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mercoledì 2 dicembre 2020

Etiopia: Appello Urgente ! Aprite Corridoi Umanitari

 

Allo sbando i campi dei profughi eritrei mentre si registrano 3 morti e si temono 6 mila rimpatri forzati ad Asmara 

 

La guerra in Tigrai ha investito anche gli eritrei rifugiati nella regione dopo essere fuggiti dalla dittatura di Asmara. Sono tantissimi: circa 96 mila, più della metà degli eritrei che hanno chiesto e trovato aiuto in Etiopia a partire dal 2001. Vivono da anni in quattro grandi centri di raccolta, tutti sotto l’egida dell’Unhcr, situati nell’ordine, da sud a nord, ad Adi Harush, Mai Aini, Hitsats e Shimelba. Non sono mancati i problemi in tutti questi anni e la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della pandemia di coronavirus. Ma non è mai venuta meno la tutela internazionale che ha garantito i diritti di queste persone e consentito loro di avviare un nuovo percorso di vita, sia pure tra grosse difficoltà.

Lo sconvolgimento portato dalla guerra rischia adesso di far saltare questo fragile equilibrio e, peggio, anche ogni forma di protezione. I combattimenti fortunatamente non li hanno colpiti direttamente o comunque non in maniera massiccia, anche se non mancano alcune vittime: ad Adi Harush risulta che tre giovani siano stati uccisi da una raffica di schegge durante un pesante bombardamento sull’area limitrofa al campo. Scontri armati a parte, però, nei campi profughi si profilano due minacce non meno drammatiche: il rischio di deportazione forzata in Eritrea e difficoltà di sussistenza enormi a causa della brusca interruzione di tutte le forme di assistenza e rifornimento anche dei beni più indispensabili. 

Deportazione. La minaccia riguarda in particolare il campo di Shimelba, quello più settentrionale e più vicino alla frontiera con l’Eritrea, distante una trentina di chilometri. Circolano da giorni notizie che circa 6 mila profughi sarebbero stati bloccati all’interno o nei dintorni del centro di accoglienza e rimpatriati in stato d’arresto da parte di reparti militari eritrei entrati in territorio tigrino, come alleati dell’esercito federale etiopico. In sostanza, una vera e propria deportazione di massa, le cui vittime rischiano di diventare dei “desaparecidos” introvabili, perché tutti i registri dell’Unhcr sarebbero stati distrutti, in modo da non lasciare traccia degli ospiti del campo o comunque da rendere estremamente difficili le ricerche.

In una realtà totalmente blindata come quella attuale del Tigrai – dove ogni forma di comunicazione è stata oscurata o interrotta da parte di Addis Abeba e dalla quale i giornalisti e persino le organizzazioni umanitarie sono bandite – non è stato possibile finora verificare se queste notizie abbiano fondamento. Ma se rispondono anche solo in minima parte a verità, sarebbe un fatto gravissimo, che chiama in causa direttamente le responsabilità del premier Abiy Ahmed, del suo governo e del suo esercito, perché neanche la guerra può essere invocata a giustificazione della violazione dei diritti fondamentali degli eventuali deportati: come profughi e come esseri umani. Anzi, proprio perché c’è la guerra, l’Etiopia è tenuta a garantire a maggior ragione l’incolumità e la libertà di quelle persone. Nessuno può ignorare, infatti, che tutti i profughi vengono considerati dal regime di Asmara “traditori” e “disertori”: costringerli a tornare in Eritrea significa esporli a una vera e propria rappresaglia, fatta di galera e di morte. Ovvero, alla rivalsa e alla vendetta di quella dittatura che ogni rifugiato ha messo sotto accusa di fronte al mondo intero con la sua stessa fuga.

Assistenza. E’ un problema di crescente gravità che riguarda tutti i campi profughi. Fino alla guerra, assistenza e rifornimenti sufficienti per la vita quotidiana delle migliaia di profughi sono stati assicurati dal governo del Tigrai e da aiuti umanitari internazionali. Dall’inizio del conflitto le forniture e i servizi si sono rapidamente ridotti fino ad esaurirsi: la situazione peggiore sarebbe sempre quella del campo di Shimelba, dove i militari eritrei arrivati da oltreconfine avrebbero sequestrato anche tutta la scorta di medicinali residua dell’Unhcr. Né si può contare sull’intervento di istituzioni come la stessa Unhcr o varie Ong e associazioni umanitarie, tutte espulse e tagliate fuori dalla regione su disposizione di Addis Abeba. Manca così ogni possibilità di intervento e manca anche ogni possibilità di verificare sul posto le condizioni all’interno dei campi, fornire notizie esatte, segnalare le situazioni più difficili e le eventuali emergenze. Ma dai pochi contatti che i profughi stessi sono riusciti ad attivare, emerge un quadro estremamente preoccupante: uno degli ultimi messaggi ha segnalato che manca da giorni persino l’acqua, perché i rifornimenti, garantiti prima dall’arrivo periodico e regolare di autocisterne, si sono interrotti: “Siamo costretti – si dice nel messaggio – a fare ricorso all’acqua di un vicino ruscello. Anche per bere, pur sapendo bene che si tratta di acqua malsana, perché quel ruscello è usato come una discarica, dove si sversa di tutto”. Il fatto stesso che si siano interrotti anche gli aiuti umanitari, del resto, è di per sé una grave emergenza.

A fronte di tutto questo, l’Agenzia Habeshia chiede con forza interventi urgenti a tutte le principali istituzioni internazionali – in particolare alle Nazioni Unite, all’Unione Africana, all’Unione Europea oltre allo stesso governo di Addis Abeba – con tre obiettivi prioritari:

– Verificare la fondatezza della notizia dei rimpatri forzati in Eritrea di migliaia di profughi e, in caso ci siano state effettivamente delle deportazioni, intervenire con la massima rapidità e risolutezza perché tutti i prigionieri vengano rilasciati e messi nella condizione di andarsene di nuovo dall’Eritrea, senza alcun pregiudizio per sé e per i loro familiari

– Organizzare canali umanitari che consentano il trasferimento verso altri Stati delle migliaia di profughi che si sono trovati loro malgrado coinvolti nella guerra

– Riaprire subito le frontiere del Tigrai agli aiuti umanitari e, per quanto riguarda il Governo di Addis Abeba, riattivare la gestione ordinaria dei campi, sotto il controllo dell’Unhcr, cessata da parte del governo regionale di Macalle con l’inizio della guerra.

Un’ultima nota va riservata al presidente Abiy Ahmed. Negli ultimi due anni il suo percorso si è intrecciato sempre più strettamente con quello di Isaias Afewerki, tanto che non pochi osservatori vedono nel dittatore eritreo il suo principale alleato nel Corno d’Africa. Neanche questa alleanza – anzi: tantomeno questa alleanza – giustifica, sempre ovviamente che la notizia abbia fondamento, l’eventuale accondiscendenza alla deportazione dei profughi eritrei. Se questa deportazione c’è stata e addirittura è ancora in corso, non è credibile infatti che le autorità e l’esercito etiopico non se ne siano accorti. Se è vero cioè che si sta commettendo questo delitto, che è palesemente un crimine di lesa umanità, vuol dire che Addis Abeba ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Attendiamo allora che Abiy Ahmed, memore di cosa significhi il Premio Nobel per la Pace, fornisca al più presto, all’intera comunità internazionale, prove credibili e concrete che non ci sono state, non ci sono e non ci saranno deportazioni di profughi in Eritrea o, in caso contrario, che si attivi lui stesso per liberarli.


Agenzia Habeshia

 

Roma, 2 dicembre 2020

 

 

 

giovedì 12 novembre 2020

Etiopia: Appello alle parti in lotta e alle istituzioni internazionali

La guerra Etiopia-Tigrai

“Far tacere subito le armi”

Appello alle parti in lotta e alle istituzioni internazionali

 

Centinaia di vittime: militari e civili inermi. Migliaia di profughi: molti rifugiati in Sudan, altri in attesa di poter varcare il confine. Sono passati appena pochissimi giorni da quando è stato sparato il primo colpo di fucile ma è già pesantissimo il bilancio di morte della guerra in Tigrai, la regione nel nord dell’Etiopia al confine con l’Eritrea e il Sudan.

Il premier etiope Abiy Ahmed si rifiuta di chiamarla guerra. Insiste che le operazioni militari in corso sarebbero solo un intervento per domare una ribellione interna: per quanto dolorosa, una emergenza interamente nazionale, provocata dal governo regionale del Tigrai, che si sarebbe posto fuori dalle leggi federali e dalla Costituzione stessa. Il presidente tigrino, Debretsion Gebremichael, di contro, accusa Addis Abeba di soffocare le libertà e le autonomie regionali, nel contesto di una politica di forte accentramento.

Senza entrare nel merito del contrasto, è innegabile che si tratta di una dolorosa guerra civile. I rapporti terribili che arrivano dalle due parti, ogni giorno di più, parlano di vite perdute, bombardamenti, distruzioni, profughi, sfollati: esattamente il quadro di morte e sofferenza che si configura con qualsiasi guerra. E, per di più, lo scenario rischia di allargarsi. Ricorre insistente la notizia che anche l’Eritrea sarebbe entrata o si appresterebbe ad entrare nel conflitto al fianco di Addis Abeba o che comunque avrebbe consentito alle truppe etiopi di entrare nel suo territorio per sferrare un attacco al Tigrai anche dal confine orientale.

Il Tigrai soffia sul fuoco di questa notizia, che viene invece smentita sia dall’Etiopia che dall’Eritrea. Nella chiusura totale delle comunicazioni dall’intera regione, scattata quando la parola è passata alle armi, è molto difficile una verifica fondata. Ma la tensione che indubbiamente si è creata anche alla frontiera fra Tigrai ed Eritrea conferma il rischio che la guerra civile in Etiopia possa innescare una escalation incontrollabile non solo nella stessa Etiopia ma nell’intero Corno d’Africa, un’area strategica, addirittura vitale, per la pace in tutto il continente africano e non solo.

Allora, qualunque sia la causa di questo già così sanguinoso conflitto, occorre fermarsi subito, prima che la situazione, già difficilissima, diventi irreversibile: far tacere le armi, senza perdere nemmeno un istante, per aprire la strada al dialogo. Perché la guerra non ha mai risolto i problemi, neanche uno: semmai li ha ampliati e aggravati e ne ha creati di nuovi. E di problemi da risolvere il Corno d’Africa ne ha già fin troppi. Basti citarne alcuni dei più emergenti:

– Il contrasto per le acque del Nilo che vede contrapposti l’Etiopia da una parte e il Sudan ma soprattutto l’Egitto dall’altra e che potrebbe alla lunga coinvolgere anche gli altri Stati rivieraschi (Sud Sudan, Uganda, Kenya, Tanzania, Rwanda, Burundi, Congo) ma, di conseguenza, l’intera Africa.

– La minaccia sempre presente ed anzi crescente del terrorismo, che ha ormai messo radici profonde in molti paesi, a cominciare, ad esempio, dalla Somalia e dal Kenya.

– I disastri ambientali, la siccità sempre più lunga e ricorrente e la conseguente, feroce carestia, che da anni stanno desertificando le campagne e svuotando i villaggi, provocando migliaia di morti e milioni di sfollati e profughi. Per citare un esempio, solo quest’anno e nella sola Somalia, secondo i rapporti delle Nazioni Unite, già a gennaio si contavano oltre 800 mila tra profughi e sfollati dovuti alla guerra e alla crisi ambientale e diretti dalle campagne verso le periferie delle grandi città, con un trend in crescita che a metà anno ha portato a superare abbondantemente il milione di persone.

– L’invasione delle locuste. Iniziata più di un anno fa, è considerata la più grave e la più lunga dell’ultimo secolo. Milioni di ettari di colture sono andati distrutti in Somalia, Kenya, Etiopia, Eritrea, compromettendo fortemente la produzione di beni per il fabbisogno alimentare e moltiplicando, dunque, i già gravi problemi di forniture sufficienti per l’intera popolazione.

– La fame e la miseria endemiche. Ne sono colpite da anni milioni di donne, uomini e soprattutto bambini in diverse zone della vasta regione dell’Africa Orientale. Sempre per restare al caso Somalia, nel settembre 2020 il Food Security and Nutrition Unit (Fsnau) ha calcolato che 2,1 milioni di persone erano esposte a una insicurezza alimentare acuta e che si prevedeva un peggioramento ulteriore della situazione nel prosieguo dell’anno, fino a dicembre. Non va meglio in Eritrea, dove l’ultimo rapporto dell’Unicef sull’Africa orientale e meridionale (febbraio 2020) segnala che oltre il 60 per cento dei piccoli fino a 5 anni di età è esposto a gravi problemi di denutrizione. O in Sud Sudan, dove questo rischio riguarda dal 50 al 59 per cento dei bambini.

– La pandemia di coronavirus. La pandemia è in costante crescita in tutta l’Africa. Secondo i dati pubblicati il 10 novembre, si sono superati 1,9 milioni di casi. Di questi, 231.400 riguardano l’Africa Orientale, dove tra i paesi più colpiti figurano l’Etiopia, la Somalia e Gibuti. Con tutto quello che ne consegue.

– La fuga di milioni di giovani costretti ad abbandonare la propria terra dove, a causa del combinarsi dei motivi appena elencati, ritengono di non avere più prospettive di una vita dignitosa. Un’autentica “fuga per la vita” sicuramente comprensibile ma che, al di là delle tragedie individuali, sta uccidendo il futuro stesso dei paesi di provenienza.

Ecco. In questo scenario già di per sé durissimo, una guerra civile in Etiopia, con la prospettiva di un allargamento ad altri Stati, potrebbe rivelarsi il colpo di grazia: l’inizio di una generale destabilizzazione sociale ed economica di tutto il Corno d’Africa, vanificando i faticosi processi di crescita e di trasformazione che, pur tra mille difficoltà, sono stati avviati negli ultimi trent’anni nella regione. E per l’Etiopia – che pure, con le riforme avviate a partire dal 2018, soprattutto nella fase iniziale del governo di Abiy Ahmed, ha suscitato grandi speranze in tutta l’Africa – potrebbe persino configurarsi una sorta di deprecabile implosione: uno scenario che, sotto la spinta di forze centrifughe alimentate dalle varie realtà etnico-.regionali, nell’ipotesi più estrema rischierebbe di portare addirittura a una balcanizzazione del Paese. Va da sé che l’intero Corno d’Africa ne sarebbe sconvolto. 

Da qui un nostro accorato appello. Chiediamo:

– Alle parti in conflitto di deporre subito le armi e di aprire un dialogo.

– Alle maggiori istituzioni internazionali – a cominciare dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana, e dall’Unione Europea – ai singoli Stati africani e occidentali, alle maggiori potenze mondiali di intervenire al più presto e con tutta la capacità di mediazione e persuasione di cui dispongono perché si arrivi subito a un cessate il fuoco come premessa per l’apertura di un dialogo che porti a soluzioni accettate da entrambe le parti in causa.

Riteniamo che la guida di questo sforzo comune debba essere la convinzione che “in guerra nessuno vince mai”. In guerra perdono tutti. In particolare, perdono per prime le persone più deboli e fragili: la popolazione inerme, i bambini, gli anziani, i poveri. E’ una constatazione che vivono ogni giorno proprio molti paesi del Corno d’Africa, dove negli ultimi anni sono affluiti milioni di profughi e rifugiati in fuga da guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, carestia. In una parola, in fuga da situazioni di crisi estrema. Tutto serve, meno che alimentare un’altra di queste crisi.

 

Ufficio Stampa

Agenzia Habeshia

Roma, 12 novembre 2020

 

mercoledì 11 novembre 2020

Appello per l'evacuazione di profughi dalla Libia

 Diamo voce alle grida disperate che ci giungono da Tripoli, dai lager libici come il Sika e Abu Issa.



Nella giornata di ieri e oggi abbiamo ricevuto richieste di aiuto da profughi che si trovano nella capitale Tripoli, spesso oggetto di attacchi da bande armate che vengono a derubare e abusare fino ad uccidere come è già accaduto anche qualche giorno fa.  I circa mille profughi che vivono nella zona di Ghergarish vivono nella perenne angoscia di essere in balia di bande armate senza una reale protezione da chi che sia. Spesso questi profughi sono presi di mira da criminali locali in cerca di facile guadagno, spesso atti di razzismo e discriminazione per motivi religiosi sono il loro pane quotidiano. Questa loro condizione di totale precarietà li spinge verso una sfiducia e disperazione. Di questa condizione di vulnerabilità approfittano i trafficanti di esseri umani che li propongono la via pericolosa la traversata del mediterraneo su gommoni e barconi fatiscenti ed sovraccariche che spesso si trasformano in una trappola mortale. Chi viene catturato in mare viene portato nei cosi detti "centri di detenzione" come il Sika dove persone private della loro libertà vivono in condizioni miserabili, abbiamo parlato con profughi che sono li trattenuti da 8 mesi, la loro colpa è di fuggire da miseria, dittatura, guerra cercare un futuro migliore altrove è diventato un crimine. Queste persone chiedono canali legali di accesso alla protezione internazionale, allo stato di diritto, a riavere la propria libertà e dignità umana.
Come si dice il peggio non è mai morto ci sono luoghi come Abu Issa un vero lager dove i profughi ridotti alla fame lasci la struttura solo se scende il tuo peso corporeo sotto i 40 kg. Solo se rimani pelle ossa consentono il tuo trasferimento altrove. Questo orrore sta accadendo oggi nel 2020.
Chiediamo urgente intervento della Comunità Europea e Unione Africana ad approntare un piano di evacuazioni per svuotare tutti centri di detenzione e lager disseminati nel territorio libico tutti profughi e migranti in pericolo vengano trasferiti al sicuro fuori dalla Libia.

Don Dr. Mussie Zerai Ph.D

giovedì 24 settembre 2020

Appello alla Commissione Europea

 On. Ursula Von der Leyen

Presidente della Commissione Europea

In questi giorni si dibatte sul tema immigrazione le proposte da Lei presentate sul superamento del regolamento di Dublino, eventuali meccanismi su accoglienza e rimpatri quanto altro.
Al nostro modesto avviso l'Unione Europea dovrebbe lavorare su tre obbiettivi a lungo e medio termine.
1. Andare alla radice che causa l'esodo di profughi è migranti. 

Questo è un obbiettivo allungo termine. Bisogna mettere in campo tutti gli strumenti della diplomazia, politica ed economica, per sradicare le cause che provocano l'esodo di popoli, che sono guerre, dittature, povertà, calamita naturali ect ... La Commissione presieduta da Lei dovrebbe fare un piano Marshall per l'Africa molto coraggioso. Un piano che mette fine all'utilizzo dell'Africa come terreno di battaglia per le potenze mondiali. Il Continente Africano non è un laboratorio dove si testano ogni tipo di arma, ogni tipo di malattia e cura. L'Africa non è in vendita!, anche se assistiamo ad un massiccio Land Grabbing da paesi ricchi a danno di contadini poveri. Bisogna frena ogni lotta per egemonia regionale, spesso lotte fomentate da piromani estranei al continente, e da imprenditori di morte. Bisogna fermare ogni forma di sfruttamento dissennato del continente e dei suoi abitanti. Ben venga la recente scelta della Svizzera su multinazionali, ben venga il tracciamento di alcuni minerali deciso dall'UE, sono passivi verso la giusta direzione ma non basta. Serve un piano Marshall che investe per il benessere dei popoli Africani, un piano per sanare le ferite del continente, che restituisca diritti e dignità ai popoli. Un piano di sviluppo che si curi della Persona integralmente, sul piano fisico, economico e culturale sul modello Africano. Non un piano per occidentalizzare l'Africa, non un piano per assimilare l'Africa. Serve un piano che rispetta la cultura e la natura, l'Armonia degli Africani con il patrimonio naturalistico per consegnare alle future generazioni un Continente sano e vivibile.
https://www.corriere.it/buone-notizie/18_ottobre_29/land-grabbing-tutti-all-assalto-terre-fertili-2cedba30-dae0-11e8-aca4-abf222acb144.shtml 



2. Proteggere i profughi e migranti vicino a casa loro.
Questo è un obiettivo a medio termine, che bisogna mettere in campo risorse economiche ed umane per creare quelle condizioni necessarie per garantire accoglienza e vita dignitosa nel primo paese di transito. Le persone in fuga dai rispettivi paesi vanno verso i paesi confinanti, spesso in questi paesi trovano il peggio di quello che hanno lasciato, in termine di vivibilità e sicurezza personale, inserimento nel tessuto sociale ed economico. Ecco che diventa necessario che l'UE possa intervenire mediante la cooperazione internazionale per creare le condizioni di sicurezza e vivibilità tali da invogliare a restare vicino a casa. Questo può accadere se le persone non restano abbandonate nelle tende, in mezzo al nulla, in zone depresse sotto ogni profilo. Tutto questo aumenta la disperazione, diventa il terreno fertile per i trafficanti di esseri umani. L'UE in collaborazione con gli stati Africani affidabili e democratici sviluppi un piano di protezione accoglienza temporanea che garantisca accesso alla scuola, alla sanità, a lavoro, che garantisca una protezione reale da ogni pericolo, compreso da forze del ordine corrotti che sono nel libro paga di trafficanti. Serve un piano di inclusione sociale, culturale ed economico nel tessuto cittadino del paese di prima accoglienza.

3. Aprire canali legali di accesso per profughi e migranti.
Questo è un obbiettivo immediato è urgente. L'UE deve dotarsi di un programma Europeo di reinsediamento per rifugiati. Non bastano i piccoli gesti di buona volontà di alcuni stati come nel caso di corridoi umanitari, sono iniziative lodevoli, ma numericamente piccoli, come se si prende un "secchio d'acqua dal mare". Lei sa a quanto ammonta oggi il numero di rifugiati ha sfiorato gli 80 milioni, di questi solo 1% guarda verso il cosi detti paesi ricchi e sviluppati. L'UE insieme a USA, Canada, Australia ... può dare il suo importante contributo per garantire accoglienza dignitosa per coloro che sono bisognosi della protezione internazionale. l'UE se si dota di un progetto Europeo di reinsediamento di rifugiati tenendo in seria condizione eventuali legami famigliari. Che non si ripetano le scene viste nel passato. Richiedenti asilo scaraventandoli come se fossero dei pacchi postali come sì è visto negli anni scorsi con il programma di ricollocazione dal sud Europa verso paesi nordici. Errore da non ripetere.

Per i cosi detti migranti economici servirebbe programmi nazionali per il manodopera necessaria al fabbisogno nazionale con la vigilanza UE sul rispetto dei diritti dei lavoratori. Serve un programma premiando i paesi di origine virtuosi, che diventi lo strumento di sostegno per i paesi più poveri da cui far arrivare i lavoratori, per sostenere lo sviluppo del paese di origine di questi lavoratori, facendo leva sul rispetto dei diritti umani e civili dai loro governi, premiando ogni sforzo di democratizzazione del paese con cui si avvia una cooperazione di questo tipo. Tutto questo è un ottimo strumento anche per combattere il traffico di esseri umani, evitare sofferenze e violenze a migliaia di profughi e migranti, salvare molte vite umane che oggi si perdono nel deserto, nei mari e nei tanti lager disseminati nei vari confini attraversati dall'Umanità esasperata e dolente, ma carica di speranza per un futuro diverso.

Ecco in questi tre punti si racchiudono il nostro appello alla Commissione Europea guidata da Lei On. Ursula Von der Leyen, certi per la Sua attenzione e sensibilità al tema che Lei stessa ha sollevato, restiamo speranzosi che prendiate in considerazione il nostro Appello.

Distinti saluti
don Mussie Zerai Dr. Theol. H.C
Presidente dell'Agenzia Habeshia

giovedì 27 agosto 2020

ANSA/ "Situazione intollerabile lager Libia",appello a Ue

 



P.Zerai, evacuarli, poi serio programma reinsediamento profughi
ROMA
(di Fausto Gasparroni)
(ANSA) - ROMA, 27 AGO - "La situazione in Libia non è più tollerabile, molti profughi tentano la fuga da questi lager: spesso vengono uccisi, se presi vivi subiscono violenze indicibili". L'appello rivolto all'Unione Europea dall'agenzia umanitaria Habeshia e dal fondatore, il padre Mussie Zerai, descrive un quadro ormai insostenibile e si rifà alle "suppliche" provenienti "dai profughi intrappolati nei centri di detenzione, spesso trasformati in veri lager nelle varie località libiche come a Kums, Zawiya, Tripoli, Zelatien, Misurata, Sebha, Kuffra".
Habeshia parla della "disperazione di questi profughi: persone provenienti dall'Africa Sub-Sahariana, eritrei, etiopi, sudanesi, somali, vittime di soprusi, abusi da parte dei gestori delle strutture dove sono trattenuti privati della loro libertà personale, spesso ridotti alla fame, ricatto e violenze". Le condizioni di salute sono definite "molto precarie", l'accesso alle cure mediche "è appeso solo alle sporadiche visite delle Ong di medici che non hanno sempre l'accesso automatico. Ogni volta che c'è il cambio di guardia, i nuovi padroni del centro dettano le loro leggi e pretese e violenze".
"Spesso i gestori dei centri di detenzione - denuncia l'Agenzia Habeshia - sono in stretta collaborazione con i contrabbandieri che fanno da mediatori con i veri trafficanti di esseri umani, che trattano il prezzo per la vendita del gruppo di profughi detenuti nei centri. Le persone oggetto di questa trattativa non hanno nessuna voce in capitolo sulla loro cessione a gruppi spesso di veri criminali, che non esitato a torturarli per ottenere il pagamento di cifre esorbitanti".
Per padre Zerai, la soluzione è una sola: "evacuare e svuotare tutti i centri e lager nel territorio libico, trovando un altro Paese che può ospitare temporaneamente i profughi avendo un fattibile piano di reinsediamento per tutti coloro sono bisognosi della protezione internazionale". "Il nostro appello all'Unione Europea - aggiunge il sacerdote di origine eritrea - è di attivarsi per lanciare un serio programma di reinsediamento, implementando gli impegni già presi in precedenza quando l'Ue si era impegnata ad accogliere 50 mila profughi dall'Africa Sub-Sahariana con il programma di reinsediamento. Rispettare gli impegni presi salverebbe migliaia di vite umane dalla morte in mare o nel deserto e nei lager libici".
Ma oltre alla Libia, la denuncia di Habeshia riguarda anche l'Etiopia, dove "la situazione dei profughi eritrei negli ultimi 12 mesi è diventata sempre più precaria". Il tutto per "la scelta del governo federale di non accogliere nei campi profughi donne, bambini e uomini che non provengano dal rango militare in fuga dal regime eritreo, in virtù dell'accordo di Pace, quindi non ritenendoli più bisognosi di protezione e di fatto negando a loro il diritto di chiedere asilo politico".
Questa situazione e la chiusura di uno dei 4 campi profughi che ospitava oltre 15 mila persone, "ha prodotto molti profughi urbani senza nessuna forma di tutela senza diritti", e condizioni aggravate anche dalla pandemia. "Il nostro appello al governo etiope è di rispettare gli obblighi internazionali derivati dalla sua adesione alle convenzioni che tutelano i diritti dei minori e i diritti dei rifugiati - invoca Zerai -. Chiediamo all'Ue di investire risorse per rendere un'accoglienza dignitosa a questi profughi eritrei in Etiopia garantendo accesso al diritto di asilo, accesso allo studio, alle cure mediche, al lavoro". La conclusione parla chiaro: "Altrimenti l'esodo verso l'Europa aumenterà, con il triste conteggio di morti nel deserto e nel Mar Mediterraneo". (ANSA).

martedì 2 ottobre 2007

दिरित्ती Umani

All’attenzione del Presidente della Camera On. Fausto Bertinotti ERITREA – DIRITTI UMANI Promemoria Violazione dei diritti umani in Eritrea Eritrea e Corno d’Africa La situazione politica del Corno d’Africa è strettamente connessa con la vicenda della dittatura eritrea. L’Eritrea ricopre un ruolo importante nel Corno d’Africa, e per la centralità della sua posizione geografica, e per il ruolo che essa vi svolge nelle relazioni con i paesi limitrofi, e con quelli ad essi correlati, non ultimo l’Iran, cui recenti accordi garantiscono appoggio da parte eritrea a proposito di nucleare in cambio di sostegno commerciale. In particolare: con lo Yemen sono aperte da anni latenti controversie sullo spazio marittimo e sul controllo di alcune isole del mar Rosso; in Somalia è rilevante l’appoggio dato alle Islamic Courts nel recente e attuale conflitto, anche con forniture militari avvenute in violazione dell’embargo; Asmara è stata sede delle recentissime trattative tra le parti del conflitto interno sudanese; con l’Etiopia non si è sopita, dopo gli accordi di pace conseguenti alla guerra 1998-200, la conflittualità, ancora combattuta by proxy in Somalia, a proposito delle questioni confinarie intorno alla zona di Badme. La responsabilità della mancata risoluzione di tali questioni viene attribuita, oltre che all’Etiopia, alla mancanza di impegno da parte del consesso internazionale. L’Eritrea, in tempi assai recenti, ha rischiato infiltrazioni del terrorismo internazionale nel suo territorio, l’eccessivo avvicinamento con le corti islamiche della Somalia testimonia dell’atteggiamento della dittatura al potere in quel paese nei confronti della pace e dei diritti umani. Disprezzo che si manifesta anche con l’espulsione dal suo territorio delle organizzazioni umanitarie, italiane e internazionali, che per anni vi sono state attive, il tentativo di confiscare le scuole, ospedali e cliniche gestite dalla chiesa cattolica. Il ruolo dell’Eritrea nel Corno d’Africa è rilevante, e non si può pensare a un percorso di pace e di democrazia in quell’area senza il suo contributo. Perché tale percorso possa realizzarsi è necessario che l’Eritrea, come l’Etiopia, sospenda il suo comportamento destabilizzante; è necessario cioè che la dittatura abbia fine e che il popolo eritreo possa riprendere il percorso di pace, di stabilità democratica, e di benessere sociale, in nome del quale ha combattuto per oltre un trentennio. Attività imprenditoriali estere in Eritrea sostengono la dittatura, e hanno arricchito le finanze private del dittatore. Ad attività illecite e violente l’Italia ha contribuito con la tacita approvazione del suo Governo. Diritti umani in Eritrea In Eritrea vige una dittatura tra le peggiori al mondo. Le violente politiche repressive e antidemocratiche attuate dal governo eritreo colpiscono soprattutto la popolazione in un paese ormai ridotto al terrore, in cui la sola presunzione di un’idea costa l’imprigionamento, la tortura, la mutilazione o la morte, in cui vengono violati sistematicamente i diritti umani e civili, in cui la popolazione è continuamente vessata per ogni rispetto. La situazione eritrea è ampiamente documentata dai rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, di Reporters sans Frontieres, delle Nazioni Unite, della stessa Unione Europea, oltre che dai partiti dell’opposizione in diaspora e dalle organizzazioni come Mossob, Asper, Agenzia Habeshia, Hadinet Eritrawyan,Eritrean Democrats, Eritrean Civic Societies, ecc., firmatarie di questo documento. Nel 2001 in Eritrea sono stati incarcerati incommunicado, senza capi di imputazione e quindi senza processo, undici ministri: chiedevano che fosse approvata in Parlamento la costituzione già da tempo elaborata. Nulla si sa della loro sorte, nonostante le ripetute e inascoltate richieste di Amnesty International e delle Nazioni Unite. Migliaia di prigionieri sono detenuti, incommunicado e senza capi di imputazione, in condizioni di aperta violazione di ogni regola internazionale, impediti alle visite della Croce Rossa Internazionale e alla comunicazione con i familiari. E’ vietata la costituzione di organismi politici di opposizione, e i partiti dell’opposizione operanti nella diaspora sono oggetto di continue minacce e aggressioni. Chiusa l’Università di Asmara e molti dei suoi studenti e insegnanti sono detenuti incommunicado e senza capi di imputazione. Altri sono stati vittime di mortali incidenti. Chiusi sono i giornali non governativi e molti giornalisti sono detenuti, incommunicado e senza capi di imputazione; non è ammessa la presenza di giornalisti esteri: l’ultimo di essi, corrispondente della BBC, è stato espulso dal paese nel 2003. Non vengono rilasciati visti d’ingresso a giornalisti stranieri. Viene regolarmente praticata la tortura e la mutilazione nei posti di polizia, nelle prigioni, nei luoghi dell’addestramento militare. Vengono lesi i diritti consuetudinari sulla proprietà del terreni agricoli di alcune minoranze etniche. E’ vietata la libertà di culto alle confessioni religiose minoritarie, i cui rappresentanti sono detenuti incommunicado e senza capi di imputazione. Le principali confessioni religiose sono sottoposte a stretta vigilanza poliziesca, ed i loro dirigenti arbitrariamente rimossi dal governo, detenuti, incommunicado e senza capi di imputazione, e sostituiti con altri di migliore gradimento. E’, ad esempio, il caso del Patriarca Ortodosso Antonios che è stato rimosso dalla sua posizione dal Sinodo controllato dal governato il 13 gennaio 2006 per aver criticato le ingerenze governative nelle attività della Chiesa. Antonios, che allora era stato posto agli arresti domiciliari, è stato recentemente trasferito ad una destinazione detentiva ignota. Secondo il rapporto di Amnesty International Antonios si trova in stato di detenzione incommunicado, e privo dell’adeguata assistenza medica di cui necessita. Si svolgerà a Londra il 27 giugno prossimo, a St. Mary’s-on-Paddington-Green, una manifestazione a sostegno di Abuna Antonios e di tutti i cristiani attualmente imprigionati in Eritrea a causa della loro fede religiosa. Ad essa interverranno il Metropolita Seraphim, il Vescovo Angaelos, Dr. Gerald Gotzen (Globe Trotting), Dr. Martin Hill (Amnesty International), Elizabeth Chyrum (Human Rights Concern - Eritrea). Migliaia di Cristiani Ortodossi, più di 2.000 Cristiani Evangelici, Musulmani e altri gruppi religiosi vengono perseguitati, e imprigionati senza formalizzazione di atti di accusa e senza processo, in condizioni disumane. Il divieto di lasciare il paese a tutti preti e suore sotto i quaranta anni, impedendo di fatto lo svolgimento delle loro missioni perseguita anche i cattolici eritrei che sono una minoranza nel paese. La relazione, ufficiale e no, tra Italia ed Eritrea In tempi recenti le relazioni tra Italia ed Eritrea non sono state solo quelle dei tentativi di instaurare accordi politici, culturali e commerciali, né quelle che hanno portato alle espulsioni dall’Eritrea di gran parte delle ONG italiane, dei Carabinieri inquadrati nella missione UNMEE, o dell’Ambasciatore Antonio Bandini nel 2001 e del Segretario d’Ambasciata Ludovico Serra nel 2006, seguite, per reciprocità, dalle espulsioni dei loro omologhi eritrei dall’Italia. Dal 2000 sono innumerevoli gli sbarchi clandestini di cittadini eritrei sulle coste italiane. Essi fuggono, a rischio della vita, da una situazione di repressione umana e politica, e dal blocco delle attività produttive sacrificate alla totale militarizzazione del paese. La coscrizione in Eritrea è obbligatoria ed a tempo indeterminato. Gli studenti delle scuole superiori sono costretti a frequentare l’ultimo anno scolastico presso i campi di addestramento militare. Il servizio di leva militare si svolge in condizioni di estremo disagio e di inaudita violenza, soprattutto nei confronti delle giovani reclute femminili che spesso oggetto di stupro da parte dei superiori in grado. Gli obiettori di coscienza e i renitenti alla leva vengono rastrellati nei villaggi, nelle città, e nelle case, sottoposti alla tortura e a condizioni di reclusione disumane all’interno di container metallici esposti alle calure della depressione dankala. Nel caso in cui si riesca da parte di qualcuno a eludere il reclutamento forzato, sono allora le famiglie ad essere perseguitate. Per sfuggire a tale stato di cose migliaia di giovani e meno giovani eritrei sono costretti alla fuga dal loro paese e a tentare le vie di migrazione possibili: la più consistente tra queste, com’è noto, è l’Italia. Una volta in Italia gli eritrei che riescono a sopravvivere all’attraversamento a piedi del deserto e alla traversata del mar Mediterraneo entrano in buona parte in contatto con organismi umanitari e di accoglienza che generosamente si adoperano per affrontare i problemi delle prime urgenze. Tali organismi sono di fatto in relazione di "cooperazione umanitaria" con l’ambasciata eritrea in Italia, e con gli uffici consolari che gestiscono, in territorio italiano, il servizio di intelligence che ha l’obiettivo di sorvegliare l’operato dei loro connazionali immigrati, legalmente e illegalmente, in Italia. E’ per questa via che chi cerca rifugio dalla dittatura del suo paese, si ritrova in Italia a continuare ad essere sotto il suo controllo. Le relazioni amichevoli tra tali organismi umanitari e il governo dell’Eritrea determinano, come involontaria e forse inconsapevole conseguenza, il nuovo assoggettamento dei cittadini eritrei alla violenza del regime al quale hanno tentato di sfuggire. La genericità nelle relazioni ufficiali di cooperazione e politiche tra Italia ed Eritrea è determinante di questa situazione: - i progetti di cooperazione di molti Consigli Regionali italiani, come quelli di Province e Comuni, di EE. LL., e di alcune ONG ancora presenti in Eritrea, sono necessari alla popolazione eritrea, ma sembrano non considerare le caratteristiche politiche del territorio cui si rivolgono; - non risulta che le relazioni politiche tra il Governo italiano e il dittatore eritreo Isayas Afwerki si fondino sull’esercizio della critica, né che vadano oltre gli auspici di sempre migliori rapporti stabili e collaborativi, compromessi da "orientamenti sempre più rigidi che ostacolano la tutela dei legittimi interessi dell'Italia", in colloqui finalizzati a ridare all’Italia un "giusto ruolo di supporto allo sviluppo dei paesi africani storicamente a noi più vicini"; - non risulta alcuna azione politica del Governo italiano tendente alla condanna della grave situazione che continua a caratterizzare l’Eritrea e il suo popolo. A proposito dell’incontro tra il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il dittatore eritreo Isayas Afwerki, abbiamo anzi letto che "il presidente del Consiglio ha manifestato la disponibilità italiana a rilanciare le relazioni tra i due paesi", e non diversamente è avvenuto nel più recente incontro tra il Ministro D’Alema e il nuovo Ministro degli Esteri eritreo. - Questo avviene senza che sia stata posta alcuna condizione, quella ad esempio del ristabilimento in Eritrea di un clima di civile convivenza e di rispetto dei diritti civili delle popolazioni, quando da parte di numerosi altri paesi viene sospesa la concessione dei visti di ingresso al personale diplomatico eritreo. E l’ambasciatore Gaetano Martinez Tagliavia, per quanto riguarda il ruolo del governo dell’Eritrea nel Corno d’Africa, ha dichiarato che tutti i governi stanno cominciando a capire il suo ruolo e che il governo dell’Italia loda e sostiene gli sforzi dell’Eritrea. La situazione oggettiva che deriva da tali comportamenti determina l’instaurarsi di un circolo vizioso tale per cui: - i progetti di cooperazione proseguono con la soddisfazione di quanti li promuovono e di quanti ne sono destinatari; - le relazioni politiche tra i due paesi si cristallizzano nel silenzio delle valutazioni. Gli Eritrei in Italia Da questo stato di fatto discende implicitamente, per le rappresentanze diplomatiche e consolari eritree in Italia, l’autorizzazione a proseguire in maniera sempre più aggressiva il sistema poliziesco di controllo e di repressione nei confronti degli immigrati che si sostanzia in: - ricatti e intimidazioni dirette; - ricatti ed intimidazioni ai familiari che risiedono in Eritrea; - vessazioni economiche; - emarginazione nei confronti dei connazionali residenti in Italia; - aggressioni morali e fisiche. Vittime di aggressioni morali e fisiche e oggetto di pedinamenti sono anche, e sempre più ripetutamente, anche quei cittadini italiani che manifestano la loro opposizione alla dittatura e il loro impegno per il rispetto dei diritti umani e per la transizione verso la democrazia in Eritrea. La questione dei rifugiati eritrei e il riconoscimento all’asilo politico e umanitario Un numero non indifferente di giovani eritrei, ragazze e ragazzi, per la maggior parte ex-soldati o giovani fuggiti dalla coscrizione obbligatoria, si trovano in Italia in questo momento. Sono giunti in Italia per vie che solo la disperazione può fare sopportare. Loro si ritengono fortunati perché a differenza di quelli che hanno lasciato dietro, sperano di trovare accoglienza e protezione in Italia. Molti eritrei sono morti in mare, nel deserto, nelle carceri libiche, tunisine, spesso vittime di accordi euro-mediterranei. Europa e Italia si sono rese complici delle violazioni dei diritti umani, civili, religiosi di cui sono vittime i profughi che vengono respinti. Negli ultimi anni l’atteggiamento di insensibilità dell’Italia verso il dramma dei profughi eritrei e richiedenti asilo politico, continuano a suscitare un forte sentimento di malcontento verso le Istituzioni da parte di quest’ultimi. In questi giorni circa 500 giovani eritrei, tra cui alcune donne con figli, si trovano rinchiusi nelle carceri libiche. Essi rischiano di essere rimandati al paese di origine, con le ben note nefaste conseguenze. I rifugiati e i richiedenti asilo politico provenienti dal Corno d’Africa vivono in Italia una condizione di vita priva di alcun diritto e di ogni tutela legislativa: da anni si attende una legge organica sul diritto d’asilo in Italia. Il sistema di accoglienza dei rifugiati, e non solo eritrei, è pressoché fallimentare, e le possibilità d’integrazione vicinissime allo zero. I tempi per ottenere un documento, per rinnovare il permesso di soggiorno o per il documento di viaggio spesso sono talmente lunghi che paralizzano le possibilità di progettare il futuro. Non esiste in Italia alcuna parità di diritti/doveri dei rifugiati con gli altri cittadini. Essi sono pressoché abbandonati dallo Stato, oltre che vittime di svariate forme di discriminazione, già nei centri d’accoglienza dove vengono lesi i diritti alla privacy, alla libertà, alla salute, all’informazione. Ai richiedenti asilo politico non viene garantita alcuna sicurezza. Riteniamo che sia doveroso, da parte italiana, riconoscere il diritto all’asilo: - Lo status di rifugiato politico a chi, proveniente dall’Eritrea, o sia renitente, o in attesa di adempiere al servizio militare, o ad esso sfuggito o sia giornalista o professi una religione bandita o perseguitata o si dichiari appartenente all’opposizione o perseguitato dal regime. E’, d’altro canto, molto significativa la dichiarazione fatta dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il giorno 20 giugno in occasione della "Giornata Mondiale del Rifugiato": "Guardo con favore al fatto che finalmente il Parlamento italiano rimetta in moto il processo di riforma del diritto di asilo in Italia e constato con particolare soddisfazione che uno dei progetti in discussione è a firma dei rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione". Conoscenze da aggiornare Riteniamo che questo stato delle relazioni Italia-Eritrea discenda da una non aggiornata conoscenza, da parte italiana, della involuzione civile e politica in atto dal 1998 in Eritrea. Gli stessi documenti che a proposito di Eritrea vengono espressi dall’Unione Europea risentono di una simile situazione. Tant’è che la recente Risoluzione del 10 maggio 2007 auspica lo viluppo delle relazioni tra Unione Europea e Eritrea su accordi economici e di partenariato. Ci interroghiamo su quali azioni il Governo italiano, impegnato positivamente a livello internazionale nella ricerca di pace e sviluppo per i popoli, intenda attuare per dare giusta voce alle forze di opposizione eritree e a chi da tempo denuncia le ripetute violazioni dei più elementari diritti civili. Il Presidente dell’AHCS Roma 18 settembre 2007 Mussie Zerai Yosief Il Coordinamento Italiano per la Pace, la Democrazia e i Diritti Umani in Eritrea di cui fanno parte: A.H.S.C., Agenzia Habeshia per lo Sviluppo e la Cooperazione, Roma (agenzia_habeshia@yahoo.it) http://habeshia.blogspot.com/ A.H.E.I Associazione Hadinet Eritrawyan in Italia, Roma - A.I.E.I., Associazione Immigrati Eritrei in Italia, Milano (assoeritrea@libero.it) - ARCI Corvetto, Associazione Nazionale di promozione sociale, Milano (scovazzi@arci.it) – ASPER, Associazione per la tutela dei diritti umani del Popolo Eritreo, Napoli (asper@tim.it) - MOSSOB, Comitato Italiano per un’Eritrea democratica, Milano (mossob2004@tiscali.it) A.S.D.G.E Associazione Di Solidarietà per la Giustizia e la Democrazia in Eritrea (Milano) - P.D.E., Ass. per il Partito Democratico Eritreo in Italia, organizz. pol. dell’opposizione eritrea in diaspora, Milano (partitode.italia@gmail.com).