lunedì 17 luglio 2017

Sempre più profughi condannati a morire nel deserto



di Emilio Drudi



Quando li hanno trovati, all’inizio di luglio, erano morti ormai da giorni: 48 migranti, tutti uomini, intrappolati nel deserto, nel distretto di Ajdabiya, poco dopo essere entrati in Libia dall’Egitto. Alcuni sono stati identificati grazie al passaporto egiziano trovato nelle loro tasche. Gli altri erano senza documenti, ma si presume che l’intero gruppo fosse composto di egiziani, decisi a entrare in Libia per cercarvi lavoro o magari per tentare di imbarcarsi da una delle spiagge a ovest di Tripoli, dopo che i porti del Delta del Nilo sono stati blindati dalla polizia del generale Al Sisi.

La notizia è stata data dalla Mezzaluna Rossa, che ha provveduto a recuperare i corpi, senza specificare però le circostanze della tragedia. Nulla si sa anche dei mezzi su cui viaggiavano i 48 migranti: non sembra che siano stati trovati pick-up o camion nelle vicinanze. O, comunque, non è stato comunicato e la stessa stampa libica non ha fornito particolari. Nessuna traccia dei trafficanti a cui si erano affidati. D’altra parte, non essendoci superstiti, una ricostruzione dettagliata è pressoché impossibile. L’ipotesi più accreditata è che il gruppo, seguendo piste poco battute, si sia spinto molto a sud dei check-point istituiti lungo la statale B-11 tra Tobruk e Ajdabiya, in modo da sfuggire ai controlli, e che poi si sia perso o sia stato abbandonato in pieno deserto: senza scorte d’acqua e di cibo, con temperature che in questa stagione arrivano anche a 50 gradi, non hanno avuto scampo.

Con questi 48, salgono a quasi 150 i migranti morti nel Sahara nell’arco di un mese circa, dalla fine di maggio ai primi di luglio. Quelli “accertati”, perché potrebbero essere anche di più, come sembrano confermare numerosi profughi che, arrivati in Libia, hanno raccontato di aver notato dei cadaveri abbandonati lungo le piste. Il 25 maggio i corpi di 51 giovani, in maggioranza uomini ma anche diverse donne, sono stati trovati a nord di Agadez, nella regione di Bilma, in Niger, su indicazione di alcuni compagni che erano andati in cerca di aiuto e sono stati intercettati casualmente da una pattuglia di soldati nigerini. Facevano parte di un gruppo di 76 migranti partiti da Agadez su due pick-up, per raggiungere la frontiera libica e poi – come hanno raccontato i superstiti – abbandonati dai trafficanti nel cuore del Sahara. Poco dopo i soccorsi è morto per disidratazione anche uno dei 25 giovani incontrati dai militari, sicché le vittime risultano in tutto 52. Due settimane prima, il 31 maggio, erano morti di sete e di stenti altri 44 migranti, partiti anche loro da Agadez e rimasti bloccati un centinaio di miglia prima della frontiera libica per un guasto del camion su cui erano stati stipati dai trafficanti. Anche in questo caso la scoperta della strage è stata casuale, dopo che sei giovani del gruppo, tra cui una donna, sono riusciti a raggiungere a piedi il villaggio di Achegour, dove hanno dato l’allarme, segnalando che decine di loro compagni erano rimasti indietro, in un punto imprecisato del deserto.

Tragedie di questo genere sono sempre più frequenti a sud del confine sahariano della Libia o dell’Algeria. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 30 giugno a Niamey segnala che nei tre mesi precedenti, cioè dall’inizio di aprile, “oltre 600 migranti partiti dall’Africa Occidentale alla volta dell’Europa sono stati salvati nel deserto del Niger, dove erano stati abbandonati dai trafficanti”. Salvataggi effettuati sempre in condizioni estreme e solo grazie a circostanze fortuite. Come quello di un gruppo di oltre 50 giovani subsahariani trovati casualmente, quando erano ormai allo stremo, su una pista molto poco battuta, da una pattuglia dei reparti militari nigerini incaricati della vigilanza nel deserto. Lo stesso è accaduto, il 16 giugno, per un gruppo ancora più numeroso, oltre 100 persone, provenienti dall’Africa Occidentale, partite da Agadez su una colonna di pick-up e scaricate dai trafficanti, sotto la minaccia delle armi, dopo circa due giorni di viaggio, in un punto sperduto nel nulla: ancora poche ore – hanno dichiarato i medici dell’ospedale di Agadez – e si sarebbe compiuto l’ennesimo massacro.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime schiere di richiedenti asilo intrappolati tra il confine blindato del Marocco e quello dell’Algeria. L’ultimo caso, nel mese di maggio, è quello di una quarantina di siriani arrivati in qualche modo ad Algeri e che hanno poi cercato di varcare il confine per potersi imbarcare per l’Europa sulla costa marocchina oppure chiedere asilo a Ceuta o a Melilla, le due enclave spagnole nel Nord Africa. Erano intere famiglie, con donne e bambini, ma le guardie di frontiera sono state irremovibili nel respingerle, isolandole nella terra di nessuno tra le due linee di confine.

Non ci vuole molto a concludere che questa escalation di morte registrata negli ultimi mesi deve essere legata alla blindatura della frontiera meridionale della Libia, in pieno deserto, d’intesa con Egitto, Sudan, Ciad e Niger, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e in particolare con l’Italia, per il controllo dei flussi migratori dall’Africa Orientale e subsahariana. Lo stesso vale per l’Algeria e il Marocco. Ne ha parlato esplicitamente don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, nel suo intervento alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp), convocata a Barcellona il 9 luglio. “Dopo le intese raggiunte con la ‘Fortezza Europa’, che ha esternalizzato le sue frontiere in pieno Sahara – ha detto – le polizie degli Stati subsahariani, in particolare quelle del Niger, del Ciad e del Sudan, hanno intensificato i controlli su tutte le principali strade o piste che conducono verso il confine con la Libia o l’Algeria. Vengono tenuti sotto stretta sorveglianza i pozzi e i possibili punti di rifornimento d’acqua e di cibo, inclusi i villaggi più isolati. Per sottrarsi a questi check-point o alle pattuglie mobili, gli autisti dei convogli o dei singoli pick-up su cui viaggiano i migranti, scelgono le vie più insolite, spesso note soltanto a pochi contrabbandieri. Basta il minimo incidente, allora, per trasformare la fuga in tragedia. Quando addirittura, come accade a quanto pare sempre più spesso, non sono gli stessi trafficanti ad abbandonare in pieno deserto i loro ‘clienti’, per il timore di incappare in qualche reparto di soldati o per le difficoltà che prevedono in prossimità o al passaggio della linea di confine”.

Conferma questa analisi la situazione del Sudan, dove il Processo di Khartoum, firmato a Roma nel novembre 2014, è stato integrato dal patto di polizia sottoscritto il 3 agosto 2016 tra il prefetto Gabrielli e il suo omologo sudanese. Il presidente Omar Al Bashir, sotto accusa di fronte alla Corte internazionale dell’Aia per le stragi nella regione del Darfur, ha affidato il compito di “gestire” i flussi di migranti alla Forza di Intervento Rapido, le milizie tristemente note come “diavoli a cavallo”, le stesse che hanno fatto terra bruciata proprio nel Darfur e che ora operano lungo la frontiera con l’Egitto e con la Libia. In pochi mesi il confine è stato blindato e migliaia di profughi, soprattutto eritrei ma anche sud sudanesi, sono stati bloccati, arrestati e gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà. Lo hanno rivelato gli stessi rapporti periodici pubblicati dai vertici della milizia a partire dal maggio/giugno del 2016. E il muro, stando ai dati degli sbarchi, funziona bene: negli anni passati i profughi eritrei erano tra i più numerosi a sbarcare in Italia, mentre quest’anno ne sono arrivati finora solo poco più di 2.000. La maggior parte, evidentemente, è bloccata in Etiopia, in Egitto ma soprattutto in Sudan (strada obbligata, direttamente o indirettamente, per chi fugge dall’Eritrea), con il rischio costante di un rimpatrio forzato.

Nessuno in Italia, al momento di stipulare questi accordi con Khartoum, si è posto il problema che, per ogni profugo eritreo, un rimpatrio forzato significa essere riconsegnato nelle mani della dittatura da cui ha cercato di scappare. Ovvero, galera, persecuzioni e anche peggio. La sorte a cui sono condannati i migranti “al di là del muro”, del resto, sembra davvero l’ultima preoccupazione per l’Unione Europea e per i singoli governi Ue, a cominciare dall’Italia. A parte il “caso Eritrea”, infatti, è nel caos tutta la vasta, enorme regione a cavallo della barriera fortificata che si sta costruendo nel cuore del Sahara: il Sud della Libia e tutti i paesi confinanti, a cominciare dal Niger, dove si prevede di realizzare il più vasto e importante hub di concentramento e smistamento dei profughi in Africa. E’ eloquente quanto scrive Giordano Stabile, inviato del quotidiano La Stampa: “Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai paesi dell’Africa nera confinante. Con il collasso della Libia e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e controllano i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso il Nord, i porti libici, e poi in Europa…”.

Ecco, l’Europa e in particolare l’Italia, con il memorandum sottoscritto a Roma il 2 febbraio scorso con il governo di Tripoli, stanno intrappolando i migranti in questa terribile “terra di nessuno”. A prescindere dal destino che li attende. Non per niente anche nelle ultime riunioni, prima a Parigi e poi a Tallin, nonostante il tema dichiarato fossero “i migranti”, in realtà di tutto si è discusso meno che dei problemi dei migranti. Si è parlato, cioè, solo di come respingerli e non farli imbarcare: non dei loro diritti, della loro libertà, del rispetto della loro volontà, delle situazioni di crisi che li costringono a scappare, della sorte a cui vengono consegnati.







Tratto da: Tempi Moderni

venerdì 30 giugno 2017

Migranti, più morti per i muri a terra mentre si alza l’ennesimo muro in mare


di Emilio Drudi

Li hanno trovati in mezzo al Sahara, morti di sete e di stenti. Sono le ultime 52 vittime del deserto lungo le vie di fuga che dal Niger conducono i migranti verso la Libia e l’Algeria. A dare l’allarme sono stati 24 compagni che si erano avventurati a cercare aiuto ed hanno avuto la fortuna di incontrare una pattuglia di militari nigerini. Il gruppo era partito da Agadez almeno tre giorni prima. In tutto, 76 giovani, uomini e qualche donna, provenienti da Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria e Senegal, ammassati su tre pick-up: una delle tante carovane di disperati organizzate dai trafficanti che hanno base in Niger, dove si è ormai creata una situazione simile a quella della Libia e del Sudan. Puntavano verso la frontiera libica, distante circa 800 chilometri, almeno 3 o 4 giorni di viaggio, per raggiungere poi Sabha, nel Fezzan, principale snodo delle piste che arrivano dal Niger e dal Ciad, attraverso il Sahara, e si diramano poi verso Tripoli e la costa mediterranea. Lungo il tragitto, i trafficanti li hanno abbandonati nel deserto, senz’acqua e senza cibo. Le armi spianate hanno soffocato qualsiasi possibilità di resistenza. Inutili le proteste e le suppliche.
Ventiquattro di loro, i più forti e risoluti, hanno deciso di incamminarsi lungo la pista, sperando di arrivare a un villaggio qualsiasi. Erano allo stremo quando, domenica 25 giugno, li ha intercettati per caso una pattuglia dei militari nigerini che presidiano il deserto. Sulla base delle loro indicazioni i soldati hanno cercato gli altri. Li hanno trovati qualche ora dopo, ma era già troppo tardi. Le salme, recuperate con l’aiuto della popolazione locale, sono state sepolte ad Agadez. Fatoum Boudu, prefetto della regione di Bilma, nel nord del Niger, ha detto che ora la polizia sta dando la caccia ai trafficanti, ma c’è da dubitare, nel caos di Agadez, che ne venga fuori qualcosa. Sembra certo, comunque, che la via del deserto è sempre più battuta e sempre più pericolosa, quasi totalmente in mano ai “mercanti di uomini”. Da tempo Ong e inchieste giornalistiche documentano che anche il Sahara, come il Mediterraneo, è diventato un enorme cimitero. Nell’ultimo mese e mezzo, tuttavia, si è profilata una escalation impressionante, con decine di vittime e altre decine di profughi salvati in extremis.
Alla metà di maggio, oltre 50 migranti sono stati trovati quasi morti di sete lungo una pista in mezzo al nulla, disidratati da temperature che in questa stagione sfiorano i 50 gradi. Hanno raccontato, come i superstiti di domenica 25 giugno, che a un certo punto i trafficanti a cui si erano affidati li hanno abbandonati in pieno Sahara, pare a fronte delle difficoltà che si profilavano per passare il confine. Circa due settimane dopo, il 31 maggio, sono morti 44 migranti, rimasti bloccati qualche centinaio di chilometri a nord di Agadez e un centinaio circa prima della frontiera libica, a causa di un guasto del camion su cui erano stati caricati, quasi uno sull’altro. Dai trafficanti che avevano pagato per il trasporto non hanno ricevuto alcun genere di aiuto. Si sono salvati solo i sei, tra cui una donna, che hanno lasciato il gruppo per andare a cercare soccorsi e sono stati avvistati per caso da una pattuglia della polizia nigerina nei pressi del villaggio di Achegou.
Il 16 giugno, nove giorni prima dell’ultima tragedia, sono stati salvati in extremis, da due autopattuglie di soldati in servizio d’ispezione nel deserto, oltre 100 migranti provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale. Assetati e ormai allo stremo, i medici a cui sono stati affidati in ospedale ad Agadez hanno dichiarato che sarebbero bastate ancora poche ore per un’altra strage. Anche loro hanno raccontato di essere stati abbandonati dai trafficanti a cui si erano affidati, non si sa se in base a un piano precostituito o per le difficoltà incontrate nell’attraversare il deserto o previste alla frontiera con la Libia.
Di episodi analoghi sono rimasti vittime gruppi di richiedenti asilo intrappolati nella terra di nessuno tra il confine blindato del Marocco dal quale sono stati respinti e quello dell’Algeria, dove le guardie di frontiera hanno impedito loro di rientrare. L’ultimo caso, all’inizio dello scorso maggio, riguarda circa 40 siriani, famiglie con donne e bambini, abbandonati da tutti e sopravvissuti solo grazie all’aiuto offerto da gruppi di volontari marocchini e algerini. Lo stesso è capitato, in febbraio, a una trentina di migranti subsahariani, inclusi alcuni malati.
C’è da credere che tutto questo non avvenga per caso. Potrebbe essere un effetto della chiusura sempre più rigida dei confini meridionali, in pieno Sahara, della Libia e degli altri Stati del Maghreb e del Mashrek, per impedire che i migranti possano anche solo avvicinarsi alla sponda del Mediterraneo in cerca di un imbarco. Del resto le dichiarazioni di certi politici europei ed italiani sono esplicite. “Bisogna impedire che i migranti possano imbarcarsi”, ha detto di recente Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, ribadendo la linea dura che ha sempre perseguito. E sulla stessa linea si colloca la svolta, ancora più dura che in passato, impressa alla politica italiana di respingimento dal ministro degli interni Marco Minniti.
Potrebbero essere “figlie” proprio di questo ulteriore giro di vite due nuove iniziative della politica italiana. La prima riguarda proprio il rafforzamento della vigilanza sui confini sahariani della Libia. Il primo giugno scorso – ha riferito la stampa di Tripoli – il comitato misto italo-libico per la lotta all’immigrazione illegale e al contrabbando ha deciso di formare una nuova commissione per controllare le regioni del sud del paese e contrastare i flussi migratori dal Niger, dal Ciad e dal Sudan. Il nuovo organismo “sarà formato da personale della guardia di frontiera libica e del ministero della difesa italiano”, scrive il Libya Observer, che pone il nuovo accordo sullo stesso livello delle intese raggiunte tra il Viminale, la Direzione generale per la sicurezza delle coste libiche e la Direzione per l’immigrazione di Tripoli. Nei servizi giornalistici non è specificato se al ministero della difesa italiano verrà riservato “soltanto” il compito di coordinamento degli interventi o se soldati italiani parteciperanno direttamente alle operazioni sul terreno, magari con la solita, ipocrita formula dei “consiglieri militari aggregati”. Certo è che si tratta di erigere un vero e proprio muro in pieno deserto.
L’altra iniziativa è di questi giorni. Se ne è fatto promotore a Bruxelles lo stesso presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che ha prospettato la chiusura dei porti italiani e, dunque, il divieto di approdo e di sbarco, per le navi delle Ong straniere impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Canale di Sicilia, al largo della Libia. Di fatto, un altro muro in mezzo al mare, perché verrebbe impedita o fortemente limitata l’attività degli equipaggi di volontari di tutta Europa che stanno cercando di arginare la strage dei migranti, sopperendo alle carenze, ai ritardi e all’indifferenza dell’Unione Europea e dei singoli Stati Ue. Roma inclusa, che “grida all’invasione” sulla base degli ultimi sbarchi, ma è almeno in parte smentita dai dati dello stesso Viminale. Proprio mercoledì 28 giugno, quando le agenzie di stampa stavano battendo la minaccia di Gentiloni, infatti, Repubblica online ha pubblicato il numero totale di arrivi comunicato dal ministero degli interni dal primo gennaio: circa 77 mila, più alcune centinaia in procinto di sbarcare. Insomma, meno di 80 mila a fine giugno. Rispetto al 2016 c’è un aumento del 13 per cento: come dire, in termini assoluti, quasi 10.400 in più. Non tanti da autorizzare a parlare di “situazione ingestibile” come si sta facendo. E, oltre tutto, se si tiene conto che lo scorso anno sono arrivati in poco meno di 181.500, oggi, a fine giugno, metà anno, si è ancora ben lontani dalla metà di quella cifra. Ovvero, la situazione non si discosta troppo da quella del 2016. A meno che non si vogliano ignorare le cifre reali, alimentare una sorta di isteria e creare una clima di ultimatum/ricatto nei confronti di Bruxelles. Se è questo l’intento di Roma, difficilmente si arriverà a un risultato concreto. Il punto vero è che Roma per prima non ha mai fatto nulla per varare un sistema unico di accoglienza europeo, con quote obbligatorie e vie legali di immigrazione, condiviso e applicato da tutti gli Stati membri della Ue, che è l’unico modo per dare risposte efficaci al problema. Peggio, questa minaccia di chiudere i porti alle navi di soccorso non battenti bandiera italiana è una misura non solo in contrasto con il diritto internazionale, ma odiosa in sé, perché ignora il “naufragio continuo” che si verifica di fronte alle nostre coste. “Una vergogna e un atto di barbarie che non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche ed ideologiche, perché, con un atto di cinismo enorme, si condannerebbero a morte migliaia di persone sospese tra le persecuzioni subite nei paesi d’origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza”, si legge in una petizione lanciata da Ong e associazioni umanitarie che ha raccolto in breve migliaia di adesioni. Fermo restando che Bruxelles “deve assumersi le sue responsabilità e prendere decisioni coraggiose, in linea con i principi morali che sono alla base dell’idea stessa del sogno europeo”.
E’, questo ennesimo muro dei porti chiusi, quanto meno un errore clamoroso. O, molto peggio – come rileva da Bruxelles l’europarlamentare Barbara Spinelli – il tentativo di “usare migliaia di esiliati forzati come moneta di scambio nei negoziati con l’Unione, nel completo disprezzo delle prescrizioni della legge del mare e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”. Un’offesa bruciante e meschina, l’ennesima, oltre tutto, alle Ong che operano da anni nel Mediterraneo, fianco a fianco con le navi della Marina e della Guardia Costiera italiane: tutti insieme per salvare vite, senza distinzioni di bandiere.
  

Tratto da: Diritti e Frontiere

lunedì 26 giugno 2017

International Day against Drug Abuse and Illicit Trafficking

Message of the Prefect of the Dicastery for Promoting Integral Human Development for the International Day against Drug Abuse and Illicit Trafficking


The International Day against Drug Abuse and Illicit Trafficking, instituted by the United Nations, is an important opportunity to call the attention of consciences to the fact that drugs continue ‘to spread in forms and on a scale that are striking’.[1] This is a phenomenon fed – not without yielding and compromises by institutions – ‘by a deplorable commerce which transcends national and continental borders’[2] and is intertwined with organised crime and the drug traffic.
      Today we have before us a scenario of addiction that has changed greatly since the recent past;[3] drugs have become a consumer product made compatible with daily life, with recreational activity, and even with the search for wellbeing.
     The consumption of cocaine has been associated with a greater spread of heroin whose use ‘still accounts for the majority, around 80%, of new opioid-related treatment demands in Europe’.[4] In addition, new psychotropic intoxicant drugs – which are available on the market at a low price and anonymously through Internet – also penetrate prisons and mobilise many people in activity involving drug dealing, people who are recruited from fringes marked by hardship where they also find new consumers.
     However, cannabis has the highest levels of consumption and a keen debate about it is currently underway at an international level. This debate tends to omit ethical judgement on this drug, which is in itself negative as is the case with every other drug,[5] and to look at its possible therapeutic uses, a terrain where we are awaiting scientific data supported by periods of monitoring, as should take place with all experimentation that is worthy of public consideration.
      Even before deciding on these subjects commencing with prejudices of various kinds, we should have a better understanding of the trends in the use of cannabis, its correlated harm, and the consequences of regulatory policies in various countries, which lead the illegal market to develop products intended to influence models of consumption and to emphasise the primacy of desire satisfied compulsively by drugs.
     Pathological gambling or gambling addiction has for some time also been a rampant scourge that has further diversified forms of addiction. The legalisation of gambling, even when supported with the aim of unmasking its criminal management, has increased the number of pathological gamblers in an exponential way. In addition, the taxes received by the state should be seen as incompatible at an ethical level and contradictory when it comes to prevention. The establishment of models for intervention and adequate systems of monitoring, together with the granting of funds, is greatly to be hoped for in tackling this phenomenon.
     While the panorama of forms of addiction diversifies, indifference and at times indirect complicity with this phenomenon help to divert the attention of public opinion and governments, which concentrate on other emergencies. But faced with events that surprise our times, and which require unforeseen efforts, resources and responses, it is precisely emergency solutions that often prevail over a serious culture of prevention that is able to equip itself with objectives, instruments and resources in order to assure constancy and durability in dealing with the problems involved.
     In many countries, the fall in commitment at the level of programmes, institutional services and resources is a confirmation of this. What was on offer, which for decades was a garrison against the advance of forms of addiction, has been in many cases reduced to a marginal bulwark that is entrusted with the task of slowing down, on its own, the desertification provoked by years of lack of attention.
     The current picture provided by addiction in many cases demonstrates gaps at the level of planning, policies and perspectives and points to a tired and inadequate pace of action in the face of a drug market that is very competitive and flexible in relation to demand. This market is also open to new offers, for example the recently created extremely powerful synthetic opioids, ecstasy and amphetamines. It is precisely the growing and widespread consumption of ecstasy that serves as an indicator of how the use of illicit substances has by now invaded daily spaces and how a drug addict is no longer to be identified as a heroin addict: he or she has the new profile of someone who takes many things and resorts to different substances and to alcohol at the same time.
     As a consequence, strategies for action cannot be only specialist in character or aim at a reduction of harm, nor can they continue to see drugs as a phenomenon collusive with social hardship and deviance. The reduction of harm must necessarily involve both a toxicological approach and support from personalised therapeutic programmes of a psycho-social character, without ever giving rise to forms of chronicity which harm the person and are ethically reprehensible. Directed towards avoiding the collateral damage of addiction, the reduction of risk involves, instead, requirements of an epidemiological more than therapeutic character, taking the form of a strategy of social control and prevention at the level of hygiene. The real risk is that this can lead in a more aseptic and less visible way to the psychological and social death of a drug addict, something different from a physical death.
     To see people as irretrievable is an act of surrender that denies the psychological dynamics leading to change and offers alibis for the disengagement of drug addicts and to institutions whose task it is to prevent and to treat. In other terms, one cannot accept society metabolising the taking of drugs as a chronic feature of an epoch, like alcoholism or smoking, withdrawing from a keen dialogue about the borders of liberty of the state and citizens in the face of the use of substances.
     Similarly, one should not minimise those forms of addiction that arise and develop with complex characteristics connected with pre-existent clinical conditions or consequent upon the use of psychotropic drugs. Such is the case with so-called ‘dual diagnosis’ – a terrain of psychiatric disturbance that requires a great deal during the stage of treatment.
     ‘Clearly there is no single cause of drug addiction. Rather, there are many factors that contribute to it, among which are the absence of a family, social pressures, the propaganda of drug dealers, and the desire for new experiences. Every drug addict has a unique personal story and must be listened to, understood, loved, and, insofar as possible, healed and purified. We cannot stoop to the injustice of categorising drug addicts as if they were mere objects or broken machines; each person must be valued and appreciated in his or her dignity in order to enable them to be healed’.[6]
     ‘Good practices’ against resigned standardisation or delegation to a few people endowed with good will remind us of the duty of prevention, an approach of care and concern directed towards ‘taking care of’ in terms of the promotion of health in its broadest and most complete meaning. Broad ranging policies and strategies, based upon primary prevention, can but call upon all the social actors, starting afresh from the commitment to educate.
     The scenario that we all have to face up to is marked by the loss of ancient primacies by the family and schools, by the emptying of the authoritativeness of adult figures, and by the difficulties that take place at the level of parenting. This attests to the fact that this is not a time for forms of personal self-affirmation but for ‘networks’ that are able to reactivate educational social synapses by overcoming useless forms of competition, delegation and irresponsibility. To avoid young people growing up without ‘care’, more bred than brought up, who are attracted by ‘curative prostheses’ as drugs are able to appear only too well, every social actor must be connected with –  and invest in – a shared terrain of basic and inescapable educational values directed towards the integral formation of the person. Here one should observe the commitment and the constancy of professionals and volunteers of the private social sector who, ever since the emergence of the drug problem, have drawn up the first responses. Their work, which is often not appreciated very much, deserves concrete support and due attention. For that matter, signs of change of a high educational value that are useful in pathways of rehabilitation and even more in the field of prevention are now arriving from therapeutic communities. The educational aspect is fundamental, above all during the vulnerable and unfinished time of adolescence when intense moments of discovery and curiosity alternate with one another but also with ones of depression, apathy and forms of behaviour that symbolically or really endanger that person’s life. These forms of behaviour, which are deliberately transgressive, are directed towards demolishing the suffering caused by a sensation of feeling of being in front of an unclimbable wall of a present that never finishes and a future that cannot be detected. These are appeals to live, but also appeals for help and support directed towards adults capable of transmitting a zeal for life and a sense of how valuable life is.[7]
     Young people, observed Pope Francis, ‘in many ways look for that ‘dizziness’ that makes them feel alive. So let us give it to them! Let us stimulate everything that helps them to transform their dreams into projects, and they can discover that all the potential that they possess is a bridge, a passage towards a vocation (in the broadest and most beautiful meaning of the term). Let us offer them broad goals, great challenges, and let us help them to achieve them, to reach their goals. Let us not leave them alone. So let us challenge them more than they challenge us. Let us not allow them to receive this ‘dizziness’ from other people, who only jeopardise their lives: let us give it to them. But the right dizziness, which satisfies this wish to move, to go forward’.[8]
     To counter the ephemeral happiness of addiction, creative love is needed as well as adults who are able to teach and practice healthy self-care. A spiritual vision of existence, projected towards a search for meaning and open to encounter with other people, constitutes the greatest educational legacy which more than ever before the generations must hand on to each other.
        If things go otherwise, addiction will help to kill humanity because we well know that the person who does not love himself or herself is not even capable of loving his or her neighbour.


                                                               Vatican City, 26 June 2017

                                                               Card. Peter Kodwo Appiah Turkson
                                                              Prefect of the Dicastery for Promoting
                                                                   Integral Human Development





[1]Pope Francis, Speech to those Taking Part in the 31st Edition of the International Drug Enforcement Conference, 20 June 2014.
[2] Ibidem.
[3] Dipartimento Politiche Antidroga, Relazione annuale al Parlamento sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze in Italia per l’anno 2016.
[4] European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, European Drug Report 2017.
[5] ‘“No” to every kind of drug’ has been emphasised on a number of occasions by Pope Francis. See, for example, the General Audience of 7 May 2014.


[6] Pope Francis, Address to those taking part in the meeting organised by the Pontifical Academy of Sciences on ‘Narcotics: Problems and Solutions of this Global Issue’, 24 November 2016.
[7] Cf. David Le Breton, Cambiare pelle. Adolescenti e condotte a rischio (EDB, Bologna, 2016).
[8] Pope Francis, ‘Address to the Diocesan Pastoral Conference on the Theme “Let us not Leave them Alone! Accompanying Parents in the Education of their Adolescent Children”’, 19 June 2017. 

Journée internationale contre l’abus et le trafic illicite de drogues

Message du Préfet du Dicastère pour le Service du Développement humain intégral à l’occasion de la Journée internationale contre l’abus et le trafic illicite de drogues

La Journée internationale contre l’abus et le trafic illicite de drogues, instituée par les Nations unies, est une occasion importante d’attirer l’attention sur le fait que les stupéfiants continuent « à se répandre sous des formes et des dimensions impressionnantes »[1]. C’est un phénomène alimenté – non sans les défaillances et compromissions des institutions – par « un marché abject qui s’étend au-delà des frontières nationales et continentales »[2], et qui est lié aux mafias et au narcotrafic.
Nous nous trouvons aujourd’hui face à un paysage des dépendances qui a profondément muté par rapport au passé récent[3] ; la drogue est devenue un produit de consommation rendu compatible avec la vie quotidienne, avec une activité ludique, voire avec la recherche du bien-être.
La consommation de cocaïne est associée à une diffusion accrue de l’héroïne, qui « représente encore le pourcentage le plus élevé (80%) des nouvelles demandes de traitement associées aux opiacées en Europe »[4]. De plus, de nouvelles substances psychotropes toxiques – disponibles sur le marché, à bas coût et de manière anonyme, via internet – s’introduisent également dans les lieux de détention et mobilisent dans l’activité du deal de nombreuses personnes recrutées dans les périphéries du mal-être, où elles trouvent autant de nouveaux consommateurs.
Le taux de consommation le plus élevé revient toutefois au cannabis, qui est actuellement sujet d’un débat animé au niveau international – qui tend à négliger le jugement éthique sur la substance, négatif en soi comme pour toute autre drogue[5] – sur de possibles usages thérapeutiques, un terrain sur lequel l’on est en attente de données scientifiques corroborées par des périodes d’observation, conformément à toute expérimentation digne de considération publique.
Avant de prendre une décision sur ces thèmes, à partir de préjugés de différentes natures, il conviendrait de mieux comprendre les tendances dans l’usage du cannabis, les dommages qui y sont liés et les conséquences des politiques de réglementation dans les différents pays, qui encouragent le marché illégal à développer des produits destinés à influencer les modèles de consommation et à réaffirmer la primauté du désir qui se satisfait de manière compulsive avec la substance.
Le jeu pathologique, ou ludopathie, constitue également depuis quelques temps une plaie endémique qui vient encore diversifier les dépendances. La légalisation des jeux de hasard, même lorsqu’elle est soutenue dans le but d’en révéler la gestion criminelle, augmente de façon exponentielle le nombre de joueurs pathologiques ; d’autre part, la taxation perçue par l’Etat apparaît incompatible sur le plan éthique et contradictoire sur le terrain de la prévention. La définition de modèles d’intervention et de systèmes de surveillance adaptés, associée à la dotation de fonds, est particulièrement souhaitable pour faire face au phénomène.
Tandis que l’horizon des dépendances se diversifie, l’indifférence, et parfois même la complicité indirecte à l’égard de ce phénomène, contribue à détourner l’attention de l’opinion publique et des Gouvernements, concentrés sur d’autres urgences. Mais face à des événements qui surprennent notre époque actuelle en requérant des efforts, des ressources et des réponses imprévues, la solution d’urgence prend souvent le pas sur une culture sérieuse de la prévention, capable de se doter d’objectifs, d’instruments et de ressources pour garantir à la fois constance et durabilité dans la prise en charge des problèmes.
La preuve est faite, dans de nombreux pays, par la chute des engagements programmatiques, des services institutionnels et des ressources ; l’offre qui a, des décennies durant, contrôlé l’avancée des dépendances a été dans de nombreux cas réduite à un rempart marginal, investi du devoir de freiner uniquement la désertification provoquée par des années d’inattention.
Le cadre actuel fourni par les dépendances montre, dans de nombreux cas, de vraies lacunes dans les projets, dans les politiques et dans les perspectives, il témoigne d’une approche dépassée et inadaptée à un marché de la drogue très compétitif et flexible vis-à-vis de la demande, toujours ouvert aux offres nouvelles, par exemple les opiacées synthétiques extrêmement puissantes qui ont été créées récemment, l’ecstasy et les amphétamines. La consommation accrue et diffuse d’ecstasy est un bon indicateur du fait que l’usage de substances illicites a désormais investi les espaces quotidiens et que le toxicomane n’est plus identifié à l’héroïnomane, mais à un nouveau profil de polyconsommateur, qui a contextuellement recours à certaines substances et à l’alcool.
Par conséquent, les stratégies d’intervention ne peuvent être uniquement spécialisées ou concentrées sur la réduction du dommage, et elles ne peuvent davantage considérer la drogue comme un phénomène dérivant d’un malaise social et d’une déviance. La réduction du dommage doit obligatoirement comporter à la fois la prise en charge toxicologique et l’intégration par des programmes thérapeutiques personnalisés à caractère psychosocial, sans jamais donner lieu à des formes de chronicité, mauvaises pour la personne et éthiquement condamnable. Si elle est destinée à éviter les dommages collatéraux de la dépendance, la réduction du risque relève au contraire d’instances de nature plus épidémiologique que thérapeutique, en se présentant comme une stratégie de contrôle social et de prophylaxie hygiénique. Le véritable risque est que celle-ci puisse conduire, de façon plus aseptisée et moins visible, à la mort psychologique et sociale du toxicomane, en différant sa mort physique.
Le fait de considérer les personnes comme irrécupérables est un acte de démission qui nie les dynamiques psychologiques disposées au changement et qui légitime le désengagement du toxicomane et des institutions qui ont le devoir de prévenir et de soigner. En d’autres termes, l’on ne peut accepter que la société intègre la consommation de drogues comme un trait chronique propre à l’époque, similaire à l’alcool et au tabagisme, en se détournant d’une confrontation stricte sur les marges de liberté de l’Etat et du citoyen face à l’usage de substances psychoactives.
De la même manière, l’on ne doit pas minimiser les dépendances qui naissent et se développent suivant des caractéristiques complexes, liées à des signes cliniques préexistants ou résultant de l’usage de substances psychoactives : c’est le cas de ce que l’on appelle le « double diagnostic », qui relève du trouble psychiatrique et qui exige beaucoup durant la phase de traitement.
« Il est évident qu’il n’existe pas qu’une cause unique qui conduit à la dépendance de la drogue, mais les facteurs qui interviennent sont nombreux, parmi lesquels le manque de famille, la pression sociale, la propagande des trafiquants, le désir de vivre de nouvelles expériences. Chaque toxicomane porte en lui une histoire personnelle différente, qui doit être écoutée, comprise, aimée et lorsque c’est possible, guérie et purifiée »[6].
Les « bonnes pratiques » contre la standardisation résignée ou la délégation aux quelques personnes de bonne volonté nous renvoient au devoir de prévention, au comportement de sollicitude destiné à « prendre soin » en terme de promotion de la santé, dans son acception la plus ample et la plus complète. Les politiques et les stratégies de grande envergure, fondées sur la prévention primaire, ne peuvent pas ne pas impliquer tous les acteurs sociaux, en repartant de l’engagement à éduquer.
La situation à laquelle nous devons tous nous confronter est marquée par la perte des primats anciens de la famille et de l’école, par la désagrégation de l’autorité des figures adultes et par les difficultés constatées au niveau parental ; cela témoigne du fait que l’heure n’est pas à la quête de reconnaissance personnelle mais à la création de « réseaux » capables de réactiver des synergies sociales éducatives en dépassant les compétitions inutiles, les délégations et les formes de déresponsabilisation. Afin d’éviter que les jeunes ne grandissent sans « soin », en étant davantage élevés qu’éduqués, attirés par des « prothèses curatives », auxquelles les drogues savent bien ressembler, chaque acteur social doit se connecter et investir sur un terrain partagé de valeurs éducatives fondamentales et indispensables, orientées vers la formation intégrale de la personne. Il convient de souligner, à cet égard, l’engagement et la constance des professionnels et des bénévoles du secteur social privé qui, depuis l’émergence du problème de la drogue, ont apporté les premières réponses. Leur travail, souvent peu valorisé, mérite un soutien concret et une attention juste. C’est du reste des communautés thérapeutiques qu’émanent les signes d’un changement à haute valeur éducative, utiles dans les parcours de réhabilitation et plus encore dans le domaine de la prévention.

L’aspect éducatif est fondamental, surtout durant la période de vulnérabilité et d’inachèvement que représente l’adolescence, où s’alternent des moments intenses de découverte et de curiosité, mais également de dépression, d’apathie, avec des comportements qui mettent symboliquement ou réellement la vie en danger. Ces conduites, volontairement transgressives, ont pour but d’abattre la souffrance causée par la sensation de se trouver face au mur insurmontable, le mur d’un présent qui ne se termine jamais et d’un avenir que l’on ne parvient pas à entrevoir. Ce sont des appels à vivre, mais également des appels à l’aide et au soutien adressés aux adultes capables de transmettre le goût de la vie et le sens de sa valeur[7].
Les jeunes, a affirmé le Pape François, « recherchent de beaucoup de façons le ‘vertige’ qui les fasse se sentir vivants. Donc, donnons-le leur ! Stimulons tout ce qui les aide à transformer leurs rêves en projets, et qu’ils puissent découvrir que tout le potentiel qu’ils ont est un pont, un passage vers une vocation (au sens le plus large et le plus beau du mot). Proposons-leur de vastes objectifs, des grands défis et aidons-les à les réaliser, à atteindre leurs objectifs.  Ne les laissons pas seuls. Et donc proposons-leur des défis plus qu’eux-mêmes ne nous défient. Ne tolérons pas qu’ils reçoivent le ‘vertige’ d’autres personnes qui ne font que mettre leur vie en danger. Donnons-le leur ! Mais un vertige juste, qui satisfasse ce désir de bouger, d’avancer »[8].
Pour lutter contre le bonheur éphémère des dépendances, il faut de l’amour créatif et des adultes capables d’enseigner et de pratiquer une façon saine de prendre soin de soi. Une vision spirituelle de l’existence, projetée vers la quête de sens, ouverte à la rencontre avec les autres, constitue le plus grand héritage éducatif que les générations doivent se transmettre, aujourd’hui plus que jamais.
Dans le cas contraire, les dépendances contribueront à tuer l’humanité car nous savons bien que celui qui ne s’aime pas n’est guère plus capable d’aimer son prochain.               
             
Cité du Vatican, 26 juin 2017

Card. Peter Kodwo Appiah Turkson
Préfet du Dicastère pour le Service
du Développement humain intégral



[1] Pape François, Discours aux participants à la 31e édition de l’International Drug Enforcement Conference, le 20 juin 2014
[2] Ibidem
[3] Département politique antidrogue, rapport annuel au Parlement sur l’usage de stupéfiants et sur les toxicodépendances en Italie pour l’année 2016
[4] Observatoire européen des drogues et des toxicodépendances, rapport européen sur la drogue, 2017
[5] Le « non à tout type de drogue » a été réaffirmé à plusieurs reprises par le Pape François. Cf. par exemple l’Audience générale du 7 mai 2014
[6] Pape François, Discours aux participants à la rencontre promue par l’Académie pontificale des sciences sur le thème Narcotics: Problems and Solutions of this Global Issue, 24 novembre 2016

[7] Cf. David Le Breton, Adolescence et conduites à risque, Paris, Editions Fabert, 2015
[8] Pape François, Discours au Congrès ecclésial du Diocèse de Rome sur le thème Ne les laissons pas seuls ! Accompagner les parents dans l’éducation des enfants adolescents, 19 juin 2017

Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe.

Messaggio del Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale in occasione della Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe.

La Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe, istituita dalle Nazioni Unite, è un’occasione importante per richiamare l’attenzione delle coscienze sul fatto che le sostanze stupefacenti continuano «ad imperversare in forme e dimensioni impressionanti»[1]. E’ un fenomeno alimentato – non senza cedimenti e compromessi delle istituzioni – da «un mercato turpe che scavalca confini nazionali e continentali»[2], intrecciato con mafie e narcotraffico.
Ci troviamo oggi di fronte a uno scenario delle dipendenze profondamente mutato rispetto al recente passato[3]; la droga è divenuta un prodotto di consumo reso compatibile con la vita quotidiana, con l’attività ludica e persino con la ricerca del benessere.
Al consumo di cocaina si associa una maggiore diffusione dell’eroina, che «rappresenta ancora la percentuale maggiore (80%) delle nuove richieste di trattamento associate agli oppiacei in Europa»[4]. Inoltre, nuove sostanze psicoattive intossicanti - disponibili, a basso costo e in forma anonima, sul mercato via Internet - si insinuano anche nei luoghi di detenzione e mobilitano nell’attività di spaccio molte persone reclutate dalle periferie del disagio dove trovano altresì nuovi consumatori.
Il primato del consumo appartiene però alla cannabis, sulla quale è in corso un acceso dibattito a livello internazionale che tende a tralasciare il giudizio etico sulla sostanza, di per sé negativo come per ogni altra droga[5], ai possibili usi terapeutici, un terreno sul quale si è in attesa di dati scientifici avvalorati da periodi di monitoraggio, come deve avvenire per ogni sperimentazione degna di pubblica considerazione.
Prima ancora di sentenziare su questi temi a partire da pregiudizi di varia natura andrebbero meglio comprese le tendenze nell’uso della cannabis, i danni correlati e le conseguenze delle politiche di regolamentazione nei vari Paesi, che spingono il mercato illegale a sviluppare prodotti destinati a incidere sui modelli di consumo e a ribadire il primato del desiderio che si soddisfa compulsivamente con la sostanza.
Anche il gioco patologico o ludopatia costituisce da qualche tempo una piaga dilagante che diversifica ulteriormente le dipendenze. La legalizzazione del gioco d’azzardo, anche quando viene sostenuta con l’intento di smascherarne la gestione criminale, incrementa in modo esponenziale il numero dei giocatori patologici; inoltre, la tassazione riscossa dallo Stato è da considerarsi incompatibile sul piano etico e contraddittoria sul terreno della prevenzione. La definizione di modelli di intervento e di adeguati sistemi di monitoraggio, associata alla dotazione di fondi, è oltremodo auspicabile per fronteggiare il fenomeno.
Mentre il panorama delle dipendenze si diversifica, l’indifferenza e, talvolta, la complicità indiretta nei confronti del fenomeno delle stesse contribuisce a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e dei Governi, concentrati su altre emergenze. Ma di fronte a eventi che sorprendono i nostri giorni richiedendo sforzi, risorse e risposte impreviste, spesso è proprio la soluzione d’emergenza a prendere il sopravvento su una seria cultura della prevenzione capace di dotarsi di obiettivi, strumenti e risorse per garantire costanza e durevolezza alla presa in carico dei problemi.
Ne è una riprova, in molti Paesi, la caduta degli impegni programmatici, dei servizi istituzionali e delle risorse; l’offerta che per decenni ha presidiato l’avanzare delle dipendenze è stata, in molti casi, ridotta a un marginale baluardo, investito del compito di frenare in solitudine la desertificazione provocata da anni di disattenzione.
L’odierno quadro offerto dalle dipendenze mostra, in molti casi, proprio lacune nella progettualità, nelle politiche e nelle prospettive, segna un passo stanco e inadeguato di fronte a un mercato della droga molto competitivo e flessibile rispetto alla domanda, sempre disponibile a offerte nuove, per esempio oppiacei sintetici estremamente potenti di recente creazione, ecstasy e anfetamine. Proprio il crescente e diffuso consumo di ecstasy può fungere da indicatore di come l’uso di sostanze illecite abbia ormai invaso spazi quotidiani e come il tossicodipendente non si identifichi più con l’eroinomane, ma con il nuovo profilo del poliassuntore, che fa ricorso contestualmente a sostanze e alcol.
Di conseguenza, le strategie di intervento non possono essere solo specialistiche o di riduzione del danno, né possono ancora considerare la droga quale fenomeno collusivo con il disagio sociale e la devianza. La riduzione del danno deve necessariamente comportare sia la presa in carico tossicologica sia l’integrazione con programmi terapeutici personalizzati, di carattere psicosociale, senza mai dare adito a forme di cronicità, lesive della persona ed eticamente riprovevoli. Finalizzata a evitare i danni collaterali alla dipendenza, la riduzione del rischio esprime, invece, istanze di natura più epidemiologica che terapeutica configurandosi come una strategia di controllo sociale e profilassi igienica. Il vero rischio è che essa possa portare, in modo più asettico e meno visibile, alla morte psicologica e sociale del tossicodipendente, differendone quella fisica.
Considerare le persone irrecuperabili è un atto di resa che smentisce le dinamiche psicologiche preposte al cambiamento e offre alibi al disimpegno del tossicodipendente e alle istituzioni che hanno il compito di prevenire e di curare. In altri termini, non si può accettare che la società metabolizzi l’assunzione di droghe al pari di un cronico tratto epocale, similmente all’alcolismo e al tabagismo, ritraendosi da un serrato confronto sui margini di libertà dello Stato e del cittadino di fronte dell’uso di sostanze.
Analogamente non si devono minimizzare le dipendenze che nascono e si sviluppano con caratteristiche complesse, connesse a evidenze cliniche preesistenti o conseguenti all’uso di sostanze psicoattive: è il caso della cosiddetta «doppia diagnosi», terreno del disturbo psichiatrico, che molto esige in fase di trattamento.
«È evidente che non c’è un’unica causa che porta alla dipendenza dalla droga, ma sono molti i fattori che intervengono, tra i quali, la mancanza di una famiglia, la pressione sociale, la propaganda dei trafficanti, il desiderio di vivere nuove esperienze. Ogni tossicodipendente porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata, e per quanto possibile, guarita e purificata. Non possiamo cadere nell’ingiustizia di catalogare il tossicodipendente come se fosse un oggetto o un meccanismo rotto; ogni persona deve essere valorizzata e apprezzata nella sua dignità per poter essere guarita»[6].
Le «buone pratiche» contro la standardizzazione rassegnata o la delega ai pochi dotati di buona volontà, ci richiamano al dovere della prevenzione, atteggiamento di sollecitudine volto al «prendersi cura» in termini di promozione della salute nella sua accezione più ampia e completa. Politiche e strategie di ampio respiro, fondate sulla prevenzione primaria, non possono non richiamare tutti gli attori sociali, ripartendo dall’impegno a educare.
Lo scenario con il quale tutti ci dobbiamo confrontare è contrassegnato dalla perdita di antichi primati da parte della famiglia e della scuola, dallo svuotamento di autorevolezza delle figure adulte e dalle difficoltà che si registrano sul piano genitoriale; ciò testimonia che questo non è tempo di protagonismi bensì di «reti» capaci di riattivare le sinapsi sociali educative superando le inutili competizioni, le deleghe e le forme di deresponsabilizzazione. Per evitare che i giovani crescano senza «cura», più allevati che educati, attratti da «protesi curative», come sanno ben apparire le droghe, ogni attore sociale deve connettersi e investire su un terreno condiviso di valori educativi di base e imprescindibili orientati alla formazione integrale della persona. È da rimarcare, a questo proposito, l’impegno e la costanza di professionisti e volontari del privato sociale che, sin dall’emergere del problema droga, hanno approntato le prime risposte. Il loro lavoro, spesso poco valorizzato, merita sostegno concreto e doverosa attenzione. Dalle Comunità terapeutiche, tra l’altro, provengono segnali di cambiamento di alto valore educativo, utili nei percorsi riabilitativi e ancor più nel campo della prevenzione.
L’aspetto educativo è fondamentale, soprattutto nel tempo vulnerabile e incompiuto dell’adolescenza, quando si alternano momenti intensi di scoperta e curiosità, ma anche di depressione, apatia e comportamenti che mettono simbolicamente o realmente in pericolo la vita. Queste condotte, volutamente trasgressive, sono finalizzate ad abbattere la sofferenza causata dalla sensazione di trovarsi davanti al muro insormontabile di un presente che non finisce mai e di un avvenire che non si riesce a intravedere. Sono appelli a vivere, ma anche appelli all’aiuto e al sostegno rivolti ad adulti capaci di trasmettere il gusto della vita e il senso di quanto sia preziosa[7].
I giovani, ha affermato papa Francesco, «cercano in molti modi la “vertigine” che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela! Stimoliamo tutto quello che li aiuta a trasformare i loro sogni in progetti, e che possano scoprire che tutto il potenziale che hanno è un ponte, un passaggio verso una vocazione (nel senso più ampio e bello della parola). Proponiamo loro mete ampie, grandi sfide e aiutiamoli a realizzarle, a raggiungere le loro mete. Non lasciamoli soli. Perciò, sfidiamoli più di quanto loro ci sfidano. Non lasciamo che la “vertigine” la ricevano da altri, i quali non fanno che mettere a rischio la loro vita: diamogliela noi. Ma la vertigine giusta, che soddisfi questo desiderio di muoversi, di andare avanti»[8].
Per contrastare la felicità effimera delle dipendenze servono amore creativo e adulti capaci di insegnare e praticare una sana cura di sé. Una visione spirituale dell’esistenza, proiettata alla ricerca di senso, aperta all’incontro con gli altri, costituisce la più grande eredità educativa che oggi più che mai le generazioni si devono tramandare.
Diversamente, le dipendenze contribuiranno ad uccidere l’umanità poiché sappiamo bene che colui che non si ama non è neppure capace di amare il suo prossimo.

Città del Vaticano, 26 giugno 2017

Card. Peter Kodwo Appiah Turkson
Prefetto del Dicastero per il Servizio
dello Sviluppo Umano Integrale



[1]Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla 31ma edizione dell’International Drug Enforcement Conference, 20 giugno 2014.
[2] Ibidem.
[3] Dipartimento politiche antidroga, Relazione annuale al Parlamento sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze in Italia per l’anno 2016.
[4] Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, Relazione europea sulla droga, 2017.
[5] Il «no a ogni tipo di droga» è stato ribadito più volta da papa Francesco. Cfr., per esempio, l’Udienza generale del 7 maggio 2014.


[6] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze su Narcotics: Problems and Solutions of this Global Issue, 24 novembre 2016.
[7] Cfr. David Le Breton, Cambiare pelle. Adolescenti e condotte a rischio, Bologna, EDB, 2016.
[8] Papa Francesco, Discorso al Convegno pastorale diocesano sul tema Non lasciamoli soli! Accompagnare i genitori nell’educazione dei figli adolescenti, 19 giugno 2017.