche “ad assumersi le proprie responsabilità” per la tutela dei migranti ridotti in schiavitù, sottoposti a lavoro forzato e, specialmente le giovani donne, consegnati al “mercato del sesso”. “Sono crimini a cui bisogna porre fine”, afferma l’organizzazione, aggiungendo che soprusi avvengono anche nei centri di detenzione: cibo scarso, mancanza totale di assistenza medica, maltrattamenti. 

1 luglio 2017. La Guardia Costiera libica – alla quale l’Italia, per sostenerne il ruolo di gendarme del Mediterraneo, ha fornito navi, logistica, strumenti tecnici, addestramento e finanziamenti – è indagata dalla Corte Penale Internazionale “per gravi crimini contro i diritti umani”, inclusi “crimini contro l’umanità”. E’ una branca dell’inchiesta aperta due mesi prima sui soprusi e la sorte subita dai migranti in Libia annunciata dalla procuratrice Fatou Bensouda al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Trovano così conferma i reportage di numerosi giornali che da almeno un paio d’anni denunciano le violenze e i legami diretti di almeno parte della Guardia Costiera di Tripoli con i clan di trafficanti di uomini. Su quest’ultimo aspetto, i collegamenti dei guardacoste con il mercato di esseri umani, sta indagando dalla fine di luglio anche la Procura di Trapani.

21 maggio 2017. Il capo dell’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, chiede al Governo libico di liberare tutti i richiedenti asilo e i rifugiati rinchiusi nei centri di detenzione, mettendone sotto accusa la gestione e il trattamento riservato agli ospiti. La sollecitazione all’esecutivo guidato da Fayez Serraj arriva dopo una ispezione condotta dallo stesso Grandi in uno dei campi. “Sono rimasto scioccato – ha dichiarato dopo la visita – dalle dure condizioni in cui sono costretti migranti e rifugiati. Bambini, donne e uomini che hanno già patito tantissimo non possono essere sottoposti ad ulteriori pesanti privazioni e sofferenze”.

14 maggio 2017. L’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione (Oim) denuncia che a Sabha, la capitale del Fezzan, snodo cruciale delle piste che arrivano dal Sahara e si diramano verso Tripoli e la costa mediterranea, è organizzato alla luce del sole, direttamente in piazza, un autentico mercato degli schiavi: uomini e donne catturati dai trafficanti vengono ceduti all’asta al miglior offerente. Una denuncia analoga era stata fatta, sempre dall’Oim, esattamente un mese prima, il 14 aprile, ma nessuno è intervenuto. Anzi, il Consiglio Municipale di Sabha ha cercato di negare o comunque di sminuire. A supporto delle sue accuse l’Oim presenta una serie di testimonianze-choc, rese da vittime del traffico, giovani profughi provenienti da Niger, Gambia, Senegal e Ghana, catturati e “messi sul mercato” dai “passatori” ai quali si erano affidati per attraversare il Sahara e il confine con la Libia, partendo da Agadez. Conferma il dossier dell’Oim anche la scoperta del “ghetto di Alì”, una fortezza nel deserto, nel circondario di Sabha, cinta da alte mura e da siepi di filo spinato, sorvegliata da miliziani armati di mitragliatori. All’interno, in due gironi infernali distinti, sono rinchiusi uomini, donne e bambini. Almeno un migliaio di prigionieri – scrive Alessandra Ziniti su Repubblica – sottoposti a violenze di ogni genere, spesso torturati in diretta telefonica con le famiglie per indurle a pagare il riscatto. Anzi, perché siano ancora più convincenti, talvolta questi orrori vengono filmati, come ha rilevato anche l’Oim, per essere diffusi su you-tube. Non risulta che le autorità libiche e la polizia abbiano mai mosso un dito contro questo lager privato dei trafficanti.

9 maggio 2017. La Corte Penale Internazionale apre un’inchiesta sui crimini commessi in Libia contro i migranti. Nel mirino il traffico di uomini ma anche i centri di detenzione. “Stiamo indagando perché si presume che in questi centri, dove sono detenute migliaia di persone, tra cui donne e bambini, siano commessi, come pratica comune, gravi crimini, tra cui uccisioni e atti di tortura”, ha dichiarato la procuratrice Fatou Bensouda, aggiungendo: “Sono costernata per le informazioni credibili secondo cui la Libia è diventata un mercato per il traffico di esseri umani, mentre la situazione della sicurezza si è deteriorata in modo significativo rispetto all’anno scorso”.

Fine gennaio 2017. Alla vigilia del memorandum firmato a Roma dal premier Gentiloni e dal presidente Fayez Serraj, che delega a Tripoli il ruolo di “gendarme” per il controllo dell’immigrazione nel Mediterraneo, con il mandato di bloccare e riportare in Africa i profughi, l’ambasciatore tedesco in Nigeria, dopo una visita in Libia, sconsiglia vivamente di concentrare nel Paese i migranti a causa delle condizioni di assoluta precarietà e insicurezza a cui sono abbandonati e per la mancanza di strutture adeguate ad accoglierli, anche solo temporaneamente, con un minimo di dignità e rispetto. Un quadro analogo viene descritto dal Governo nigeriano per mettere sull’avviso i tanti che dalla Nigeria scelgono la via libica per tentare di arrivare in Europa.  

13 dicembre 2016. Un rapporto dell’Onu rileva che i migranti presenti in Libia sono sottoposti a soprusi, torture, stupri, riduzione in schiavitù ed altre forme di violenza. Abituale e sistematica la violazione dei diritti più elementari della persona. “Siamo di fronte a una crisi umanitaria – si legge nel dossier – Il crollo del sistema di giustizia consente una totale impunità ai gruppi armati, ai clan criminali, ai trafficanti che controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”. Il tutto con la complicità di funzionari governativi e dell’apparato dello Stato: “La missione delle Nazioni Unite – sottolinea la relazione finale – ha ricevuto informazioni credibili secondo cui esponenti delle istituzioni statali e funzionari locali collaborano con le organizzazioni del traffico di uomini”.

13 dicembre 2016. Un capitolo specifico del rapporto presentato dalle Nazioni Unite il 13 dicembre riguarda le donne. Ne emerge che sono loro, specie le più giovani, le vittime più esposte alla tragedia del traffico di esseri umani, ribadendo la denuncia di numerosi dossier pubblicati nei mesi precedenti da diverse Ong. In particolare, a conferma di una indagine avviata in Italia su iniziativa di alcuni medici della Croce Rossa, risulta che tantissime, la maggioranza, a partire da almeno tre mesi prima di entrare in Libia, assumono dosi massicce di anticoncezionali, con conseguenze spesso irreversibili per la loro salute. Il motivo è evidente: temono di essere violentate e dunque cercano almeno di evitare una gravidanza non desiderata. Un timore fondato, come testimoniano molte ragazze giunte in Europa, che raccontano di stupri sistematici: nei centri di detenzione governativi, nei lager dei trafficanti o lungo il viaggio stesso ad opera dei “passatori”. Una ragazza eritrea, ad esempio, ha riferito come ogni sera, per oltre un mese, sia stata puntualmente prelevata dallo stanzone in cui era rinchiusa con le compagne e violentata da uno dei militari in servizio nel centro di detenzione, fino al mattino. Non a caso, sulla scorta di racconti come questo, l’Ordine di Malta ha proposto di istituire una “rete di sostegno” mirata per le donne migranti in tutta Europa, con un’attenzione particolare per quelle che hanno subito violenza.

16 settembre 2016. Un’inchiesta giornalistica di Lorenzo Cremonesi, pubblicata dal settimanale Sette, denuncia l’inferno delle carceri di Misurata, Tripoli, Garabouli, Al Khums e Zawiyah, dove sono rinchiusi numerosi migranti. La violenza da parte delle guardie è pratica quotidiana. “I detenuti – si legge in un passo – vengono picchiati con i calci dei fucili dai secondini, che spesso li sbattono in isolamento in buchi oscuri”. Ma anche la “normalità” è orrenda: sovraffollamento, materassi luridi gettati sul pavimento come giacigli, cibo scarso e pessimo, interrogatori violenti e condotti a furia di percosse. E colpisce l’ammissione del presidente del Consiglio di Stato: “Non si può negarlo: spesso coloro che controllano i migranti collaborano con gli scafisti: è un business enorme”.

Fine agosto 2016. All’ospedale San Carlo di Milano, i medici scoprono che a un profugo sudanese di 35/40 anni, ricoverato per un malore, manca il rene sinistro. Sulla schiena ha cicatrici corrispondenti a una nefrectomia: l’organo gli è stato asportato di recente con un intervento chirurgico. Interrogato, l’uomo racconta confusamente che quando era in Libia, in attesa di un imbarco, era stato narcotizzato, risvegliandosi poi in quelle condizioni. L’ospedale ha subito avvertito la polizia, ma il profugo ha fatto perdere le proprie tracce prima di un interrogatorio formale. Il suo racconto fa presumere che abbia messo radici anche in Libia il mercato di organi per i trapianti clandestini denunciato nel dicembre del 2009 nel Sinai e successivamente nel Sudan. Una conferma arriva alcune settimane dopo dal procuratore aggiunto di Palermo, Maurizio Scalia, che sta conducendo un’inchiesta sul traffico di esseri umani e che, riferendo la confessione di un pentito considerato affidabile, ha dichiarato: “Alcuni migranti che non sono in grado di pagarsi il conto del viaggio dal Nord Africa all’Europa subirebbero espianti di organi poi destinati al mercato nero, dove vengono pagati circa 15 mila dollari. La base di questi traffici sarebbe in Egitto”. In Egitto come era emerso per gli espianti forzati segnalati nel Sinai, quasi a indicare che potrebbe trattarsi della stessa rete di organizzazioni criminali.

1 luglio 2016. Un rapporto di Amnesty, basato su decine di terribili testimonianze, fa emergere per l’ennesima volta la drammatica serie di violenze subite dai migranti in Libia: minacce, maltrattamenti, uccisioni e persecuzioni religiose, abusi sessuali e di ogni altro genere. Ne risultano responsabili in particolare i trafficanti di esseri umani, ma anche gruppi di miliziani armati e la stessa polizia. Tutti sembrano in grado di agire pressoché indisturbati, nell’indifferenza o comunque nell’impotenza delle istituzioni. “I migranti e i rifugiati – si afferma – sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia e vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture, sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori; altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei trattamenti subiti”. Secondo le relazioni pubblicate in precedenza da altre Ong o da associazioni umanitarie, come Human Rights Watch, Habeshia, Inmigrazione, nei centri di detenzione “ufficiali” non va granché meglio. Da qui la conclusione di Amnesty: “L’Unione Europea dovrebbe occuparsi meno di tenere migranti e rifugiati fuori dalle sue frontiere e concentrarsi maggiormente sulla messa a disposizione di percorsi legali e sicuri per coloro che sono intrappolati in Libia. La priorità deve essere quella di salvare vite umane”.

Agosto 2014 – marzo 2015. In quasi tutti i centri di detenzione i miliziani hanno campo libero. In molti casi hanno fatto irruzione e requisito decine di prigionieri, obbligandoli a portare armi e munizioni fin sulla linea del fuoco durante gli scontri tra le diverse fazioni che si contendono il potere. E’ accaduto in particolare nelle battaglie di Bengasi nella primavera del 2015, in quelle per la conquista e il controllo dell’aeroporto di Tripoli nell’agosto del 2014 e, ancora prima, nei conflitti tribali a Kufra. Ne hanno riferito il rapporto di un cooperante del Cesvi, una organizzazione umanitaria italiana, e le denunce dell’agenzia Habeshia. Di parecchi dei giovani sequestrati si sono perse le tracce. Alcuni di quelli che, magari feriti, sono riusciti a fare ritorno nei campi di accoglienza, hanno raccontato che diversi compagni erano morti, presi in mezzo al fuoco incrociato dei combattenti dei due fronti. Nessuna reazione da parte del Governo libico.

Ecco, oggi la Libia è per i migranti l’inferno descritto in questi rapporti. Ed è a questo infermo che i muri innalzati nel Mediterraneo dall’Italia, d’intesa con Tripoli, condannano i richiedenti asilo intercettati in mare e costretti a tornare indietro. Roma non può non saperlo. C’è da chiedersi, allora, se davvero sia il caso di “vantare” l’efficacia del nuovo blocco, come fa il Viminale. A meno che quello che conta non sia semplicemente “fare muro”. Ad ogni costo. Ma “fare muro”, oltre a violare le norme internazionali che vietano i respingimenti indiscriminati di massa, significa rendersi complici degli orrori raccontati dall’Onu, dall’Unchr, dall’Oim, da tutte le principali Ong, da giornalisti, diplomatici, associazioni umanitarie, volontari. Con pesanti responsabilità morali, politiche e, probabilmente, anche giuridiche.





Tratto da: Tempi Moderni

giovedì 10 agosto 2017

SOLIDARITY IS NOT A CRIME

















SOLIDARITY IS NOT A CRIME




DECLARATION BY

Barbara Spinelli                                (MEP - group GUE-NGL)

Marie-Christine Vergiat                    (MEP - group GUE-NGL)

Pascal Durand                                   (MEP - group Greens/European Free Alliance)

Ana Gomes                                        (MEP - group S&D)





Brussels, August 11, 2017



The recent proliferation of prosecutions in Italy and France towards people who showed solidarity with the refugees is a disturbing attempt to create division among NGOs active in Search and Rescue operations, and to isolate common European citizens who are concerned with the safety of the forced exiles who embarked in perilous journeys from Eritrea, Sudan, Libya, Syria, Afghanistan and many other distressed countries. Since years, they risk death on land and sea on a daily basis – in a sort of Darwinian selection – and the European Union, where only a part of them arrive, is closing more and more its doors and externalizing its asylum policies. The vast majority of migrants and refugees (80%) finds shelter in developing, mostly African countries. The extraordinary activity of NGOs in the Mediterranean is due to the absence of proactive public Search and Rescue operations carried out by the Union and its Member States, since the end of "Mare Nostrum".



Solidarity must not be considered a law-breaking offense. It is not a crime, but a humanitarian obligation.



Today, we are particularly concerned about two persons who took action to rescue migrants and asylum-seekers, in Italy and France. In both cases, their solidarity towards people in mortal danger is equated with the activity perpetrated by smugglers. In both, we are confronted with anachronistic laws whose purpose is to criminalise the so-called clandestine immigration and whosoever could be suspected of favouring it: the Bossi-Fini law in Italy and, in France, the CESEDA (Code of the Entry and Residence of Foreigners and of the Right of Asylum), which charges up to five years of prison and a fine of € 30,000 for those “passeurs” who facilitate or attempt to facilitate the entry, reception and circulation of migrants and refugees.



In Italy, Mussie Zerai, an Eritrean priest who has been nominated for the Nobel Peace Prize for helping save the lives of thousands of migrants and refugees crossing the Mediterranean, is now under investigation on suspicion of abetting illegal immigration.[1] On Monday 7 of August the President of  the agency Habeisha received a notification of being under investigation from the Trapani public prosecutor’s office. Having fled Eritrea as a youngster, after his seminary Father Zerai became a reference point for migrants and refugees in distress. For a long time, his telephone number was the only one that many could call in case of emergency assistance. He would sometimes receive calls for help from people in distress calling from a satellite phone from their rickety vessels at sea. Each time, he transmitted the coordinates of the boats to the Italian coast guard and, afterwards, to private rescue ships known to be in the vicinity.



That is likely the reason his name ended up in a probe which Trapani prosecutors opened into illegal immigration, focusing on the roles allegedly played in migrant rescues by some NGOs. The candidate for the Nobel Prize rejects the accusation of having taken part in clandestine messaging. “I have never been part of the alleged secret chats”. “The reports are the result of requests for help from vessels in difficulty outside of the Libyan waters and in any case after hours of precarious and dangerous navigation”.



In France, on Tuesday 8 of August a farmer, Cédric Herrou, has been convicted of helping refugees to cross the border between his country and Italy.[2] The appeal court of Aix-en-Provence gave Mr Herrou a suspended four-month prison sentence. Authorities said Herrou assisted some 200 migrants over the past year, housing some in his farm in the Roya valley in the Alps, near the Italian border. A 2012 French law provides legal immunity to people helping migrants with "humanitarian and disinterested actions" but the prosecutor has argued Herrou was subverting the law. Herrou said that he "has no regrets" and will not stop helping migrants, calling it his citizen's duty.

At an earlier trial in January, Herrou said: "I picked up kids who tried to cross the border 12 times". "There were four deaths on the highway. My inaction and my silence would make me an accomplice. I do not want to be an accomplice."

We ask the European Union and its Member States to stop the defamatory campaign conducted against NGOs and those citizens who are taking emergency humanitarian actions in favour of refugees and migrants. We ask the Commission and the Member States to be fully respectful, for their part, of the international law – Geneva Convention, Law of the Sea, Convention on the Rights of the Child, Charter of European Fundamental Rights –  as regards the principle of non-refoulement, the protection of children and non accompanied minors and the obligatory Search and Rescue of people in distress or imminent danger at sea.


 


http://habeshia.blogspot.fr/2017/08/la-solidarieta-non-e-un-crimine.html


 


http://abonnes.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2017/08/08/poursuivi-pour-aide-a-l-immigration-clandestine-cedric-herrou-attend-son-jugement-en-appel_5169880_1654200.html








[1] http://habeshia.blogspot.fr/2017/08/la-solidarieta-non-e-un-crimine.html
[2] http://abonnes.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2017/08/08/poursuivi-pour-aide-a-l-immigration-clandestine-cedric-herrou-attend-son-jugement-en-appel_5169880_1654200.html


martedì 8 agosto 2017

La Solidarietà non è un Crimine.


Comunicato stampa



Negli ultimi giorni, prendendo spunto dall’inchiesta aperta dalla Procura di Trapani su alcuni episodi di cui si sarebbero resi protagonisti membri della Ong tedesca Jugend Rettet, sono stato chiamato in causa da qualche testata giornalistica per episodi che, così come sono stati ricostruiti e raccontati, si rivelano a mio avviso vere e proprie calunnie e, per la sistematicità con cui vengono rappresentati e diffusi, potrebbero configurare una vera e propria campagna denigratoria nei miei confronti e di quanti collaborano con me nel programma umanitario in favore di profughi e migranti, che abbiamo costruito nel corso di anni di lavoro.

Mi riservo di controbattere nelle sedi legali opportune a questa serie di calunnie che mi sono state indirizzate. Per il momento posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla Ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti.

Confermo che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a Ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le Ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese. Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare. Tutte le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane, al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa. Quando mi è stata comunicata nella richiesta di aiuto, ho specificato anche la posizione in mare più o meno esatta del natante. Lo stesso vale per il numero dei migranti a bordo ed altre notizie specifiche: persone malate o ferite, donne in gravidanza, rischi particolari, ecc. In buona sostanza, cerco di avere ogni volta le informazioni che mi sono state indicate proprio dalla Guardia Costiera Italiana. E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso. 

Non si tratta dunque, come qualcuno ha scritto, di messaggi telefonici in rete “pro invasione” dei migranti – ammesso e non concesso che sia una invasione, ipotesi smentita dalle cifre stesse degli arrivi rispetto alla popolazione europea – ma di interventi rivolti a salvare vite umane. Interventi concepiti nel medesimo spirito, ad esempio, dell’operazione Mare Nostrum – varata nel novembre 2013 dal Governo italiano e purtroppo revocata dopo un anno – nella convinzione che se programmi del genere fossero in vigore ad opera delle istituzioni europee o magari dell’Onu, probabilmente non sarebbe stata necessaria la mobilitazione delle Ong e, più modestamente, quella di Habeshia, nel Mediterraneo. Fermo restando che il problema non si risolve con il soccorso in mare, per quanto tempestivo ed efficiente, ma, nel breve/medio periodo, con l’organizzazione di canali legali di immigrazione e con una riforma radicale del sistema europeo di accoglienza e, nel lungo periodo, con una stabilizzazione/pacificazione dei paesi travolti dalle situazioni di crisi estrema che costringono migliaia di persone a fuggire ogni mese.

Quanto alle accuse che mi vengono mosse dal Governo eritreo, anche queste ampiamente riprese da alcuni organi di stampa, si commentano da sole: sono le accuse di un regime dittatoriale che ha schiavizzato il mio Paese e non tollera alcun tipo di opposizione, perseguendo anche il minimo dissenso con la violenza, il carcere, i soprusi, la calunnia. Un regime – hanno denunciato ben due rapporti dell’Onu, dopo anni di inchiesta, nel 2015 e nel 2016 – che ha eletto a sistema il terrore, costringendo ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare la propria casa per cercare rifugio oltre confine.

Alla luce di tutto questo, ritenendo molte notizie pubblicate sul mio conto assolutamente diffamatorie e denigratorie, ho dato incarico ai miei legali di tutelare in tutte le sedi opportune la mia onorabilità personale, quella del mio ruolo di sacerdote e quella di Habeshia, l’agenzia che ho fondato e con la quale collaborano persone assolutamente disinteressate e a titolo totalmente volontario.





don Mussie Zerai



presidente dell’Agenzia Habeshia




lunedì 17 luglio 2017

Sempre più profughi condannati a morire nel deserto



di Emilio Drudi



Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.







Tratto da: Tempi Moderni

venerdì 30 giugno 2017

Migranti, più morti per i muri a terra mentre si alza l’ennesimo muro in mare


di Emilio Drudi

Li hanno trovati in mezzo al Sahara, morti di sete e di stenti. Sono le ultime 52 vittime del deserto lungo le vie di fuga che dal Niger conducono i migranti verso la Libia e l’Algeria. A dare l’allarme sono stati 24 compagni che si erano avventurati a cercare aiuto ed hanno avuto la fortuna di incontrare una pattuglia di militari nigerini. Il gruppo era partito da Agadez almeno tre giorni prima. In tutto, 76 giovani, uomini e qualche donna, provenienti da Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria e Senegal, ammassati su tre pick-up: una delle tante carovane di disperati organizzate dai trafficanti che hanno base in Niger, dove si è ormai creata una situazione simile a quella della Libia e del Sudan. Puntavano verso la frontiera libica, distante circa 800 chilometri, almeno 3 o 4 giorni di viaggio, per raggiungere poi Sabha, nel Fezzan, principale snodo delle piste che arrivano dal Niger e dal Ciad, attraverso il Sahara, e si diramano poi verso Tripoli e la costa mediterranea. Lungo il tragitto, i trafficanti li hanno abbandonati nel deserto, senz’acqua e senza cibo. Le armi spianate hanno soffocato qualsiasi possibilità di resistenza. Inutili le proteste e le suppliche.
Ventiquattro di loro, i più forti e risoluti, hanno deciso di incamminarsi lungo la pista, sperando di arrivare a un villaggio qualsiasi. Erano allo stremo quando, domenica 25 giugno, li ha intercettati per caso una pattuglia dei militari nigerini che presidiano il deserto. Sulla base delle loro indicazioni i soldati hanno cercato gli altri. Li hanno trovati qualche ora dopo, ma era già troppo tardi. Le salme, recuperate con l’aiuto della popolazione locale, sono state sepolte ad Agadez. Fatoum Boudu, prefetto della regione di Bilma, nel nord del Niger, ha detto che ora la polizia sta dando la caccia ai trafficanti, ma c’è da dubitare, nel caos di Agadez, che ne venga fuori qualcosa. Sembra certo, comunque, che la via del deserto è sempre più battuta e sempre più pericolosa, quasi totalmente in mano ai “mercanti di uomini”. Da tempo Ong e inchieste giornalistiche documentano che anche il Sahara, come il Mediterraneo, è diventato un enorme cimitero. Nell’ultimo mese e mezzo, tuttavia, si è profilata una escalation impressionante, con decine di vittime e altre decine di profughi salvati in extremis.
Alla metà di maggio, oltre 50 migranti sono stati trovati quasi morti di sete lungo una pista in mezzo al nulla, disidratati da temperature che in questa stagione sfiorano i 50 gradi. Hanno raccontato, come i superstiti di domenica 25 giugno, che a un certo punto i trafficanti a cui si erano affidati li hanno abbandonati in pieno Sahara, pare a fronte delle difficoltà che si profilavano per passare il confine. Circa due settimane dopo, il 31 maggio, sono morti 44 migranti, rimasti bloccati qualche centinaio di chilometri a nord di Agadez e un centinaio circa prima della frontiera libica, a causa di un guasto del camion su cui erano stati caricati, quasi uno sull’altro. Dai trafficanti che avevano pagato per il trasporto non hanno ricevuto alcun genere di aiuto. Si sono salvati solo i sei, tra cui una donna, che hanno lasciato il gruppo per andare a cercare soccorsi e sono stati avvistati per caso da una pattuglia della polizia nigerina nei pressi del villaggio di Achegou.
Il 16 giugno, nove giorni prima dell’ultima tragedia, sono stati salvati in extremis, da due autopattuglie di soldati in servizio d’ispezione nel deserto, oltre 100 migranti provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale. Assetati e ormai allo stremo, i medici a cui sono stati affidati in ospedale ad Agadez hanno dichiarato che sarebbero bastate ancora poche ore per un’altra strage. Anche loro hanno raccontato di essere stati abbandonati dai trafficanti a cui si erano affidati, non si sa se in base a un piano precostituito o per le difficoltà incontrate nell’attraversare il deserto o previste alla frontiera con la Libia.
Di episodi analoghi sono rimasti vittime gruppi di richiedenti asilo intrappolati nella terra di nessuno tra il confine blindato del Marocco dal quale sono stati respinti e quello dell’Algeria, dove le guardie di frontiera hanno impedito loro di rientrare. L’ultimo caso, all’inizio dello scorso maggio, riguarda circa 40 siriani, famiglie con donne e bambini, abbandonati da tutti e sopravvissuti solo grazie all’aiuto offerto da gruppi di volontari marocchini e algerini. Lo stesso è capitato, in febbraio, a una trentina di migranti subsahariani, inclusi alcuni malati.
C’è da credere che tutto questo non avvenga per caso. Potrebbe essere un effetto della chiusura sempre più rigida dei confini meridionali, in pieno Sahara, della Libia e degli altri Stati del Maghreb e del Mashrek, per impedire che i migranti possano anche solo avvicinarsi alla sponda del Mediterraneo in cerca di un imbarco. Del resto le dichiarazioni di certi politici europei ed italiani sono esplicite. “Bisogna impedire che i migranti possano imbarcarsi”, ha detto di recente Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, ribadendo la linea dura che ha sempre perseguito. E sulla stessa linea si colloca la svolta, ancora più dura che in passato, impressa alla politica italiana di respingimento dal ministro degli interni Marco Minniti.
Potrebbero essere “figlie” proprio di questo ulteriore giro di vite due nuove iniziative della politica italiana. La prima riguarda proprio il rafforzamento della vigilanza sui confini sahariani della Libia. Il primo giugno scorso – ha riferito la stampa di Tripoli – il comitato misto italo-libico per la lotta all’immigrazione illegale e al contrabbando ha deciso di formare una nuova commissione per controllare le regioni del sud del paese e contrastare i flussi migratori dal Niger, dal Ciad e dal Sudan. Il nuovo organismo “sarà formato da personale della guardia di frontiera libica e del ministero della difesa italiano”, scrive il Libya Observer, che pone il nuovo accordo sullo stesso livello delle intese raggiunte tra il Viminale, la Direzione generale per la sicurezza delle coste libiche e la Direzione per l’immigrazione di Tripoli. Nei servizi giornalistici non è specificato se al ministero della difesa italiano verrà riservato “soltanto” il compito di coordinamento degli interventi o se soldati italiani parteciperanno direttamente alle operazioni sul terreno, magari con la solita, ipocrita formula dei “consiglieri militari aggregati”. Certo è che si tratta di erigere un vero e proprio muro in pieno deserto.
L’altra iniziativa è di questi giorni. Se ne è fatto promotore a Bruxelles lo stesso presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che ha prospettato la chiusura dei porti italiani e, dunque, il divieto di approdo e di sbarco, per le navi delle Ong straniere impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Canale di Sicilia, al largo della Libia. Di fatto, un altro muro in mezzo al mare, perché verrebbe impedita o fortemente limitata l’attività degli equipaggi di volontari di tutta Europa che stanno cercando di arginare la strage dei migranti, sopperendo alle carenze, ai ritardi e all’indifferenza dell’Unione Europea e dei singoli Stati Ue. Roma inclusa, che “grida all’invasione” sulla base degli ultimi sbarchi, ma è almeno in parte smentita dai dati dello stesso Viminale. Proprio mercoledì 28 giugno, quando le agenzie di stampa stavano battendo la minaccia di Gentiloni, infatti, Repubblica online ha pubblicato il numero totale di arrivi comunicato dal ministero degli interni dal primo gennaio: circa 77 mila, più alcune centinaia in procinto di sbarcare. Insomma, meno di 80 mila a fine giugno. Rispetto al 2016 c’è un aumento del 13 per cento: come dire, in termini assoluti, quasi 10.400 in più. Non tanti da autorizzare a parlare di “situazione ingestibile” come si sta facendo. E, oltre tutto, se si tiene conto che lo scorso anno sono arrivati in poco meno di 181.500, oggi, a fine giugno, metà anno, si è ancora ben lontani dalla metà di quella cifra. Ovvero, la situazione non si discosta troppo da quella del 2016. A meno che non si vogliano ignorare le cifre reali, alimentare una sorta di isteria e creare una clima di ultimatum/ricatto nei confronti di Bruxelles. Se è questo l’intento di Roma, difficilmente si arriverà a un risultato concreto. Il punto vero è che Roma per prima non ha mai fatto nulla per varare un sistema unico di accoglienza europeo, con quote obbligatorie e vie legali di immigrazione, condiviso e applicato da tutti gli Stati membri della Ue, che è l’unico modo per dare risposte efficaci al problema. Peggio, questa minaccia di chiudere i porti alle navi di soccorso non battenti bandiera italiana è una misura non solo in contrasto con il diritto internazionale, ma odiosa in sé, perché ignora il “naufragio continuo” che si verifica di fronte alle nostre coste. “Una vergogna e un atto di barbarie che non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche ed ideologiche, perché, con un atto di cinismo enorme, si condannerebbero a morte migliaia di persone sospese tra le persecuzioni subite nei paesi d’origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza”, si legge in una petizione lanciata da Ong e associazioni umanitarie che ha raccolto in breve migliaia di adesioni. Fermo restando che Bruxelles “deve assumersi le sue responsabilità e prendere decisioni coraggiose, in linea con i principi morali che sono alla base dell’idea stessa del sogno europeo”.
E’, questo ennesimo muro dei porti chiusi, quanto meno un errore clamoroso. O, molto peggio – come rileva da Bruxelles l’europarlamentare Barbara Spinelli – il tentativo di “usare migliaia di esiliati forzati come moneta di scambio nei negoziati con l’Unione, nel completo disprezzo delle prescrizioni della legge del mare e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”. Un’offesa bruciante e meschina, l’ennesima, oltre tutto, alle Ong che operano da anni nel Mediterraneo, fianco a fianco con le navi della Marina e della Guardia Costiera italiane: tutti insieme per salvare vite, senza distinzioni di bandiere.
  

Tratto da: Diritti e Frontiere