martedì 9 settembre 2014

Europa: vita difficile per chi cerca protezione

Bruxelles, 9 settembre 2014. Accesso limitato al territorio EU, richiedenti asilo che finiscono in centri di detenzione in alcuni paesi, e accoglienza spesso inadeguata per capacità e condizioni: questi alcuni degli aspetti messi in luce dalla ricerca presentata oggi dal Consiglio Europeo sui Rifugiati e gli Esuli (ECRE), che illustra il persistente divario tra la teoria del Sistema Comune d’Asilo Europeo (CEAS) e la stridente realtà che affrontano i richiedenti asilo nei 15 Stati Membri dell’Unione Europea analizzati dal rapporto (Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Francia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Malta, Olanda, Polonia, Svezia e Regno Unito).

Mentre alle porte dell’Europa si moltiplicano i conflitti, chi cerca protezione spesso trova la morte in viaggi  sempre più rischiosi per raggiungere L’Europa.
“Creare più ostacoli ai rifugiati per raggiungere il territorio UE è di solo beneficio per i trafficanti. E’ assurdo che i rifugiati siano costretti a pagare migliaia di euro per raggiungere l’Europa a causa delle politiche restrittive dei visti, di sanzioni e controlli ai confini che impediscono loro di viaggiare legalmente. Se sopravvivono al viaggio e mettono piede sul suolo europeo, allora per molti di loro, come i siriani e gli eritrei, verrà garantito asilo e possibilità di ricostruire le proprie vite in Europa. Per quanto tempo ancora le politiche europee e la  non-volontà di creare canali di accesso protetto e legale per i rifugiati all’UE obbligheranno le persone a mettere in pericolo le loro vite e arricchiranno i trafficanti?”, dichiara Michael Diedring, Segretario Generale dell’ECRE, al lancio del rapporto “Mind the gap: una prospettiva delle ONG sulle sfide dell’Accesso alla Protezione nel Sistema Comune d’Asilo”.

Quest’anno sono morte o disperse nel mar Mediterraneo oltre 2.000 persone, nonostante gli sforzi dell’operazione “Mare Nostrum” che ne ha salvate oltre 100.000.
“Concordiamo sul fatto che il soccorso in mare nel canale di Sicilia debba essere considerato una responsabilità europea e che gli sforzi italiani nell’operazione “Mare Nostrum” debbano essere supportati dagli altri Stati Membri e dalla stessa Commissione Europea. “Frontex Plus”, per il momento, non sembra andare in questa direzione. Piuttosto punta al rafforzamento dei controlli e della sorveglianza”, sottolinea Christopher Hein, Direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati

Quei richiedenti asilo che riescono ad arrivare in Europa continuano a dover affrontare ulteriori ostacoli: la detenzione amministrativa durante l’esame della domanda e l’accesso all’accoglienza.
In Ungheria il 26% di tutti i richiedenti asilo e quasi la metà (42%) degli uomini singoli sono detenuti (aprile 2014), anche i minori non accompagnati sono trattenuti insieme agli adulti per lunghi periodi, nonostante la legge lo vieti. A Cipro, dove la detenzione riguarda un numero minore di casi, le condizioni sono simili a quelle di una vera e propria prigione: le persone sono detenute in celle sotto uno stretto sistema di sorveglianza, possono trascorrere in luoghi comuni solo poche ore al giorno e vengono ammanettate per trasferimenti all’interno o fuori del centro. Mentre in alcuni paesi, come il Belgio e l’Olanda, le famiglie di richiedenti asilo con bambini non vengono più detenute alle frontiere, lo sono invece in paesi quali Malta, Grecia eBulgaria. In Italia, non è prevista detenzione per richiedenti asilo, che hanno invece libertà di entrare ed uscire dai centri d’accoglienza e di muoversi sul territorio. 
In Francia, nel 2013, un richiedente asilo vulnerabile aspettava in media 12 mesi per ottenere un posto in accoglienza. Al 31 Dicembre 2013, la lista prioritaria per le persone vulnerabili in attesa d’accoglienza contava 15.000 persone.
Senza accesso all’accoglienza, i richiedenti asilo, che per legge non possono lavorare, sono obbligati a cavarsela come possono per guadagnarsi da vivere.

In Italia, nel 2014 sono state presentate oltre 36.000 domande d’asilo, un numero, da un lato, elevato rispetto al totale delle richieste ricevute nell’intero anno precedente (27.930), dall’altro notevolmente basso comparato con le 106.000 persone arrivate via mare dall’inizio dell’anno fino ad agosto 2014. La maggioranza delle persone sbarcate è composta da famiglie e bambini. Durante i primi sette mesi di quest’anno sono arrivati in Italia 17.700 bambini, di cui approssimativamente 9.700, perlopiù eritrei, sono minori non accompagnati.
L’arrivo di decine di migliaia di persone via mare, rappresenta un’enorme sfida operativa e umanitaria per l’Italia, che ha  fin qui aumentato il numero dei posti in accoglienza e adibito nuove strutture temporanee. Come risultato, attualmente sono ospitate circa 60.000 persone. Tuttavia, gli standard ricettivi italiani non sono omogenei sul territorio e i centri d’accoglienza sono pressoché al collasso. Il sud Italia sta ospitando circa il 55% dei richiedenti asilo, solo la regione Sicilia più del 25%. La deficienza del sistema ricettivo italiano, tuttavia, colpisce maggiormente le persone alle quali è stata già riconosciuta una forma di protezione rispetto a quelle appena arrivate. I rifugiati che non riescono ad accedere al sistema d’accoglienza, si ritrovano di fatto senza alcun supporto e molti cercano di raggiungere altri Paesi europei alla ricerca di migliori condizioni di vita e prospettive di integrazione.
  
Ulteriori informazioni:
-          Con il perpetrarsi delle violenze in Medio Oriente e in Africa che costringono le persone a fuggire dalle proprie case, il numero di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni nel mondo, nel 2013 ha superato 50 milioni di persone , il dato più alto dalla Seconda Guerra Mondiale. Mentre il numero di richiedenti asilo aumenta negli Stati Membri, raggiungendo 435.000 richieste nel 2013, i 28 Stati Membri UE ricevono comunque meno della metà del numero dei rifugiati che sono al momento ospitati nel solo Libano, un paese di soli 4 milioni di abitanti.
-          “Mind the gap: una prospettiva delle ONG sulle sfide dell’Accesso alla Protezione nel Sistema Comune d’Asilo” è pubblicato nell’ambito del progetto AIDA (Asylum Information Database) www.asylumineurope.org. Il database on-line contiene informazioni dettagliate sulla procedura d’asilo, le condizioni d’accoglienza e di detenzione per i richiedenti asilo, raccolte nei 15 rapporti nazionali prodotti dalle organizzazioni coinvolte nel progetto. Il Consiglio Italiano per i Rifugiati ha curato il rapporto nazionale per l’Italia.
 
 

lunedì 1 settembre 2014

GIUSTIZIA PER I NUOVI DESAPARECIDOS



È una tragica routine che si ripete ormai da anni. Immagini di barconi pieni di persone stipate in condizioni disumane, naufragi, morte e disperazione. Per chi riesce ad arrivare sulle coste italiane c’è solo la detenzione in campi di ogni sorta, la difficoltà nell’accedere al diritto all'asilo e lo stato di abbandono in cui di fatto si ritrovano quei profughi che hanno ottenuto una qualche forma di protezione internazionale. È una triste sequela di fronte alla quale si rischia l'assuefazione, il facile ricorso a capri espiatori, o a scorciatoie securitarie. Dietro quelle notizie, quei nomi, quei numeri ci sono bambini, donne, uomini con la loro dignità e i loro diritti umani inalienabili. Dignità e diritti che sono loro sottratti quando diventano oggetto di diatriba politica, carne da macello per campagne elettorali, immagini sbiadite di un video che li ritrae abbracciati in fondo al mare. Dinanzi al dolore degli altri dobbiamo prendere posizione. I morti di oggi sono un anello della lunghissima catena segnata ai suoi inizi, per quanto ci riguarda direttamente, dallo speronamento di un barcone pieno di albanesi da parte di una nave della nostra Marina Militare nel 1997.

Sono, queste morti, gli effetti collaterali di un contesto mondiale in cui l’accaparramento delle risorse della terra da parte di una esigua minoranza della popolazione mondiale produce nel resto del pianeta miseria, disastri ecologici, guerre, proliferazione nucleare e degli armamenti.

La migrazione dei tanti che da mille rotte arrivano alle sponde del Mediterraneo ne è conseguenza diretta.
Ma quei tanti sono una parte, soltanto, dei tantissimi costretti a lasciare i loro paesi e però ostacolati da politiche europee e dalla proliferazione di accordi con governi non sempre democratici della sponda sud. Altri ancora verranno decimati dai respingimenti o semplicemente lasciati in mare a morire di fame e di sete, perché questo è quanto ciclicamente avviene: impossibile credere che non vengano segnalati da satelliti, navi, elicotteri e aerei che continuamente solcano, sorvolano e controllano il Mediterraneo e il deserto del Sahara, anche nell’ambito d’azione di Frontex. La stessa operazione Mare Nostrum, pur garantendo il soccorso a migliaia di persone, denuncia limiti evidenti: spesso comincia proprio da qui il percorso che condanna rifugiati e migranti alla invisibilità e alla sparizione.

Sono ormai decine e decine di migliaia le vittime di questa spirale perversa di violenza di fronte alla quale non basta più l'indignazione, né gli strumenti messi a disposizione dal diritto hanno finora permesso di rendere verità e giustizia alle loro famiglie, identificando e sanzionando le responsabilità dei singoli, dei governi e delle istituzioni. È l'esistenza di una visione politica propria degli Stati, dell’Europa e della NATO, che condanna alla sparizione i tanti che attraversano il deserto e il Mediterraneo. È difficile ormai nasconderselo: questa frontiera è una grande muraglia che contiene ma allo stesso tempo filtra la mobilità umana, violando così i diritti fondamentali e producendo gerarchie e sfruttamento. Insomma il Mediterraneo è il buco nero di un'Europa che non sa o non vuole essere solidale, presa dall'ossessione del controllo delle sue frontiere e attraversata da rigurgiti nazionalisti, xenofobi e razzisti.

Ossessione securitaria e razzismo sono due facce della stessa medaglia e vanno sconfitte attraverso gli strumenti del diritto e della politica. Noi, attivisti, rappresentanti di associazioni di migranti, famiglie dei nuovi desaparecidos, giuristi ed esponenti della società civile riteniamo intollerabile tutto ciò. Per questo ci rivolgiamo ai governi, all'Unione Europea, agli organismi internazionali, ai movimenti, alle organizzazioni non-governative e a tutti coloro che hanno a cuore la dignità e i diritti delle persone. Lo facciamo all'apertura del semestre italiano di Presidenza dell'Unione Europea perché crediamo che il rispetto e la tutela dei diritti umani, che dovrebbero essere il fondamento del progetto europeo, debbano essere costantemente riaffermati e difesi.

Le responsabilità vanno chiarite. A tal fine proponiamo la convocazione di un tribunale internazionale di opinione, sulla scia del Tribunale Russell e del Tribunale Permanente dei Popoli, che offra alle famiglie dei migranti scomparsi un'opportunità di testimonianza e rappresentanza; contribuisca ad accertare le responsabilità e le omissioni di individui, governi e organismi internazionali; e fornisca uno strumento per l’avvio delle azioni avanti agli organi giurisdizionali nazionali, comunitari, europei e internazionali. Vogliamo ricostruire la verità, sanzionare i responsabili e rendere giustizia a vittime e famigliari.

Rivendichiamo il diritto ad essere informati sul contenuto degli accordi stipulati dagli Stati europei in materia di controllo delle frontiere dei paesi attraversati dalle persone dirette verso l’Unione europea; sulle forme di cooperazione militare e di polizia instaurate tra gli Stati europei e i paesi di origine e transito dei migranti; sulle regole di ingaggio delle forze impiegate nell’attività di “contrasto all’immigrazione clandestina”; sui comportamenti effettivamente tenuti da queste forze in occasione delle tragedie avvenute lungo i percorsi dei migranti; sui campi di contenimento e detenzione dislocati nei paesi di passaggio.

Dobbiamo interrompere il ciclo di disinformazione che si fa indifferenza e impotenza. Occorre mettere insieme una molteplicità di attori ascoltando, in primo luogo, la voce dei diretti interessati, gli esuli e i migranti, le vittime e i testimoni.

Chiediamo che l'Unione Europea adotti tutti gli strumenti necessari per arrestare questo massacro, prevedendo una politica comune di asilo e accoglienza, l’apertura di canali umanitari, laddove sussistano situazioni di conflitto o gravi violazioni del diritto, essenziali per sottrarre le migliaia di migranti all’arbitrio e allo sfruttamento da parte di trafficanti di esseri umani.

Chiediamo all'Unione Europea, al Parlamento Europeo e agli Stati Membri l’istituzione di commissioni d’inchiesta sui nuovi “desaparecidos”, la ratifica della Convenzione ONU sui Diritti dei Lavoratori Migranti e delle loro Famiglie e l'abolizione della cosiddetta direttiva rimpatri del 2008, detta “della vergogna” per il suo contenuto fortemente repressivo.

Chiediamo che le istituzioni si impegnino a garantire con tutti gli strumenti disponibili il riconoscimento dell’identità delle vittime e offrano ai loro famigliari un luogo di raccoglimento e cordoglio che restituisca dignità alle persone scomparse.


3 agosto 2014                                                        Il Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos”


Primi firmatari
Julio Algañaraz; Cristina Ali Farah; Andrea Amato; Mario Angelelli; Carla Romana Antolini; Massimo Aprile; Angiolina Arru; Fatima Azaoui; Maria Baggetta; Gabriel Baravalle; Clotilde Barbarulli; Daniele Barbieri; Nicoletta Bardi; Jonis Bascir; Piero Basso; Francesca Bellino; Giovanni Maria Bellu; Rino Bianchi; Maria Luisa Boccia; Barbara Bonomi Romagnoli; Liana Borghi; Clarissa Botsford; Paolo Buffoni; Silvia Buzzelli; Alfonso Cacciatore; Rosario Josefina Cáceres; Diana Caggiano; Enrico Calamai; Don Marco Campedelli; Martina Campi; Antonella Cancellier; Silvia Canciani; Elisabetta Canevini; Claudia Cerri; Isabelle Chabot; Luisa Ciffolilli; Angiola Codacci Pisanelli; Tullia Colombo; Carmen Cordaro; Letizia Cottafavi; Donatella D’Amico; Nicola d’Amore; Linda D’ancona; Pier Virgilio Dastoli; Claudio De Fiores; Rosario De Zelo; Angelo Delogu; Sergio De Nadai; Manuela Derosas; Pape Diaw; José Luis Dicenta; Hevi Dilara; Cecilia Domijan; Emilio Drudi; Udo Enwereuzor; Meron Estefanos; Susanna Fantino; Giuseppe Faso; Gianni Ferrara; Flavia Ferreri; Mariella Fino; Simonetta Focaccia; Francisca Frias; Mercedes Frias; Ippolita Gaetani; Sancia Gaetani; Stefano Galieni; Mariana Gallo; Nicoletta Gandus; Gianluca Gatta; Tommaso Giartosio; Betty Gilmore; Annabella Gioia; Bianca Giovannini; Claudio Grimandi; Gabriella Guido; Ahmed Hafiene; Maria Rosa Jijon;; Rachid Khay; Franca Langatta; Carlo M. Lariccia; Alessandro Leogrande; Fiorella Leone; Monica Luchi; Maria Immacolata Macioti; Anna Maffei; Safia Mahmoud; Giovanna Majno; Andrea Maloni; Ainom Maricos; Susanna Marietti; Marina Martignone; Francesco Martone; Raffaella Mascarino; Maria Massimo Lancellotti; Marcello Mastrangeli; Giorgio Mazzanti; Roberta Mazzanti; Gianfranco Mazzeo; Karim Metref; Cristina Mihura; Marzia Minutillo Turtur; Filippo Miraglia; Francesca Moccagatta; Zahra Omar Mohamed; Luisa Morgantini; Maria Mosca; Arnoldo Mosca Mondadori; Giuseppe Mosconi; Aurela Mrruku; Flore Murard-Yovanovitch; Maria Elena Murcia; Samanta Musaro; Grazia Naletto; Pasqualina Napoletano; Marisa Nicchi; Chiara Nielsen; Selena Nobile; Gabriele Noferi; Federico Oliveri; Mariella Pala; Mauro Palma; Giovanni Palombarini; Edda Pando; Franca Parizzi; Alfredo Passeri; Isabella Peretti; Daniele Petruccioli; Darìo Pignotti Garcia; Claudio Pipitone; Antonella Pompei; Alessandro Portelli; Sara Prestianni; Michele Prosperi; Enrico Pugliese; Pilar Reuque; Annamaria Rivera; Lucy Rojas; Emilio Rossi; Dora Salas; Arturo Salerni; Eric Salerno; Giuseppe Salmè; Federico Sartori; Abdul Scego; Suban Igiaba Scego; Ribka Sebhatu; Gaspar Segafredo; Luigia Sforza; Giuliana Sgrena; Piero Soldini; Carla Stabielli; Domenico Stimolo; Lorenzo Teodonio; Anna Luisa Terzi; Alessandro Triulzi; Giuliano Turone; Nani Twardy; Gabriel Tzeggai; Fulvio Vassallo Paleologo; Hernan Varela; Augusto G Vegezzi; Horacio Verbitsky; Pietro Veronese; Cristiana Virgili; Vera Vigevani Jarak; Tsegehans Weldeslassie; Dagmawi Yimer; Vera Zeni De Santis; Don Mussie Zerai; Luca Zevi; Carolina Zincone,  AMM - Archivio delle memorie migranti; ASGI; Associazione Asinitas Onlus; Associazione Per I Diritti Umani; Be free; Circolo Arci Thomas Sankara; Compagnia Africana; Giuristi Democratici; Human Rights Concern – Eritrea; Il cammino della musica; In Migrazione Onlus; Movimento degli Africani, Riprendiamo la Parola, Progetto Diritti.



Per adesioni nuovidesaparecidos@gmail.com

22nd Special Session of the Human Rights Council Geneva, 1 September 2014


Statement by H.E. Archbishop Silvano M. Tomasi, Permanent Representative of the Holy See
to the United Nations and Other International Organizations in Geneva
at the 22nd Special Session of the Human Rights Council
Geneva, 1 September 2014
Mr. President,
1.  In several regions of the world there are centers of violence – Northern Iraq in particular – that challenge the local and international communities to renew their efforts in the pursuit of peace. Even prior to considerations of international humanitarian law and the law of war, and no matter the circumstances, an indispensable requirement is respect for the inviolable dignity of the human person, which is the foundation of all human rights. The tragic failure to uphold such basic rights is evident in the self-proclaimed destructive entity, the so-called “Islamic State” group (ISIS). People are decapitated as they stand for their belief; women are violated without mercy and sold like slaves on the market; children are forced into combat; prisoners are slaughtered against all juridical provisions.
2.  The responsibility of international protection, especially when a government is not able to ensure the safety of the victims, surely applies in this case, and concrete steps need to be taken with urgency and resolve in order to stop the unjust aggressor, to reestablish a just peace and to protect all vulnerable groups of society. Adequate steps must be taken to achieve these goals.
3.  All regional and international actors must explicitly condemn the brutal, barbaric and uncivilized behavior of the criminal groups fighting in Eastern Syria and Northern Iraq.
4.  The responsibility to protect has to be assumed in good faith, within the framework of international law and humanitarian law. Civil society in general, and religious and ethnic communities in particular, should not become an instrument of regional and international geopolitical games. Nor should they be viewed as an “object of indifference” because of their religious identity or because other players consider them to be a “negligible quantity”. Protection, if not effective, is not protection.
5.  The appropriate United Nations agencies, in collaboration with local authorities, must provide adequate humanitarian aid, food, water, medicines, and shelter, to those who are fleeing violence. This aid, however, should be a temporary emergency assistance. The forcibly displaced Christians, Yazidis and other groups have the right to return to their homes, receive assistance for the rebuilding of their houses and places of worship, and live in safety.
6.  Blocking the flow of arms and the underground oil market, as well as any indirect political support, of the so-called “Islamic State” group, will help put an end to the violence.
7.  The perpetrators of these crimes against humanity must be pursued with determination. They must not be allowed to act with impunity, thereby risking the repetition of the atrocities that have been committed by the so-called “Islamic State” group.
Mr. President,

8.  As Pope Francis stressed in his letter to Secretary-General, Ban Ki-moon: “the violent attacks…cannot but awaken the consciences of all men and women of goodwill to concrete acts of solidarity by protecting those affected or threatened by violence and assuring the necessary and urgent assistance for the many displaced people as well as their safe return to their cities and their homes.” What is happening today in Iraq has happened in the past and could happen tomorrow in other places. Experience teaches us that an insufficient response, or even worse, total inaction, often results in further escalation of violence. Failing to protect all Iraqi citizens, allowing them to be innocent victims of these criminals in an atmosphere of empty words, amounting to a global silence, will have tragic consequences for Iraq, for its neighboring countries and for the rest of the world. It will also be a serious blow to the credibility of those groups and individuals who strive to uphold human rights and humanitarian law. In particular, the leaders of the different religions bear a special responsibility to make it clear that no religion can justify these morally reprehensible and cruel and barbaric crimes, and to remind everyone that as one human family, we are our brothers’ keepers.

lunedì 25 agosto 2014

Pull Factor ?

Bruxelles: Dice Fattore di attrazione, ma prima di Mare Nostrum i disperati venivano ugualmente, la risposta da dare non è un altra pezza da mettere nel Mediterraneo, ma bisogna lavorare su tre livelli.

1. Risolvere con tempestività le cause di questo Esodo, cioè spegnere i conflitti in atto e le dittature che calpestano i diritti fondamentali delle popolazioni in diverse zona dell'Africa Sub-Sahariana, questa soluzione va affrontata insieme all'Unita Africana.

2. Lavorare per garantire sicurezza e protezione nei paesi di transito creando condizione di vivibilità in queste aree, evitando che i profughi in fuga finiscano nelle mani dei trafficanti, offrendo loro una prospettiva di vita in questi paesi limitrofi.

3. Garantire un accesso legale con un corridoio umanitari a quelli gruppi più vulnerabili e bisognosi di una protezione internazionale, aprendo le Ambasciate ad accogliere le richieste di asilo politico, attuando programmi di reinsediamento ... Bisogna dare un alternativa ai richiedenti asilo e rifugiati che vengono a chiedere protezione in Europa, sottrarre questo compito ai scafisti e trafficanti e governi corrotti che sono collusi in queste operazioni criminali. 

Intesa Roma-Bruxelles. “Stop a Mare Nostrum”

Si studia un’azione con Spagna, Francia, Germania e Finlandia

AFP
Migranti in attesa di sbarcare in Italia

25/08/2014
guido ruotolo
roma
La svolta è ormai vicina. Le incomprensioni per Mare Nostrum, per l’immobilismo di Frontex, per l’accoglienza degli immigrati, per i silenzi sulle condanne per le stragi di innocenti. Tutto questo non può vedere l’Italia divisa dall’Europa. È tempo di ritrovare una intesa. Presto potrebbe nascere Frontex bis o, se preferite, Mare Nostrum bis. 

La fonte autorevole di Bruxelles pronuncia due parole: «pull factor». Che vuol dire «fattore di attrazione». Quando il governo italiano, il 18 ottobre del 2013, dopo gli oltre trecento morti di Lampedusa, diede vita a Mare Nostrum, la reazione degli alleati europei fu molto critica: «In questo modo vi ritroverete con centomila sbarchi, l’anno prossimo». Mai profezia fu più indovinata. Un anno di incomprensioni, di silenzi, di semplici comunicati di solidarietà europea ogni volta che si è evitata una strage o si sono comunque raccolti corpi senza vita, e nulla più. Ora qualcosa si sta muovendo tra Roma e Bruxelles. E non solo perché questo semestre europeo è a presidenza italiana. A Varsavia, alla sede di Frontex, spiega la fonte della Commissione Ue, «l’Italia finalmente si è seduta a un tavolo tecnico per studiare i contenuti di una possibile intesa».  

I termini dell’accordo che i governi europei dovrebbero fare propri dovrebbero essere questi: «Mercoledì il vostro ministro Alfano viene a Bruxelles per incontrare il commissario Malmstroem per discutere il da farsi. E nel Consiglio dei ministri dell’Interno di ottobre, l’Italia darà l’annuncio ufficiale che intende sospendere Mare Nostrum». Nel merito le novità si annunciano corpose. Rivela la fonte della Commissione Ue: «L’annuncio di Alfano non significa che da un giorno all’altro il dispositivo di operazioni di soccorso in mare va in disarmo. Contemporaneamente la nuova Commissione e gli Stati membri, alcuni di essi, daranno vita a un Frontex bis». 

Come è noto, Frontex, polizia di frontiera, non ha nei suoi compiti istituzionali le operazioni umanitarie. Dispone di pochissime risorse tecniche ed economiche, meno di quanto l’Italia spende con Mare Nostrum. «Il problema è che oggi i mezzi navali italiani - sintetizza la fonte della Commissione - operano quasi al limite dell’acque territoriali libiche. Oggettivamente le organizzazioni che sfruttano il traffico di immigrati hanno beneficiato della possibilità di raddoppiare il volume di traffico perché hanno utilizzato, utilizzano natanti poco attrezzati a fronteggiare una traversata...». Come dire, che oggettivamente Mare Nostrum ha alimentato le occasioni di traversate a corto raggio. «Ma se il dispositivo di Mare Nostrum indietreggia al limite delle acque territoriali italiane e maltesi, i trafficanti dovranno rivedere le modalità e il numero dei viaggi». 

Insomma la proposta che sta maturando a Varsavia è quella di costruire un diverso dispositivo di salvataggio, vedendo impegnati diversi Paesi. «Potrebbe nascere intanto un Frontex dei Paesi europei rivieraschi, e cioè mezzi e uomini spagnoli, francesi e italiani. E poi Germania e Finlandia potrebbero contribuire anche loro all’operazione». Fonti del ministero dell’Interno lasciano intendere che le possibilità di una intesa sino reali: «La nostra opzione rimane quella che Frontex subentri a Mare Nostrum. Ma se questa linea non dovesse passare, siamo pronti a valutare tutte le altre opzioni». Nei discorsi informali che si fanno a Bruxelles, vi è una consapevolezza diffusa: «È vero che Mare Mostrum ha salvato migliaia di vite umane, ma ne ha messe a rischio moltissime altre». Insomma, si deve voltare pagina. 

venerdì 15 agosto 2014

Libia, profughi schiavi come carne da cannone


di Emilio Drudi
Carne da cannone. E’ l’ultimo capitolo della tragedia dei profughi in Libia. Decine, centinaia di giovani fuggiti dal Corno d’Africa o dall’Africa sub sahariana vengono sequestrati da miliziani delle varie fazioni in lotta e costretti a trasportare in battaglia armi, munizioni e rifornimenti, fin sulla linea del fuoco. Come schiavi.
A darne notizia, nel silenzio della politica e dei media, è stata ancora una volta l’agenzia Habeshia, alla quale stanno pervenendo da giorni disperate richieste di aiuto. Telefonate analoghe sono poi arrivate ad alcuni esponenti della diaspora eritrea in Europa: la maggior parte delle vittime di questo nuovo orrore, infatti, sono ragazzi che hanno scelto l’esilio per sottrarsi alla dittatura di Asmara. E parecchi di loro sarebbero rimasti uccisi nei combattimenti ai quali sono costretti a partecipare come “ausiliari forzati”, presi tra le armi puntate alla schiena dai loro aguzzini e le raffiche sparate dalle altre bande. “Secondo segnalazioni provenienti da varie parti del territorio libico – racconta don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia – ci sono già numerosi feriti e sicuramente anche dei morti, come si evince da varie testimonianze dirette e dal fatto che di molti giovani sequestrati si è persa ogni traccia: c’è da pensare che siano spariti nella fornace di una guerra che non hanno scelto e che non li riguarda”.
Non è la prima volta che in Libia i profughi subiscono questo martirio. Un precedente significativo risale all’inizio del 2012, oltre due anni fa. E’successo a Cufra, la città-oasi del Fezzan, duramente contesa tra le varie forze in campo fin dall’inizio della rivoluzione a causa della sua importante posizione strategica: è il primo grosso insediamento che si incontra venendo dal confine sahariano, con una potente base militare e un grosso centro di detenzione per i migranti intercettati nel deserto, allestito in una vecchia caserma e attivo fin dai tempi di Gheddafi. Il rais era caduto da pochi mesi e le milizie irregolari dei ribelli già combattevano tra di loro e contro l’esercito regolare. Un gruppo armato fece irruzione nell’ex caserma e prelevò alcuni dei prigionieri ammassati negli stanzoni-cella, costringendoli poi a seguirli in battaglia come “portatori” di granate, nastri di mitragliatrice, cassette di proiettili. Altri furono obbligati a scaricare camion di munizioni sotto i bombardamenti di formazioni rivali.
Un caso forse ancora più crudele si è registrato nell’aprile del 2013 a Sirte, la città di Gheddafi. Numerosi profughi detenuti nel lager della zona sono stati utilizzati come sminatori: costretti a bonificare la pianura costiera dai proiettili inesplosi, dalle mine, dagli ordigni di ogni tipo lasciati dalla guerra civile, che qui ha registrato alcune delle battaglie più furiose durante l’avanzata dei ribelli verso Tripoli. Un’autentica tortura per ragazzi assolutamente inesperti e privi di qualsiasi attrezzatura o assistenza. “Ogni risveglio era un incubo – ha raccontato un testimone – Poteva capitare a chiunque di noi di essere mandato a sminare il terreno sabbioso a mani nude… Più di qualcuno la sera non è rientrato. Ci dicevano che i feriti venivano portati in ospedale. Ma in genere non ne abbiamo più avuto notizia. Era una sfida quotidiana con la morte. Ma era impossibile sottrarsi: chi si rifiutava veniva picchiato a sangue o rischiava di essere passato per le armi”.
La stessa “tecnica” viene adottata ora: pestaggi feroci e minacce di morte per chi prova a resistere. In più, adesso, il ricorso ai “portatori-schiavi” non riguarda casi isolati ma, a quanto pare, è diventato sistematico. Accade ormai da più di due settimane. Da quando, in pratica, si sono intensificati gli scontri nella guerra di tutti contro tutti che, iniziata all’indomani della rivolta anti Gheddafi, rischia di cancellare il Paese stesso. La prima segnalazione è stata fatta verso la fine di luglio a Tripoli, durante i combattimenti per il controllo della zona aeroportuale. Diversi testimoni hanno telefonato all’agenzia Habeshia raccontando che decine di giovani erano stati prelevati nelle loro case o bloccati per strada, mentre cercavano di fuggire dalle zone a rischio, da uomini armati che li hanno obbligati a seguirli in battaglia come “ausiliari forzati”. Don Zerai ha immediatamente sollecitato a intervenire la comunità internazionale. Si è rivolto al Commissariato Onu per i rifugiati, all’Unione Europea, agli Stati Uniti, a varie cancellerie occidentali. “Così come si sta organizzando l’evacuazione dei cittadini europei e americani presenti in Libia per sottrarli ai rischi della guerra – ha scritto – occorre nello stesso tempo portare in salvo i profughi, a cominciare da quelli più esposti alle angherie dei miliziani, che possono disporre della loro stessa vita, che spesso non nascondono un disprezzo razzista nei confronti di tutti gli africani ‘neri’ e che non esitano a uccidere al minimo cenno di resistenza”.
Non ci sono state risposte. Silenzio assoluto. Nel frattempo la situazione è peggiorata rapidamente, allargandosi a buona parte dei fronti di combattimento. Il caso più grave è segnalato a Misurata, sulla costa. Nella zona periferica di Bilkaria, nella ex scuola di Kalelarim, è stato allestito un centro di detenzione provvisorio dove sono rinchiusi centinaia tra uomini, donne e bambini, quasi tutti eritrei, sorpresi in varie fasi nel deserto mentre cercavano di raggiungere Tripoli, circa 200 chilometri più a ovest. Sono stati catturati spesso in circostanze drammatiche: per bloccarli la polizia o i miliziani non hanno esitato a sparare, tanto che ci sono stati due morti e diversi feriti. I primi prigionieri sono arrivati circa due mesi e mezzo fa e il flusso non si è mai interrotto. Si è così formato un grosso nucleo iniziale di 405 uomini, 103 donne e 18 bambini, via via cresciuti con nuovi arrivi nell’ultimo mese. Oggi i prigionieri sono circa 700, costretti a vivere in condizioni estreme: maltrattamenti, soprusi, degrado, poco cibo e di pessima qualità, scarsissima persino l’acqua da bere. E nessun tipo di assistenza, neanche per i malati e per i feriti, affidati unicamente alle cure di un paramedico che si fa vedere una sola volta alla settimana. Un lager che continua a riempirsi di disperati. E ora i miliziani ne hanno fatto una riserva inesauribile di portatori-schiavi di armi e munizioni in tutti gli scontri che sconvolgono la regione. La “tratta” è cominciata con un gruppo di ben 225 giovani, tutti uomini. Li hanno prelevato asserendo che sarebbero stati portati a lavorare: sono finiti, invece, in mezzo alla guerra. Per settimane non se ne è saputo più nulla, fino a che, qualche giorno fa, sono tornati al campo sette ragazzi feriti, i quali hanno raccontato l’orrore vissuto, riferendo anche che diversi loro compagni sono rimasti uccisi. Ma non è finita: i miliziani hanno sostituito i sette feriti con altri 61 prigionieri. Di loro non si ha più notizia da quando hanno lasciato il carcere.
“E’ l’ennesimo crimine che si sta commettendo sulla pelle di profughi e richiedenti asilo abbandonati da tutti – protesta don Zerai – Nessuno si preoccupa di tutelare i loro diritti, a partire da quelli alla vita stessa e alla libertà. Ne devono certamente rispondere i miliziani che li stanno schiavizzando, ma pesanti responsabilità, per queste atrocità subite dai profughi del Corno d’Africa e dell’Africa sub sahariana, gravano anche su quei paesi che hanno intrappolato migliaia e migliaia di giovani in una realtà come quella libica, con la loro politica volta a ‘esteriorizzare’ e a spostare i confini europei sulla sponda meridionale del Mediterraneo e, ultimamente, anche più a sud. Quei governi che hanno fatto di vari Stati africani, a cominciare dalla Libia, i gendarmi per il controllo dell’emigrazione, lasciandoli decidere della vita e della morte di chi è costretto a scappare dal proprio paese per salvarsi da guerre e dittature, persecuzioni politiche, religiose, razziali”.
Sulla base del dossier di informazioni ricevute, alla vigilia di Ferragosto Habeshia ha lanciato un altro, disperato Sos alla comunità internazionale. “Per l’ennesima volta  e con ancora più forza – insiste don Zerai – chiediamo all’Onu, all’Unione Europea e agli Stati Uniti di intervenire quanto prima possibile per organizzare una o più vie di fuga per i migranti bloccati in Libia. Roma vanta da sempre rapporti ‘diretti’ con Tripoli. Allora, ci rivolgiamo in particolare all’Italia, sia perché è l’unico Stato europeo ad aver mantenuto aperta la propria ambasciata a Tripoli, sia per gli accordi bilaterali firmati ripetutamente con i leader libici, dai tempi di Gheddafi sino ad oggi. Al Governo, al ministero degli Esteri e all’ambasciatore chiediamo, come primo intervento immediato, di tentare di bloccare con tutti i mezzi possibili i sequestri e l’uso dei profughi come ‘ausiliari-schiavi’ nei combattimenti: è l’unico modo per fermare il massacro. In questo semestre, oltre tutto, l’Italia è alla guida dell’Unione Europea: è l’occasione migliore per coinvolgere l’intera Europa nell’organizzazione di corridoi umanitari per i gruppi di rifugiati più vulnerabili e bisognosi di protezione. Se davvero, come dice, Roma vuole ‘dare una svolta’ alla politica africana, non può sottrarsi a questa scelta”.

Appelli dello stesso tono stanno preparando diverse associazioni della diaspora eritrea. E’ probabile anzi che, insieme all’inattesa “apertura di credito” decisa dal governo italiano nei confronti della dittatura di Isaias Afewerki con il recente viaggio ad Asmara del vice ministro agli esteri Lapo Pistelli, questa tragedia abbia vasta risonanza nella manifestazione degli esuli residenti in tutta Europa, prevista per la fine di agosto a Bologna. “Intervenire subito per salvare quante più vite possibile è la cosa più urgente – dicono alcuni giovani eritrei rifugiati a Roma – La Libia non ha mai firmato la convenzione di Ginevra del 1951 sulla tutela dei diritti dei migranti e non ha mai rispettato quella analoga sottoscritta con l’Unione Africana. E’ tempo che la comunità internazionale si muova. Tuttavia – denunciano senza mezzi termini – va ricordato che quelle migliaia di nostri fratelli non sono finiti per caso nel tritacarne libico: ce li ha cacciati la dittatura di Asmara. Quella dittatura dalla quale noi stessi siamo stati costretti a scappare e alla quale ora l’Italia sta ridando fiato. Proprio ora che il regime sta attraversando forse il suo momento di maggiore difficoltà, isolato com’è da tutta la comunità internazionale, accusato di sostenere il terrorismo dagli altri Stati della regione, probabilmente in procinto di essere imputato dalla Svezia di crimini contro l’umanità, sotto inchiesta all’Onu per la violazione sistematica dei diritti umani, oggetto di pesanti critiche anche da parte di tutti i vescovi del paese e del Consiglio mondiale delle Chiese. Non a caso, del resto, quello dell’Eritrea è l’unico governo ad essere stato escluso (insieme alle dittature del Sudan e dello Zimbawe), per volontà esplicita del presidente Obama, dall’incontro tra Africa e Stati Uniti che si è tenuto a Washington nei giorni scorsi. E non a caso è eritreo un profugo su tre delle decine di migliaia che continuano ad arrivare in Italia e in Europa”.   

giovedì 14 agosto 2014

Special Rapporteur on the situation of human rights in Eritrea

Introduction

Ms. Sheila B. Keetharuth (Mauritius) was appointed in October 2012 as the first Special Rapporteur on the situation of human rights in Eritrea. She will submit her second report to the 26th session of the Human Rights Council, in June 2014.
Sheila B. Keetharuth has worked and travelled in Africa for over two and a half decades and brings extensive experience in the area of human rights, including research, advocacy, litigation and training. She has also worked as a broadcaster for over eight years on the African continent.
After obtaining an LL.M. in International Human Rights Law and Civil Liberties at the University of Leicester (UK), she was called to the Bar in Mauritius in January 1997. In July 2002, she joined Amnesty International as a Researcher at the Africa Regional Office in Kampala, Uganda, and acted as the Interim Head of Office until December 2005. From November 2006 to June 2012, Sheila B. Keetharuth was the Executive Director of the Institute for Human Rights and Development in Africa (IHRDA), a pan-African NGO based in Banjul, The Gambia. She is currently enrolled as a part-time doctoral candidate at the University of Pretoria, South Africa.
In 2011, the Madrid Bar Association awarded Sheila B. Keetharuth a Medal of Honour for her human rights work on the African continent.

Individual complaints

In the discharge of her mandate, the Special Rapporteur on Eritrea has developed the information sheet below to facilitate the submission of information. Although communications are also considered when they are not submitted in the form of this model questionnaire, the Special Rapporteur would be grateful for receiving information tailored to her mandate. The objective of this questionnaire is to have access to precise information on alleged human rights violations in Eritrea. If any information contained in the questionnaire should be kept confidential please mark “CONFIDENTIAL” beside the relevant entry. Please do not hesitate to attach additional sheets, if the space provided is not sufficient.
Should you have any questions concerning the completion of this form, please feel free to contact the Special Rapporteur.
The questionnaire (EnglishArabicTigrinya) should be filled out and sent to:
Special Rapporteur on the situation of human rights in Eritrea
c/o Office of the High Commissioner for Human Rights
United Nations at Geneva
8-14 avenue de la Paix
CH-1211 Geneva 10
Switzerland
Fax: (+41) 22 917 90 06
E-mail: sr-eritrea@ohchr.org or urgent-action@ohchr.org (then please include in the subject box: Special Rapporteur on Eritrea).

ድሕረ ባይታ ብዛዕባ ፍሉይ ራፖርትዋ ውዱብ ሕቡራት ሃገራት ንኣብ ኤርትራ ዘሎ ኩነታት ሰብኣዊ መሰላትን ንውልቀ ጥርዓናት ኣመልኪቱ ዘውጽኦ መሕትት

ኣብ ነሓሰ ናይ ውዱብ ሕቡራት ሃገራት ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ንኣብ ኤርትራ ዘሎ ኩነታት ሰብኣዊ መሰላት ዝምልከት ፍሉይ ራፖርትዋ መዚዙ። ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ኣብ ውሳኔ 20/20
1.       ነዞም ዝስዕቡ ጉዳያት ኣትሪሩ ኮኒኑ፡
() ሰበስልጣን ኤርትራ ብቀጻሊን  ብዝተፈላለየ መንገድን ዝካይድዎ ምግሃስ ሰብኣዊ መሰላትን መሰረታዊያን ሓርነታት፡ ከምኡውን ዘይሕጋዊ ምርሻን፡ ምስዋር፡ መግረፍቲ፡ ናብ ናይ ፍርዲ ትካላት ከይቀረብካ ምእሳር፡ ኢሰብኣዊን ሰብኣዊ ኽብሪ ዘንኣእስ ኣተሓሕዛ እሱራት፤
() ሓሳብካ ናይ ምገላጽ መሰል፡ ሓበሬታ ናይ ምርካብ መሰል፡ ናይ ምሕሳብ፡ ምእማን ናይ ምእካብን ማሕበር ናይ ምምስራትን መሰል ብኸቢድ  ምድራቱ፡ ብተወሳኪ ጋዜጠኛታት፡ ተጣበቐቲ ሰብኣዊ መሰላት፡ ፖለቲካዊ ለውጢ ዝጠለቡ፡ ሃይማኖታዊያን መራሕቲ ምእመናን ብምእሳሮም፤
() ዜጋታት ናይ ግዜ ገደብ ኣብ ዘይብሉ ሃገራዊ ኣገልግሎት ብግዴታ ምዕስካሮም፡ ብተወሳኪ ትሕቲ ዕደመ ብሓይሊ ምዕስካሮምን ኣብ ናይ ዕደና ትካላት ከምዝሰርሑ ምገዳድን። ቤተሰብ ካብ ሃገራዊ ኣገልገሎ ዝሃድሙ ምእሳርን፤
() ኣብ ዶባት ኤርትራ ኣብ ልዕሊ  ስግረዶብ ንዝፍትኑ ዜጋታት ናይ ተኩሰካ- ቅተል ዝብል መምርሒ ምክታል፡ ኣብ ልዕሊ ኣብ ወጻኢ ዝርከቡ ዜጋትት ዝፍጸም ዘሎ ዘይሕጋዊ ቀረጽን ካልኦት መቅጻዕቲን፡ ብፍልይ ድማ ብሓይሊ ናብ ሃገሮም ዝተጠረዙ ኤርትራዊያን ስደተኛታት ዝፍጸመ ዘይሕጋዊ ማእሰርቲ፤
() ሰበ-ስልጣን ኤርትራ ምስ ዓለምለኻውያን ይኹን ዞባውያን ናይ ሰብኣዊ መሰላት ትካላት ክተሓባበሩ ፍቓደኛታት ዘይምዃኖም፡
2.       መንግስቲ ኤርትራ ብዘይ ውዓል ሕድር ነዚ ዝስዕብ ስጉምቲ ክወስድ ይጽውዕ
() ዘይሕጋዊ ማእሰርቲ፡ መግረፍቲ፡ ከምኡውን ኢሰብኣዊን ክብረት ዘንኣእስን መቅጻእቲ ኹሉ ደው ክብል፤
() ኩሎም ናይ ፖለቲካ እሱራት፡ እንኾላይጉጅለ-11” ክፍትሑ፤
() ንኹሎም ኣብ ኤርትራ ዝርከቡ እሱራት ኣብ ነጻን ፍትሓውን ናይ ፍርዲ ትካልት ክቀርቡ፡ቤተሰብ እሱራት ናይ ምብጻሕ መሰል ክሕለወሎም፡ ሕጋዊያን ጠበቃታት፡ ሕክምናዊ ክንክን ክፍቐደሎም፡ ወከልቲ ዓለምለኻዊ ትካል ቀይሕ መስቀልን ካልኦት ኣገደስቲ ትካላን ቤት ማሕቡስ ክበጽሑ ክፍቐደሎም፤
() ናይ ግዜ ገደብ ዘይብሉ ሃገራዊ ኣገልግሎ ደው ክብል፤
() ሰብኣዊ መሰላትን ረዲኤታዊ ትካላትን ኣብ ውሽጢ ኤርትራን ብዘይፍርሒ ንክሰርሓ ክፍቐደለን፤
() ናይ ምዝራብን ሃይማኖትን እምነትን ናጽነት ክኽበር፤
() ኣብ ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ንኤርትራ ዝምልከት ዝተገብረ ዳህሳስ ሰብኣዊ መሰላት ዝተመሓላለፉ እማመታት ከተግብርን፡ ዝተካየደ ምምሕያሻት እንትሎ ጸብጻብ ከቕርብ፤
() ንቤተሰብ ካብ ሃገራዊ ኣገልግሎት ዝኾብለሉን ካብ ሃገር ዝሃደሙ ዜጋታት ዘቃንዐገበነኛ-ብምትሕብባርዝብል ፖሊሲ ዶው ክብል፡
() ምስ ቤት/ጽሕፈት ሕቡራት ሃገራት ላዕለዋይ ኮምሽነር ሰብኣዊ መሰላት ምሉእ ብምሉእ ክትሓባበር፡ ምሰዚ ተተሓሒዙ ካብ ላዕለዋይ ኮምሽነር ሕቶ ኣብ ዝቀረበሉ እዋን ምስ ኩለን ተልእኾታት፡ ሰብኣዊ መሰላት ትካላት ውዕል፡ ኩሎም ናይ ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት መካኒዝምስን ምስ ዓለምለኻውያን ይኹን ዞባውያን ናይ ሰብኣዊ መሰላት መካኒዝምስ ክተሓባበር፤
()ብመሰረት ዝኣተዎ መብጽዓታት ዓለምለኻዊ ግዴታት ከማልእን ውሳኔታት ባይቶ ጸጥታ ከኽብር፡ ብፍላይ ድማ ውሳኔ ቁጽሪ 1907 (2009) ናይ 23 ታሕሳስ 2009 2023 (20011) ናይ 5 ታሕሳስ 2011 ከማልእ፤
() ንቤት/ጽሕፈት ላዕለዋይ ኮምሽነር ሰብኣዊ መሰላት ንመንነት፡ ወሕስነት፡ ጥዕናን፡ ሃለዋትን ኩሎም እሱራትን፡ ሃለዋት ዘጥፍኡ ሰባት፡ ብተወሳኺ ንጅቡታዋን ወተሃደራትን ጋዜጠኛታትን ዝመልከት ኣድላዪ ሓበሬታ ክህብ፤
() እቲ ኣብ 1997 ዝጸደቀ ቅዋም ኤርትራ ኣብ ተግባር ከውዕል ክገብር፡
3.       ነቶም ኣብ ናይ ዕለት 10 ክሳብ 12 ሰነ 2008 ኣብ መንጎ ኤርትራን ጅቡቲን ዝተገብረ ውግእ ሃለዋት ዘጥፍኡ ወተሃደራት ዝምልከት ሓበሬታ መንግስቲ ኤርትራ ክልግስን፡ ምኽንያቱ ዝምልከቶም ትካላት ሃለዋቶምን ኩነታት ጅብታውያን ምሩኻት ኵናት ንምርግጋጽ ክጥዕሞም፤
4.        ንኹነታት ሰብኣዊ መሰላት ኣብ ኤርትራ ዝምልከት ናብ ባይቶ ሰብኣዊ መሰላትን ቤት ምኽሪ ውዱብ ሕቡራት ሃገራት ጻብጻብ ንኸቕርብ ፍሉይ ራፖርትዋ መዚዙ፤
5.       ዋና ጻሓፊ ውዱብ ሕቡራት ሃገራት ነቲ ዝተመዘዘ ፍሉይ ራፖርትዋ ንዘተዋህቦ/ ሓላፍነት ብግቡእ  ንምፍጻም ኣድለዪ ዝባሃል ንዋታዊ ሓገዝ ንክልግስ ይሓትት፡
6.       ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ነዚ ጉዳይ ብዝምልከት ሓላፍነቱ ውሲዱ ከምዘሎ የረጋግጽ።
ኣብ መበል 21 ርክቡ፡ ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ንወይዘሪት ሺላ . ከታሩት ከም ፍሉይቲ ራፖርትዋ ናይ ኤርትራ ኮይነ ከተገልግል መዚዝዋ። ወይዘሪት ሺላ ከም ናይ መጀመርታ ፍሉይቲ ራፖርትዋ ናይ ኤርትራ ካብ 1 ሕዳር 2012 ኣትሒዛ ሓላፍነታ ተቐቢላ። ወይዘሪት ሺላ ብዓለምለኻዊ ሰብኣዊ መሰላትን ሲቪላዊያን ሓርነታትን ናይ ማስተርስ ማዓርግ ካብ ዩኒቨርሲ ሊቸስተር ዓባይ ብርጣንያ ዝተመረቐት ኮይና 25 ዓመት ዝአክል ኣብ ኣፍሪቃ ዝተፈላለየ ናይ ሰብኣዊ መሰላት ኣብ መጽናዐታዊ ስርሓት፡ ተሓላቕነት፡ ጥብቅና፡ ተጣበቐቲ ኣብ ምስልጠን፡ ከምኡውን ከም ጋዜጠኛ  ኮይና ዘገልገለት እያ። ኣብ 1997 ድማ ኣብ ሞርሸስ ማሕበር ጠበቃታት ተጸምቢራ። ድሕሪ ኣብ ኡጋንዳ ምስ ኣምነስቲ እንተርናሽናል ጨንፈር ኣፍሪካ ሰሪሓ። ወይዘሪት ሺላ ብተወሳኺ ኣብ ጋምብያ ዝመደበሩ ናይ ፓንኣፍሪካ ትካል  ንሰብኣዊ መሰላትን ልምዓትን ኣብ ኣፍሪቃ ዋና ጻሓፊት ኮይና ዝገልገለትን፡ ኣብዚ እዋን ኣብ ዩኒቨርስቲ ፐሪቶርያ ናይ ዶክተረ ማዓርግ ሕጽይቲ ኮይና መጽናዕቲ  ኣብ ምክያድ ትርክብ።
ነቲ ብባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ዝተዋህባ ሓላፍነት ኣብ ምትግባር፡ እዛ ፍልይቲ ራፖርትዋ ንሓበሬታ ምልውዋጥ ክቓላጠፍ ብምባል ነዚ ወረቐት (መሕትት) ኣዳልያ። ዋላ በዚ ሞዴል መሕትት እዚ መንገዲ ዝግበር ምልውዋጥ ሓበሬታ ኣገዳስነቱ ልዑል  እንተኮነ፡ ብዝኮነ ዓይነት መንገዲ ሓበሬታ ክትቅበል ደልውቲ ምኻና ክፍለጥ ይግባእ። ዕላማ ናይ መሕትት ብዛዕባ ኣብ ኤርትራ ኣሎ ዝብሃል ምግሃስ ሰብኣዊ መሰላት ቅኑዕን ጽጹይን ሓበሬታ ምእካብ እዩ። እንተድኣ ኣብዚ መሕትት ዘሎ ትሕዝቶ ብምስጢር ክትሓዘልኩም ትደልዩ ኮንኩም ኣብታ ብምስጢር ክዕቀበለይ እትብል ምልክት ግብሩ። እንተድኣ ኣብዚ መሕትት ተዳልዩ ዘሎ ቦታ ዘይኣኺልኩም፡ ተወሳኺ ወረቀት ክትውስኹ ትኽእሉ ኢኹም።
ነዚ መሕትት ኣብ ትመልእሉ እዋን ዘይተረዳኣኩም ነገር እንተሎ ንፍልየቲ ራፖርትዋ ሕቶኹም ከተቕርቡ ትኽእሉ፡ ፍሉያት ስርዓታት ባይቶ ሰብኣዊ መሰላት ዝምልከት ተወሳኺ ሓበሬታ ኣብዚ ዝስዕብ መርበብ ሓበሬታ ተወከሱ፡http://www2.ohchr.org/english/countries/er/mandate/

መሕቲት
እዚ ኣብ ታሕቲ ዘሎ መሕትት ተመሊኡ በዚ ኣድራሻ ክልኣኽ ይግባእ
Special Rapporteur on the situation of human rights in Eritrea
c/o Office of the High Commissioner for Human Rights
United Nations at Geneva
8-14 avenue de la Paix
CH-1211 Geneva 10
Switzerland
Fax: (+41) 22 917 90 06
E-mail: sr-eritrea@ohchr.org  or  urgent-action@ohchr.org  or bankenbrand@ohchr.org
(
ኣብቲ ናይ ስም ቦታ፡ Special Rapporteur on Eritrea ኢልኩም ጥቀሱ)



  1.  ሓፈሻዊ ሓበሬታ

-    እቲ ዘጋጠመ ምግሃስ ሰብኣዊ መሰላት ንውልቀ-ሰብ ንጉጅለ እዩ ኣጋጢሙ፧      
-    ኣበየናይ ሃገርን ሃግራትን ኣጋጢሙ፧     
-    ዜግነት ናይቲ ግዳይ እንታይ እዩ፧     
2.       መንነት ናይቲ ግዳይ
ሓበሬታ እንተድኣ እቶም ግዳያት ካብ ሓደ ንላዕሊ ኮይኖም፡ ንነፍሲ ወከፍ ሰብ ዝምልከት ኣገዳሲ ሓበሬታ ከተተሓሕዙ ከምትክእሉ ነዘኻኽር
-    ስም ኣባሕጎ      
-    ምሉእ ስም፡      
-    እትነብረሉ ቦታ ወይ መቦቆል ቦታ      
-    ዕድመ      
-    ዜግነት      

3.      ሓበሬታ ብዛዕባ እቲ ኣጋጢሙ ዝብሃል ምግሃስ መሰላት
-    ዕለትን ሰዓትን (እንተዘይተፈሊጡ፡ ዝቀራረብ ዕለትን ሰዓትን ጥቀስ)    
-    ቦታ ፍጻመ (ከባቢ/ ዞባ፡ ሃገር)
-    ነቲ ኣጋጢሙ ዝባሃል ምግባስ ዝምልከት ስፍሕ ዝበለ ሓበሬታ ኩነታት ኣፈጻጽምኡን ግለጽ/ጺ፡ ግብረ-መልሲ ናይቲ መንግሰቲ ከመይን ነይሩ      
-    ሰብኣዊ መሰላት ናይቲ ግዳይ ኮነ ተባሂሉ ከምዝተገፈ ዝሕብር ምልክታት ኣሎ ዶ፧     
-    መንነት እቶ ነዚ በደል ዝፈጸመ/ሙን፡ ስም ወይ ኣስማት፡ ስራሕን ድርኺት ናይቲ ምግሃስ ዝፍለጥ እንትኮይኑ ጥቀስ፡     
-    እቲ ግዳይ መንነት ነቲ ወይ ነቶም ነዚ በደል ዝፈጸሙ ሰባት  ይፈልጦም ዶ፧     
-    ትካላት መንግሰቲ ነዚ ዝብሃል ዘሎ በድል/ግህሰት ኢድ ኣለዎም ዶ፧     
-    ዘይ-መንግሰቲ ትካላት ነዚ ዝብሃል ዘሎ በድል/ግህሰት ኢድ ኣለዎም ዶ፧
-    እቶም በድልቲ ናይ መንግስቲ ትካላት እንተኮይኖም መንነቶም ብንጽር ጥቐሶም (ፖሊስ፡ሰራዊት፡ ኣባላት ጸጥታ፡ ኣሃዱ፡ መዝነቶም፡ ስርሖምን ..) ሕጽር ብዝበለ ንምንታይ ተሓተትቲ ምኻኖም ግለጽ።     
-    ነቲ ዝተፈጸመ በደል ዝፈልጡ መሰኻኽር እንተለዉ፡ ስሞምን፡ ዕድሚኦም፡ ዝምድንኦምን ኣድርሻኦም ጥቐስ። እንተድኣ ስሞም ክጥቀስ እንተዘይደልዮም ግን ኣዝማድ፡ ወይክኣ ሓለፍቲ መንገዲ ወዘተ እንተኾይኖም ጥቐስ፡ ተወሳኺ መርትዖ እንተሎ ድማ ጥቐስ።     
4.      እቲ/ ግዳይ፡ ቤተሰብ ወይ ዝኮነ ካልእ ሰብ ነቲ ምግሃስ ኣመልኪቱ ዝወሰዶ/ ስጉምቲ ኣሎ ዶ፧
-    ናብ ናይ መንግስቲ ትካላት (ፖሊስ፡ ኣክባር ሕጊ፡ ኣብያተ ፍርዲ) ዝተኣተወ ጥርዓን ኔሩ ዶ፧ መዓስ፧ ብመን፧     
-    ካልእ ዝተወስደ ስጉምቲ ኣሎ ዶ፧     
-    በቶም ናይ መንግስቲ ትካል ዝተወስደ ስጉምቲ ነሩ ዶ፧      
-    ንስኻ እትፈልጦ ብወገን መንግስቲ ዝተገብረ መርመራ ኔሩ ዶ፧ እንተነይሩ ከመይ ዓይነት ምርመራ ኔሩ፧ እቲ መርመራ ኣበይ በጺሑ ከምዘሎን ካልእ ዝተወሰደ ስጉምነት ኣንተሎ ጥቐስ፧     
-    ነቲ ብግዳይ ወይ ቤተሰቡ ዝቐረበ ጥርዓን መንግስቲ ትካላት እንታይ ዓይነት ግብረመልሲ ተዋሂቡ፧ እቲ ዝተገብረ ጥርዓን እንታይ ዓይነት ውጽኢት ኣምጺኡ፧     
-    እዚ ጥርዓን ናብ ካልኦት ዓለምለኻውያን ትካላት ተላኢኹ ዶ፧ እቲ ዝተገብረ ጥርዓን እንታይ ዓይነት ውጽኢት ኣምጺኡ፧     
5.       መንነት እዚ መሕትት ዝመል ስብ ወይ ትካል
-    ኣድራሻ      
-    ነዚ መሕትት ከም ግዳይ ወይ ኣብ ክንዲ እቲ ግዳይ ዘኾነ ሰብ ኢኻ መሊእካዮ፧     
-    መንነትካ ክዕቀበልካ ትደሊ እንተዀንካ ከምኡ እልካ ጥቀስ     
ነዚ መሕትት ዝመላእካሉ ዕለት፡