Diamo voce alle grida disperate che ci giungono da Tripoli, dai lager libici come il Sika e Abu Issa.
mercoledì 11 novembre 2020
Appello per l'evacuazione di profughi dalla Libia
giovedì 27 agosto 2020
ANSA/ "Situazione intollerabile lager Libia",appello a Ue
| P.Zerai, evacuarli, poi serio programma reinsediamento profughi |
| ROMA |
| (di Fausto Gasparroni) (ANSA) - ROMA, 27 AGO - "La situazione in Libia non è più tollerabile, molti profughi tentano la fuga da questi lager: spesso vengono uccisi, se presi vivi subiscono violenze indicibili". L'appello rivolto all'Unione Europea dall'agenzia umanitaria Habeshia e dal fondatore, il padre Mussie Zerai, descrive un quadro ormai insostenibile e si rifà alle "suppliche" provenienti "dai profughi intrappolati nei centri di detenzione, spesso trasformati in veri lager nelle varie località libiche come a Kums, Zawiya, Tripoli, Zelatien, Misurata, Sebha, Kuffra". Habeshia parla della "disperazione di questi profughi: persone provenienti dall'Africa Sub-Sahariana, eritrei, etiopi, sudanesi, somali, vittime di soprusi, abusi da parte dei gestori delle strutture dove sono trattenuti privati della loro libertà personale, spesso ridotti alla fame, ricatto e violenze". Le condizioni di salute sono definite "molto precarie", l'accesso alle cure mediche "è appeso solo alle sporadiche visite delle Ong di medici che non hanno sempre l'accesso automatico. Ogni volta che c'è il cambio di guardia, i nuovi padroni del centro dettano le loro leggi e pretese e violenze". "Spesso i gestori dei centri di detenzione - denuncia l'Agenzia Habeshia - sono in stretta collaborazione con i contrabbandieri che fanno da mediatori con i veri trafficanti di esseri umani, che trattano il prezzo per la vendita del gruppo di profughi detenuti nei centri. Le persone oggetto di questa trattativa non hanno nessuna voce in capitolo sulla loro cessione a gruppi spesso di veri criminali, che non esitato a torturarli per ottenere il pagamento di cifre esorbitanti". Per padre Zerai, la soluzione è una sola: "evacuare e svuotare tutti i centri e lager nel territorio libico, trovando un altro Paese che può ospitare temporaneamente i profughi avendo un fattibile piano di reinsediamento per tutti coloro sono bisognosi della protezione internazionale". "Il nostro appello all'Unione Europea - aggiunge il sacerdote di origine eritrea - è di attivarsi per lanciare un serio programma di reinsediamento, implementando gli impegni già presi in precedenza quando l'Ue si era impegnata ad accogliere 50 mila profughi dall'Africa Sub-Sahariana con il programma di reinsediamento. Rispettare gli impegni presi salverebbe migliaia di vite umane dalla morte in mare o nel deserto e nei lager libici". Ma oltre alla Libia, la denuncia di Habeshia riguarda anche l'Etiopia, dove "la situazione dei profughi eritrei negli ultimi 12 mesi è diventata sempre più precaria". Il tutto per "la scelta del governo federale di non accogliere nei campi profughi donne, bambini e uomini che non provengano dal rango militare in fuga dal regime eritreo, in virtù dell'accordo di Pace, quindi non ritenendoli più bisognosi di protezione e di fatto negando a loro il diritto di chiedere asilo politico". Questa situazione e la chiusura di uno dei 4 campi profughi che ospitava oltre 15 mila persone, "ha prodotto molti profughi urbani senza nessuna forma di tutela senza diritti", e condizioni aggravate anche dalla pandemia. "Il nostro appello al governo etiope è di rispettare gli obblighi internazionali derivati dalla sua adesione alle convenzioni che tutelano i diritti dei minori e i diritti dei rifugiati - invoca Zerai -. Chiediamo all'Ue di investire risorse per rendere un'accoglienza dignitosa a questi profughi eritrei in Etiopia garantendo accesso al diritto di asilo, accesso allo studio, alle cure mediche, al lavoro". La conclusione parla chiaro: "Altrimenti l'esodo verso l'Europa aumenterà, con il triste conteggio di morti nel deserto e nel Mar Mediterraneo". (ANSA). |
lunedì 2 maggio 2011
La Romania aiuta l'UNHCR a evacuare rifugiati eritrei dalla Libia
venerdì 15 aprile 2011
Omissione di soccorso: muoiono 63 migranti africani
Quell'elicottero che non è tornato a salvarci
Migranti abbandonati in mare. La testimonianza di un sopravvissuto (versione integrale)
giovedì 14 aprile 2011
La testimoninza
Profughi, "Quel gommone senza benzina e con 72 persone, ma nessuno s'è fermato"
La denuncia di padre Moses Zerai, dell'agenzia eritrea Habeshia: "Ne sono morti 63, 61 in mare e 2 nelle carceri libiche. Le correnti marine li hanno riportati sulle rive della Libia, dove sono stati anche arrestati". Dei 9 superstiti, 8 sono etiopi (dei quali una donna) e un eritreo
ROMA - "Sono stupito - dice padre Moses Zerai, presidente dell'agenzia eritrea Habeshia, Cooperazione per lo Sviluppo - perché il 90% della stampa ha scelto il silenzio di fronte ad un atto così grave, crudele e disumano che stiamo denunciando. Cioè quello del gommone partito da Tripoli il 25 marzo con 72 persone a bordo, di cui si sono perse le tracce dal tardo pomeriggio del 26 marzo scorso. Sono stati localizzati per l'ultima volta a circa 60 miglia da Tripoli e poi il nulla - aggiunge Zerai - noi, più volte, abbiamo segnalato la loro scomparsa, ci è stato detto che non sono stati trovati".
Due superstiti morti in carcere.
La testimonianza del presidente dell'agenzia Habeshia prosegue: "In questi giorni siamo stati contattati da 9 persone che, dopo due settimane in mare, sono tornate a Tripoli. Raccontano di essere sopravvissuti in 11, due donne e 9 uomini. La corrente del mare li ha portati a Zelatien (non lontano dal confine con la Tunisia) dove i militari di Ghedafi li hanno presi e messi in carcere. Due di loro, un ragazzo e una ragazza, sono morti in galera perché non sono stati soccorsi e curati. Dopo qualche giorno 7 dei sopravvissuti sono stati trasferiti nel carcere di Tuweshia, a Tripoli, mentre due sono stati portati in ospedale a Zelatien".
"Abbandonati da navi italiane". Il racconto di Zerai prosegue con un'accusa: "I profughi sono stati abbandonati da diversi navi militari, una di queste era italiana, ma anche da pescherecci e da un elicottero che si è avvicinato lanciando loro da bere, ma poi lasciandoli morire. Un atto disumano", ha aggiunto ancora il sacerdote. "Queste nove persone sono testimoni della tragedia. Ho parlato con uno che ha perso la moglie, morta per la fame e la sete". Poi un particolare drammatico del racconto riguarda "il loro gommone rimasto fermo senza carburante. Lo conduceva uno dei migranti, un ragazzo del Ghana che non sapeva utilizzare il GPS del telefono satellitare. Ha chiesto aiuto, tentando di parlare anche con la Guardia Costiera italiana, ma non si sono capiti".
Le domande. "Chiediamo che la Nato faccia piena luce su questa vicenda conclude Zerai - perché queste 63 persone sono state lasciate morire? Di chi era l'elicottero che si è limitato a fornire acqua ai profughi senza poi mandare i soccorsi? Quali sono le navi militari che hanno avvistato il gommone nei giorni tra il 25 - 30 marzo?. Queste persone sono morte perché qualcuno ha deciso di non soccorrerli. Vogliamo sapere di chi e stata questa scelta.
(14 aprile 2011)

