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mercoledì 2 dicembre 2020

Etiopia: Appello Urgente ! Aprite Corridoi Umanitari

 

Allo sbando i campi dei profughi eritrei mentre si registrano 3 morti e si temono 6 mila rimpatri forzati ad Asmara 

 

La guerra in Tigrai ha investito anche gli eritrei rifugiati nella regione dopo essere fuggiti dalla dittatura di Asmara. Sono tantissimi: circa 96 mila, più della metà degli eritrei che hanno chiesto e trovato aiuto in Etiopia a partire dal 2001. Vivono da anni in quattro grandi centri di raccolta, tutti sotto l’egida dell’Unhcr, situati nell’ordine, da sud a nord, ad Adi Harush, Mai Aini, Hitsats e Shimelba. Non sono mancati i problemi in tutti questi anni e la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della pandemia di coronavirus. Ma non è mai venuta meno la tutela internazionale che ha garantito i diritti di queste persone e consentito loro di avviare un nuovo percorso di vita, sia pure tra grosse difficoltà.

Lo sconvolgimento portato dalla guerra rischia adesso di far saltare questo fragile equilibrio e, peggio, anche ogni forma di protezione. I combattimenti fortunatamente non li hanno colpiti direttamente o comunque non in maniera massiccia, anche se non mancano alcune vittime: ad Adi Harush risulta che tre giovani siano stati uccisi da una raffica di schegge durante un pesante bombardamento sull’area limitrofa al campo. Scontri armati a parte, però, nei campi profughi si profilano due minacce non meno drammatiche: il rischio di deportazione forzata in Eritrea e difficoltà di sussistenza enormi a causa della brusca interruzione di tutte le forme di assistenza e rifornimento anche dei beni più indispensabili. 

Deportazione. La minaccia riguarda in particolare il campo di Shimelba, quello più settentrionale e più vicino alla frontiera con l’Eritrea, distante una trentina di chilometri. Circolano da giorni notizie che circa 6 mila profughi sarebbero stati bloccati all’interno o nei dintorni del centro di accoglienza e rimpatriati in stato d’arresto da parte di reparti militari eritrei entrati in territorio tigrino, come alleati dell’esercito federale etiopico. In sostanza, una vera e propria deportazione di massa, le cui vittime rischiano di diventare dei “desaparecidos” introvabili, perché tutti i registri dell’Unhcr sarebbero stati distrutti, in modo da non lasciare traccia degli ospiti del campo o comunque da rendere estremamente difficili le ricerche.

In una realtà totalmente blindata come quella attuale del Tigrai – dove ogni forma di comunicazione è stata oscurata o interrotta da parte di Addis Abeba e dalla quale i giornalisti e persino le organizzazioni umanitarie sono bandite – non è stato possibile finora verificare se queste notizie abbiano fondamento. Ma se rispondono anche solo in minima parte a verità, sarebbe un fatto gravissimo, che chiama in causa direttamente le responsabilità del premier Abiy Ahmed, del suo governo e del suo esercito, perché neanche la guerra può essere invocata a giustificazione della violazione dei diritti fondamentali degli eventuali deportati: come profughi e come esseri umani. Anzi, proprio perché c’è la guerra, l’Etiopia è tenuta a garantire a maggior ragione l’incolumità e la libertà di quelle persone. Nessuno può ignorare, infatti, che tutti i profughi vengono considerati dal regime di Asmara “traditori” e “disertori”: costringerli a tornare in Eritrea significa esporli a una vera e propria rappresaglia, fatta di galera e di morte. Ovvero, alla rivalsa e alla vendetta di quella dittatura che ogni rifugiato ha messo sotto accusa di fronte al mondo intero con la sua stessa fuga.

Assistenza. E’ un problema di crescente gravità che riguarda tutti i campi profughi. Fino alla guerra, assistenza e rifornimenti sufficienti per la vita quotidiana delle migliaia di profughi sono stati assicurati dal governo del Tigrai e da aiuti umanitari internazionali. Dall’inizio del conflitto le forniture e i servizi si sono rapidamente ridotti fino ad esaurirsi: la situazione peggiore sarebbe sempre quella del campo di Shimelba, dove i militari eritrei arrivati da oltreconfine avrebbero sequestrato anche tutta la scorta di medicinali residua dell’Unhcr. Né si può contare sull’intervento di istituzioni come la stessa Unhcr o varie Ong e associazioni umanitarie, tutte espulse e tagliate fuori dalla regione su disposizione di Addis Abeba. Manca così ogni possibilità di intervento e manca anche ogni possibilità di verificare sul posto le condizioni all’interno dei campi, fornire notizie esatte, segnalare le situazioni più difficili e le eventuali emergenze. Ma dai pochi contatti che i profughi stessi sono riusciti ad attivare, emerge un quadro estremamente preoccupante: uno degli ultimi messaggi ha segnalato che manca da giorni persino l’acqua, perché i rifornimenti, garantiti prima dall’arrivo periodico e regolare di autocisterne, si sono interrotti: “Siamo costretti – si dice nel messaggio – a fare ricorso all’acqua di un vicino ruscello. Anche per bere, pur sapendo bene che si tratta di acqua malsana, perché quel ruscello è usato come una discarica, dove si sversa di tutto”. Il fatto stesso che si siano interrotti anche gli aiuti umanitari, del resto, è di per sé una grave emergenza.

A fronte di tutto questo, l’Agenzia Habeshia chiede con forza interventi urgenti a tutte le principali istituzioni internazionali – in particolare alle Nazioni Unite, all’Unione Africana, all’Unione Europea oltre allo stesso governo di Addis Abeba – con tre obiettivi prioritari:

– Verificare la fondatezza della notizia dei rimpatri forzati in Eritrea di migliaia di profughi e, in caso ci siano state effettivamente delle deportazioni, intervenire con la massima rapidità e risolutezza perché tutti i prigionieri vengano rilasciati e messi nella condizione di andarsene di nuovo dall’Eritrea, senza alcun pregiudizio per sé e per i loro familiari

– Organizzare canali umanitari che consentano il trasferimento verso altri Stati delle migliaia di profughi che si sono trovati loro malgrado coinvolti nella guerra

– Riaprire subito le frontiere del Tigrai agli aiuti umanitari e, per quanto riguarda il Governo di Addis Abeba, riattivare la gestione ordinaria dei campi, sotto il controllo dell’Unhcr, cessata da parte del governo regionale di Macalle con l’inizio della guerra.

Un’ultima nota va riservata al presidente Abiy Ahmed. Negli ultimi due anni il suo percorso si è intrecciato sempre più strettamente con quello di Isaias Afewerki, tanto che non pochi osservatori vedono nel dittatore eritreo il suo principale alleato nel Corno d’Africa. Neanche questa alleanza – anzi: tantomeno questa alleanza – giustifica, sempre ovviamente che la notizia abbia fondamento, l’eventuale accondiscendenza alla deportazione dei profughi eritrei. Se questa deportazione c’è stata e addirittura è ancora in corso, non è credibile infatti che le autorità e l’esercito etiopico non se ne siano accorti. Se è vero cioè che si sta commettendo questo delitto, che è palesemente un crimine di lesa umanità, vuol dire che Addis Abeba ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Attendiamo allora che Abiy Ahmed, memore di cosa significhi il Premio Nobel per la Pace, fornisca al più presto, all’intera comunità internazionale, prove credibili e concrete che non ci sono state, non ci sono e non ci saranno deportazioni di profughi in Eritrea o, in caso contrario, che si attivi lui stesso per liberarli.


Agenzia Habeshia

 

Roma, 2 dicembre 2020

 

 

 

giovedì 12 novembre 2020

Etiopia: Appello alle parti in lotta e alle istituzioni internazionali

La guerra Etiopia-Tigrai

“Far tacere subito le armi”

Appello alle parti in lotta e alle istituzioni internazionali

 

Centinaia di vittime: militari e civili inermi. Migliaia di profughi: molti rifugiati in Sudan, altri in attesa di poter varcare il confine. Sono passati appena pochissimi giorni da quando è stato sparato il primo colpo di fucile ma è già pesantissimo il bilancio di morte della guerra in Tigrai, la regione nel nord dell’Etiopia al confine con l’Eritrea e il Sudan.

Il premier etiope Abiy Ahmed si rifiuta di chiamarla guerra. Insiste che le operazioni militari in corso sarebbero solo un intervento per domare una ribellione interna: per quanto dolorosa, una emergenza interamente nazionale, provocata dal governo regionale del Tigrai, che si sarebbe posto fuori dalle leggi federali e dalla Costituzione stessa. Il presidente tigrino, Debretsion Gebremichael, di contro, accusa Addis Abeba di soffocare le libertà e le autonomie regionali, nel contesto di una politica di forte accentramento.

Senza entrare nel merito del contrasto, è innegabile che si tratta di una dolorosa guerra civile. I rapporti terribili che arrivano dalle due parti, ogni giorno di più, parlano di vite perdute, bombardamenti, distruzioni, profughi, sfollati: esattamente il quadro di morte e sofferenza che si configura con qualsiasi guerra. E, per di più, lo scenario rischia di allargarsi. Ricorre insistente la notizia che anche l’Eritrea sarebbe entrata o si appresterebbe ad entrare nel conflitto al fianco di Addis Abeba o che comunque avrebbe consentito alle truppe etiopi di entrare nel suo territorio per sferrare un attacco al Tigrai anche dal confine orientale.

Il Tigrai soffia sul fuoco di questa notizia, che viene invece smentita sia dall’Etiopia che dall’Eritrea. Nella chiusura totale delle comunicazioni dall’intera regione, scattata quando la parola è passata alle armi, è molto difficile una verifica fondata. Ma la tensione che indubbiamente si è creata anche alla frontiera fra Tigrai ed Eritrea conferma il rischio che la guerra civile in Etiopia possa innescare una escalation incontrollabile non solo nella stessa Etiopia ma nell’intero Corno d’Africa, un’area strategica, addirittura vitale, per la pace in tutto il continente africano e non solo.

Allora, qualunque sia la causa di questo già così sanguinoso conflitto, occorre fermarsi subito, prima che la situazione, già difficilissima, diventi irreversibile: far tacere le armi, senza perdere nemmeno un istante, per aprire la strada al dialogo. Perché la guerra non ha mai risolto i problemi, neanche uno: semmai li ha ampliati e aggravati e ne ha creati di nuovi. E di problemi da risolvere il Corno d’Africa ne ha già fin troppi. Basti citarne alcuni dei più emergenti:

– Il contrasto per le acque del Nilo che vede contrapposti l’Etiopia da una parte e il Sudan ma soprattutto l’Egitto dall’altra e che potrebbe alla lunga coinvolgere anche gli altri Stati rivieraschi (Sud Sudan, Uganda, Kenya, Tanzania, Rwanda, Burundi, Congo) ma, di conseguenza, l’intera Africa.

– La minaccia sempre presente ed anzi crescente del terrorismo, che ha ormai messo radici profonde in molti paesi, a cominciare, ad esempio, dalla Somalia e dal Kenya.

– I disastri ambientali, la siccità sempre più lunga e ricorrente e la conseguente, feroce carestia, che da anni stanno desertificando le campagne e svuotando i villaggi, provocando migliaia di morti e milioni di sfollati e profughi. Per citare un esempio, solo quest’anno e nella sola Somalia, secondo i rapporti delle Nazioni Unite, già a gennaio si contavano oltre 800 mila tra profughi e sfollati dovuti alla guerra e alla crisi ambientale e diretti dalle campagne verso le periferie delle grandi città, con un trend in crescita che a metà anno ha portato a superare abbondantemente il milione di persone.

– L’invasione delle locuste. Iniziata più di un anno fa, è considerata la più grave e la più lunga dell’ultimo secolo. Milioni di ettari di colture sono andati distrutti in Somalia, Kenya, Etiopia, Eritrea, compromettendo fortemente la produzione di beni per il fabbisogno alimentare e moltiplicando, dunque, i già gravi problemi di forniture sufficienti per l’intera popolazione.

– La fame e la miseria endemiche. Ne sono colpite da anni milioni di donne, uomini e soprattutto bambini in diverse zone della vasta regione dell’Africa Orientale. Sempre per restare al caso Somalia, nel settembre 2020 il Food Security and Nutrition Unit (Fsnau) ha calcolato che 2,1 milioni di persone erano esposte a una insicurezza alimentare acuta e che si prevedeva un peggioramento ulteriore della situazione nel prosieguo dell’anno, fino a dicembre. Non va meglio in Eritrea, dove l’ultimo rapporto dell’Unicef sull’Africa orientale e meridionale (febbraio 2020) segnala che oltre il 60 per cento dei piccoli fino a 5 anni di età è esposto a gravi problemi di denutrizione. O in Sud Sudan, dove questo rischio riguarda dal 50 al 59 per cento dei bambini.

– La pandemia di coronavirus. La pandemia è in costante crescita in tutta l’Africa. Secondo i dati pubblicati il 10 novembre, si sono superati 1,9 milioni di casi. Di questi, 231.400 riguardano l’Africa Orientale, dove tra i paesi più colpiti figurano l’Etiopia, la Somalia e Gibuti. Con tutto quello che ne consegue.

– La fuga di milioni di giovani costretti ad abbandonare la propria terra dove, a causa del combinarsi dei motivi appena elencati, ritengono di non avere più prospettive di una vita dignitosa. Un’autentica “fuga per la vita” sicuramente comprensibile ma che, al di là delle tragedie individuali, sta uccidendo il futuro stesso dei paesi di provenienza.

Ecco. In questo scenario già di per sé durissimo, una guerra civile in Etiopia, con la prospettiva di un allargamento ad altri Stati, potrebbe rivelarsi il colpo di grazia: l’inizio di una generale destabilizzazione sociale ed economica di tutto il Corno d’Africa, vanificando i faticosi processi di crescita e di trasformazione che, pur tra mille difficoltà, sono stati avviati negli ultimi trent’anni nella regione. E per l’Etiopia – che pure, con le riforme avviate a partire dal 2018, soprattutto nella fase iniziale del governo di Abiy Ahmed, ha suscitato grandi speranze in tutta l’Africa – potrebbe persino configurarsi una sorta di deprecabile implosione: uno scenario che, sotto la spinta di forze centrifughe alimentate dalle varie realtà etnico-.regionali, nell’ipotesi più estrema rischierebbe di portare addirittura a una balcanizzazione del Paese. Va da sé che l’intero Corno d’Africa ne sarebbe sconvolto. 

Da qui un nostro accorato appello. Chiediamo:

– Alle parti in conflitto di deporre subito le armi e di aprire un dialogo.

– Alle maggiori istituzioni internazionali – a cominciare dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana, e dall’Unione Europea – ai singoli Stati africani e occidentali, alle maggiori potenze mondiali di intervenire al più presto e con tutta la capacità di mediazione e persuasione di cui dispongono perché si arrivi subito a un cessate il fuoco come premessa per l’apertura di un dialogo che porti a soluzioni accettate da entrambe le parti in causa.

Riteniamo che la guida di questo sforzo comune debba essere la convinzione che “in guerra nessuno vince mai”. In guerra perdono tutti. In particolare, perdono per prime le persone più deboli e fragili: la popolazione inerme, i bambini, gli anziani, i poveri. E’ una constatazione che vivono ogni giorno proprio molti paesi del Corno d’Africa, dove negli ultimi anni sono affluiti milioni di profughi e rifugiati in fuga da guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, carestia. In una parola, in fuga da situazioni di crisi estrema. Tutto serve, meno che alimentare un’altra di queste crisi.

 

Ufficio Stampa

Agenzia Habeshia

Roma, 12 novembre 2020

 

mercoledì 11 novembre 2020

Appello per l'evacuazione di profughi dalla Libia

 Diamo voce alle grida disperate che ci giungono da Tripoli, dai lager libici come il Sika e Abu Issa.



Nella giornata di ieri e oggi abbiamo ricevuto richieste di aiuto da profughi che si trovano nella capitale Tripoli, spesso oggetto di attacchi da bande armate che vengono a derubare e abusare fino ad uccidere come è già accaduto anche qualche giorno fa.  I circa mille profughi che vivono nella zona di Ghergarish vivono nella perenne angoscia di essere in balia di bande armate senza una reale protezione da chi che sia. Spesso questi profughi sono presi di mira da criminali locali in cerca di facile guadagno, spesso atti di razzismo e discriminazione per motivi religiosi sono il loro pane quotidiano. Questa loro condizione di totale precarietà li spinge verso una sfiducia e disperazione. Di questa condizione di vulnerabilità approfittano i trafficanti di esseri umani che li propongono la via pericolosa la traversata del mediterraneo su gommoni e barconi fatiscenti ed sovraccariche che spesso si trasformano in una trappola mortale. Chi viene catturato in mare viene portato nei cosi detti "centri di detenzione" come il Sika dove persone private della loro libertà vivono in condizioni miserabili, abbiamo parlato con profughi che sono li trattenuti da 8 mesi, la loro colpa è di fuggire da miseria, dittatura, guerra cercare un futuro migliore altrove è diventato un crimine. Queste persone chiedono canali legali di accesso alla protezione internazionale, allo stato di diritto, a riavere la propria libertà e dignità umana.
Come si dice il peggio non è mai morto ci sono luoghi come Abu Issa un vero lager dove i profughi ridotti alla fame lasci la struttura solo se scende il tuo peso corporeo sotto i 40 kg. Solo se rimani pelle ossa consentono il tuo trasferimento altrove. Questo orrore sta accadendo oggi nel 2020.
Chiediamo urgente intervento della Comunità Europea e Unione Africana ad approntare un piano di evacuazioni per svuotare tutti centri di detenzione e lager disseminati nel territorio libico tutti profughi e migranti in pericolo vengano trasferiti al sicuro fuori dalla Libia.

Don Dr. Mussie Zerai Ph.D

venerdì 6 maggio 2011

Italia: Se temiamo i profughi più della guerra

Detail-libia immigrazione
di Roberta Pizzolante | Pubblicato il 06 Maggio 2011 15:09

Sulla sponda sud del Mediterraneo è in atto quella che molti definiscono “la primavera del mondo arabo”. Come in un effetto domino, l’impatto delle guerre e delle rivoluzioni nei paesi del Nord Africa si sta facendo sentire negli altri paesi. Come rispondono l’Europa e l’Italia? Stando ai messaggi dei politici e agli umori della gente sembra regnare un clima di paura e di chiusura. Più che la complessità della situazione geo-politica, a preoccupare è soprattutto la questione immigrazione. Quanti profughi dovranno ancora arrivare? Come possiamo tenerli lontani? Se bombardiamo la Libia, arriveranno in massa? L’allarme è però eccessivo. Con questo aggettivo lo ha definito Laurens Jolles, rappresentante per l’Italia dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), nel corso di un incontro organizzato da Link2007 a Roma.

lunedì 2 maggio 2011

La Norvegia accoglie 90 rifugiati subsahariani


Oslo, 30 aprile 2011. La campagna per il trasferimento umanitario dei profughi africani nell'Unione europea, promossa da una rete di ong (fra le quali il Gruppo EveryOne e l'Agenzia Habeshia) e fatta propria dall'eurodeputato Rui Tavares, Rapporteur sul Programma di Reinsediamento dei profughi nell'Unione europea, continua a offrire importanti risultati. Dopo la Romania, è ora la Norvegia ad accettare di accogliere un contingente di 90 profughi eritrei e di altre nazioni subsahariane, che hanno lasciato le coste libiche e sono sbarcati a Malta. Fin dallo sbarco, la rete di organizzazioni umanitarie ha chiesto al governo maltese di non deportare i rifugiati, essendo protetti in base alla Convenzione di Ginevra, ma di attendere l'inizio - già promesso dall'onorevole Tavares - del piano di reinsediamento. E' stato inoltre fondamentale, per evitare il dramma di un rimpatrio forzato, il ruolo dell'UNHCR. "Malta è un piccolo stato," ha commentato il segretario di Stato norvegese Pål K. Lønseth, "e non si poteva pretendere che si facesse carico di tutti gli sbarchi. Ecco perché la Norvegia ha accolto questi rifugiati e non esclude di accoglierne altri".

mercoledì 20 aprile 2011

Testimonianza dall'Egitto

Una testimonianza che ci mandano delle tre prigioni egiziane dove sono detenuti profughi eritrei e etiopi che hanno visitato:


- Arisc(stazione di polizia 1)
- Ismailiya
- Suez

Nella prigione di Arisc ci sono 70 persone, di cui 9 sono donne.
Invece nella prigione di Ismailiya ci sono 100 persone, di cui 13 sono malati.
Nella prigione di Suez ci sono 50 persone di cui 6 donne,1 bambino e 3 feriti con arma da fuoco.

I testimoni ci dicono "Quando ero lì, i beduini hanno ucciso quattro ragazzi giovani, dai diciannove ai venti anni".
Speriamo che questi massacri finiscano al più presto.

don Mussie Zerai

martedì 19 aprile 2011

Silenzio e indifferenza sulla morte di 63 persone

Mi chiedo: perché stanno in silenzio le istituzioni Europee e la NATO di fronte ad un atto così grave, crudele e disumano che stiamo denunciando? Il diritto internazionale marittimo, che obbliga a salvare chi si trova in pericolo di vita, è stato violato da chi ha visto il gommone carico di profughi in fuga dalla guerra in atto in Libia.

venerdì 15 aprile 2011

La grave situazione degli ostaggi eritrei nel Sinai

Questa mattina alle 12.45 ho ricevuto l'ultimo aggiornamento. Il gruppo con cui ho parlato è composto da 24 persone delle quali 3 bambini, 2 donne di cui una incinta. Mi è stato riferito che, nei giorni scorsi, sono morti due ragazzi sotto gli occhi di tutti per le torture subite con le scariche elettriche. Altre due persone sono state portate via e non si sa che fine abbiano fatto.

Quell'elicottero che non è tornato a salvarci

Venerdì 15 aprile, 11:12

Migranti abbandonati in mare. La testimonianza di un sopravvissuto (versione integrale)

di Emiliano Bos
Una richiesta di soccorso disperata. Un SOS che arriva ma che non serve a nulla. È l’ennesima tragedia dei migranti nel Canale di Sicilia. Ma questa volta accade qualcosa di diverso. Un elicottero militare soccorre 72 profughi alla deriva su un barcone. Getta acqua e biscotti, poi si allontana in un tratto di Mediterraneo dove incrociano navi da guerra e mezzi militari impegnati nel conflitto in Libia.

giovedì 14 aprile 2011

Lettere, foto e amuleti il povero tesoro dei migranti

Le barche e il mare restituiscono gli oggetti persi durante le traversate

LAURA ANELLO
LAMPEDUSA
Sono le ultime parole che si sono portati dietro prima di salire sui barconi. Le parole-amuleto da tenere addosso quando il mare è grosso, la riva è lontana, il legno fragile e troppo carico. Lacrime di madri, preghiere di sorelle, diari di prigionia, ultimi desideri, formule rituali. Parole degli immigrati vivi e morti.
Parole ritrovate nei cimiteri delle barche dai ragazzi di un'associazione di Lampedusa, «Askavusa», che da tre anni recupera scarpe, vestiti, portafogli, pentole, pacchi di cuscus e di tè, libri religiosi e bandiere, Corani, Bibbie, immagini sacre.

La testimoninza

Profughi, "Quel gommone senza benzina e con 72 persone, ma nessuno s'è fermato"

La denuncia di padre Moses Zerai, dell'agenzia eritrea Habeshia: "Ne sono morti 63, 61 in mare e 2 nelle carceri libiche. Le correnti marine li hanno riportati sulle rive della Libia, dove sono stati anche arrestati". Dei 9 superstiti, 8 sono etiopi (dei quali una donna) e un eritreo

ROMA - "Sono stupito - dice padre Moses Zerai, presidente dell'agenzia eritrea Habeshia, Cooperazione per lo Sviluppo - perché il 90% della stampa ha scelto il silenzio di fronte ad un atto così grave, crudele e disumano che stiamo denunciando. Cioè quello del gommone partito da Tripoli il 25 marzo con 72 persone a bordo, di cui si sono perse le tracce dal tardo pomeriggio del 26 marzo scorso. Sono stati localizzati per l'ultima volta a circa 60 miglia da Tripoli e poi il nulla - aggiunge Zerai - noi, più volte, abbiamo segnalato la loro scomparsa, ci è stato detto che non sono stati trovati".

Due superstiti morti in carcere.

La testimonianza del presidente dell'agenzia Habeshia prosegue: "In questi giorni siamo stati contattati da 9 persone che, dopo due settimane in mare, sono tornate a Tripoli. Raccontano di essere sopravvissuti in 11, due donne e 9 uomini. La corrente del mare li ha portati a Zelatien (non lontano dal confine con la Tunisia) dove i militari di Ghedafi li hanno presi e messi in carcere. Due di loro, un ragazzo e una ragazza, sono morti in galera perché non sono stati soccorsi e curati. Dopo qualche giorno 7 dei sopravvissuti sono stati trasferiti nel carcere di Tuweshia, a Tripoli, mentre due sono stati portati in ospedale a Zelatien".

"Abbandonati da navi italiane". Il racconto di Zerai prosegue con un'accusa: "I profughi sono stati abbandonati da diversi navi militari, una di queste era italiana, ma anche da pescherecci e da un elicottero che si è avvicinato lanciando loro da bere, ma poi lasciandoli morire. Un atto disumano", ha aggiunto ancora il sacerdote. "Queste nove persone sono testimoni della tragedia. Ho parlato con uno che ha perso la moglie, morta per la fame e la sete". Poi un particolare drammatico del racconto riguarda "il loro gommone rimasto fermo senza carburante. Lo conduceva uno dei migranti, un ragazzo del Ghana che non sapeva utilizzare il GPS del telefono satellitare. Ha chiesto aiuto, tentando di parlare anche con la Guardia Costiera italiana, ma non si sono capiti".

Le domande. "Chiediamo che la Nato faccia piena luce su questa vicenda conclude Zerai - perché queste 63 persone sono state lasciate morire? Di chi era l'elicottero che si è limitato a fornire acqua ai profughi senza poi mandare i soccorsi? Quali sono le navi militari che hanno avvistato il gommone nei giorni tra il 25 - 30 marzo?. Queste persone sono morte perché qualcuno ha deciso di non soccorrerli. Vogliamo sapere di chi e stata questa scelta.

(14 aprile 2011)