Richiesta di rinvio a giudizio: coinvolti guardie carcerarie e un medico. Nel mirino soprattutto stranieri
Contro di loro, militanti di una sorta di «codice rosso»in vigore dietro le sbarre, ci sono le testimonianze delle stesse vittime. «Mi tenevano in piedi per non farmi dormire - racconta ai magistrati Oltean Gavrila, uno dei romeni accusati dello stupro di gruppo della Caffarella, il 14 febbraio del 2009 e finito nel carcere di Regina Coeli e vittima della "squadretta" -. Arrivavano da me alle undici di sera e mi dicevano di stare in piedi, non dormire, poi dopo un po' mi dicevano "puoi dormire venti minuti" e in venti minuti non ce la facevo...». Per sottrarsi a un supplizio durato giorni, Gavrila si attacca a una bottiglia di detersivo e il 19 febbraio viene trasferito in infermeria. Da qui chiede di parlare con un magistrato al quale racconta tutto. Si tratta di Vincenzo Barba, uno dei pm del caso Cucchi.
Sarà Julien Monnet la vittima «illustre» che farà scattare le indagini. L'ingegnere francese di 37 anni, accusato di tentato omicidio nei confronti della figlia (le avrebbe sbattuto la testa sui gradini dell'Altare della Patria: era l'agosto 2008) subì il «trattamento». Ma Monnet non è un extracomunitario qualunque. Il suo caso fu seguito, giorno per giorno, dall'ambasciata di palazzo Farnese. Dunque l'uomo denuncia e in procura, spiega il suo difensore Michele Gentiloni Silveri, viene aperto un fascicolo.
Legato a un letto di contenzione (ce n'è uno nella settima sezione, utilizzato in caso di crisi suicide o raptus omicida del detenuto) «con della stoffa marrone» Monnet racconta: «A un certo punto, la persona con il camice bianco che mi stava schiaffeggiando in viso... si è spostato alla mia destra...». Nel frattempo una seconda persona «continuava a picchiarmi sui piedi» con un grosso bastone. Monnet spiega che, a un tratto, uno dei due prende un tubo: «E approfittando che ero legato ha cominciato a inserirmi un catetere. Questa operazione si è conclusa dopo almeno quattro tentativi, durante i quali io urlavo per il dolore a ogni tentativo fallito. Ricordo perfettamente che tutti e due erano incuranti del dolore che mi stavano provocando, il primo per il modo in cui tentava di inserirmi il tubo, l'altro perché ad ogni grido riprendeva a picchiarmi sui piedi». Monnet denuncerà la tortura subita, mentre della «sonda vescicale» che gli venne applicata è scomparsa ogni traccia dal registro degli interventi effettuati quel giorno. Resta la domanda: qualcuno controlla quei registri?
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