Ci sono 80 persone sequestrate da un mese in condizioni disumane al confine tra Egitto e Israele. Incatenate e torturate da una banda di criminali. Sei sono stati già uccisi, tre di loro a scopo intimidatorio e altri tre perchè avevano tentato la fuga. L’allarme parte dall’Associazione Habesha che attraverso la diffusione della notizia e la mobilitazione sta tentando di salvare la vita al gruppo di eritrei in pericolo.
Ma come fanno ad usare il telefono se sono imprigionati e controllati? Padre Mussie che ha ricevuto le chiamate spiega che sono i trafficanti a obbligare i sequestrati a telefonare ai parenti per chiedere il riscatto di otto mila dollari. E fino a che non arrivano i soldi sul conto si rimane nelle loro mani, alla loro mercè.
Il ragazzo sequestrato ha riferito a padre Mussie che i carcerieri sono armati fino ai denti ed entrano in contatto con i sequestrati solo bastonandoli a sangue. Sembrano ben organizzati, a capo di una struttura che riesce a controllare e tenere prigionieri anche altri gruppi di migranti tra cui sudanesi, somali ed etiopi.
Loro, i sequestrati, non sanno dove si trovano, in quale località e dalla loro prigione vedono solo una moschea e una scuola. Troppo poco forse per poter essere localizzati.
La figura del trafficante, colui che organizza e gestisce il viaggio, si adatta ai nuovi scenari e all’occorrenza si trasforma acquisendo ulteriori connotazioni. Sequestrare migranti e rifugiati è un aspetto di questa evoluzione. Ed è certamente un business ancora più redditizio che sta prendendo piede in diversi paesi, laddove attraversare il confine è sempre più difficile e i bisogni delle persone sempre più impellenti. Una realtà agghiacciante tipica dei nostri tempi che non sembra interessare nessuno.
martedì 30 novembre 2010
Sequestro dei migranti, un business fiorente
Ci sono 80 persone sequestrate da un mese in condizioni disumane al confine tra Egitto e Israele. Incatenate e torturate da una banda di criminali. Sei sono stati già uccisi, tre di loro a scopo intimidatorio e altri tre perchè avevano tentato la fuga. L’allarme parte dall’Associazione Habesha che attraverso la diffusione della notizia e la mobilitazione sta tentando di salvare la vita al gruppo di eritrei in pericolo.
Ma come fanno ad usare il telefono se sono imprigionati e controllati? Padre Mussie che ha ricevuto le chiamate spiega che sono i trafficanti a obbligare i sequestrati a telefonare ai parenti per chiedere il riscatto di otto mila dollari. E fino a che non arrivano i soldi sul conto si rimane nelle loro mani, alla loro mercè.
Il ragazzo sequestrato ha riferito a padre Mussie che i carcerieri sono armati fino ai denti ed entrano in contatto con i sequestrati solo bastonandoli a sangue. Sembrano ben organizzati, a capo di una struttura che riesce a controllare e tenere prigionieri anche altri gruppi di migranti tra cui sudanesi, somali ed etiopi.
Loro, i sequestrati, non sanno dove si trovano, in quale località e dalla loro prigione vedono solo una moschea e una scuola. Troppo poco forse per poter essere localizzati.
La figura del trafficante, colui che organizza e gestisce il viaggio, si adatta ai nuovi scenari e all’occorrenza si trasforma acquisendo ulteriori connotazioni. Sequestrare migranti e rifugiati è un aspetto di questa evoluzione. Ed è certamente un business ancora più redditizio che sta prendendo piede in diversi paesi, laddove attraversare il confine è sempre più difficile e i bisogni delle persone sempre più impellenti. Una realtà agghiacciante tipica dei nostri tempi che non sembra interessare nessuno.
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