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mercoledì 2 dicembre 2020

Etiopia: Appello Urgente ! Aprite Corridoi Umanitari

 

Allo sbando i campi dei profughi eritrei mentre si registrano 3 morti e si temono 6 mila rimpatri forzati ad Asmara 

 

La guerra in Tigrai ha investito anche gli eritrei rifugiati nella regione dopo essere fuggiti dalla dittatura di Asmara. Sono tantissimi: circa 96 mila, più della metà degli eritrei che hanno chiesto e trovato aiuto in Etiopia a partire dal 2001. Vivono da anni in quattro grandi centri di raccolta, tutti sotto l’egida dell’Unhcr, situati nell’ordine, da sud a nord, ad Adi Harush, Mai Aini, Hitsats e Shimelba. Non sono mancati i problemi in tutti questi anni e la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della pandemia di coronavirus. Ma non è mai venuta meno la tutela internazionale che ha garantito i diritti di queste persone e consentito loro di avviare un nuovo percorso di vita, sia pure tra grosse difficoltà.

Lo sconvolgimento portato dalla guerra rischia adesso di far saltare questo fragile equilibrio e, peggio, anche ogni forma di protezione. I combattimenti fortunatamente non li hanno colpiti direttamente o comunque non in maniera massiccia, anche se non mancano alcune vittime: ad Adi Harush risulta che tre giovani siano stati uccisi da una raffica di schegge durante un pesante bombardamento sull’area limitrofa al campo. Scontri armati a parte, però, nei campi profughi si profilano due minacce non meno drammatiche: il rischio di deportazione forzata in Eritrea e difficoltà di sussistenza enormi a causa della brusca interruzione di tutte le forme di assistenza e rifornimento anche dei beni più indispensabili. 

Deportazione. La minaccia riguarda in particolare il campo di Shimelba, quello più settentrionale e più vicino alla frontiera con l’Eritrea, distante una trentina di chilometri. Circolano da giorni notizie che circa 6 mila profughi sarebbero stati bloccati all’interno o nei dintorni del centro di accoglienza e rimpatriati in stato d’arresto da parte di reparti militari eritrei entrati in territorio tigrino, come alleati dell’esercito federale etiopico. In sostanza, una vera e propria deportazione di massa, le cui vittime rischiano di diventare dei “desaparecidos” introvabili, perché tutti i registri dell’Unhcr sarebbero stati distrutti, in modo da non lasciare traccia degli ospiti del campo o comunque da rendere estremamente difficili le ricerche.

In una realtà totalmente blindata come quella attuale del Tigrai – dove ogni forma di comunicazione è stata oscurata o interrotta da parte di Addis Abeba e dalla quale i giornalisti e persino le organizzazioni umanitarie sono bandite – non è stato possibile finora verificare se queste notizie abbiano fondamento. Ma se rispondono anche solo in minima parte a verità, sarebbe un fatto gravissimo, che chiama in causa direttamente le responsabilità del premier Abiy Ahmed, del suo governo e del suo esercito, perché neanche la guerra può essere invocata a giustificazione della violazione dei diritti fondamentali degli eventuali deportati: come profughi e come esseri umani. Anzi, proprio perché c’è la guerra, l’Etiopia è tenuta a garantire a maggior ragione l’incolumità e la libertà di quelle persone. Nessuno può ignorare, infatti, che tutti i profughi vengono considerati dal regime di Asmara “traditori” e “disertori”: costringerli a tornare in Eritrea significa esporli a una vera e propria rappresaglia, fatta di galera e di morte. Ovvero, alla rivalsa e alla vendetta di quella dittatura che ogni rifugiato ha messo sotto accusa di fronte al mondo intero con la sua stessa fuga.

Assistenza. E’ un problema di crescente gravità che riguarda tutti i campi profughi. Fino alla guerra, assistenza e rifornimenti sufficienti per la vita quotidiana delle migliaia di profughi sono stati assicurati dal governo del Tigrai e da aiuti umanitari internazionali. Dall’inizio del conflitto le forniture e i servizi si sono rapidamente ridotti fino ad esaurirsi: la situazione peggiore sarebbe sempre quella del campo di Shimelba, dove i militari eritrei arrivati da oltreconfine avrebbero sequestrato anche tutta la scorta di medicinali residua dell’Unhcr. Né si può contare sull’intervento di istituzioni come la stessa Unhcr o varie Ong e associazioni umanitarie, tutte espulse e tagliate fuori dalla regione su disposizione di Addis Abeba. Manca così ogni possibilità di intervento e manca anche ogni possibilità di verificare sul posto le condizioni all’interno dei campi, fornire notizie esatte, segnalare le situazioni più difficili e le eventuali emergenze. Ma dai pochi contatti che i profughi stessi sono riusciti ad attivare, emerge un quadro estremamente preoccupante: uno degli ultimi messaggi ha segnalato che manca da giorni persino l’acqua, perché i rifornimenti, garantiti prima dall’arrivo periodico e regolare di autocisterne, si sono interrotti: “Siamo costretti – si dice nel messaggio – a fare ricorso all’acqua di un vicino ruscello. Anche per bere, pur sapendo bene che si tratta di acqua malsana, perché quel ruscello è usato come una discarica, dove si sversa di tutto”. Il fatto stesso che si siano interrotti anche gli aiuti umanitari, del resto, è di per sé una grave emergenza.

A fronte di tutto questo, l’Agenzia Habeshia chiede con forza interventi urgenti a tutte le principali istituzioni internazionali – in particolare alle Nazioni Unite, all’Unione Africana, all’Unione Europea oltre allo stesso governo di Addis Abeba – con tre obiettivi prioritari:

– Verificare la fondatezza della notizia dei rimpatri forzati in Eritrea di migliaia di profughi e, in caso ci siano state effettivamente delle deportazioni, intervenire con la massima rapidità e risolutezza perché tutti i prigionieri vengano rilasciati e messi nella condizione di andarsene di nuovo dall’Eritrea, senza alcun pregiudizio per sé e per i loro familiari

– Organizzare canali umanitari che consentano il trasferimento verso altri Stati delle migliaia di profughi che si sono trovati loro malgrado coinvolti nella guerra

– Riaprire subito le frontiere del Tigrai agli aiuti umanitari e, per quanto riguarda il Governo di Addis Abeba, riattivare la gestione ordinaria dei campi, sotto il controllo dell’Unhcr, cessata da parte del governo regionale di Macalle con l’inizio della guerra.

Un’ultima nota va riservata al presidente Abiy Ahmed. Negli ultimi due anni il suo percorso si è intrecciato sempre più strettamente con quello di Isaias Afewerki, tanto che non pochi osservatori vedono nel dittatore eritreo il suo principale alleato nel Corno d’Africa. Neanche questa alleanza – anzi: tantomeno questa alleanza – giustifica, sempre ovviamente che la notizia abbia fondamento, l’eventuale accondiscendenza alla deportazione dei profughi eritrei. Se questa deportazione c’è stata e addirittura è ancora in corso, non è credibile infatti che le autorità e l’esercito etiopico non se ne siano accorti. Se è vero cioè che si sta commettendo questo delitto, che è palesemente un crimine di lesa umanità, vuol dire che Addis Abeba ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Attendiamo allora che Abiy Ahmed, memore di cosa significhi il Premio Nobel per la Pace, fornisca al più presto, all’intera comunità internazionale, prove credibili e concrete che non ci sono state, non ci sono e non ci saranno deportazioni di profughi in Eritrea o, in caso contrario, che si attivi lui stesso per liberarli.


Agenzia Habeshia

 

Roma, 2 dicembre 2020

 

 

 

venerdì 6 maggio 2011

Italia: Se temiamo i profughi più della guerra

Detail-libia immigrazione
di Roberta Pizzolante | Pubblicato il 06 Maggio 2011 15:09

Sulla sponda sud del Mediterraneo è in atto quella che molti definiscono “la primavera del mondo arabo”. Come in un effetto domino, l’impatto delle guerre e delle rivoluzioni nei paesi del Nord Africa si sta facendo sentire negli altri paesi. Come rispondono l’Europa e l’Italia? Stando ai messaggi dei politici e agli umori della gente sembra regnare un clima di paura e di chiusura. Più che la complessità della situazione geo-politica, a preoccupare è soprattutto la questione immigrazione. Quanti profughi dovranno ancora arrivare? Come possiamo tenerli lontani? Se bombardiamo la Libia, arriveranno in massa? L’allarme è però eccessivo. Con questo aggettivo lo ha definito Laurens Jolles, rappresentante per l’Italia dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), nel corso di un incontro organizzato da Link2007 a Roma.

lunedì 2 maggio 2011

La Romania aiuta l'UNHCR a evacuare rifugiati eritrei dalla Libia


Timisoara, 27 aprile 2011. Un contingente di 29 rifugiati eritrei provenienti dal campo profughi di Shousha in Tunisia ha raggiunto  durante la mattinata del 20 aprile scorso il Centro di Transito di Emergenza (ETC) di Timisoara, nella Romania occidentale. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha realizzato l'operazione di trasferiento umanitario in collaborazione con il governo romeno e l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I profughi saranno ora accolti presso il Centro di Transito di Emergenza per un periodo massimo di sei mesi, mentre saranno definite le sedi europee e non in cui essi saranno accolti con concessione di asilo politico. I migranti eritrei hanno testimoniato riguardo alla durissima detenzione e alle torture che hanno subito nella Libia di Gheddafi, dopo essere fuggiti dall'Eritrea in quanto perseguitati per la loro posizione di obiettori di coscienza. Alcuni di loro sono stati respinti dal governo italiano, mentre cercavano di raggiungere Lampedusa. Le testimonianze dei profughi riguardano anche numerosi episodi di abusi, stupri, maltrattamenti, sevizie e anche di omicidi che hanno colpito le famiglie eitree e subsahariane in Libia, dopo l'inizio della rivoluzione. Tali atrocità sarebbero state commesse sia dai lealisti che dai ribelli, mentre un diffuso clima di persecuzione razziale si sarebbe diffuso nell'attuale Libia, causando morti violente, aggressioni, espropri e saccheggi nei confronti di subsahariani, tacciati pretestuosamente di essere mercenari di Gheddafi dai ribelli, traditori dai lealisti. Centinaia di eritrei, etiopi, sudanesi, ivoriani e altri cittadini subsahariani sono scomparsi nel nulla, mentre alcuni campi profughi, come quello di Shousha, ne hanno accolti numerosi gruppi, sotto l'egida dell'UNHCR. Si stima che almeno 600 mila profughi abbiano raggiunto la Tunisia, l'Egitto e il Niger fuggendo dalla Libia. La Romania ha già collaborato negli anni scorsi con le Nazioni Unite, ospitando centinaia di profughi subsahariani che successivamente sono stati accolti dal Canada, dal Regno Unito, dai Paesi scandinavi, dall'Olanda e dall'Australia. 

Gruppo EveryOne
+39 331 3585406 :: +39 393 4010237 

venerdì 15 aprile 2011

La grave situazione degli ostaggi eritrei nel Sinai

Questa mattina alle 12.45 ho ricevuto l'ultimo aggiornamento. Il gruppo con cui ho parlato è composto da 24 persone delle quali 3 bambini, 2 donne di cui una incinta. Mi è stato riferito che, nei giorni scorsi, sono morti due ragazzi sotto gli occhi di tutti per le torture subite con le scariche elettriche. Altre due persone sono state portate via e non si sa che fine abbiano fatto.