venerdì 17 aprile 2015

"Siamo noi" - Don Mussie Zerai

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Don Mussie Zerai è fuggito dall'Eritrea. Oggi è cappellano in Svizzera e con l’associazione da lui fondata aiuta da anni quanti continuano a fuggire, spesso a bordo di un barcone.


Erythrée KTO.TV

Eglises du Monde porte son regard sur un pays peu connu: l'Erythrée. Situé dans la Corne de l'Afrique, ce pays -moitié chrétien et moitié musulman- est l'un des plus pauvres et des plus fermés au monde. Ayant obtenu son indépendance en 1993, après 30 ans de guerre avec l'Ethiopie, l'Erythrée est sous le joug d'une des pires dictatures militaires. Face à la pauvreté et au manque de liberté, des dizaines de milliers d'érythréens ont déjà fui et tentent de rallier l'Occident. Mais leur parcours est parfois un calvaire, comme le rappelle le naufrage de Lampedusa le 3 octobre 2013, où des centaines de migrants, en grande partie érythréens, sont morts. Ils sont aussi la proie de trafiquants. A l'occasion de son passage en France, le père Mussie Zerai vient nous porter son témoignage sur la difficile condition des chrétiens et des migrants. Erythréen, il est président de l'Agence Habeshia, une organisation qui prend en charge les migrants, réfugiés et demandeurs d'asile en Italie. Il vit entre la Suisse et l'Italie, où il est arrivé en 1992. En raison de son engagement, il n'est plus autorisé à retourner en Erythrée. 
Eglises du Monde du 15/04/2015.


Migranti, la tragedia infinita - Abba Mussie Zerai

Intervista ad Abba Mussie Zerai, candidato al premio Nobel 

per la Pace 2015 in virtù del suo impegno con profughi e 

rifugiati.

www.scalabrini.net


giovedì 16 aprile 2015

03.10.2013 Giornata della memoria: sì, ma senza ipocrisie

Agenzia Habeshia. I profughi scomparsi in mare
 Giornata della memoria: sì, ma senza ipocrisie

Il Parlamento italiano sta per discutere la proposta di istituire, ogni 3 ottobre, la data della tragedia di Lampedusa, una Giornata della memoria in onore delle 366 vittime di quell’alba tragica e di tutte le migliaia di disperati scomparsi in questi ultimi anni nel Mediterraneo, inseguendo un sogno di libertà e di umana dignità.
E’ impossibile non essere favorevoli a questa iniziativa. Quelle 366 vite spezzate sono diventate il simbolo della tragedia di tutti i profughi del pianeta, richiamando in particolare l’Italia e l’Europa alle proprie responsabilità nei confronti dei tantissimi giovani, donne e uomini, che gridano aiuto ai potenti della terra dai paesi del Sud del mondo, sconvolti da guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, carestia, fame, miseria endemica. Proprio mentre si propone di celebrare questa data simbolo, però, la politica italiana e quella europea stanno andando nella direzione esattamente opposta, dimenticando o facendo finta di dimenticare, che la maniera migliore per onorare la memoria dei morti è quella di salvare i vivi. Sono tanti, infatti, i provvedimenti e gli interventi che contrastano con quello che dovrebbe essere lo spirito della futura Giornata della Memoria. Vale la pena citare i più significativi.
 – Mare Nostrum. Il primo novembre 2014 è stata abolita l’operazione Mare Nostrum: l’Italia afferma di non poterne più sostenerne le spese; l’Unione Europea, anziché farla propria, ha preferito puntare sull’operazione Triton, affidata all’agenzia Frontex, dotata di mezzi infinitamente minori e il cui unico obiettivo è quello di presidiare i confini mediterranei dell’Europa, attuando interventi di salvataggio solo in casi eccezionali. Sono stati ignorati sia il parere della stessa Marina Italiana, contraria alla soppressione del programma di soccorso, sia gli appelli dell’Unhcr e dell’Oim, che anche di recente hanno chiesto di varare una nuova Mare Nostrum su base europea. Tacitate di fatto le voci dei pochi parlamentari che hanno sollecitato la riedizione di Mare Nostrum “anche a costo di perdere voti”, mettendola magari sotto l’egida dell’Onu.
– Processo di Khartoum. E’ stato varato il Processo di Khartoum, l’accordo firmato dai 28 Stati dell’Unione Europea, su iniziativa in particolare proprio dell’Italia, che di fatto affida la gestione dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente a vari Stati dell’Africa Orientale, incluse alcune delle peggiori dittature del mondo, come quella di Isaias Afewerki in Eritrea e di Al Bashir in Sudan, ma anche al regime egiziano di Al Sisi, messo sotto accusa ripetutamente da Amnesty e da altre organizzazioniquello che dovrebbe essere lo spirito della futura Giornata della Memoria. Vale la pena citare i più significativi.
 – Mare Nostrum. Il primo novembre 2014 è stata abolita l’operazione Mare Nostrum: l’Italia afferma di non poterne più sostenerne le spese; l’Unione Europea, anziché farla propria, ha preferito puntare sull’operazione Triton, affidata all’agenzia Frontex, dotata di mezzi infinitamente minori e il cui unico obiettivo è quello di presidiare i confini mediterranei dell’Europa, attuando interventi di salvataggio solo in casi eccezionali. Sono stati ignorati sia il parere della stessa Marina Italiana, contraria alla soppressione del programma di soccorso, sia gli appelli dell’Unhcr e dell’Oim, che anche di recente hanno chiesto di varare una nuova Mare Nostrum su base europea. Tacitate di fatto le voci dei pochi parlamentari che hanno sollecitato la riedizione di Mare Nostrum “anche a costo di perdere voti”, mettendola magari sotto l’egida dell’Onu.
– Processo di Khartoum. E’ stato varato il Processo di Khartoum, l’accordo firmato dai 28 Stati dell’Unione Europea, su iniziativa in particolare proprio dell’Italia, che di fatto affida la gestione dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente a vari Stati dell’Africa Orientale, incluse alcune delle peggiori dittature del mondo, come quella di Isaias Afewerki in Eritrea e di Al Bashir in Sudan, ma anche al regime egiziano di Al Sisi, messo sotto accusa ripetutamente da Amnesty e da altre organizzazioni internazionali per la sistematica violazione dei diritti umani e il soffocamento di ogni forma di dissenso: oltre 800 condanne a morte, centinaia di condanne all’ergastolo, migliaia di civili sottoposti, senza possibilità di appello e spesso senza alcuna difesa, al giudizio delle corti marziali militari.
– Finanziamenti alle dittature. Proprio sulla scia del Processo di Khartoum, l’Unione Europea, nel contesto dei progetti di cooperazione, ha deciso di stanziare un pacchetto di 300 milioni di euro in favore dell’Eritrea. L’obiettivo sarebbe quello di “fermare la fuga di migliaia di migranti dal paese”. Così almeno si è detto a Bruxelles. Ma si ignora o si fa finta di ignorare che l’attuale esodo di tanti giovani eritrei è dovuto prima di tutto alla totale mancanza di libertà e democrazia e che le stesse condizioni di estrema povertà sono dovute proprio alla politica del regime, che ha militarizzato la nazione con una catena continua di guerre che dura, pressoché ininterrotta, addirittura dal 1994. Anzi, sono rimaste inascoltate, a Bruxelles come a Roma, le proteste della diaspora e l’appello lanciato da numerosi docenti universitari, uomini di cultura, giornalisti, esuli, ex diplomatici eritrei, attivisti, i quali, a fine marzo, hanno denunciato come manchi qualsiasi prova che abbia fondamento la pretesa volontà del regime di allentare il “pugno di ferro” con cui governa l’Eritrea, cominciando finalmente a rispettare i diritti umani e le regole fondamentali della democrazia. Al contrario: tutto lascia credere che questo flusso di denaro dall’Europa finisca per legittimare e rafforzare la dittatura proprio mentre sta attraversando una fase di grave difficoltà. E il caso dell’Eritrea non è isolato: c’è da ritenere che finanziamenti analoghi siano previsti anche per altre dittature della regione.
– Nuovi respingimenti. Nell’ultimo vertice europeo di Bruxelles l’Italia ha proposto di coinvolgere nel pattugliamento del Mediterraneo anche le marine militari della Tunisia e dell’Egitto. In questo modo – si afferma – potranno essere potenziati i servizi di salvataggio. Solo che – come ha rivelato un servizio giornalistico del Guardian – le navi tunisine ed egiziane non si limiteranno ai soccorsi: i profughi intercettati in mare verranno riaccompagnati in Africa. Praticamente respinti a priori, senza esaminare se sono nelle condizioni di essere accolti in Europa come profughi ed hanno diritto a una forma di protezione internazionale. Poco importa se questo significa di fatto riconsegnarli ai trafficanti di uomini o magari ai paesi dai quali sono stati costretti a fuggire. Il tutto, tra l’altro, per quanto riguarda l’Egitto, senza considerare che – come è già accaduto in passato e si è ripetuto anche in questi giorni – i profughi intercettati vengono considerati colpevoli di immigrazione clandestina, arrestati e gettati in carcere praticamente a tempo indeterminato, fino a quando, cioè, non saranno in grado di pagarsi il biglietto aereo per tornare nel paese d’origine.
proprio mentre sta attraversando una fase di grave difficoltà. E il caso dell’Eritrea non è isolato: c’è da ritenere che finanziamenti analoghi siano previsti anche per altre dittature della regione.
– Nuovi respingimenti. Nell’ultimo vertice europeo di Bruxelles l’Italia ha proposto di coinvolgere nel pattugliamento del Mediterraneo anche le marine militari della Tunisia e dell’Egitto. In questo modo – si afferma – potranno essere potenziati i servizi di salvataggio. Solo che – come ha rivelato un servizio giornalistico del Guardian – le navi tunisine ed egiziane non si limiteranno ai soccorsi: i profughi intercettati in mare verranno riaccompagnati in Africa. Praticamente respinti a priori, senza esaminare se sono nelle condizioni di essere accolti in Europa come profughi ed hanno diritto a una forma di protezione internazionale. Poco importa se questo significa di fatto riconsegnarli ai trafficanti di uomini o magari ai paesi dai quali sono stati costretti a fuggire. Il tutto, tra l’altro, per quanto riguarda l’Egitto, senza considerare che – come è già accaduto in passato e si è ripetuto anche in questi giorni – i profughi intercettati vengono considerati colpevoli di immigrazione clandestina, arrestati e gettati in carcere praticamente a tempo indeterminato, fino a quando, cioè, non saranno in grado di pagarsi il biglietto aereo per tornare nel paese d’origine.
Provvedimenti come questi legittimano il sospetto che si stia puntando ad attuare una politica di controllo militare del Mediterraneo, fondata non su un sistema di soccorso-accoglienza ma di soccorso-respingimento, che prevede di riportare i profughi in Africa e, in definitiva, di esternalizzare ancora di più i confini della Fortezza Europa, per spostarli quanto più a sud possibile, anche oltre il Sahara, appaltando il “lavoro sporco” del contenimento ad alcuni Stati africani, incluse feroci dittature. Non importa a che prezzo.
 Allora, a fronte di una simile situazione, la proposta di istituire una Giornata della Memoria per i profughi, da celebrare ogni 3 ottobre, appare un’ipocrisia o, al massimo, un appuntamento vuoto, che rischia di risolversi nell’ennesima passerella per la dichiarazione di buone intenzioni, subito dimenticate. La Giornata della Memoria avrà un senso solo se sarà il primo passo per cambiare radicalmente il sistema di accoglienza e, più in generale, la politica dell’Europa e dell’Italia nel Sud del mondo. Partendo dalle stesse proposte lanciate da Habeshia il 3 ottobre 2014 a Lampedusa, in occasione del primo anniversario della strage, ma rimaste senza risposta. Sono proposte concrete che esigono risposte precise ed altrettanto concrete.
 – Corridoi umanitari. Istituire una serie di corridoi umanitari che, con la collaborazione dell’Unhcr, consentano di aprire ai profughi le ambasciate europee nei paesi di transito e di prima sosta, in modo da esaminare sul posto le richieste di asilo e consentire così a tutti coloro che hanno diritto a una qualsiasi forma di protezione internazionale di raggiungere in condizioni di sicurezza il paese scelto e disposto ad accoglierli.
– Paesi di transito e di prima sosta. Con la collaborazione e d’intesa con i governi locali, studiare ed attuare interventi e programmi di aiuto per rendere più sicuri i paesi di transito e prima sosta, creando così condizioni di vita dignitose, nei tempi di attesa, per i profughi che presentano richiesta d’asilo all’Europa e, a maggiore ragione, per quelli (in realtà la grande maggioranza) che intendono restare invece proprio in quei paesi, non lontano dalla propria terra, nella speranza che si creino le condizioni per poter tornare sicuri in patria in tempi non troppo lontani. L’azione combinata di questo programma e dei corridoi umanitari può risultare l’arma più efficace per sottrarre i profughi e i migranti al ricatto dei mercanti di morte e alle loro organizzazioni criminali.
– Sistema europeo di accoglienza unico. In stretta connessione ed anzi come condizione perché i due punti sopra illustrati possano essere attuati, va organizzato un sistema unico di asilo e accoglienza, condiviso e applicato da tutti gli Stati aderenti all’Unione Europea che, ripartendo in modo equo i richiedenti asilo e i migranti forzati nei vari paesi Ue, preveda condizioni di vita dignitose e un processo di reinsediamento il più rapido possibile. In questo modo si andrebbe ad annullare anche il regolamento di Dublino 3, che impedisce la libertà di circolazione, residenza e lavoro, vincolando i migranti al primo paese Schengen al quale chiedono aiuto. E si supererebbero storture tutte italiane come la rete degli attuali Centri di accoglienza, l’abbandono dei migranti al loro destino una volta che hanno ottenuto lo status di rifugiato o un’altra forma di protezione, con la conseguente creazione di una enorme sacca di persone di fatto senza diritti, consegnate allo sfruttamento, al lavoro nero, talvolta alla criminalità.
Da notare che queste tre proposte sono tutt’altra cosa rispetto al progetto, previsto dal Processo di Khartoum, di aprire una serie di campi profughi sotto le insegne Unhcr, dove sia possibile presentare le richieste di asilo. A parte il fatto che campi gestiti dall’Unhcr già esistono, il punto è chi garantisce la sicurezza degli ospiti di quelle strutture in paesi del tutto inaffidabili, da anni sotto accusa per la violazione dei diritti umani: sono eloquenti in proposito i casi di violenza, rapimento, complicità delle stesse forze di sicurezza con i trafficanti di uomini, denunciati a più riprese in Sudan, che pure è uno dei paesi chiave dell’accordo. Per di più, l’attuazione del terzo punto è essenziale per il funzionamento dei primi due.
– Interventi nei “punti di crisi”. Varare una politica comune e mirata dell’Unione Europea nei cosiddetti “punti di crisi”, per eliminare o quanto meno ridurre le cause di questo esodo enorme direttamente nei paesi d’origine dei profughi. Non, però, con accordi al buio con gli stessi dittatori che sono la prima causa dell’esodo enorme a cui stiamo assistenza ma sostenendo i movimenti democratici che li combattono e, in ogni caso, pretendendo da quei dittatori il rispetto immediato dei diritti umani e delle regole democratiche come condizione preliminare irrinunciabile per l’apertura di qualsiasi forma di colloquio e collaborazione.
 Su questi punti l’agenzia Habeshia torna a chiedere risposte rapide e concrete. E’ l’unico modo per onorare davvero la memoria dei 366 morti di Lampedusa, delle altre 26 mila vittime che si sono registrate dal duemila a oggi nel Mediterraneo, dei circa 900 giovani scomparsi dall’inizio di quest’anno. Risposte in grado di onorare le vittime, di asciugare le lacrime dei superstiti, di dare aiuto e dignità alle migliaia di disperati che bussano anche in queste ore alle porte dell’Europa.                                      

lunedì 13 aprile 2015

Il Genocidio del XX secolo 1904-1905 precedente a quello Armeno e quello Ebreo

Namibia: gli Herero sfidano ancora la Germania

di Emilio Drudi

Davide contro Golia. Il piccolo popolo degli Herero, in Namibia, contro la grande e potente Germania. Chiede scuse ufficiali e un risarcimento per l’eccidio compiuto dal governo coloniale all’inizio del 1900, quando quasi l’intera etnia fu sterminata, insieme a quella dei Nama. Un eccidio a lungo dimenticato, quasi dissolto negli avvenimenti che, all’indomani della prima guerra mondiale, hanno portato l’impero tedesco in Africa sotto il dominio del Regno Unito.
Sono, gli Herero, meno dell’otto per cento della popolazione namibiana attuale, 160 mila persone circa, incluso il sottogruppo degli Himba. Appena un ventesimo scarso degli abitanti della sola Berlino. Vivono quasi tutti nella grande fascia del Damaraland, nel nord ovest del paese, sparsi in tre regioni, il Kunene, l’Erongo e parte dell’Otjozondjupa, anche se gruppi minori si possono incontrare più a nord e a est, fino al Kavango, lungo la sponda meridionale del fiume Cubango, che segna il confine con l’Angola. Molti sono concentrati nelle piccole città di Okahandja, Otjimbingwe, Omaru e Opuwo. Alcuni (o, meglio, alcuni clan) sono tra i maggiori allevatori di bovini della Namibia. La maggioranza, però, strappa la vita in piccoli, poveri insediamenti di pastori seminomadi. Opuwo, il capoluogo del Kunene, è un po’ l’emblema di questo sistema misto tra nuclei urbani e campagna. La città conta poco più 5 mila abitanti. Ma “città” è una parola grossa. Tutto si riduce a una chiesa, un ospedale, la scuola primaria e secondaria, un campo di calcio sassi e polvere, con le porte sbilenche, un paio di distributori di benzina, poche abitazioni, alcuni negozi con merci di prima necessità, dagli alimentari agli utensili, un piccolo lodge per i rari turisti che si spingono fin quassù, nell’ultimo centro abitato prima della vasta area desertica del Kaokoland. Poi, un grande supermercato aperto di recente, attorno al quale ruota l’intera vita quotidiana, con un andirivieni continuo di vecchie auto e pick-up stracarichi di famiglie.
La gente risiede per lo più nei villaggi disseminati nella savana e nella boscaglia, dove si pratica uno scarno allevamento di sopravvivenza, integrato da qualche fazzoletto di terra coltivato a mais o a sorgo. Villaggi quasi sempre minuscoli: non più di una quindicina o una ventina di alloggi. Sono un po’ più grandi solo quelli dove lo Stato ha aperto la scuola primaria, a servizio di più nuclei. Ogni villaggio corrisponde quasi sempre a un clan familiare. Specialmente tra gli Himba, meno di frequente tra gli Herero, i cui insediamenti sono generalmente più vasti. A parte le dimensioni, la differenza si coglie subito anche dalla forma delle capanne: circolari quelle degli Himba, rettangolari quelle degli Herero. La tecnica di costruzione, però, è la stessa: pali di legno, paglia e qualche volta, soprattutto tra gli Herero, un intonaco di fango secco, sostituito sempre più spesso, negli ultimi anni, da tavolati di scarto o da bandoni metallici. E’ molto diverso, invece, il costume tradizionale. Quasi tutte le donne Himba vestono tuttora di pelli: un gonnellino e basta, integrato magari da una mantellina corta che copre appena le spalle. Una cura particolare viene riservata ai capelli, suddivisi in treccine impastate di un misto di burro e polvere d’ocra, con la quale ognuna si spalma anche il corpo, incluso il seno, lasciato scoperto. E’ molto più difficile, invece, incontrare degli uomini con il perizoma di pelle, i capelli raccolti in un ciuffo arrotolato e gettato all’indietro e un lungo pugnale sul fianco. La maggioranza veste ormai all’europea. Come fanno tutti gli Herero, le cui donne, però, indossano ancora oggi, immancabilmente, gli abiti lunghi multicolori, imposti tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 dai missionari luterani, con ampie gonne a balze o crinoline e in testa un fazzoletto-cuffia annodato in maniera da terminare con due punte ai lati della fronte, quasi due corna.
Ecco, è questa gente, sono questi pastori sparsi nel Damaraland o nel Kaokoland, a migliaia di chilometri dall’Europa, che hanno deciso di sfidare la Germania di fronte al mondo. Combattono già da anni e sono sempre più risoluti a non cedere. “In questa lotta – dicono – abbiamo dalla nostra parte le ragioni della storia: siamo i discendenti più diretti dei superstiti delle stragi sistematiche condotte dal governo imperiale tedesco contro chi ha osato ribellarsi al suo dominio coloniale”. Già, sono gli ultimi “eredi” dei pochissimi scampati al primo, terribile genocidio di stato dell’epoca contemporanea, attuato in nome di una pretesa superiorità razziale, per spazzare via un intero popolo ritenuto “inferiore” e, in definitiva, non degno di vivere. “L’olocausto del kaiser”, come è stato definito da David Olusoga e Casper W. Erichsen, due giovani storici, in un recente, prezioso libro che, ricostruendo questo eccidio dimenticato e sottaciuto, evidenzia le molte, dirette connessioni tra il dominio coloniale della Germania di Guglielmo II e il nazismo.
E’ accaduto tra il 1904 e il 1908, poco più di vent’anni dopo l’arrivo dei primi coloni tedeschi in quella che allora era chiamata l’Africa del Sud Ovest. Ne è stato artefice principale il generale Lothar von Trotha. Tutto è partito dalla rivolta promossa e capeggiata da Samuel Maharero, il condottiero degli Herero, ai quali si sono presto uniti anche i Nama, contro la politica tedesca che, apertamente non ugualitaria nei confronti della popolazione africana, incoraggiava i coloni a sottrarre terre e pascoli alle tribù e a trattare come subordinati tutti i “neri”.
La ribellione ebbe inizio nel gennaio 1904 con una serie di attacchi agli insediamenti coloniali, la distruzione di numerose fattorie e l’uccisione di oltre 120 tedeschi. Da qui la richiesta di rinforzi inviata a Berlino da parte dell’amministratore imperiale della colonia, Theodor Leutwein, e l’arrivo del generale Lothar von Trotha, come capo superiore dell’intera Africa del Sud Ovest, con un contingente di 14 mila soldati ben armati. Seguirono scontri e operazioni di guerriglia, fino alla battaglia decisiva di Waterberg, nella quale un esercito di circa 5 mila Herero e Nama fu sconfitto, costretto a fuggire e spinto verso il deserto del Kalahari. Poi, mentre Maharero e pochi superstiti ottenevano l’asilo politico nel territorio britannico del Bechuanaland, cominciò l’eliminazione sistematica di tutti i ribelli: non solo gli uomini combattenti ma donne, bambini e anziani. Una vera e propria pulizia etnica. E’ eloquente il messaggio diffuso da von Trotha quando ormai anche gli ultimi fuochi di rivolta si stavano spegnendo: “Il popolo Herero deve lasciare il paese. Ogni Herero che sarà trovato all’interno dei confini tedeschi, con o senza un’arma, con o senza bestiame, verrà ucciso. Non accolgo più né donne, né bambini: li ricaccerò alla loro gente e farò sparare loro addosso. Queste sono le mie parole per il popolo Herero”.
Non furono parole dette invano. Von Trotha e, più in generale, il governo coloniale adottarono una serie di misure volte a sterminare gli Herero e i Nama: razzie e mattanza del bestiame, che era la fonte di sostentamento essenziale per quelle popolazioni; presidio e avvelenamento dei pozzi e delle sorgenti; esecuzioni di massa, arresti e imprigionamenti, fino all’istituzione di lager dove furono rinchiuse tutte le genti delle due etnie ancora presenti nel territorio: uomini, donne, anziani, bambini, feriti, malati. Lager che si rivelarono micidiali campi di sterminio, nei quali era elevatissima la mortalità per fame, inedia, malattie, fatica fisica. Molti, inclusi i bambini, furono costretti a lavorare come schiavi presso imprese pubbliche o aziende private oppure per l’esercito. Tutti erano schedati in base alla prestanza fisica e tanti, specie quelli ancora in forze, furono usati come cavie per esperimenti medici.
A coordinare questi esperimenti giunse in Namibia dalla Germania il professor Eugen Fisher, un genetista il quale, convinto sostenitore della “purezza della razza”, oltre che sui prigionieri Herero, si concentrò in particolare sui mulatti, i buster, figli di uomini bianchi (tedeschi o olandesi) e donne africane. Sottopose oltre 300 di loro a verifiche ed esami, con test che prevedevano la sterilizzazione, l’inoculazione di germi di malattie come il vaiolo, il tifo o la tubercolosi. Giungendo poi alla conclusione che si trattava di razze inferiori da segregare o addirittura eliminare, in modo da tutelare l’integrità della razza tedesca. Non fu da meno il dottor Bofinger, che si occupò soprattutto degli Herero e dei Nama malati di scorbuto, uomini, donne e bambini che “trattò” con iniezioni di arsenico ed oppio, per studiarne poi gli effetti con le successive autopsie sui cadaveri.
Secondo David Olusoga e Casper W. Erichsen, appare evidente come queste crudeli sperimentazioni siano state il “banco di prova” o, meglio ancora, l’antefatto diretto delle procedure mediche adottate dai nazisti nei confronti degli ebrei durante la Shoah. Non a caso il professor Fisher, reduce dall’esperienza fatta nell’Africa del Sud Ovest, divenne rettore dell’Università di Berlino dove, docente di medicina e genetica, ebbe come allievo anche Josef Mengele, noto per gli orrendi test condotti ad Auschwitz sugli ebrei. In particolare sui gemelli e sui bambini. In questo contesto, su iniziativa soprattutto di Fisher, centinaia di crani o addirittura scheletri interi di Herero furono portati in Germania, presso varie università ed istituti pubblici o privati, “per motivi di studio”. Per continuare, cioè, quelle ricerche iniziate nei lager in Africa con le misurazioni del capo e della struttura corporea dei prigionieri, con le analisi dei capelli e degli occhi, gli esami medici e i test clinici che usavano uomini e donne, in forze o allo stremo, come cavie. Sempre con la pretesa che si aveva comunque a che fare con una razza inferiore. Verso la fine del 1916, ad esempio, il dottor Bofinger fece decapitare i corpi di 17 prigionieri Nama del campo di Shark Island, inclusa una bambina di appena un anno, e ne inviò i crani o i cervelli, conservati in una soluzione alcolica, all’Istituto di Patologia dell’Università di Berlino, dove furono usati per una serie di esperimenti dal futuro scienziato della razza Christian Fetzer, allora studente di medicina, per dimostrare le somiglianze anatomiche tra i Nama e le scimmie antropoidi.
Dopo circa cinque anni di stragi e di questo “trattamento scientifico”, degli oltre 80 mila Herero presenti nel Damaraland prima della ribellione, ne rimasero in vita meno di 15 mila, in condizioni fisiche penose, massacrati come individui e come popolo. E agli almeno 65 mila Herero trucidati vanno aggiunti circa 20 mila Nama. Un vero e proprio genocidio, che ha spazzato via l’80 per cento dell’etnia Herero e la metà dei Nama.
Gli Herero di oggi discendono da quelle poche migliaia di sopravvissuti e ne hanno ereditato l’orgoglio, la fierezza e il coraggio. E’ con grande fierezza e dignità, infatti, che ora sfidano il governo tedesco, chiedendo scuse ufficiali per “l’olocausto del kaiser” e un risarcimento adeguato, che dia concretezza all’ammissione di colpa, a partire dalla restituzione immediata delle decine di crani e scheletri ancora conservati in Germania. Sanno di avere di fronte un gigante. E che il loro stesso governo, nel timore di inimicarsi Berlino, non li segue del tutto in questa battaglia. Ma sono decisi ad andare sino in fondo, anche a costo di protrarre la sfida per anni. “Contrariamente a quanto si aspettavano probabilmente il generale von Trotha e il potere coloniale – afferma uno dei capi Herero – lo sterminio sistematico dei primi del 1900 non ha cancellato il nostro popolo. Anzi, questa tragedia, la coscienza di quanto è accaduto, ci ha come rigenerato. E’ da questa coscienza che traiamo quella forza che prima o poi costringerà Berlino a darci ascolto. E’ il modo migliore, anzi l’unico, per onorare la memoria dei nostri antenati”. 

Il Primo Genocidio del XX secolo è quello dei Herero e Nama in Namibia

“Lottiamo perché le ossa dei nostri avi riposino in pace”
di Emilio Drudi

L’ultima vampata della battaglia condotta dagli Herero contro la Germania si è avuta verso la metà dello scorso mese di marzo, quando sono state restituiti da Berlino numerosi crani e scheletri interi, sequestrati dai colonizzatori tedeschi nei primi anni del 1900, per assegnarli a varie università e istituti di ricerca: poveri resti che sono l’ennesima testimonianza dell’olocausto del kaiser, il genocidio in cui sono stati massacrati sistematicamente oltre 65 mila uomini, donne e bambini, l’80 per cento dell’intera comunità tribale di quel tempo. Ovviamente non è stato contestato il rimpatrio in sé. Al centro delle polemiche – che hanno indotto vari leader Herero a disertare sia la cerimonia organizzata a Berlino che quella di “accoglienza” promossa in Namibia, a Windhoek, dal presidente Pohamba – c’è l’accusa alla Germania di continuare a mantenere un profilo molto basso su questa tragedia. “Dopo quasi un secolo di silenzio assoluto – dicono – ora Berlino ammette le sue colpe, ma a denti stretti, cercando di sollevare meno clamore possibile, evitando di confrontarsi direttamente con noi Herero e liquidando tutto con generiche scuse al nostro governo. Senza fare chiarezza sino in fondo. Non è questo che chiediamo. Così si resta fermi a una mezza verità: è come avere una memoria interrotta, parziale…”.
E’ una presa di posizione coerente con quanto gli Herero sostengono ormai da circa vent’anni. La prima richiesta di scuse e di un confronto diretto con la Germania risale al 1998. L’ha formulata uno dei principali leader che all’epoca guidavano la comunità, Munjuku Nguvauva, al presidente federale tedesco Roman Herzog giunto in visita di stato nella Namibia, diventata da appena otto anni indipendente dal Sud Africa, che l’aveva occupata alla fine della seconda guerra mondiale. Herzog si limitò ad esprimere un generico rammarico, senza scuse formali e respingendo in ogni caso la proposta di arrivare a una forma di “riparazione” per dare concretezza alla presa di distanza della Germania democratica da quell’eccidio. Il braccio di ferro dura da allora. A volte in modo sotterraneo, a volte con iniziative che destano vasto clamore. Come nel 2001, quando gli Herero hanno sollevato la questione di fronte all’Onu, sollecitando una condanna formale della Germania. Senza fortuna. Le Nazioni Unite hanno respinto l’istanza, sostenendo che all’epoca del massacro non c’erano leggi a garanzia della protezione della popolazione civile inerme: lo stesso reato di genocidio è stato introdotto solo diversi anni dopo.
A fronte della battaglia incessante condotta dagli Herero, tuttavia, a tre anni di distanza dal “processo” all’Onu la Germania ha ammesso le proprie responsabilità storiche e morali. Ne ha parlato nell’agosto del 2004, a cento anni esatti dalla battaglia di Waterberg, che ha segnato la sconfitta dei ribelli Herero e Nama, il ministro Heidemarie Wieczorek Zeul, lasciando intendere che quanto è avvenuto nell’allora Africa del Sud Ovest tra il 1904 e il 1908 ha in effetti i caratteri del genocidio, tanto da dover formulare scuse formali al governo della Namibia. Wieczorek Zeul si è rifiutato, però, di ‘concretizzare’ queste scuse con un risarcimento, materiale o morale, sostenendo che i torti e le violenze di cui la Germania si è resa colpevole con l’olocausto del kaiser erano stati ripagati con gli aiuti economici fatti arrivare sino a quel momento alla sua ex colonia, 11 milioni di euro, la cifra più alta stanziata tra tutti gli stati occidentali nel paese.
Ancora una volta, così, la sfida non si è fermata. Non l’hanno fermata neanche le prime restituzioni dei crani e degli scheletri di decine di vittime del genocidio, trafugati, trasferiti in Germania e trattenuti a disposizione degli scienziati tedeschi per oltre un secolo. Il primo rientro di quei resti di uomini e donne considerati, nella follia razzista, non persone ma soltanto “materiale” di studio e di sperimentazione, risale al 2011: venti teschi rimandati “a casa” dopo una cerimonia pubblica alla quale è stata riservata grande enfasi e attenzione. Tre anni dopo il Charité Hospital, che ospita la facoltà di medicina delle due principali università di Berlino, ha confermato la volontà di arrivare prima possibile al rimpatrio completo di quelle povere ossa ancora conservate in vari centri di ricerca tedeschi. E nel marzo scorso, appunto, sono tornati in Namibia 18 crani e tre scheletri completi già in possesso proprio del Charité Hospital, insieme ad altri 17 crani che erano custoditi all’università di Friburgo. Ma è solo un’altra tappa. E anche questa restituzione con il contagocce alimenta polemiche. Ci si chiede come mai, dopo tanto tempo, non si sia ancora arrivati a chiudere almeno questo capitolo. E’ vero, infatti, che alcuni reperti sono in possesso di istituti privati, ma è diffusa la convinzione che la Germania avrebbe potuto e dovuto trovare una soluzione praticabile e definitiva. Coinvolgendo direttamente – insistono diversi capi della comunità – non solo e non tanto  il governo di Windhoek ma soprattutto la popolazione Herero. “Siamo noi e solo noi – hanno dichiarato a Tendai Marima, giornalista di Think Africa Press – i discendenti diretti di queste vittime. Qualsiasi iniziativa o decisione relativa al genocidio, dunque, non può essere presa senza di noi”. Sulla stessa linea si è schierato il direttore della Namibian National Society for Human Rights: “Non tutto il paese ha sofferto per il genocidio, quindi è ridicolo affermare che gli Herero non andrebbero risarciti personalmente”.
Queste dichiarazioni riassumono i due aspetti forse fondamentali della contestazione. Il primo è che gli Herero vogliono essere gli interlocutori principali della Germania in questa vicenda. I leader della comunità lo considerano un punto irrinunciabile, come spiegano unanimi, ampliando i concetti espressi dalla Namibian National Society: “La strage, le torture, le uccisioni sistematiche, programmate con precisione teutonica, l’uso di esseri umani come cavie non hanno riguardato tutte le popolazioni dell’allora Africa tedesca. Quell’olocausto ha massacrato solo gli Herero e i Nama. Con effetti devastanti, che si trascinano ancora oggi per le nostre etnie. Basti considerare, al di là delle tremende sofferenze subite in quegli anni di mattanza, le conseguenze sul piano demografico. Oggi l’etnia prevalente in Namibia è quella degli Ovambo, con quasi il 50 per cento della popolazione totale. Lo stesso governo è composto per la stragrande maggioranza da Ovambo. Se non ci fosse stata la strage, con oltre 65 mila morti in una comunità che contava in tutto 80 mila persone, oggi noi Herero saremmo circa 1,8 milioni anziché 160 mila. Saremmo, cioè, il gruppo più numeroso, con tutto quello che ne consegue in termini di potere politico ed economico, in una realtà come quella namibiana dove conta ancora tanto l’appartenenza tribale. Ecco il punto, allora: scuse e riparazioni vanno rivolte direttamente alle vittime e ai loro discendenti e solo in seconda istanza al Paese in generale. Su questo non siamo disposti a cedere: per certi versi è un po’ come l’ultimo capitolo della lotta intrapresa dai nostri antenati contro il dominio coloniale tedesco”.
Il secondo aspetto riguarda la natura stessa del risarcimento. “Il governo tedesco – dicono gli Herero – ammette ormai da qualche anno di avere un obbligo morale nei confronti delle vittime del genocidio e, di conseguenza, dei loro figli e nipoti. Ma quanto alle scuse ufficiali siamo ancora fermi alle dichiarazioni fatte nel 2004 dal ministro Wieczorek Zeul. L’anno dopo, Berlino si è assunto l’impegno di versare alla Namibia 28 milioni di euro nell’arco di un decennio, come testimonianza della sua volontà di riconciliazione e come contributo allo sviluppo. Non ha parlato e non parla tuttora di ‘riparazione’: né in termini generali, né tanto meno, come sarebbe giusto, nei confronti degli Herero e dei Nama in modo specifico e chiaro. Ecco: il Bundestag non solo sbaglia palesemente l’interlocutore, ignorando le due etnie vittime dell’eccidio, ma non vuole nemmeno sentir parlare di ‘indennizzi’, per dare finalmente concretezza alle sue scuse: ribadisce ogni volta che i milioni di euro promessi sono soltanto un segnale di amicizia, quasi un ‘omaggio generoso’ e non una ‘riparazione’ dovuta. La differenza è evidente: presentare delle scuse senza collegarle però a un risarcimento tangibile, equivale di fatto a continuare a non ammettere le proprie responsabilità sino in fondo”.
Nel 2012 questa contraddizione è stata sollevata anche al Bundestag da alcuni parlamentari, ma la mozione è stata respinta. Secondo i gruppi di opposizione, con la giustificazione, da parte del governo, che riconoscendo che la guerra contro gli Herero si è risolta in un genocidio, la Germania potrebbe essere costretta a pagare miliardi di indennizzi ai discendenti delle vittime.
Per questo, nel mese di marzo, la maggioranza degli Herero ha contestato e disertato la cerimonia per il rientro dei poveri resti delle vittime trovati al Charité Hospital e all’università di Friburgo. E per questo i rappresentanti della comunità si dicono decisi a continuare la lotta, chiedendo magari di nuovo alle Nazioni Unite una condanna formale della Germania. “A suo tempo – dicono – ci si è trincerati dietro il pretesto che nel 1904 non era contemplato da nessuna legge internazionale il reato di genocidio. Ma allora, se resta valido quel pretesto, dovrebbe rimanere impunito e sepolto, ad esempio, anche il genocidio degli Armeni. A nostro avviso non ha senso. Forse vale la pena ritentare la strada dell’Onu, tanto più che negli ultimi anni si è molto affinata la sensibilità su questi temi”.
“Berlino – ha aggiunto Festus Muundjua, uno dei leader Herero, in una dichiarazione resa al periodico online Think Africa Press – potrà anche continuare a rimandare a casa le misere ossa dei nostri antenati. Ma senza una vera riparazione, materiale o anche simbolica, quelle ossa non riposeranno mai in pace”. 

venerdì 10 aprile 2015

Photos from refugees arrive in Gavdos, south of Crete yesterday

photos Â© Vassilis Mathioudakis Â (60 inhabitants / 140 refugees)





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