mercoledì 2 gennaio 2019

Corno d’Africa: Cosa cambia sotto il sole eritreo


Con la firma del 16 settembre a Gedda, l’Eritrea sembra aver perso il suo maggior nemico: l’Etiopia. Sono passati due anni di guerra e 18 di guerra fredda. Il piccolo paese che si affaccia sul Mar Rosso si è sigillato nei suoi confini diventando la peggiore dittatura d’Africa. Cosa cambierà per i suoi abitanti? Ci saranno aperture? Intanto sembra si sia innescato un effetto domino che potrebbe portare a un cammino verso la pace in tutta l’area.

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi». Sostituite il principe Tancredi a Isaias Afewerki, Salina ad Asmara e il gioco è fatto. Nulla meglio del celebre romanzo «Il gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa riesce a spiegare l’attuale situazione dell’Eritrea. La pace con l’Etiopia sembra aver portato un grande cambiamento nel piccolo paese affacciato sul Mar Rosso ma, al momento, poco è davvero mutato rispetto al passato. Il regime è ancora lì, intatto. La sua presa sulla politica e sulla società è ancora fortissima. La Costituzione non è stata emanata. Non esiste un sistema giudiziario indipendente. I più elementari diritti umani e civili non sono tutelati. Le forze armate non sono state smobilitate. Pochi detenuti politici sono stati liberati. Certo, l’intesa con Addis Abeba ha portato a un miglioramento delle condizioni di vita, perché nel paese sono arrivate più merci.




Robertharding / Michael Runkel

Economia in ripresa

La proposta di pace avanzata il 6 giugno dal premier etiope Abiy Ahmed al presidente eritreo Isaias Afewerki ha spiazzato l’Eritrea. Negli ultimi vent’anni lo stato di non belligeranza con Addis Abeba, seguito al conflitto del 1998-2000 tra i due Paesi, era servito al regime di Asmara per giustificare il suo potere. Invocando la «minaccia etiope», Afewerki ha imposto un regime di rigida autarchia economica accompagnata da una forte stretta politica.
Con la pace firmata il 9 luglio e poi ratificata il 16 settembre a Gedda (Arabia Saudita), l’Eritrea ha perso il suo principale nemico e, con esso, ogni pretesto per non introdurre garanzie democratiche. In realtà, nel paese poco è cambiato. Le piccole trasformazioni sono avvenute soprattutto in campo economico. «Con l’apertura delle frontiere con l’Etiopia, prevista dagli accordi di pace – osserva Erminia Dell’Oro, scrittrice italo-eritrea -, i prezzi dei generi alimentari e di prima necessità sono fortemente calati. Il teff, cereale base della cucina eritrea ed etiope, fino a pochi mesi fa costava moltissimo e la gente soffriva la fame, perché doveva pagare cifre elevate. Oggi il costo è calato, nei mercati ce n’è maggiore disponibilità grazie alle importazioni dall’Etiopia. Da anni, la mia famiglia voleva rifare la facciata della casa, ma aveva soprasseduto perché il cemento e gli intonaci costavano troppo. Adesso i prezzi sono calati e stiamo progettando di mettere in campo i lavori».
La povertà però è diffusa. «Servirebbero politiche che favoriscano la reindustrializzazione del paese – spiega una giovane asmarina che vuole mantenere l’anonimato -. Il paese deve recuperare la sua vocazione commerciale. Pensiamo solo all’importanza dei nostri porti, in particolare Massaua e Assab. Se ben sfruttati possono diventare lo sbocco al mare per tutto il Corno d’Africa. L’Eritrea deve però investire per ricostruire quel tessuto industriale e artigianale un tempo così fiorente (cotonifici, birrifici, aziende artigiane, ecc.). Solo questo ci può garantire un flusso costante di entrate e maggiore occupazione».
Attualmente in Eritrea non c’è lavoro. La povertà è palpabile. «Girando per le strade si vedono mendicanti che chiedono l’elemosina – continua la scrittrice -. Un tempo, una cosa simile era impensabile. Molti giovani sono fuggiti e le famiglie sono composte dai nonni che, tra mille difficoltà, crescono i nipoti».
La povertà è evidente, anche se si guardano i palazzi e le strade di Asmara. «La nostra capitale – conclude la ragazza asmarina – è come una donna che da giovane era bellissima ma è invecchiata male e oggi è piena di rughe. Le strade sono dissestate e piene di buche. Gli edifici, un tempo splendidi, frutto dei progetti dei migliori architetti italiani, dimostrano i segni degli anni. Vent’anni di stato di guerra hanno lasciato segni profondi. Ma sono convinta che, appena ci saranno le condizioni, Asmara tornerà al suo antico splendore».

                                                                       John Thys / AFP

Stallo politico

La politica però rimane un tabù. Nelle strade, nei luoghi pubblici, nelle scuole non si parla del presidente, del governo, del partito di maggioranza. C’è paura. L’apparato repressivo, che fa leva su una capillare rete di informatori, non è stato smantellato. «Nel paese non c’è dibattito – continua Erminia -. Tra la gente comune c’è una grande ammirazione per il premier etiope Abiy Ahmed. Un primo ministro giovane, dinamico, che ha saputo superare una crisi politica lunga vent’anni. Di Isaias Afewerki si parla poco o nulla. C’è la speranza che sappia guidare una trasformazione del paese. Anche se molti ne dubitano».
I problemi degli ultimi vent’anni sono ancora tutti sul tavolo. La Costituzione democratica, redatta alla fine degli anni Novanta, non è mai entrata in vigore. Quindi non c’è una Carta che garantisca i più elementari diritti civili. Nel paese non si tengono regolari elezioni, non c’è un parlamento e sistema giudiziario indipendente. Alcuni oppositori sono stati rilasciati, ma la maggior parte sono ancora in una delle 350 prigioni del paese. «Quello di Asmara – sottolinea Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara – è uno dei regimi politici più duri del mondo, una dittatura che ha soppresso ogni forma di libertà, annullato la Costituzione del 1997, soppresso di fatto la magistratura, militarizzato l’intera popolazione per quasi tutta la vita. Una dittatura che ha creato uno stato prigione. Anche di recente sono stati arrestati oppositori, sono state chiuse scuole cattoliche e islamiche, sono stati sbarrati otto centri medici e ospedali cattolici, mentre il patriarca della chiesa ortodossa Abune Antonios, fermato nel 2004, si trova ancora agli arresti dopo ben 14 anni».



Maheder HaileselassieTadese / AFP

Negli anni, il regime ha arruolato migliaia di ragazzi e li ha schierati alla frontiera con l’Etiopia. Questi militari di leva, per i quali non era e non è prevista una data certa di congedo, non sono ancora stati smobilitati. «La pace – spiega un altro religioso che vuole mantenere l’anonimato – non ha portato a uno snellimento delle forze armate. Nonostante la minaccia etiope sia venuta meno, i reparti sono ancora a pieno organico. Nessun giovane è tornato a casa. La gente inizia a chiedersi perché. Che senso ha tenere una struttura così grande e costosa?».
E le persone continuano a fuggire. Se in passato si scappava di nascosto, attraversando la frontiera di notte per non farsi bloccare dalle guardie di confine, oggi lo si fa alla luce del sole. Grazie all’apertura della rotta aerea Asmara-Addis Abeba, molti eritrei si recano in Etiopia e da lì verso altri paesi africani o verso l’Europa. «L’Eritrea – ci dice Tekle Haile, eritreo, storico oppositore del regime, da anni in esilio in Italia – ha siglato un trattato di pace di cui non si conoscono i contenuti. L’opposizione, oggi frazionata, ma che nei prossimi mesi darà vita a un unico soggetto, teme che il nostro paese sia stato svenduto all’Etiopia. Che ne sarà dei nostri porti? Delle nostre strade? Dei nostri ponti? Della nostra economia? Non vorremmo che, dopo trent’anni di guerra di indipendenza, un altro conflitto durato tre anni seguito da vent’anni di dura non belligeranza, ora l’Eritrea torni a essere una sorta di provincia di Addis Abeba. Questa incertezza economica e questo regime così oppressivo fanno paura e la gente continua a fuggire».
Enrico Casale


                                              Eduardo Soteras / AFP

Chi è l’artefice del cammino di pace

Abiy Ahmed: come ti rivolto il Corno

La pace tra Eritrea ed Etiopia ha un protagonista: è il premier etiope Abiy Ahmed. È stato lui l’artefice dell’apertura nei confronti di Asmara. Ma questo è solo uno dei tasselli della politica di riforma con la quale sta trasformando nel profondo il suo paese.

Multietnico

Abiy Ahmed, 42 anni, cristiano riformato, ma figlio di un papà musulmano e una mamma cristiana ortodossa, è un oromo, appartiene cioè all’etnia maggioritaria, sebbene sempre discriminata. Arrivato al potere, nell’aprile 2018 ha avviato una serie di grandi cambiamenti. Oltre ad annunciare, fin dal suo primo discorso tenuto il 2 aprile, la necessità di un dialogo con l’Eritrea, ha promosso una riconciliazione nazionale, ordinando il rilascio di migliaia di prigionieri politici e legalizzando i gruppi di opposizione, a lungo definiti «organizzazioni terroristiche». In campo economico ha promesso di rilanciare l’economia etiope (che viaggia già a percentuali di crescita intorno all’8-9%) scommettendo sul sistema produttivo e privatizzando alcune imprese statali. Anche la pace con l’Eritrea potrà avere profondi risvolti in campo economico: l’Etiopia potrà infatti sfruttare i porti di Massaua e di Assab, più vicini e meglio collegati di quelli di Gibuti e Port Sudan.

Pace nel Corno d’Africa

Proprio la pace con l’Eritrea ha creato una sorta di effetto domino che, dopo anni di forti tensioni, sta riportando stabilità in tutto il Corno d’Africa. Dopo l’intesa fra Asmara e Addis Abeba, il premier Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afewerki hanno infatti aperto un tavolo di trattativa con il presidente somalo Mohamed Abullahi Mohamed «Farmajo». Da questo tavolo, il 6 settembre è nato il Joint high level committee, una commissione formata dai tre governi che mira al rafforzamento dei loro legami politici, economici, sociali e culturali, oltre che garantire il perseguimento e il mantenimento della pace e della sicurezza in tutta l’Africa orientale. Un passo avanti importantissimo se si tiene conto che la Somalia è stata per anni un teatro in cui Eritrea ed Etiopia si sono scontrati per interposta persona. Non è un caso che, nel 2009, l’Onu ha imposto ad Asmara l’embargo sull’importazione delle armi per il sospettato supporto eritreo ai militanti islamisti somali di Al Shabaab (milizia da sempre feroce avversaria dell’Etiopia).
La creazione di questa commissione ha rappresentato la base per porre un altro tassello della stabilità regionale: la pace tra Eritrea e Gibuti. Le tensioni tra i due paesi risalgono al 1996, quando l’ex Somalia francese ha accusato Asmara di un attacco presso il villaggio di Ras Doumeirah. L’episodio non si è trasformato in guerra aperta, ma le tensioni si sono trascinate fino al 2010 quando, grazie alla mediazione del Qatar, le due nazioni sono arrivate a un accordo sulle dispute territoriali. Nel 2017 le tensioni sono tornate ad accendersi quando Gibuti si è apertamente schierata a favore della coalizione saudita contro il Qatar, mentre l’Eritrea ha continuato a professarsi amica di Doha. Proprio grazie alla mediazione di Etiopia e Somalia, la frattura è stata ricomposta e a metà settembre i presidenti eritreo Isaias Afewerki e gibutino Ismail Omar Guelleh hanno siglato un’intesa di collaborazione.

Diffidenze

È ormai chiaro che le aperture di Abiy Ahmed hanno dato il via a un processo di distensione che va oltre la stessa Etiopia e investe l’intera regione. Una regione, il Corno d’Africa, che negli ultimi 25 anni ha conosciuto guerre civili lunghissime (Somalia) e tensioni tra stati (Gibuti, Eritrea ed Etiopia) che hanno frenato la crescita economica e sociale.
Non tutti però apprezzano la politica di apertura del premier di Addis Abeba. La diffidenza arriva dall’etnia tigrina (che in Etiopia rappresenta solo il 7% della popolazione) che ha gestito il potere dall’inizio degli anni Novanta, ma anche dagli apparati di sicurezza e da alcune frange delle forze armate. Riuscirà Abiy Ahmed a superare queste resistenze? La popolazione è dalla sua parte. E anche la comunità internazionale, se è vero che il Wall Street Journal lo ha definito «la più grande speranza per il futuro democratico dell’Etiopia».
En.Cas.
Foto di Claudia Caramanti




domenica 23 dicembre 2018

Norge presser flyktningene inn i smuglernes hender

© Alessio Mamo 2018  activism, activist, attivista, demonstrating, demonstration, demonstrator, demonstrators, europe, Father, gemany, german, immigration, migranti, migrants, Mussie, padre, politics, preste, priest, protest, protesting, rally, refugee, refugees, rifugiati, Zerai
Mussie Zerai (t.h) har hjulpet tusenvis av båtflyktninger. 
Foto: Alessio Mamo / Redux / NTB scanpix

Eritreisk asylprest: – 

Norge presser flyktningene

inn i smuglernes hender

Mussie Zerai var båtflyktningenes «hot-line» da tusenvis druknet i Middelhavet. 
Nå frykter han konsekvensene av Norges nye asylinnstramming.
Av Martin Skjæraasen Sist oppdatert: 21.11.2018 08.51.55
Den katolske presten Mussie Zerai ble kjent som en «nødhjelpssentral» under flyktningkrisen i 2015. Engstelige båtflyktninger ringte ham før de skulle krysse Middelhavet, eller når båtene holdt på å kantre. Da kontaktet Zerai kystvakten og fortalte hvor de befant seg. For dette arbeidet ble han nominert til Nobels fredspris. 
Denne uken har 43-åringen vært i Norge for å møte eritreiske asylsøkere. Mange bekymrer seg over en ny innstramming i lovverket, forteller han. Etter at den tidligere strengt bevoktede grensa mellom Eritrea og Etiopia åpnet igjen i sommer, har tusenvis grepet sjansen og rømt landet.
Et resultat er at den norske ambassaden i Etiopias hovedstad Addis Abeba har opplevd stor pågang fra eritreere som ønsker familiegjenforening. Derfor ble det nylig bestemt at søkere skal henvises til ambassaden i Sudans hovedstad Khartoum, som har ansvaret for slike saker. Dette er uansvarlig, mener Zerai. 

Farlig reise

– De fleste eritreerne som befinner seg i Etiopia, har aldri hatt pass og krysset grensa til Etiopia ulovlig. Om man ber dem reise videre til Sudan, blir de nødt til å betale smuglere for å klare reisen, sier han.
Grensa mellom Sudan og Etiopia er fortsatt strengt bevoktet og veien til Khartoum farlig. I menneskesmuglernes vold risikerer flyktningene å bli ranet, kidnappet eller misbrukt, forteller Zerai. 
– Man burde finne andre måter å gjøre dette på. For eksempel kunne flyktningene startet søknadsprosessen hos FN i Addis, eller hos organisasjoner som Flyktninghjelpen, som kunne videresendt dokumentasjonen til Khartoum.
Da NTB omtalte regelendringen forrige uke, forklarte UDs kommunikasjonssjef Frode Andersen at ambassaden Khartoum av praktiske årsaker fikk ansvar for familiegjenforeningssaker da ambassaden i Eritrea ble lagt ned i 2013. 
Den gangen var Sudans hovedstad lettest tilgjengelig for eritreiske borgere. I lys av fredsavtalen mellom Eritrea og Etiopia kan det ifølge Andersen bli aktuelt å gjøre en ny vurdering, men at dette kan ta tid.  
– En eventuell endring av søknadssted vil ta tid å implementere, da den nødvendiggjør endringer både i stillingsoppsett og kompetanse på ambassadene, sa han til NTB, som omtalte saken sist uke. 

Flyktet som 14-åring

Mussie Zerai flyktet selv til Italia da han var fjorten år. Han ville slippe unna militærtjenesten, som har ubestemt varighet i Eritrea. I Roma ble han tolk for en prest som hjalp flyktninger, og Zerai fortsatte å hjelpe flyktninger da han ble prest selv. 
Da flyktningkrisen for alvor brøt ut, ble Zerai kjent som mannen man ringte til om man fikk problemer. For det Zerai problemer selv. På ett tidspunkt ble presten etterforsket for menneskesmugling av italienske myndigheter, uten at det ble tatt ut tiltale.
Fortsatt ringer fortvilte flyktninger til Zerai for å få hjelp. Særlig fra de famøse flyktningleirene i Libya, som kontrolleres væpnede grupper uten tilsyn fra FN. Disse leirene er et resultat av vestens inhumane flyktningpolitikk, mener presten.
– Europa er bare opptatt av å sperre folk ute, stenge grensene, flytte grensene inn i Afrika. I dag er ikke Europas yttergrense Lampedusa lenger, det er Niger og Tsjad, sier han.
Zerais løsning er likevel ikke å åpne grensene mot Europa. Tvert imot. 

Hjelp i nærområdene

– Europeiske land bør gjøre det de kan for å gi flyktningene et trygt og verdig liv i nærområdene. De som vurderer å flykte, bør heller jobbe for å forandre situasjonen i hjemlandet sitt, sier han.
Europa bør støtte dem i kampen og gi de som har flyktet, hjelp og beskyttelse i nærområdene, med skolegang, helsetilbud og muligheter til jobb, i påvente av at situasjonen hjemme blir bedre. 
– De som trenger det aller mest, bør hjelpes til Europa, sier han.  
Zerai tror riktignok ikke flyktningstrømmen fra hans eget hjemland vil avta med det første. I motsetning til i Etiopia, hvor statsminister Abiy Ahmed har satt i gang en rekke reformer, er situasjonen i Eritrea uendret, presiserer Zerai.
– Grensene er åpnet og mange varer er blitt billigere. Men folket vårt forventer mer frihet, rettferdighet og avmilitarisering av samfunnet. De unge menn og kvinner som tjenestegjør må få reise hjem. Vi trenger en fungerende rettsstat og en regjering som respekterer grunnloven, sier han.   
– Etiopia hadde grunnlov, nasjonalforsamling, pressefrihet og valg før Ahmed startet reformene. Selv om det demokratiet var begrenset, var Etiopia likevel annerledes. Statsministeren hadde et grunnlag å bygge på. Eritrea må starte fra null. 

Han lar seg ikke stanse av knivangrep og drapstrussel

Mussie Zerai flyktet fra hjemlandet Eritrea til Italia som 15-åring, ble senere prest, og leder nå Vatikanets arbeid blant katolske eksil-eritreere i hele Europa.


Den katolske presten Mussie Zerai er opprinnelig fra Eritrea, men bor i Roma der han koordinerer Vatikanets arbeid blant katolske eksil-eritreere i hele Europa. Han er tidligere nominert til Nobels fredspris for sitt arbeid for migranter. Foto: Alf Simensen

43-åringen har tilbrakt nesten to tredjedeler av livet utenfor Eritrea, det trøblete diktaturet på Afrikas Horn med rundt fem millioner innbyggere.
Der styrer et regime som ser på den Roma-baserte katolske presten som en brysom fiende. Han er blitt truet både verbalt og fysisk, men lar seg ikke skremme.
To angrep med kniv
– Nei, jeg fortsetter å leve mitt liv som før, sier Zerai.
Litt nølende bretter han opp skjorten og viser fram et arr på underarmen, så peker han på et annet under høyre øye.
Arrene stammer fra to ulike knivangrep for flere år tilbake, det ene like etter at han hadde organisert en demonstrasjon i Roma mot regimet i 2005. Han har senere fått formidlet trusler der en høytstående eritreisk regimerepresentant på et lukket møte i Sveits skal ha oppfordret sine følgere blant eksileritreere til å drepe Zerai med gift.
– Jeg fikk advarselen fra en jeg kjenner som var til stede på møtet, forteller Zerai tørt.
Infiltrerer eksilmiljøet
Zerai sier at religion i likhet med etnisitet blir misbrukt av det eritreiske regimet for å infiltrere eksilmiljøet. Det omfatter også prester fra den lagt på vei statskontrollerte ortodokse kirken som sendes til menigheter i Norge og andre land som regimets forlengede arm.
– Det er kynisk splitt og hersk i den hensikt å beholde makten, sier Zerai, som nå forbereder ansettelse av en eritreisk prest i eksil for å betjene katolske eritreere i Norge.
Det skjer samtidig som de tidligere erkefiendene Etiopia og Eritrea har inngått en banebrytende fredsavtale. Grensene er åpnet, og FN har opphevet langvarige sanksjoner mot Eritrea.
– Dessverre ser vi hittil ingen fredsgevinst i form av mindre undertrykking i Eritrea. Ingen løslatelser av regimekritikere eller journalister, ingen åpning for privat sektor, frivillige organisasjoner eller uavhengige medier, sier den frittalende presten.
LES OGSÅ: Kan bli sendt hjem
Blodig uavhengighetskamp
Da han forlot Eritrea som flyktning i 1991, bare 15 år gammel, var det fortsatt annektert av Etiopia som det store landets 14. provins. Først i 1993, etter en 30 år lang frigjøringskamp, ble Eritrea anerkjent som uavhengig.
Siden er det lutfattige landet styrt med knallhard hånd av president Isaias Afwerki og hans krets, i det som regnes som et av verdens mest undertrykkende regimer. Blant annet må unge eritreere utføre militær- eler samfunnstjeneste som kan vare i årevis.
– Faren er at regimet i Asmara utnytter lettelsen i FN-sanksjonene til mer våpenimport og militarisering, offisielt for å øke sikkerheten, men i realiteten for å sikre sin egen makt. Kanskje finner de en konflikt å gå inn i for å ta folks oppmerksomhet bort fra vanstyret i landet, frykter Mussie Zerai.
Stort antall flyktninger
Presten har engasjert seg sterkt i situasjonen for de hundretusener som gjennom årene har flyktet fra Eritrea og utgjør en av verdens største flyktninggrupper. Diasporaen teller 1,8 millioner eritreere, og etter grenseåpningen i september skal ifølge Zerai ytterligere 300.000 ha tatt seg til Etiopia.
– Det mest bekymringsfulle er at det er de unge som drar, de som skulle vært framtiden for Eritrea. I mange landsbyer er det nesten bare eldre, kvinner og barn tilbake. Dette kan også utløse en matvarekrise der Eritrea blir avhengig av omfattende matimport som det fattige flertallet ikke har råd til å betale for, sier Zerai.
Hjelper flyktninger i nød
I 2015 ble den katolske presten nominert til Nobels fredspris, ganske enkelt fordi han tar telefonen når desperate eritreere på flukt er i fare. Telefonnummeret hans har spredd seg, og han og hans hjelpeorganisasjon er utallige ganger oppringt av eritreere i nød i Middelhavet og andre steder.
Det har ført til etterforskning fra italienske myndigheter om angivelig samarbeid med menneskesmuglere. Saken er henlagt, og Zerai er krystallklar på at han ikke bidrar til å organisere flukten:
– Jeg melder bare fra med GPS-posisjoner så kystvakten i Italia eller Malta kan komme til unnsetning. Migrasjon er ingen løsning på Afrikas problemer, men vi har en moralsk plikt til å redde mennesker når de er i fare.
Kritisk til EU-politikk
Selv om Zerai mener det er en dårlig løsning at hundretusenvis av fattige og undertrykte afrikanere prøver å ta seg til Europa i håp om et bedre liv, er han sterkt kritisk til måten EU og europeiske land nå bygger barrierer og etter hans syn legger helt urealistiske planer om å etablere asylsøkersentre i afrikanske land.
– Løsningen finnes i nærområdene, der veien også er kortere hjem når forholdene bedrer seg. Men da må land som har muligheter gå inn med helt andre ressurser så flyktninger kan få bolig, utdanning og arbeid i nabolandene de flykter til. Uganda er et eksempel på vilje til å huse et stort antall flyktninger som får muligheter til å etablere seg i lokalsamfunnene, sier Zerai.
Vil bygge bro
Prestens råd til unge som ikke ser noen framtid i Eritrea, er å bli der og bidra til en ny kurs. Og eritreere som har forlatt hjemlandet de siste årene, bør vurdere å returnere for å bidra til en liberalisering og revitalisering av hjemlandet.
– Ja, det er et personlig offer, men uten å ofre noe får vi ikke endret noe. For øyeblikket ser jeg ingen politikere som kan lede an en ny og mer åpen kurs, men håpet er at et stort møte i Brussel i desember kan samle eksileritreere i et forsøk på helt nødvendig forsoning og brobygging, sier Mussie Zerai.

Il diritto dei deboli non è un diritto debole !

Decreto sicurezza: p. Zerai (Habeshia), “si rischia che passi l’idea che il diritto dei più deboli è calpestabile


“I fatti di questi ultimi mesi e l’annunciato decreto sicurezza rischiano di far passare nel opinione pubblica l’idea che il diritto dei più deboli è calpestabile, che non vale nulla, perciò un diritto debole”. Lo scrive padre Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia, in un appello rivolto al Governo italiano, all’Unione europea e ai parlamentari di tutti i gruppi politici presenti a Roma e a Bruxelles, in riferimento agli ultimi provvedimenti previsti dal Governo, “a partire dal capitolo immigrazione del decreto sicurezza”. “Peggioreranno ulteriormente la situazione: per i rifugiati, ma anche per la vita delle città, grandi e piccole, che ospitano una qualche struttura che si occupa dei migranti”. “Quello che emerge, infatti, è la volontà non di migliorare ma di restringere al massimo l’accoglienza e, di contro, moltiplicare la politica di chiusura e respingimento”. Indicando “diverse cose che preoccupano”, in particolare il sacerdote eritreo indica: la soppressione del sistema Sprar, l’abolizione della “tutela umanitari”, ovvero, l’abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari e il taglio della “retta” assegnata ai Cas e alle strutture di accoglienza per ciascuno degli ospiti. Alla luce di ciò, l’Agenzia Habeshia chiede di “cessare gli sgomberi forzati senza aver previsto una sistemazione alternativa per tutti gli ospiti evacuati, sospendere il capitolo immigrazione del decreto sicurezza e impostare di contro una riforma radicale del sistema, basata sull’accoglienza diffusa propria dello Sprar e aprire canali legali di immigrazione gestiti direttamente dallo Stato”.
https://agensir.it/quotidiano/2018/11/29/dl-sicurezza-p-zerai-habeshia-si-rischia-che-passi-lidea-che-il-diritto-dei-piu-deboli-e-calpestabile/

Grandes Africanos

https://www.rtp.pt/play/p2105/grandes-africanos

Grandes Africanos

Mussie Zerai é um sacerdote católico natural da Eritreia, e cuja intervenção e posição firme em defesa dos refugiados, oriundos do norte de África e do Oriente Médio para a Europa, lhe deram destaque internacional. Por mais de uma década, este sacerdote 

Siamo Noi: TV 2000

21 dicembre – Cristiani perseguitati, come festeggeranno il Natale?

https://www.tv2000.it/siamonoi/2018/12/19/21-dicembre-cristiani-perseguitati-come-festeggeranno-il-natale/

Ci sono luoghi in cui la persecuzione cristiana è ancora una triste realtà. Nel mondo un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione mentre il numero complessivo dei cristiani perseguitati è di 300 milioni. A pochi giorni dal Natale Siamo Noi, programma pomeridiano di Tv2000, dedica una puntata ai cristiani che quest’anno dovranno nascondersi per celebrare la Natività. In studio Padre Mussie Zerai, Coordinatore europeo dei cattolici eritrei; Padre Mtanios Haddad, archimandrita della Chiesa cattolica greco-melchita; Lindita Rrethej, cattolica albanese; Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa. In collegamento telefonico dalla Palestina (Ramallah) padre Jamal Khader, parroco della Sacra Famiglia.

Cristiani perseguitati, come festeggeranno il Natale?

Siamo Noi, 21 dicembre 2018 – Cristiani perseguitati, come festeggeranno il Natale?


Ci sono luoghi in cui la persecuzione cristiana è ancora una triste realtà. Nel mondo un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione mentre il numero complessivo dei cristiani perseguitati è di 300 milioni. A pochi giorni dal Natale Siamo Noi, programma pomeridiano di Tv2000, dedica una puntata ai cristiani che quest'anno dovranno nascondersi per celebrare la Natività. In studio Padre Mussie Zerai, Coordinatore europeo dei cattolici eritrei; Padre Mtanios Haddad, archimandrita della Chiesa cattolica greco-melchita; Lindita Rrethej, cattolica albanese; Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa. In collegamento telefonico dalla Palestina (Ramallah) padre Jamal Khader, parroco della Sacra Famiglia.